Alcune poesie di Ibn Hamdis

 

Ibn-Hamdis

Abd al-Jabbār ibn Muhammad ibn Hamdīs ( Noto, SR 1056- Maiorca 1133) è uno dei massimi esponenti della poesia arabo-sicula medievale. Di nobile famiglia, fu costretto all’esilio dopo la conquista normanna della Sicilia; lasciata l’isola verso il 1078, fu ospitato presso varie corti, destino che lo accomunò a tanti altri poeti suoi compatrioti (come Al-Ballanūbī). Hamdis fu dapprima a Siviglia, poi in Marocco, Algeria e Tunisia. Morì probabilmente a Maiorca, lontano dalla patria che aveva sognato e rimpianto per tutta la vita. Di lui ci rimane un canzoniere ( diwan) di circa 6.000 versi, la maggior parte dei quali dedicati alla bellezza femminile e all’amata Sicilia.

Donatella Pezzino

***

Ricordo la Sicilia

Ricordo la Sicilia, e il dolore ne suscita nell’anima il ricordo.

Un luogo di giovanili follie ora deserto, animato un dì

dal fiore di nobili ingegni.

Sono stato cacciato da un paradiso, come posso io darne notizia ?

Se non fosse l’amarezza delle lacrime, le crederei

i fiumi di quel paradiso.

Oh custodisca Iddio una casa in Noto, e fluiscano su di lei

le rigonfie nuvole !

Ogni ora io me le raffiguro nel pensiero, e verso per lei

gocce di scorrenti lacrime.

Con nostalgia filiale anelo alla patria, verso cui mi attirano

le dimore delle belle sue donne.

E chi ha lasciato il cuore a vestigio di una dimora, a quella

brama col cuore fare ritorno.

La terra ove germoglia la pianta dell’onore, ove dei cavalieri

caricano guerra contro la morte.

Viva quella terra popolata e colta , vivano su di lei

le tracce e le rovine!

Viva il profumo che ne spira, e che i mattini e le sere

 fan giungere sino a noi!

Vivano fra essi i viventi,e vivano anche le membra loro

composte nel sepolcro!

Io anelo alla mia terra, nella cui polvere si sono consumate

Le membra e le ossa dei miei,

come anela fra le tenebra al suo paese, smarrito nel deserto,

un vecchio cammello sfinito.

Vuote mi sono rimaste le mani del primo fiore di giovinezza,

ma piena ho la bocca del ricordo di lei.

(Traduzione testo: F. Gabrieli)

***

Sembrano perfezioni

Sembrano perfezioni, ma risplendono
soltanto agli occhi tuoi: valgono niente;

quanti nemici stanno in un amico
e in quanta quiete si nasconde il ladro!

Quanti cavalli di armoniose forme
non arrivano, deboli, alla meta!

Quanti cammelli, in viaggio, nella notte,
li trattiene il difficile cammino!

Così l’affanno trascina l’amante
dove l’ascesi e l’angoscia si legano:

sventura all’uomo afflitto da ignoranza,
che gli lodano il corpo e non l’ingegno!

È quasi un’ala, a volare, il denaro:
ma già è stroncata, e non rimane un bene:

quanti uomini degni in vile veste!
Si lucida una spada, e non la gemma.

(traduzione di F.M. Corrao e E. Sanguineti)

***

Sicilia mia

Sicilia mia. Disperato dolore
si rinnova per te nella memoria
Giovinezza. Rivedo le felici follie perdute
e gli amici splendidi

Oh paradiso da cui fui cacciato!
Che vale ricordare il tuo fulgore?
Mie lacrime. Se troppo non sapeste di amaro formereste ora i suoi fiumi
Risi d’amore a vent’anni sventato a sessanta ne grido sotto il peso
Ma tu non aggravare le mie colpe
se l’Iddio tuo già concesse il perdono
In alto la penombra si dirada
agitata dai veli della luce
ma questa luce è un modo del distruggersi
manda luce chi perde la sua vita.

***

Il vino

Vino di colore e odor di rosa, mescolato all’acqua

ti mostra stelle fra raggi di sole. 

 

Con esso cacciai le cure dell’animo

con una bevuta il cui ardore serpeggia sottile 

quasi inavvertibile. 

 

L’argentea mia mano, stringendo il bicchiere, 

ne ritrae le cinque dita dorate.

***

Le belle

Ci affascinano le belle che muovono gli occhi 

di gazzella in visi rotondi come lune. 

 

Dalle chiome fluenti, dall’incedere aggraziato, 

dai glutei pieni, dalla vita sottile. 

 

La fresca giovinezza 

profuma la loro bocca dalle labbra di corallo,

dai denti di perla, 

 

come quando lo zefiro, impregnato di abir

scorre sulla rosa e sulla camomilla.

***

Quando i corpi s’incontrarono

Quando i corpi s’incontrarono, senza alcun
sospetto, e già le anime si eran consunte di passione,
cogliemmo – senza che ci fosse imputato a
colpa – i frutti di un piacere che si colgono
quando si piantano.
Quando poi svanirono le stelle, levando una
bandiera sulla quale s’appressava la luce e
dalla quale svanivano le tenebre,
sospirai sbigottito, ma solo sospirai
per lo spuntar dell’aurora.
O aurora non venire, tu mi fai desolato; o
notte, non andar via, tu mi dai gioia!

***

Immagine da http://poesiesicule.blogspot.it

Fonti:

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