Maria Messina

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La narratrice verista Maria Messina nacque a Palermo (secondo altre fonti ad Alimena) il 14 marzo 1887.

Figlia di un ispettore scolastico e di una nobildonna appartenente all’antica casata baronale dei Traina, Maria visse fin dall’infanzia in una condizione di isolamento a causa della rigida mentalità dei genitori e delle ristrettezze economiche: la sua, infatti, era una famiglia della buona borghesia “distrutta da un cattivo vento di sfortuna” che l’aveva economicamente impoverita. Così come la dignità e le convenienze richiedevano, questi problemi dovevano essere rigorosamente celati: per questo, i genitori costrinsero Maria a condurre una vita molto appartata, priva di amicizie e di altri contatti sociali.

A questa vita malinconica e solitaria si aggiunse per la giovane Maria il disagio dei continui trasferimenti: il lavoro del padre, infatti, costringeva periodicamente l’intera famiglia a spostarsi. Dopo aver soggiornato per anni in città sempre diverse del Centro e del Sud Italia, nel 1911 Maria si stabilì finalmente con i suoi a Napoli.

Come molte ragazze dei suoi tempi, Maria non frequentò la scuola ma ricevette un’istruzione privata sotto la guida della madre e del fratello. Quest’ultimo, resosi conto della sua vocazione letteraria, la incoraggiò a leggere e a dedicarsi alla scrittura. La presenza del fratello fu per la giovane Maria un conforto e un appoggio, soprattutto considerando il suo rapporto problematico con i genitori: la futura scrittrice, infatti, crebbe in un clima di incomprensione e di chiusura che ebbe profonde ripercussioni sulla sua delicata sensibilità, segnando in modo significativo la sua produzione letteraria.

Poco più che ventenne, la Messina cominciò a pubblicare i suoi scritti: è del 1909 la sua prima raccolta di novelle intitolata “Pettini fini e altre novelle”, edita dalla casa editrice palermitana Remo Sandron; seguirono “Piccoli gorghi” (1911), “Le briciole del destino” (1918), “Il guinzaglio”, “Personcine” e “Ragazze siciliane” (1921). Dal 1920, alle novelle si affiancarono i romanzi “Alla deriva”, “Primavera senza sole”, “La casa nel vicolo”, “Un fiore che non fiorì”, “Le pause della vita” e “L’amore negato”. La sua produzione annoverò anche fiabe e racconti per l’infanzia.

Così la descrive la nipote Annie Messina, anche lei scrittrice:

“una giovane donna minuta con un visino pallido dai grandi occhi luminosi, incorniciato da una massa di fini capelli castani. La sua fragilità celava una forza d’animo non comune, la forza che le ci era voluta per denunciare, lei signorina di buona famiglia che avrebbe dovuto ignorare certe vergogne, quello che si celava dietro la facciata di case rispettabili, in cui la donna era tenuta in uno stato di soggezione prossimo alla schiavitù”.

Definita la “Mansfield siciliana”, Maria Messina tratteggiò nelle sue opere le ipocrisie e le convenienze del suo contesto sociale e la condizione di isolamento tipica di tante donne della sua epoca. Altri temi da lei trattati furono le relazioni fra uomo e donna e l’oppressione psicologica a cui era spesso sottoposto l’universo femminile. In tal senso le è valsa da più parti l’etichetta di femminista ante litteram, ma non sono mancati i critici che hanno scorto nella sua scrittura più un atteggiamento di quieta rassegnazione che non una vera e propria denuncia.

Timida, dolce e introversa, Maria Messina condusse fino alla morte un’esistenza solitaria: suo unico contatto al di fuori della cerchia familiare fu l’amico Giovanni Verga, con cui ella intrattenne una lunga corrispondenza.

Negli ultimi anni visse a Mistretta, in provincia di Messina, dove sono ambientati molti dei suoi racconti. Morì a Pistoia nel 1944 a causa della sclerosi multipla, malattia di cui soffriva da molti anni.

Fra i contemporanei, la fortuna di Maria Messina fu piuttosto modesta; dopo la morte fu rapidamente dimenticata. Finalmente, negli anni Novanta, la sua riscoperta da parte di Leonardo Sciascia ha spinto importanti case editrici (come la Sellerio) a ripubblicare i suoi scritti.

Oggi è possibile leggere Maria Messina anche sul web: Liber Liber, ad esempio, offre l’opportunità di scaricare gratuitamente alcune delle sue opere alla pagina: http://www.liberliber.it/online/autori/autori-m/maria-messina/

Eccone qualche stralcio:

da “La casa nel vicolo”:

Nicolina cuciva sul balcone, affrettandosi a dar gli ultimi punti nella smorta luce del crepuscolo. La vista che offriva l’alto balcone era chiusa, quasi soffocata, fra il vicoletto, che a quell’ora pareva fondo e cupo come un pozzo vuoto, e la gran distesa di tetti rossicci e borraccini su cui gravava un cielo basso e scolorato. Nicolina cuciva in fretta, senza alzare gli occhi: sentiva, come se la respirasse con l’aria, la monotonia del limitato paesaggio. Senza volerlo, indugiava a pensare alla casa di Sant’Agata; rivedeva il balconcino di ferro arrugginito, spalancato sui campi, davanti al cielo libero che pareva mescolare le sue nubi col mare, lontano lontano.
Era quella, per Nicolina, l’ora più riposata, benché la più malinconica, della giornata. Tutte le faccende erano sbrigate. Nella casa, come nell’aria, come dentro l’anima, si faceva una sosta, un accorato silenzio. Allora pareva che i pensieri, i rimpianti, le speranze, si facessero innanzi circonfusi della stessa luce incerta che rischiarava il cielo. E nessuno interrompeva i vaghi, incompiuti soliloqui.

da “Ragazze siciliane”:

— Festa grande, donna Bobò?
— Come Dio vuole, donna Mara.
— Son tutti arrivati, i parenti dello sposo?
— Sono arrivati tutti, da Palermo, carichi di regali. Il padre, la madre, la sorella…
— Figuriamo donn’Angela!…
Donna Bobò ammutolì, come se donn’Angela in persona si fosse mostrata per chiamarla. Si meravigliava un poco che la cognata non avesse già interrotto, come sempre, la conversazione con la vicina. Rientrò e chiuse la finestra adagio adagio per non fare rumore. Nel voltarsi, la luce d’argento dello specchio grande la investì tutta. Allora si guardò, timidamente. Ebbe una specie di pietà di se stessa, come se non si fosse mai guardata prima, e pensò, senza amarezza, che la cognata non aveva proprio alcun motivo di sorvegliarla, oramai. Si vide le spalle ad arco, la faccia piena di grinze come una piccola mela dimenticata, il petto più liscio d’una tavola, un po’ incavato.
Si scostò dallo specchio, quasi in fretta, e ripigliò a spolverare i mobili del salotto, passando il cencio fra i complicati fogliami delle spalliere, con regolata meticolosità, macchinalmente. Le piccole mani scure si affrettavano, ma il pensiero camminava per proprio conto.

Donatella Pezzino

Nella foto: Maria Messina ( da http://www.150anni.it )

Fonti:

 

 

 

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