Macalda, la seduttrice

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Macalda nacque a Scaletta Zanclea ( ME) nel 1240. La sua era una famiglia facoltosa, ma di umilissime origini: la sua bisnonna, addirittura, era una venditrice ambulante che viveva per strada.

Matteo Selvaggio, figlio della povera donna, riuscì a farsi assumere dal custode  del castello demaniale locale; per un singolare colpo di fortuna, alla morte del castellano, Matteo gli succedette nell’ufficio e trovò un tesoro nascosto nel castello. Da qui ebbe inizio l’ascesa sociale della sua famiglia: il figlio Giovanni ( il padre di Macalda) compì studi giuridici e, attraverso un matrimonio altolocato, sancì l’ingresso della sua stirpe nel novero delle casate più importanti del luogo.

Il castello , conosciuto come “Castello Rufo Ruffo”( dal nome del suo ultimo feudatario), è attualmente visitabile. Nel 1240 Giovanni ereditò sia il castello che le terre di Scaletta: nello stesso anno nacque Macalda. Bellissima e spregiudicata, la fanciulla mostrò fin da giovanissima un’indole ambiziosa e cinica ed una spiccata attitudine all’uso delle armi: la maggior parte dei cronisti coevi la definiscono una fiera amazzone, dotata di un eroico coraggio e di una grande capacità di destreggiarsi in battaglia.

Forse anche per queste sue virtù militari, Macalda era bravissima nel gioco degli scacchi. Abile calcolatrice, accettò, ancora ragazzina, il matrimonio con un nobiluomo, il barone Guglielmo Amico, barone di Ficarra, che le assicurò un titolo gentilizio. Quando Gugliemo cadde in disgrazia e si ridusse in miseria, Macalda non ebbe scrupoli ad abbandonarlo e, in abito di frate, si mise a viaggiare da un posto all’altro del Regno di Sicilia, conducendo una vita dissoluta e accettando di quando in quando l’ospitalità di alcuni suoi parenti in cambio di favori sessuali. La sua condotta le permise, in un secondo momento, di rientrare in possesso dei beni del marito Guglielmo, che nel frattempo era morto.

Per volontà di Re Carlo D’Angiò, la spregiudicata Macalda, diventata ora ricca e influente, contrasse seconde nozze con Alaimo da Lentini, di molti anni più vecchio di lei. Durante i Vespri, mentre il marito era in guerra, Macalda divenne governatrice di Catania. In quel frangente, ella si rese protagonista di un clamoroso tradimento ai danni degli angioini. Essi, ricordando quanto Macalda fosse legata a Re Carlo, le chiesero aiuto contro i rivoltosi. Ella, astutamente, li accolse con benevolenza, facendo loro credere che li avrebbe protetti e sostenuti; poi, invece, li spogliò di tutti i loro beni e li abbandonò nelle mani del popolo inferocito.

I rivoltosi, intanto, avevano dichiarato decaduti gli Angioini e nominato regina di Sicilia Costanza di Hohenstaufen, erede legittima di Federico II. Quando Pietro III d’Aragona, consorte di Costanza, sbarcò nell’isola pe assumerne la reggenza, Macalda trovò il modo per farsi ospitare alla sua corte e sfoderò tutto il suo fascino per sedurlo. Sua intenzione era diventarne la favorita ed ottenere così il massimo dell’influenza sulla sua corte; ma Pietro non si fece abbindolare. Rincorso  senza tregua da una Macalda sempre più insistente ed esplicita, il re mise in atto tutte le strategie possibili per liberarsene, scatenando nella giovane siciliana uno sdegno furioso, che ebbe presto come oggetto la regina Costanza.

Macalda, infatti, cominciò presto a trattare Costanza con sufficienza ed altezzosità, rifiutandosi perfino di chiamarla “regina” ed evitando  di incontrarla, se non nelle occasioni in cui voleva far sfoggio di un particolare abito o di una certa acconciatura. Questi atteggiamenti si rivelarono, alla lunga, disastrosi per Macalda: oltre a spendere una fortuna per abiti e gioielli, che avrebbero dovuto provocare l’invidia della rivale, Macalda mise a dura prova la pazienza della regina, al punto da accelerare la propria caduta in disgrazia e quella del marito Alaimo.

Accusati di congiurare con gli angioini contro Re Pietro, Alaimo, Macalda e alcuni loro fedelissimi furono arrestati. Alaimo venne trattato tuttavia con molta indulgenza: grazie alla benevolenza del re aragonese, gli venne ordinato di partire per la Spagna, dove, finchè fu vivo Pietro, non gli venne fatto alcun male ( venne poi giustiziato dal successore di Pietro, Giacomo). Macalda invece fu immediatamente richiusa nel castello Matagrifone di Messina: era il 1285. Scontò una lunghissima prigionia, in  cui ingannò il tempo soprattutto giocando a scacchi con l’emiro Margam Ibn Sebir, arrestato mentre era in fuga verso Tunisi.

A questo punto, nelle cronache del tempo, di Macalda si perdono le tracce. Il rinvenimento di qualche documento ha permesso di stabilire con buona probabilità che la bella cortigiana era ancora viva nel 1308. Ma a tutt’oggi non si sa con certezza l’anno, la circostanza della sua morte.

Due sono i cronisti coevi di Macalda che ci hanno lasciato su di lei preziose testimonianze e che costituiscono il punto di partenza di tutte le indagini sulla sua figura: Bartolomeo da Neocastro e Bernard Desclot. Mentre quest’ultimo, nelle sue “Cronache catalane”, si mostra decisamente a suo favore definendola “molto bella e gentile, e valente nel cuore e nel corpo, generosa nel donare e, a tempo e luogo, valorosa nelle armi al par d’un cavaliere”, il primo, nella sua “Historia Sicula”, ne parla con un’astio talmente vivo e pungente da aver fatto nascere il sospetto che sia stato in qualche modo coinvolto sentimentalmente, forse una delle tante vittime del suo fascino.E’, questa,’ l’ipotesi sostenuta in proposito dalla studiosa Marinella Fiume nel suo saggio dal titolo “Siciliane. Dizionario Biografico” del 2006 ( Edizioni Romeo).

Donatella Pezzino

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