Dieci poesie di Lina Cattermole (Contessa Lara)

Di notte

Luna, un tuo raggio bianco
Ricama, argenteo filo, il mio giaciglio,
Dove inquieto volgesi
Di dolore in dolore il corpo stanco
E cerca sogni il ciglio.

Un buio folto e nero
Ingombra il resto de la stanza: ed io
Qui medito e fantastico
Su questo fil di luce e quel mistero;
Luna, è il costume mio.

D’ogni cosa le forme
La notte avvolge, in terra, in ciel, ne’l core;
E se un raggio ne illumina
Non bacia che le coltri ove si dorme,
Dove s’ama e si muore.

*

Impressione

Nella sala da pranzo ampia e fiorita
D’antichi arazzi, il sol s’indugia un poco
In una lista d’oro scolorita,
Mentre scoppietta nel camin il fuoco.
E’ un tramonto d’inverno. Ecco la vita.
Ecco quale vorrei che a poco a poco
Mi fuggisse dagli occhi, scolorita;
Mentre in una quiete ampia e fiorita
Gli ultimi sprazzi ancòr mandasse il fuoco.

*

Desiderio

O povere mie carte, e resterete
Con secchi fiori e ciocche di capelli,
Rinchiuse entro uno stipo, in fra segrete
Ricordanze de’ miei giorni più belli!

Non è per voi di gloria avida sete
Il duol che fa che in pianto io vi favelli,
Io che sol chiedo a l’arte intime e liete
Larve onde il ver per poco si cancelli.

Ma egli è il desio d’una manaccia bianca
Che vi scompigli un dì, ne la parola
Cercando questa offesa anima stanca:

La man che chiude gli occhi e che consola
Quando la vita ne la madre manca.
Voi, carte, ingiallirete, io morrò sola.

*

Alba

Apro i vetri e respiro. Appar l’aurora
Tremolando de’ monti in su la cresta;
Cupo è il verde de i boschi, e non ancora
De’l sole a’l bacio la natura è desta.

Fu lunga e tetra la mia notte, ed ora
Che l’alba sorge vaporosa e mesta,
Co’l tedio che in me vive e mi divora,
Chiedo qual nuova lotta il dì m’appresta.

Ahi, non gioie d’amor né sogni d’arte
Che m’assentano l’estasi o l’oblio,
Che m’infiammino il sangue od il pensiero!

Ma quando il sol da i nostri occhi si parte,
Verrò pace chiamando, angelo mio,
Là dove dormi tu ne’l cimitero.

*

Sgomberatura

Tutto è sossopra. Ritta in su la porta,
A mano a man che un mobile si cava,
Se qualche intima storia in sé celava
Io la ritesso, ne’ miei sogni assorta.

Un ricordo d’amor là si trasporta,
Qui è la poltrona de la mia dolce ava;
E addio, casetta quieta ov’ei m’amava,
Addio, povera stanza ov’ella è morta!

Poco vale per me che il nuovo tetto
Dove a posarmi andrò, rondine stanca,
Sia profumato, elegante, gentile.

Piangerò sempre, ovunque avrò ricetto,
Que’ neri occhioni, quella testa bianca,
E il mio nido di questo ultimo aprile.

*

In strada ferrata

Spinto da un invisibile titano
Il treno fugge. In vorticosa danza
Gli sfilano da i lati, in mezzo a’l grano,
Alberi di fantastica sembianza,

Merlate mura in aspro asil montano,
Ville, nidi d’amori e d’eleganza,
E a tratto a tratto per l’immenso piano
Ruderi d’acquedotti in lontananza.

Fugge; e tanta con sé gente trascina
Estranea, varia, arsa da febbri ignote.
Io guardo con invidia una cascina

Bianca, tra un folto pergolato, bassa:
Co’ polli e i bimbi che neppur riscote
Quella chimera che sbuffando passa.

*

Mattino

Già sento ne le case dirimpetto
I bimbi prepararsi per le scuole,
Poi l’ortolano: cavoli e viole
Rauco bociar co’l solito carretto.

Qui dentro, fra le tende di merletto,
Fa capolino, ancor bianchiccio, il sole,
E l’ombra annienta ov’eran sogni e fole
Con la sua luce cruda. Io sono in letto,

Stesa e immota così, che da la porta
Se alcun guardasse ne la stanza mia,
Mi crederebbe irrigidita e morta.

Ahi, morta, no. Ma mentre ascolto intorno
Questa usual monotona armonia,
Tardo alcun poco ad affrontare il giorno.

*

Vendita

Ieri a quell’Asta pubblica, fra tante
Cose belle che m’hanno innamorata,
Specchi, merletti, arazzi, uccelli e piante,
Ho scelto una poltrona ricamata.

Apparteneva a una donna elegante,
Che la trapunse con la man di fata:
Angelo malinconico e baccante
Che a vent’anni a la fossa hanno portata.

Ora il mobile è qui, strano contrasto!
Fra le pareti ov’io sogno e lavoro,
Avanzo d’un disperso ibrido fasto;

Qui che mi parla in delicato senso
Di quella morta da i capelli d’oro,
Cui sola, forse, con tristezza io penso.

*

La parola della nonna

Dolce e lento è il suo dire. Ella s’illude
Di riveder mia madre in altra sfera,
E come l’angel che la via ne schiude
La morte attende, e ne la morte spera.

Un culto suo che il fanatismo esclude,
Intatto serba in questa tarda sera;
E affronta ancor le sue lotte più crude
Con un segno di croce e una preghiera.

Me il dubbio accerchia; ma la guardo, e parmi
Sentir da lungi un organo di chiesa
Poetiche leggende a susurrarmi.

Tanto che de i filosofi la scuola
De’l freddo vero a la conquista intesa,
Tutta darei per una sua parola.

*

Gioielli

Se talvolta, pensosa, ad uno ad uno
Tolgo da’l vecchio scrigno i miei gioielli,
Vedo che sono troppo ricchi e belli
Né si addicono a questo abito bruno.

E ricordando il tempo in che ciascuno
Mi brillava su’l petto o fra i capelli,
Sogno una bimba che mi rinnovelli:
E tutti in questo i desidèri aduno.

Sogno una dolce bionda a cui le storie
Dir de’ vent’anni ed il femmineo vanto
D’illeggiadrirsi e riportar vittorie.

Sogno! Ma invece, a’l Monte od a l’Incanto
Saran vendute, povere memorie,
Per comprarmi due zolle in camposanto.

*

Eva Giovanna Antonietta Cattermole, conosciuta come Evelina o Lina Cattermole e ancor più con lo pseudonimo di Contessa Lara, nacque a Firenze il 26 ottobre del 1849. Il padre Guglielmo, professore d’inglese, era scozzese; la madre Elisa Sandusch, affermata pianista, era russa. Il singolare connubio di due temperamenti tanto diversi e il clima culturale che si respirava in casa Cattermole (oltre alla madre, diversi componenti della famiglia furono musicisti e compositori) diedero al carattere di Evelina una sensibilità singolare che, unita ad un’indole spontanea e passionale, la portò spesso ad agire in modo incauto e nel totale sprezzo delle convenzioni sociali.

D’altra parte, per gli stessi motivi, l’ambiente domestico era anche molto ricco di stimoli culturali: ciò fece emergere nella giovanissima Evelina doti di apprendimento non comuni ed ella, fin da bambina, fu molto precoce nell’imparare diverse discipline, dalla musica alle lingue straniere. Studiò a Parigi, all’Istituto Sacre Coeur. Ebbe una maestra di italiano illustre: Marianna Giarrè Billi, nota poetessa fiorentina amica di Pietro Giannone, Aleardo Aleardi, Niccolò Tommaseo e Giosuè Carducci.

L’esordio da poetessa – come raccontò la stessa autrice – avvenne con alcuni versi scritti per accompagnare un mazzo di fiori per la madre. Seguì, nel 1867, una prima raccolta intitolata Canti e ghirlande, pubblicata con l’editore Cellini di Firenze: nelle poesie, tutte occasionali e di maniera, i toni ingenui dovuti all’immaturità artistica si associavano ad una pedissequa dipendenza dai moduli espressivi del Prati e dell’Aleardi. L’opera, a parte alcune stroncature, passò quindi quasi inosservata.

Bella, colta e raffinata, la poetessa cominciò a condurre vita mondana e salottiera, frequentando i circoli letterari più in vista di Firenze. Proprio in uno di questi salotti, tenuto dalla nobildonna Laura Mancini Oliva, Evelina conobbe il giovane tenente dei bersaglieri Francesco Eugenio Mancini, che sposò nel 1871. Dopo un breve periodo trascorso a Roma e a Napoli, la coppia si trasferì a Milano. Qui, le frequentazioni culturali di Evelina si intensificarono: assidua presenza nel salotto dei Maffei, seguiva anche i circoli della Scapigliatura, intrattenendo rapporti di stima e di amicizia con vari letterati del calibro di Arrigo Boito ed Emilio Praga; teneva anche un salotto tutto suo. La sua bellezza attirava ammiratori e corteggiatori; l’unico che le dedicava scarsa attenzione era proprio il marito, più interessato alle donne di teatro e al gioco d’azzardo.

Dall’infelicità coniugale all’infedeltà il passo fu breve: Lina si legò ad un giovane veneziano, Giuseppe Bennati Baylon, del quale divenne l’amante. Scoperto l’ adulterio, Mancini, come voleva il costume dell’epoca, sfidò Baylon a duello, e lo uccise (1875). Chiese poi la separazione e cacciò la moglie di casa. Evelina, travolta dallo scandalo, dovette abbandonare Milano; perfino la sua famiglia d’origine, non perdonandole il suo errore, le chiuse la porta in faccia. Tuttavia, non sapendo dove andare, l’autrice tornò ugualmente a Firenze, dove visse per qualche tempo in ristrettezze economiche, abitando prima in camera ammobiliata e poi in casa di sua nonna.

Molto provata, visse per alcuni mesi completamente isolata; poi, piano piano, tornò in società, incoraggiata anche da un miglioramento delle sue relazioni familiari. Conobbe Mario Rapisardi, con il quale intrattenne una relazione molto chiacchierata. Che i due fossero amanti è sostenuto da diverse voci vicine al poeta; sembrerebbe inoltre confermato da questa lettera che lui le inviò nell’ottobre del 1876:

Carolina cambia cambia….

L’ho sentita or ora, proprio al momento che finisco di leggere la vostra lettera. E’ strano! Mi pare impossibile che voi non siate qui. C’è tanto di, voi in questo benedetto paese! A ogni svolto di cantonata dico fra me: ora incontrerò la mia Linuccia! Ci son tante che vestono come voi. Ma che! nessuna, nessuna vi somiglia. E questo mi piace. Se ci fosse una donna che osasse somigliarvi anche poco, anche da lontano, io vi vorrei meno bene.
Stamane verso le sei, Milano era tutta avvolta nella nebbia. Il Duomo era meraviglioso; le sue fantastiche guglie si confondevano col cielo. Quante volte l’avrete vedute così e vi sarà parso di volare, di volare, malinconica Peri, sostenuta dalle ale di un angelo o dell’amore, e d’immergervi nella infinita voluttà della luce, e sparire in un raggio di sole! Io vi ho dinanzi a questo eterno conquistatore dell’anima che si chiama l’Amore. Ho inclinato la fronte dinanzi a lui, e ho ripetuto piangendo il suo nome.

Ma in un’altra lettera, datata 1885, il vate catanese mette così fine alla relazione:

Oh dignitosa coscienza e netta! Se mi avessi scritto “Imbastisco il mio millesimo amore e sono a’ comandi del tal dei tali” ti disprezzerei meno. Addio.

La fine della storia col Rapisardi coincise con l’arrivo del successo: Evelina attirò l’attenzione del mondo letterario del tempo, sia per la fama della sua bellezza che per l’interesse suscitato dalla sua scrittura. Tra il 1884 e il 1895 collaborò con diverse riviste, fra cui il Fanfulla della Domenica, Il Fieramosca, il Corriere del Mattino, il Fracassa, l’Illustrazione italiana dei Fratelli Treves; compose e pubblicò un gran numero di opere, dalle raccolte di liriche Nuovi Versi e E ancora Versi ai vari racconti e romanzi destinati ad incontrare un grande favore di pubblico (Così èL’innamorataNovelle di NataleIl romanzo della bambolaStorie d’amore e di dolore). Alle soddisfazioni professionali, purtroppo, non fece riscontro una vita privata felice: costantemente bisognosa d’amore e desiderosa di formare una famiglia, la scrittrice sperimentò una delusione dietro l’altra. Unica eccezione, il legame con Giovanni Alfredo Cesareo, vissuto da Evelina come un matrimonio vero e proprio, ma destinato a non durare. La relazione si interruppe nel 1894 lasciando la donna stanca e svuotata.

L’anno successivo, la Cattermole si legò a Giuseppe Pierantoni, pittore povero e di scarso talento, che si rivelò ben presto l’errore più grave della sua vita: l’uomo, infatti, voleva solo sfruttarla economicamente per condurre una vita comoda senza lavorare. Accortasi delle sue intenzioni, Evelina tentò quindi di troncare la relazione ma lui, non accettando di essere lasciato, prese a perseguitarla; alla fine, le sparò all’addome. La morte fu lenta e atroce: Evelina agonizzò per molte ore, anche perché i soccorsi non furono immediati. Era il 30 novembre del 1896. L’ assassino, dopo un lungo processo, fu condannato a 11 anni e 8 mesi di reclusione. Dopo la sua morte, la figura della Contessa Lara fu ammantata dall’aura di tragedia e di scandalo che le sue vicende avevano lasciato nell’immaginario collettivo e che gli editori seppero abilmente sfruttare: ciò si ripercosse negativamente sulla fama dei suoi scritti, considerati per molto tempo come opere di serie B.

Eppure, l’atmosfera di malinconico languore che pervade i suoi versi e le sue narrazioni, resa in uno stile che ha la finezza di una cesellatura, ha in sé un’armonia semplice, calda e genuina capace di incantare anche il lettore di oggi. Elegante, ma allo stesso tempo mai ampollosa o pretenziosa, la scrittura di Contessa Lara merita assolutamente una riscoperta.

Ciò è vero soprattutto per la sua poesia, tutta intessuta di echi tardoromantici e sensibile alle nuove istanze della Scapigliatura, nonchè personalissimo scrigno di affetti familiari, di care voci perdute, di piccoli e grandi drammi quotidiani nei quali il protagonista è sempre lui: il cuore di Evelina, tormentato e affamato di dolcezza, alla ricerca continua di una pace che sembra possibile solo nell’oblio.

Donatella Pezzino

Fonti:
– Wikipedia
– Wikisource
– Contessa Lara, Versi, Sommaruga, Roma, 1883