Da “Il cieco” di Giuseppe De Spuches

 

Ma non sempre trai palmiti e le rose
e l’azzurro de’ cieli e l’aurea luce
letiziar nelle serene cose
può l’intelletto, cui Natura è duce:
ma bello è il turbinar delle nevose
nubi, e l’urlo de’ venti e l’aer truce,
e l’ocean che mugghia, e fiammeggianti
pel buio immenso i fulmini sonanti.
*
Giuseppe De Spuches (Palermo, 1819 – 1884)

Immagine: Renato Guttuso ( Bagheria PA 1911- Roma, 1987), Mareggiata

Fonte: Poesie di Illustri Contemporanei scelte e ordinate da Ferdinando Bosio, Milano, 1865. https://www.yumpu.com/it/document/view/14946143/poesie-di-illustri-italiani-contemporanei-scelte-e-ordinate/159

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Da “La rimembranza” di Rosina Muzio Salvo

Qual puro spirto, allor che chiudo i lumi,
Vegli al mio fianco, e su di me dispieghi
L’ali dorate, e al sogno mio sei vita.
Oh dell’anima mia celeste parte!
Se nell’ebbrezza del più caro sogno
Tua man rompesse di mia vita il filo,
Certo in tuo cor mi desterei: siccome
Due raggi uniti, due sospir confusi,
L’alme nel bacio dell’amor trasfuse,
Una sarìan… e io respiro ancora!

*
Rosina Muzio Salvo ( Termini Imerese, PA, 1815-1866), da “La rimembranza”, in Poesie, Palermo, Tipografia Clamis e Roberti, 1845

Immagine: “Amore e morte”, dipinto di Calcedonio Reina ( Catania, 1842-1911).

Da “Partenza” di Mario Rapisardi

Italy, Sicily, Catania, Town Hall. Whole artwork view. Portrait of a betrayed woman with curly hair. Her blouse is drawn open on the left side of the body. She wears a long, dark-coloured skirt. She sits on a floral sofa; behind her, can be seen a curtain. At her left, the sheet of a letter with inscriptions is posed on a drape. Black, white and dark tones are the predominant colours of the painting, characterized by light and shadow.

Quando ne le tacenti
Rigide notti un timoroso affetto,
Come a trepida lampa aura che fugge
Ad agitar ti vien l’anima in petto,
E tutta paurosa ne le custodi coltrici ti stringi,
E al vigile pensier schermo non trovi,
Io sonno esser vorrei:
Come farfalla in giglio
Io l’ala poserei
Sovra il tuo roseo ciglio.

Mario Rapisardi ( Catania, 1844-1912) da “Partenza”, in “Le ricordanze”, 1872.

Immagine: “La tradita” di Giuseppe Sciuti (Zafferana Etnea, CT, 1834- Roma, 1911) da http://www.gettyimages.it/

“Ombra adorata” di Mariannina Coffa

Che mi valse l’ingegno,il core e l’arte
Se te perdendo ogni Ciel perdei?
Se il nume che fu vita ai sogni miei
Mi condanna tacendo e si diparte?
Oh se vedrai queste dolenti carte
Che d’un alito ignoto accendi e bei
Saprai ch’ove sospiri,e piangi e sei
Ivi piange il mio core a parte a parte.
Saprai ch’io t’amo,ed è miracol novo
La vita mia….perchè son morta e vivo,
E là dove non sei non ritrovo!
Saprai, ch’ombra adorata,a me d’accanto
Ti riveggio pur sempre o sogno o scrivo
E più che il labro tuo trovo il tuo pianto.

*

Mariannina Coffa (Noto,  30 settembre 1841 – Noto,  6 gennaio 1878)

Nel video: Il cantautore Carlo Muratori (Siracusa, 19 settembre 1954)

Nota di lettura a “E’ lo stesso” di Francesca Lavinia Ferrari

Pezzi di vetro.
Scaglie di specchi.
Briciole di calce.
Cos’è crollato?
Non un graffio
sulla mia pelle candida.
Nel silenzio spettrale
un viso trascolora.
È il mio?
Un formicaio di figli
sugge mammelle.
Non fermo il passo.
A destra e a manca
li scanso.
Da qualche parte c’è.
Un uomo.
Meglio fermarsi?
O esaurirsi in tentativi?
Farsi bastare il pane
rimasto nelle tasche
fino al tramonto?
O fuggire alti?
Amarsi vivi?

C’è la donna in questi versi, in primo piano e sullo sfondo. Sempre, prepotentemente la donna, con le sue solitudini, la sua fame d’amore, i suoi anfratti insondabili e misteriosi: la donna multipla, sfaccettata, e allo stesso tempo così semplice. Una monade che è linfa a sé stessa, che trae forza e nutrimento dalle sue fragilità. E c’è una profondità tutta femminile in questo grido silenzioso eppure assordante che si fonde con il verso e ne sublima la musicalità. Ancora una volta Francesca Lavinia Ferrari ci racconta la donna che è in sé ed è in tutte: una donna che è unica e contraddittoria anche e soprattutto nella sua più intima essenza – l’amore – e che nel dolore riafferma la sua dignità. In lei la vita è parto continuo: in questa donna c’è il gusto ancestrale per il sacrificio, l’unico punto fermo sul quale ruota un universo emozionale capace di donarsi nella luce e di retroflettersi come un utero di fronte al buio del rifiuto, della delusione. Dietro la parete liscia c’è un abisso scabro dove “un formicaio di figli”, partoriti e alimentati da un’illusione, continua a reclamare il diritto alla vita: sogni infranti, rotti come bicchieri. Mille frammenti di vetro che moltiplicano il riflesso: ora, di fronte al suo amore reciso, morto, annientato, la donna è più sola che mai. Attorno a lei tutto è andato in pezzi: il tempo, lo spazio, sono rimasti come sospesi su un cumulo di polvere e di macerie. E i suoi occhi attoniti guardano, si stupiscono: il contrasto fra la devastazione che la circonda e la sua pelle ancora intatta la spinge ad andare avanti, a non fermarsi. Fragile e bianca, ella avanza tra i resti del crollo col suo bagaglio di domande, senza cercare di rompere il silenzio di morte che incombe come una condanna. Tutto si allontana alle sue spalle, mentre ombre indistinte si offrono per accompagnarla nel viaggio. Non serve. La donna è cosciente delle sue ferite anche se non riesce a vederle: invece di lacerarla, queste ferite la guidano verso la meta. Quale meta? Non un uomo, che “da qualche parte c’è” ma, ovunque si trovi, è lì per porre nuovi interrogativi, forse senza risposta. Quel cammino, fatto probabilmente di soste, di fughe improvvise, di cadute e di giorni stentati dove il respiro, il senno, il pane potrebbero non bastare fino al tramonto, condurrà ad un’unica meta, ancora quell’amore che mentre uccide restituisce un senso alla vita intera.

*

Donatella Pezzino

(Recensione pubblicata sulla rivista “Bibbia D’Asfalto” n. 6, dicembre 2015- Matisklo Editore)

Immagine: Monia Merlo Photography

Da “Harem” di Vittoria Alliata

Sheika Musa era seduta sul prato, e mi teneva entrambe le mani. «Non ti devi
arrabbiare, Vittoria. Non essere delusa. Non fare anche tu come quegli occidentali che dicono ‹il mondo arabo è finito nel Quattrocento: gli arabi di oggi non sono come quelli di allora, non creano più nulla, scopiazzano l’Occidente, pensano solo a spendere e ad ubriacarsi›. Anche questo è vero, e non credere che non lo vediamo e non ne siamo addolorati. Ma tu che ci hai conosciuti prima, fai uno sforzo per capirci; mettiti nei panni di chi insieme al denaro scopre gli intrighi, il potere, l’ambiguità, e al tempo stesso l’acqua calda, l’aria condizionata, e le lenzuola di bucato. Il male e il bene sono così identici ormai, il progresso è così nefasto e talmente indispensabile che noi ancora non siamo capaci di scegliere. Vogliamo tutto, crediamo che sia la felicità: questo ci dice l’Occidente,<noi siamo i portatori di benessere e di felicità>. Poi ci accorgiamo che non è vero, allora diventiamo diffidenti e astiosi, in ogni straniero vediamo un nemico venuto anche stavolta a sfruttarci. «Non è questa la nostra vera natura, ma della nostra vera natura abbiamo imparato a vergognarci, come ci vergogniamo delle nostre capanne, del nostro passato di nomadi e analfabeti e della nostra povertà. L’Occidente ci ha derisi o idealizzati; non siamo né selvaggi né eroi. Siamo esseri umani, forse con colpe e virtù diverse dalle vostre, ma anche noi pieni di sogni, di desideri, di sofferenze.

*

Vittoria Alliata di Villafranca e Valguarnera (Ginevra, 1950), da Harem, Memoria d ́Arabia di una nobildonna siciliana, Milano, Garzanti, 1980, pp.98-99.

Immagine: Salvatore Fiume (Comiso 1915-Milano 1997), Le preferite del sultano

Il “Quadrato numero 38” di Luigia Ferro

Con il guanto liscio e inossidabile
della mano tua forte e materna
ti ho visto crearmi.

Di parole in preghiera
la favola serale dei baci
mi hai lasciato fame del tuo seno.

Nel corpo mio: ormai di donna
fetale al fianco tuo
cullato dagli Ave, trovo la pace.

Gli occhi ridenti, luminati di sacro dolore
m’accendano, al pensarli,
di orgoglio adorante.

Poco importa se il tuo tramonto
non lo misuro in passi,
la mente inganna: già mi manchi.

La grazia dell’omonima
stendardo al mio incedere
non sono degna ma benedetta.

*

Luigia Ferro (Catania, 1990 – Butera, 2016)

Fonte: http://www.symmachia.it

Sulla poetessa Luigia Ferro si veda anche: http://pennearmaterivista.blogspot.it/2016/04/omaggio-alla-poetessa-luigia-ferro.html

Immagine: Antonino Gandolfo (Catania, 1841-1910), Per via, 1885 – da https://howlingpixel.com