Liriche di Giuseppina Turrisi Colonna

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Giuseppina Turrisi Colonna ( 1822-1848), figlia del Barone di Buonvicino Marco Turrisi e della nobildonna Rosalia Colonna Romano, crebbe in un ambiente familiare culturalmente stimolante e ricevette un’educazione accurata che si unì alla sua spiccata sensibilità personale verso gli ideali romantici di patria e libertà. Le liriche che seguono sono tratte dalla raccolta che la poetessa pubblicò per l’editore Le Monnier di Firenze nel 1846.

Biografia di Giuseppina Turrisi Colonna

***

A Rosalia Colonna Nei Turrisi Baronessa di Buonvicino

Me solo amor consiglia,

Me sol conforta amore;

Dei carmi d’ una figlia

Quale offerta più nobile

Più degna è del tuo core?

Oh se l’affetto vero,

Le immagini leggiadre

M’infiammano il pensiero,

È tuo l’ onor, la trepida

Gioia, diletta Madre!

Sai chi dell’ estro il foco

Mi desta, chi m’ inspira?

Per te, pel natio loco,

Per l’amor dei magnanimi

Sudo a temprar la lira.

Che vai, se tanto zelo

Strugge l’etate acerba?

Io sol vivere anelo

Per poco, e te fra l’itale

Madri lasciar superba.

***

Ultimo canto di Lord Byron

È ver; posarsi ormai dovrebbe il core,

S’è mal gradito, nè più gli altri infiamma;

Pur, non amato, serberò d’amore

Viva la fiamma!

De’ miei verd’ anni ecco fornito il corso;

Non ha più fiori amor, non ha più frutto;

Deh che mi resta? col fatal rimorso

Lagrime e lutto !

Come vulcano solitario splende

Nell’ alma il foco, e mi consuma, e spira;

Non altra fiamma che l’ estrema incende

Funerea pira!

Ogni cresciuto, ogni crudel tormento,

Ogni speranza, ogni gelosa pena,

D’amor la forza più non reca, il sento,

Ch’ aspra catena.

Oh men leggiadra è qui la mente e l’ alma !

Dei molli affetti vincerò la possa,

Avrò, lo spero, degli Eroi la palma,

0 nobil fossa.

Oh Grecia! oh gloria! d’ ogni tema ignudo

Dell’ armi ascolto, delle trombe il suono;

Come Spartano sul difeso scudo,

Libero sono.

Desta, o mio spirto, — che la Grecia è desta! —

Desta il tuo foco, la virtù che langue!

Forte mi scuoti: a versar corro in questa

Impresa il sangue!

Vinci ogni affetto risorgente, indegno

0 fredda etate ! — se per te si sprezza

Il riso, il pianto, il simulato sdegno

Della bellezza.

Oh perchè vivi, se caduto piangi

Il fior degli anni? qui novelli onori

Frutta la morte — fra le achee falangi

Combatti e muori.

Facil si trova, e fia per te del forte

Bello il sepolcro — intorno guata e scegli;

Nè dal riposo d’ onorata morte

Fia chi ti svegli.

***

Alla sorella

Quel di, che contemplal lieta e dolente

L’onesta immago del Toscan Maestro,

Che a me sì pueril d’ anni e di mente

Lo stile invigorì, gli affetti, e l’estro;

I’ benedissi la virtù crescente

Del tuo pennello generoso e destro;

Senza pianto, gridai, senza contrasto

Sien le tue glorie: ad ogni danno io basto.

 

Ma da quel dì quanto sudasti, e quanto

Nella mano crescesti e nell’ ingegno;

Tutto è nell’ arte de’ tuoi dì l’ incanto,

E della fantasia popoli il regno:

A te scrivendo giorno e notte accanto,

Ogni effigie che pingi, ogni più degno

Pensier tolgo alle fiamme, chè non mai

Di te, dell’opre tue paga sarai.

 

Questi cari pensier tutti raccolti

In bel volume fra i miei versi mira;

Molti li lodan, li vagheggian molti,

Ma sol l’ anima mia se n’empie, e spira.

Un’eterea sembianza, un di quei volti

Che sol d’ aver sognato il cor sospira,

Qui trova il cor. Più del soave

Albani Celesti pingerai gli aspetti umani.

 

Deh pennelleggia pur su queste carte

Le vittorie d’Italia e di Triquetra;

È la Patria dì noi la miglior parte,

E lo sa chi per lei vivere impetra:

Pari nel foco, nei pensier, nell’ arte,

In pari uso volgiam colori e cetra:

Tu di te stessa, o Cara; io degna sia

Del mio Maestro e della Patria mia.

***

Le rimembranze

E del viaggio fatlcoso anch’ io

Trascorrer veggio il sedicesimo anno,

E sento come fugge ogni desio

Nella misera valle, ed ogni inganno:

Quanti pietosi, ahimè, del viver mio

Conforto vero, abbandonata m’hanno;

Quanti che meco semplici fanciulli

Sorridean nelle fole e nei trastulli.

 

Con che dolcezza candide, serene

Di quei primi anni mi rivivon l’ore,

Che s’ adornavan come liete scene,

Come un bel sogno, come un dì d’ amore!

Di cari eventi, di memorie piene

Ritornano dolcissime nel core;

E quei tanti discesi negli avelli

Ritraggon vivi e favellanti e belli ! —

 

Tempo felice ! a piè dell’ amorosa

Antica fante m’ assidea le sere,

E commossa intendeva e lagrimosa

Nelle fole dolenti e lusinghiere,

E ripeteva, come santa cosa,

Quei cari nomi nelle mie preghiere;

Ed oh con che pietà serbava in petto

I casi d’ una pia , d’ un giovinetto !

 

Caramente serrando nelle braccia

L’immagine talor d’una fanciulla,

La baciava per gli occhi e per la faccia,

E dì fregi adornavale la culla.

Tempo felice! d’aurei sogni in traccia

Nulla pur sogno che t’uguagli, nulla

Di quei ludi fu mai, di quella niente

Più soave, più caro, e più innocente!

 

Poichè d’ altri piacer, poichè d’ altr’ opra

La verissima brama s’accendea,

Sopra le carte meditando, e sopra

I miei pensier, le notti producea:

E di qual nei bei rischi il senno adopra,

Quella trepida speme in cor sorgea,

E viva in ogni loco, in tutte l’ore

Nel suo segreto la nutriva il core.

Ed un colloquio di che amor, di quale

Ritentami pietà! — Pallido il raggio

Della Luna piovea, le tacite ale

Scotea ricca dei fior l’ aura di maggio;

E sciogliean lamentando oltre il viale

Gli usignoletti il flebile linguaggio,

Allor che mesta una dolcezza move

Dal ciel , dai fonti , e dall’ erbette nove.

 

Meco seduta una gentil donzella,

Perchè, diceva, nei severi studi

Perdi il sorriso dell’ età novella,

Perchè vogliosa ti travagli e sudi?

Qual si legge sai tu, qual si favella:

Cessa le cure faticose e rudi,

E meglio godi ricreduta, oh meglio

Ai passeggi, ai teatri, ed allo speglio! —

 

Io di rincontro: il sai; dai teneri anni

Arcanamente dentro il cor profondo

Un amaro provai senso d’affanni,

Un tedio lungo, un diffidar del mondo.

Nè della giovinezza i dolci inganni

Mi suadono il vivere giocondo;

Ma nelle veglie della fida stanza

Mi lusinga soltanto una speranza.

 

Ed Ella: statti, chè per me non sono

Di così dure tempre; alle amorose

Letizie io credo: A te l’allór; tel dono

Se invaghita ne sei; dammi le rose. —

A quei detti fidenti, all’abbandono

Ahi troppo avverso l’ avvenir rispose,

E al primo voto, al primo dì d’ amore

Si recise degli anni il più bel fiore. —

 

Misera! e dalla lagrimata bara

Un nome non avrai nei dì novelli,

Chè sol dell’opre faticose, o cara,

Nei volumi si vive oltre gli avelli:

Pel dolce capo tuo, per ogni amara

Rimembranza che al cor di te favelli,

Io giuro meditar nei giorni mesti,

Perchè un vestigio, un’ombra di me resti.

***

Alle donne siciliane

No, benchè il tempo muta

La fortuna dei regni e delle genti ,

Non han foglia perduta

Le tue belle corone, o Patria mia!

I sensi e le parole

Vivon di quanti meditar nascosi

Negli ozj generosi;

Vivono ancor gli altissimi portenti

Dei campioni vetusti,

Primieri nei cimenti,

Fra lance, e spade, e riversati busti

Deh sì lieto per noi rifulga il sole;

Deh, come il cor desia,

In noi l’ardire dei Sicani Eroi,

L’antica tempra si rifonda in noi!

Se la benigna etade

I petti nostri al paragon non chiama

Dell’ ira e delle spade,

Oh ne’ caldi pensier, nell’ opre oneste

Si riconforti l’ alma !

Assai più giova di tenzoni e d’ armi

La bell’arte dei carmi,

Che il sorriso di pace e gli ozj brama ,

E ne lusinga e regge

A magnanima fama,

D’ ogni affetto maestra e d’ ogni legge.

Vile chi sdegna la sudata palma!

Saprà, nelle funeste

Cure invilito, nei piacer bugiardi,

Come il rossor, se pur l’infiamma, è tardi.

E da quest’ almo suolo

Arditamente d’ animosa donna

Aprivan gl’ inni il volo.

Oh quel vanto perchè più non s’ agogna

Da libero pensiero?

Perchè l’ umili cure e l’ ozio indegno

Tolgon foco all’ ingegno

Se qui, di senno e di virtù colonna,

Qui preparava Nina,

Disdegnando la gonna,

Al divino Alighier l’ arpa divina?

Deh, mel credete, eh’ io favello il vero,

Il celarsi è vergogna.

Sorgete, o care, e nella patria stanza

Per voi torni l’ ardire e la speranza.

Giovinezza non dura

Sulle gote vermiglie e sul bel crine

Per letizie o per cura,

E tutti spegne dell’ etate il gelo

Quanti florian diletti,

Finchè si scavi all’ ultima percossa

Un obbliata fossa.

Deh men crudeli di quaggiù le spine

Il bell’ oprar ne renda,

Ben nate cittadine,

E del loco natio l’ amor v’ accenda.

Più sicure dovizie agli intelletti

Non piovono dal cielo;

Nè soave lusinga o dolce incanto

È qui verace, ove sol dura il pianto.

Sicilia in noi riscossa

Rintegrerà l’ indomito ardimento,

Le leggi sue, la possa.

Ahi ! smisurato divampava lntorno

Il morbo furibondo,

E le rapia l’ alme più calde, i primi

Esemplari sublimi.

Senz’irà, senza onor, senza cimenti

Un popol si moria.

Derelitto, sgomento,

Per le case dolenti e per la via !

Quanti del sogno ebe più ride al mondo

Eran sul primo giorno

Quando s’ affanna irrequieto il core

Nei dolci voti e nel desio d’ onore !

0 sfortunati nostri,

Su voi commosso qual fratel più sente

Deplorando si prostri ;

Guati la croce, e le glebe, e le pietre

Su pel funereo loco,

E d’uguale virtù, d’uguale affetto

Arda il commosso petto. —

Pel suol che vi nutria sì dolcemente,

E in che durano pure

Quanti amati lasciaste alle sventure,

Voi lassù, redivivi Angeli, invoco:

Le divine faretre

Suonin sugli empi, e alle natie contrade

Torni dei prischi Eroi, torni l’ etade.

***

L’addio di Lord Byron all’Italia

Alfin partia. Chi del crudel momento

Può narrar le memorie ed il dolore,

E ciò che disse ai monti, all’acque, al vento
Di quella terra ove lasciava il core?
Oh come quel dolcissimo lamento
Fu travolto per ira o per livore!
Qual menzognero addio sulle divine
Labbra pose un Francese, un Lamartine?

Taci! L’italo amor del mio Britanno,

Gl’itali sensi, oh male, oh mal comprendi:
Non all’Italia no; ma frutteranno
Onta infame a te stesso i vilipendi.
Italia morta? e innanzi a te non stanno
Ancor vivi, temuti, ancor tremendi
Ugo, Alfieri, Canova’ e presso a questi
Sì magnanimi Eroi, dinne, che resti? —

Quella terra, quel ciel che l’innamora,
Pien di mille pensier, di mille affetti,
Giorgio saluta dalla mesta prora
Coi sospiri, coll’anima, coi detti:
Chi non sogna di te? chi non t’adora,
O bella Patria d’ animosi petti,
Bella Patria dell’arti! il viver mio
Tu che allegrar potesti, Italia, addio.

Italia! Italia! com’è dolce il suono
Della celeste armonica favella!
Nel ciel, nelle odorate aure, nel dono
D’ ogni cosa gentil, come sei bella !
Di foco è l’alma dei gagliardi, sono
Di foco gli occhi d’ ogni tua donzella;
E da quegli occhi, da quell’alme anch’io
Se il bel foco ritrassi, Italia, addio.

Ahi ! per le sette cime e per le valli

Dei famosi che avean la terra doma,
Più non s’urtan guerrieri, armi, cavalli,
Più non suona il trionfo Italia e Roma;
Nè più s’avventa ai minacciosi Galli,
Sanguinoso gli artigli, irto la chioma,
Il gran Leon di Marco, e steso e muto
Anco abborre l’Eroe che l’ ha venduto.

Venduto! ahi rabbia! qual vergogna è questa,
Qual crudo patto, quale iniquo orgoglio !
L’italo sangue avrai sulla tua testa
O snaturato nell’ infame scoglio.
Tu le piaghe sanar d’Italia mesta,
Tu rialzar dovevi il Campidoglio,
Tu di Cammillo erede, il brando e il senno
Vendesti ai figli che scendean di Brenno.

Fioria d’ogni virtù, d’ogni divina
Arte di pace questo suol fioria,
E il tuo brando recò fatal ruina,
E libertà peggior di tirannia.
Oh bugiardi Licurghi! oh Cisalpina,
Oh congrega di ladri, oh peste ria!
Fu per l’italo suol, fu crudo inganno
Se Marengo vincesti e l’ Alemanno.

Com’ aquila fra i nembi, o come lampo
Terribil passa, egli passò l’invitto;
E copre mesto, solitario campo
Il terror dell’ Italia e dell’ Egitto.
Io, benché tutto alla memoria avvampo
Di tanto Eroe, di sì fatal conflitto,
Io fremo, e dico: se vittoria il guida,
La comprò col delitto il parricida !

Oh perdona all’ ingrato! oh alfin riposa
Dopo tanto dolor, tanto contrasto,
E a più bei studi intenta, o Generosa,
Spregia l’armi crudeli e spregia il fasto:
Teco, Madre d’Eroi, teco avrò posa
Io che a soffrir la vita, ohimè ! non basto.
Ritornerò più grande; il cener mio
Qui dormirà compianto: Italia, addio.

Deh posa, posa: troppo dolce e santo
È d’una pace desiata il raggio;
Ma pace bella d’ogni nobil vanto,
Non ozio d’infingarde alme retaggio.
Divina Italia! con che amaro pianto
Vado altrove a cercar lodi al coraggio;
Pur Grecia sogno, e mi vi chiama un Dio…
Addio, Patria mia vera, Italia addio.

***

All’Angelo mio

Oh di te nulla è più soave, oh nulla

Di te più ride nella mente mia!

Tu mi baciasti nella rosea culla,

Mi bacerai nell’ ultima agonia:

Tu spiravi alla tenera fanciulla

Pensier celesti, amabile armonia:

Tu meco in ogni tempo; ma nell’ ore

Più solitarie più ti sente il core.

 

Quaggiù non ti vedrò: quell’immortale

Beltà sol degna è d’ ammirarsi in cielo;

Ma il soffio leggerissimo dell’ ale

M’ agita, mentre io parlo, il crine e il velo.

Amar dunque tu puoi cosa mortale,

Tu puoi vegliarmi con fraterno zelo?

O mio fedel Cherubo, o mio verace

Consolator nei rischi e nella pace.

 

Quando è il pensier più mesto e in sè raccolto,

Al mio pianto risponde un suon di pianto;

Sento una man che m’ accarezza il volto,

Sento una voce che m’ invita al canto:

È la tua man, la tua voce che ascolto,

Sei tu che piangi all’ infelice accanto ;

Più degli eterei balli, o giovinetto,

Ami i nostri colloquj, il nostro affetto.

 

E tu invisibil nella valle amara

Mi seguirai, misterioso amico:

Oh mi rendi, se il puoi, la vita cara,

La vita che paventa il cor pudico.

O almen di rose infiorami la bara,

Fa che in terra non lasci alcun nemico,

Dammi il bacio di morte: il volto mesto

Io sul tuo collo piego, e in Ciel mi desto.

***

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