Poesie di Jolanda Insana

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Jolanda Insana è nata a Messina il 18 maggio del 1937. Laureatasi nella sua città d’origine con una tesi sulla letteratura greca, venne scoperta da Giovanni Raboni nel 1977, quando pubblicò la silloge “Sciarra amara” nella collana da lui diretta “Quaderno collettivo della Fenice”. Della sua poesia, Giuseppe Lo Castro ha scritto: “Al fondo la poesia di Insana mette in scena sentimenti viscerali di rabbia, di protesta,di invettiva prima che denuncia. La poesia non può essere in questo senso olimpica conciliazione col mondo, non elegge parole avvolgenti, ma forza le parole per costringerle a esprimere l’urgenza del dire.” Potente e lacerante, la parola di Jolanda si fa urlo per dar voce ad una ferita profonda che non può guarire perché radicata nell’atto stesso dell’esistere.

Alla sua attività poetica, la Insana ha sempre affiancato un intenso lavoro di traduttrice: ha tradotto autori classici come Saffo, Euripide, Callimaco, Ipponatte, Anacreonte, Lucrezio e Marziale, oltre al medievista Andrea Cappellano. A lei si devono le trasposizioni in versi di alcune opere di Ahmad Shawqi e Aleksandr Tvardovskij.

Fra le numerose raccolte poetiche di Jolanda Insana spiccano Sciarra amara (1977), Fendenti fonici (1982), La clausura (1987), Medicina carnale (1994), La stortura (2002) vincitrice del premio Viareggio per la poesia, Frammenti di un oratorio per il centenario del terremoto di Messina (2009) e Turbativa d’incanto (2012). E’ morta a Roma il 27 ottobre 2016.

Donatella Pezzino

 

Da “Sciarra amara”

Pupara sono

e faccio teatrino con due soli pupi

lei e lei

lei si chiama vita

lei si chiama morte

la prima lei per così dire ha i coglioni

la seconda è una fessicella

e quando avviene che compenetrazione succede

la vita muore addirittura di piacere

***

Da “L’erba in bocca”

faccio finta che è così
per lasciarmi isnervata prendere a tradimento
nel mare più salato e dolce dove voluta e mai posseduta
entro ma m’impiglio troppo a riva e dunque rientro
nelle valve conchiavate e più non mi sconchiglio

***

La parabola del cuore

vedo nel vuoto dove piove chiara salute e mi svuoto del superfluo
di presenze specchiandomi nella palla di cristallo
il tumulto è grande e non mi lasciano uscire
ma per chi parte reggono i muri e si fanno più arditi
ardendo in spazi più spazi
nel vuoto più vuoto dei trenta metri quadrati
serrati dalle grate

rinchiavardo l’unica porta e così è impossibile rientrare
a scaldare i lunghissimi piedi dalle belle dita irregolari
dentro il camino
e vedere quanto resiste e dura la camera di combustione
rinfocolata con l’arte che sai
e mi dispiace per te

sono qui e dici no all’abbraccio ammagatore
perché non vuoi che si veda quanto poco si ragguaglia la misura
ma io posso testimoniare che non fu illusione e la vista
durò aguzza per due notti
poi la visione per più di un mese e ora nell’addiaccio
l’estasi perde in levatura e stramazza in stasi

si prega di non abbandonare rifiuti
si legge sul sentiero che dalla spiaggia porta alla tua quarta casa
covo di cazzarne e straglio
bastardo e randa

l’empito per entrambi è rimesso in discussione
e la prima volta è sempre l’ultima
ma se esce pari vinco
e se esce dispari perdi

non riesco a riacciuffare il tuttocorpo effuso
dalla clausura della parlata monca e nel rintocco
del sangue il lutto è defraudato
ma quando dico di queste cose è di un’altra che parlo
di un’altra che finge di non parlare

so che per la consuetudine che hai di scozzare contro scogli
meno di un sughero pesi l’asino del sogno
al riparo di naufragi e dunque aspetto che la vela
approdi a riva perché calato il vento me ne torni alla mia stiva
fermamente risoluta a non tirare corde

offesa non ho che contemplarmi nella prima fenditura
riascoltando l’eco dell’ultima domanda
– io ti ho dato questa clausura e tu cosa puoi darmi tu? (…)

( da “La Clausura”)

***

Medicina Carnale

decisa a partire senza libro
medicina carnale
della mente e del corpo bellissima mai
mai a nessuno donata
la prenotazione era cancellata e ricciuto
capitano occhiverdi imbarcava acqua insana
mentre Citera mandava lampi

non era il caso
di nuotare nel tormentamento per devoti

non siamo osservanti in nulla stando sulla porta
della moschea nella città murata
e qui c’è l’agrume desto in frutti e zagara
nato in terreno grasso da caldo vento ventilato

in che senso la doppia immagine fotografata
nello specchio sopra la fontanella per i piedi?

l’acqua ha profumo di limone e ne usiamo la bellezza
pure sapendo che le promesse finiscono in pioggia

e ci fermiamo sotto linde finestre
davanti a portoncini ad ante cordate
e non fu necessario riprendere i fili
avendo capito che perisce ogni cosa creata
pure davanti alla trireme cicladica
incisa sulla roccia di Lindos

l’assenza è devotamente donata in bocca al lupo

e scendemmo al porticciolo di san Paolo
chiostrato dalla muraglia marina
e si fece da sé e da sé si diede nuovo nome
la schiena contornata d’azzurro
e vidi che bisognava pensare dentro e in proprio
impugnando la torcia

Bello avere un mantello di cielo
andando con i piedi a terra

mai viste olive concave con l’osso piegato
e la pelle piagata
cremìdi è la parola dell’estate
la cipolla e l’insalata
e ripresi il flauto e la spada e rimasi esitante
di fronte al pane appaiato sulla tovaglia

passando poi per la via dei cavalieri
odòs ippodòn
tornai all’agorà di tutti i giorni

così per la prima volta fotografai mulini a vento

***

Non c’è tempo

troppo cauta cerco il varco nella strettoia del momento
e sembra che tutto avvenga lentamente perchè di scatto
mi levo
e metto mano al fuoco volendo risentire la storia
delle due pietre e della scintilla che apre la pupilla
al seduttore di fantasmi canforati e lo rianima
e lo seduce alla vita

a calda forza precipita la ripida assenza
e poichè mi costringo a riceverla come dono
ho deciso di mettermi a tavola prima del suo ritorno
e scontando al meglio la mia parte
racconto dell’inferno come un angelo per riconquistarmi
la quotidiana porzioni di sete

l’anima corporale si fa azzurra
per andare incontro a un’altra azzurra
assaporando l’aria dove l’ombra è scancellata
e il desiderio ricucito per tentazione solare
così con le molte dissimiglianze visibili fanno modo
alla stretta rassomiglianza e l’eroe che incalzò
e mise alle strette il nemico
incespica sulle pietre del ritorno
incalzato dal fantasma che aveva disossato

esce dal banchetto di tutti i sensi con la mente limpida
e non può maledire o non può più
perchè ha veduto che di passione si muore o si rinasce

Ho le radici proprio qui beate nell’abisso di passione
e sono disgiunte e separate
e il pesco non saprà mai il sapore della pesca
né io posso chiamare beata l’anima che non sa il nome
atterrita da troppo fuoco
ed è acerbamente risaputo che è festa di spegnimento
senza botto
per i luoghi disastrati della terra

non rompe le nevi non sprezza le piogge né il vento
e s’avventa occhi e cuore in fiamma sul corpo
robusto disprezzatore di maneggi
e non arresta il corso
seguace di falsa apparenza sperde quello che ha
e fluisce lasciando traccia di fiato
male avvaertito a procacciare né mai a godere

dianzi non ero così sbiancata e parlavo e ho mancato
quando che la zagaglia mi ha mancato
molti luoghi attraversando e in nessuno restando
e però il massimo dei lussi me lo sono goduto
disponendo tutto il mio tempo nello sforzo massimo
di stare dentro il tempo

di questa lotteria non ho manco un biglietto
e giocata dalla tentazione arriverò in tempo per l’estrazione
godimento di tutti i piaceri senza confusione
abbrancare l’inabbrancabile
e corro e predo fino alla fattoria del profeta

***

Vanno vengono

Vanno vengono vengono vanno

avanzano indietreggiano

vengono vanno vanno vengono

sommuovono il suolo

e sotto i piedi è cupo il rimbombo –

*

Respinti e pressati

sulle strade del buio mattino

scappano s’infrattano

nelle caverne di città e villaggi –

*

Vengono dai tropici e dall’equatore

da deserti savane e foreste

alture e pianure

in cerca di pastura –

vengono da guerre genocidi e carestie

da terremoti tirannie e maremoti

e in fuga vanno per terre straniere –

***

Da “Frammenti di un oratorio per il centenario del terremoto di Messina”

accurrìti accurrìti gente
me figghia me figghia
portate una scala
me figghia
’na scala ’na scala
pigghiate me figghia
accurrìti accurrìti
u focu u focu
sa mancia
viva
a fini du munnu
a fini da so vita
viniti curriti
’na scala
tièniti tièniti
figlia

*

scanto
scanto grande
e mascelle serrate
narici aperte per assecondare il respiro
strette le chiappe per darsi un contegno
molli le gambe nel sobbollimento
di terra e mare
e gli occhi aggrottati
nel boato
finita
è finita la vita
ma riprende a fiatare
disserra la bocca
si tocca la testa
con due dita si carezza le guance e trema
non sa cosa c’è dietro la porta
di lì è passata la morte

*

impazzirono
e avevano sete
e non avevano acqua
e nudi correvano
alle finestre senza vetri
al balcone franato
con gli occhi insanguinati
in pianto

***

Immagine da https://www.unina.it/

Fonti:

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