Suor Maria Crocifissa Tomasi

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Isabella Tomasi nacque a Girgenti il 29 maggio del 1645, secondogenita di Don Giulio Tomasi e di Donna Rosalia Traina, fondatori e duchi della cittadina siciliana di Palma di Montechiaro.

Fu notato che Isabella nel venire alla luce si presentava “ricoperta da un velo”; in ciò si vide un segno del Cielo ch’ella dovesse farsi suora. Compiuti 14 anni quindi la giovane entrò al monastero benedettino del SS.mo Rosario, dove prese i voti col nome di Suor Maria Crocifissa della Concezione.

Tutta la famiglia era molto devota, e contava diversi alti prelati, oltre che monache: dunque, Isabella già nella casa paterna crebbe in un clima di austerità e di fervente religiosità. Da piccolissima fu educata ai più rigorosi esercizi di pietà, specialmente alla meditazione giornaliera, ch’ella eseguiva molto coscienziosamente per almeno mezz’ora. Alla prima comunione fu preparata dal suo stesso zio, il ven.Carlo Tomasi.

La vocazione sembrò nascere spontaneamente nel cuore di Isabella, come in quello delle sue sorelle Francesca e Antonia, che presero i voti con lei. Fu in quell’occasione che il padre e lo zio delle ragazze si adoperarono per costruire un monastero a Palma: chieste e ottenute dalla S.Sede le dovute autorizzazioni, procedettero alla nuova fondazione. Tanti erano i vantaggi che ne ricevette la casata: le monache della famiglia non avrebbero avuto bisogno di allontanarsi dal paese, senza contare l’accrescimento del prestigio, morale e politico che ne avrebbero ricevuto i Tomasi.

Fondare un monastero era infatti un atto grandioso, che dava prima di tutto lustro e santità; e non dimentichiamo che un convento era un formidabile mezzo di controllo politico del territorio e oltre. Per una casata nobiliare avere una badessa in famiglia significava possedere una grande influenza su tutte le decisioni più importanti che riguardavano la città: e il prestigio si consolidava ulteriormente.

Per una donna era un’occasione per emergere e trovare uno spazio proprio al di fuori delle gravose responsabilità cui la società la destinava per condizione e lignaggio. Ecco perchè Rosalia Traina, la mamma di Isabella, scelse di monacarsi nella “sua”fondazione addirittura mentre era vivo il marito, lasciando il tetto coniugale. Prese i voti col nome di suor Maria Seppellita e si distinse per zelo, povertà, carità e umiltà.

Anche Isabella si distinse subito, fin dal suo ingresso in monastero, per l’eccezionale ispirazione con la quale cercava ogni giorno di consacrarsi a Dio: compiva anche le mansioni più umili e faticose che le venivano assegnate, nonostante la sua gracilità e la salute delicata, con grande impegno e letizia. Dal punto di vista spirituale si dimostrò una creatura dalle doti strordinarie: non solo per la sua ricerca continua dell’unione con Dio, anche a prezzo di mortificazioni estenuanti, ma anche per i doni soprannaturali di cui Dio la gratificò ben presto: visioni, estasi, carismi.

Fanciulla dotata di intelligenza e cultura, com’era tutt’altro che insolito per le giovani del suo rango, Isabella comprese subito la pericolosità della sua situazione, che poteva farla incorrere in pesanti condanne da parte del S.Uffizio, in quel periodo particolarmente guardingo verso tali manifestazioni, che potevano celare anche l’aderenza a posizioni quietistiche o la famigerata simulazione di santità. Per questo ella stessa, fors’anche sotto suggerimento del fratello Giuseppe, cardinale ( poi canonizzato) invocò l’intervento della Santa Sede, e si lasciò esaminare da tre padri gesuiti, i quali trovarono autentici i suoi doni, e dichiararono ch’ella era veramente guidata da Dio.

Uno dei motivi centrali della sua vicenda religiosa è sicuramente rappresentato dalla lotta contro il male. Una lotta fisica, nella quale la suora veniva percossa e insultata con violenza dalle forze demoniache; una volta addirittura con un sasso, ancor oggi conservato nel monastero insieme alla celebre lettera ch’ella asserì esserle stata dettata dal diavolo stesso. Questo scritto, redatto in un alfabeto incomprensibile, è rimasto un mistero per oltre 300 anni; di recente, la sua decifrazione è stata possibile grazie ad un team di ricercatori catanesi ( http://www.lastampa.it/2017/09/05/italia/cronache/cos-un-algoritmo-ha-decifrato-il-mistero-della-lettera-del-diavolo-2q7dQNB58QXgFehMJABugK/pagina.html).

Moltissime furono le visioni: a Maria Crocifissa comparvero spesso la Madonna, S.Rosa, S.Caterina e soprattutto l’Angelo Custode. Dolorosissima la Passione ch’ella rivisse sulla propria carne, e che le aggravò il già precario stato di salute.

Morì nel 1699 dopo un ultimo lunghissimo periodo travagliato da febbri e varie sofferenze fisiche, sopportate sempre con grande dignità ed eroica pazienza, in perfetta conformità alla volontà di Dio. Le sue spoglie riposano ancor oggi nella chiesa del monastero.La famiglia si adoperò immediatamente per l’apertura del processo di canonizzazione che si concluse nel 1787 col riconoscimento dell’eroicità delle sue virtù.

Secoli più tardi Giuseppe Tomasi di Lampedusa parlerà di Isabella nel suo capolavoro “Il Gattopardo”citandola come la santa della famiglia Salina: la “Beata Corbera”.

Sull’argomento si veda il saggio di Sara Cabibbo e Maria Maddalena Modica, La santa dei Tomasi. Storia di Suor Maria Crocifissa ( 1645-1699), Torino, Einaudi 1989.

Donatella Pezzino

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