“Teatro” di Giuseppe Villaroel

 

La veste di tulle rosa avvolge come una nuvola
estiva il tuo corpo di giunco. E il batuffolo biondo della chioma
ha una raggiante letizia di sole autunnale e un aroma
di ginepri fioriti all’alba sotto il cielo puro di viola.

Gli occhi ti brillano all’ombra delle lunghe ciglia oscure
e la mano bianca s’abbandona sul velluto rosso del palco.
Fiammeggiano i lumi. E con morbida profondità di ricalco
si staglia nello sfondo la sagoma delle tue linee pure.

Oh, semplicemente guardarti così come gli ebri che sognano,
occultamente amarti con l’anima che non spera
e tornare soli a casa per vie deserte ogni sera
con la luce dei tuoi occhi dentro le vene che bruciano!

E poi ne la stanza aperta, in una tristezza estrema,
vinti dal grande silenzio dei neri spazii profondi
che vibrano dell’infinito addio luminoso dei mondi,
cascare pallidi e stanchi sul letto, col cuore che trema.

E morire di desiderio così lentamente avvolti
in un torpore dolcissimo di sogni vago e lontano
e credere di sentire nella mano la carezza della tua mano
e sull’arida bocca il profumo dei tuoi capelli disciolti.

*

Giuseppe Villaroel (Catania, 26 ottobre 1889 – Roma, 10 luglio 1965) – poesia tratta dalla raccolta “La tavolozza e l’oboe”, ed. Taddei, Ferrara, 1918.

Immagine: un quadro di Francesco Longo Mancini (Catania,1880 – Roma,1954) dal sito http://www.antoniorandazzo.it/galleriaromasiracusa/www.galleriaroma.it

Donatella Pezzino

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