da “Alba e Tramonto” di Riccardo Mitchell

Tu Musa alcuna non avrai che questa:

e quando il Sol dechina, e il giorno muore,

dirai che in mezzo alle sventure resta

almeno il core.

Grande tu l’ama; e per la secca fronda

una parola ancor serba, un saluto;

chè agli occhi del Cantor luce feconda

ha il fior caduto.

 

Riccardo Mitchell  (Messina, 1815 – 1888)

Letterato e patriota, di padre irlandese, fu insigne intellettuale e professore di estetica e letteratura e poi, dal 1865 al 1876, rettore dell’Università di Messina. Prese parte attiva ai moti del 1848; dopo l’Unità Italiana gli fu conferita la Medaglia Commemorativa dell’Unità d’Italia. Membro dell’Accademia Peloritana dei Pericolanti, fu una delle voci più interessanti del Romanticismo siciliano. Tra le sue opere maggiori, oltre a diverse traduzioni di Esiodo ed altri autori greci, si annoverano le sillogi poetiche “Ore poetiche” (1842) e “Canto e luce” (1872).

*

Donatella Pezzino (Fonte: Wikipedia)

La poesia è tratta dall’antologia “Poeti siciliani del secolo XIX” a cura di Francesco Guardione, Palermo-Torino, Ed. Carlo Clausen, 1892.

Immagine: Autunno, di Michele Catti  (Palermo, 1855 – 1914),olio su tela, 1905-1910, Collezione Galleria d’Arte Moderna (Palermo). Foto di BellEpoque – Opera propria, CC BY-SA 4.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=61298145

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Girolama Lorefice Grimaldi

Girolama Lorefice Grimaldi nacque a Modica (RG) il 27 settembre 1681.

Figlia del principe Enrico Grimaldi e della gentildonna Agnese Scalambro Valseca, ebbe come precettore il celebre medico, filosofo e letterato Tommaso Campailla (1668-1740), suo illustre concittadino. Campailla le si affezionò in modo particolare, colpito dalla sua propensione per le lettere e dalla sua curiosità per gli studi scientifici.  I due strinsero un affettuoso rapporto di stima e di amicizia, come testimoniano gli scambi epistolari e letterari. Lo scienziato mantenne sempre nei confronti della sua discepola e amica un ruolo di guida e di protezione.

Ancora giovane, Girolama andò sposa al barone di Camemi, Blasco Castilletti (zio di Campailla); rimasta vedova, si risposò con Giacinto Lorefice. Gli obblighi familiari non la allontanarono dalla poesia, che continuò sempre a coltivare con impegno e passione. Si affiliò a diverse accademie (De’ Geniali, Del Buon Gusto, Degli Occulti di Trapani, Dei Vaticinanti di Marsala, Degli Ardenti di Modica; dei Pastori Ereini di Palermo, con il nome di Cloe Florestilla), probabilmente introdotta dallo stesso Campailla.

In Girolama, Tommaso Campailla ritrovò il suo ideale di donna virtuosa: colta, intelligente, dai costumi morigerati e con un lodevole attaccamento alla famiglia. Era dotata anche di una notevole forza d’ animo, come dimostrò in occasione di gravi perdite familiari (come quella della madre, morta nel terremoto del 1693).  Un atteggiamento serio e discreto, quello della poetessa, che si mostra in modo evidente nell’aspetto estetico: come si nota nel ritratto pubblicato su “La Dama in Parnaso”, Girolama era bella, signorile, ricercata e al tempo stesso squisitamente sobria.

In un periodo in cui le dame ostentavano scollature, gioielli vistosi e acconciature elaborate, la Grimaldi indossava abiti ricchi ma castigati e si pettinava con un semplice chignon dietro la nuca, offrendo l’immagine di una bellezza fresca e spontanea nella quale rifulgevano soprattutto le doti interiori. Celebre, in proposito, è una sua “risposta poetica” ad un sonetto del Campailla sul rapporto fra bellezza e sapere:

Pocu mi curiria di la biddizza,

s’avissi veramenti lu sapiri;

pirchì la vera, e stimata biddizza,

è l’essir’arricchita di sapiri.

Nel 1723, Girolama pubblicò il volume “La Dama in Parnaso”, che raccoglieva alcune fra le sue migliori composizioni. Nonostante gli apprezzamenti entusiasti del Campailla e di altri arcadi, non mancarono le critiche, soprattutto negli anni successivi: nel suo Prospetto, ad esempio, Domenico Scinà scrisse che l’opera “non manca, è vero, di forza ne’ concetti, ma sempre va in traccia di bisticci, di esagerazioni, e di false arguzie.”

La silloge è composta per lo più da sonetti dedicati a familiari e amici: è quindi normale che risenta della scarsa originalità tipica dei componimenti d’occasione. Non mancano i versi di argomento sacro, storico e biblico, nonchè i testi dedicati a sé stessa.

Nella scrittura di Girolama emerge già quel movimento di reazione agli eccessi del barocco promossa dall’Accademia del Buon Gusto; lo stile attinge in larga misura al petrarchismo idillico, filtrato attraverso la fredda correttezza dell’Arcadia, secondo un canone proprio di tanta poesia del tempo. L’impronta petrarchesca è particolarmente vivida in questa poesia, intitolata Gode della solitudine:

Là, dove l’ombra fa mesta, ed oscura
selva di tronchi, e d’alberi frondosi,
drizzo le piante, e da’ ruscelli ondosi
traggo le linfe a dissetar l’arsura.

Quivi gl’ arcani occulti di natura
contemplo, ed i Fenomeni più ascosi,
e a le mie cure, a’ miei pensier nojosi
cerco di rallentar la sua tortura.

Piacemi di saper, come al suo Polo
la magnetica pietra ogn’or s’agiri,
e come tremi impaurito il suolo.

E d’ond’escono i venti, e d’onde l’Iri
rapporta i suoi color. Ma intender solo
la natura non sò de’ miei martiri.

Nonostante gli intensi contatti con accademie e letterati di ogni parte della Sicilia, la poetessa – esattamente come il suo maestro – non si allontanò mai dalla sua città d’origine, dove morì nel 1762.

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Donatella Pezzino

Fonti:

 

La Cattedrale di Sale a Realmonte

La Cattedrale di Sale si trova a Realmonte, piccola cittadina in provincia di Agrigento. La zona vanta una delle ultime miniere di salgemma ancora funzionanti: qui, nel 2000, i minatori hanno creato una delle più affascinanti attrazioni della Sicilia odierna, frutto di un felice incontro tra natura e arte.

Da questo giacimento, la cui formazione risale a 6 milioni di anni fa, si estraggono oggi grandi quantità di sali potassici destinati a vari usi; molto del sale da cucina e per uso industriale presente sul mercato proviene proprio da questa miniera. Formata da gallerie a più piani, la miniera di Realmonte si estende per circa 25 km interessando il sottosuolo di Siculiana e di Raffadali.

La chiesa realizzata al suo interno è scavata a una profondità di 60 metri sotto il livello del mare; le pareti sono composte da halite purissima, i cui colori sfumano dal bianco al grigio chiaro. Oltre che di un rosone naturale di eccezionale bellezza, la cattedrale si fregia di statue, suppellettili e arredi che gli stessi minatori hanno scolpito nella roccia e nel sale.

Tra le opere più belle spiccano l’ambone, la cattedra vescovile, il cero pasquale e la mensa, ricavata da un grosso blocco di sale e decorata con la figura dell’agnello.

Le pareti sono motivate da stupendi bassorilievi raffiguranti la Sacra Famiglia, Gesù Crocifisso e Santa Barbara, patrona dei minatori.

Ogni anno, proprio nel giorno dedicato a S.Barbara (4 dicembre) ha luogo nella cattedrale una messa solenne officiata dal vescovo e riservata ai minatori e alle loro famiglie. La chiesa può ospitare 800 persone e vanta un’acustica che, secondo alcuni esperti, è di gran lunga migliore rispetto a quella di tanti teatri.

La cattedrale è visitabile solo su prenotazione, contattando la società che gestisce la miniera (Italkali). Le visite hanno luogo l’ultimo mercoledi di ogni mese, con guide esperte e con le necessarie misure di sicurezza. Per non interferire con i normali ritmi di lavoro, è previsto un massimo di 30 persone per ogni visita.

(per info, tel. 0922.816244; italkali.com).

Donatella Pezzino

Fonti e immagini:

https://www.touringclub.it/notizie-di-viaggio/sicilia-la-cattedrale-dentro-la-miniera-di-sale

Immagini da: http://www.distrettoturisticodelleminiere.it/distretto/miniera-di-salgemma-e-cattedrale-del-sale/

ad eccezione della seconda foto, tratta da https://www.zingarate.com/italia/sicilia/agrigento/chiesa-di-sale-di-realmonte.html

della quinta e  dell’ultima, tratte dal sito: https://www.siciliafan.it/realmonte-e-la-cattedrale-di-sale/

Sant’Angelo Muxaro

Sant’Angelo Muxaro sorge su un colle gessoso a una trentina di chilometri da Agrigento, in una zona appartata rispetto alle consuete rotte turistiche. Ci si arriva seguendo la strada per Raffadali e deviando poi per S.Elisabetta. Secondo alcuni studiosi, sul suo territorio sarebbe fiorita la mitica Camico, antica e misteriosa città sicana sede della reggia di Kokalos.

Secondo la leggenda, la città fu fondata da un angelo: in realtà, il nome “Muxaro”(da Mu-assar o Muxar) si deve agli arabi che la tennero fra il IX e il XI secolo facendone un borgo fortificato. Dopo la conquista normanna, nel possesso di S.Angelo Muxaro si avvicendarono alcune delle più potenti famiglie siciliane, come i Chiaramonte e i Moncada.

La maggior parte della zona archeologica è composta da grotte scavate nelle rocce e da tombe sicane, le più antiche delle quali sono databili fra il XII e il IX sec. a. C. In queste tombe sono stati rinvenuti tesori che testimoniano la presenza di una fiorente civiltà dalla tarda età del Bronzo fino al V sec. a.C.  In questa civiltà, nonostante gli evidenti contatti con la cultura egea, l’elemento indigeno (sicano) sembra emergere con forza e seguire un corso evolutivo autonomo prima della definitiva acculturazione greca. La posizione isolata e la rarità dei contatti con la parte orientale dell’isola (più permeabile agli influssi esterni, soprattutto peninsulari) consentirono infatti alla tradizione sicano-egea di S.Angelo Muxaro di conservare a lungo la propria identità.

I resti dell’abitato indicano che fino all’inizio dell’età del ferro gli insediamenti umani sul sito fossero organizzati in piccoli nuclei, probabilmente a motivo del fatto che sullo stesso territorio convivevano diverse culture. Successivamente, il delinearsi della facies omonima porta gli abitanti a concentrarsi intorno ad un unico nucleo.

Nell’Ottocento, gli scavi effettuati dai contadini prima e dagli archeologi poi portarono al ritrovamento di una grande quantità di materiale archeologico, che oggi si trova sparso in vari musei, fra cui Palermo, Agrigento, Siracusa e addirittura il British Museum di Londra, che di S. Angelo Muxaro espone una coppa d’oro decorata a sbalzi raffigurante sei torelli in circolo.

Oltre alle ceramiche e ad altri oggetti di uso comune, nella necropoli di Sant’Angelo Muxaro sono stati ritrovati gioielli di eccezionale finezza: al dito di un cadavere, ad esempio, è stato rinvenuto un pesante anello submiceneo finemente intagliato. Altri preziosi degni di nota ritrovati in loco sono due anelli-sigillo in oro massiccio di produzione fenicio-cipriota (o indigena, secondo alcuni) e alcune coppe auree (fra cui, appunto, quella conservata al British Museum). Dalle sepolture a tholos proviene inoltre una gran copia di vasellame indigeno, coloniale e greco databile fra il VIII e il V secolo a.C.

Molte tombe sono a cupola, dalla forma a tholos miceneo tipica di tutto il bacino mediterraneo. Altre, molto particolari, hanno l’aspetto di un alveare: sono le cosiddette “grotticelle” scavate nella roccia.

La sepoltura più spettacolare è la cosiddetta “Tomba del principe” o “Grotta di Sant’ Angelo” (foto in apertura dell’articolo), dove secondo la leggenda, si ritirò S.Angelo, l’uccisore del drago. La tomba consta di due locali a cupola schiacciata: un’ampia camera circolare e un’annessa camera sepolcrale, anch’essa di forma rotonda. La grandezza della sepoltura e la particolare ricchezza del corredo al suo interno hanno fatto pensare ad una tomba reale o comunque destinata ad una dinastia influente. In epoca bizantina, questa tomba fu utilizzata come chiesa; nei secoli successivi divenne perfino covo di briganti. Inclusa nella grande campagna di scavo guidata da Paolo Orsi, a partire dagli anni Trenta del Novecento è stata oggetto di studi accurati.

Così Vito Maria Amico nel suo “Dizionario”(1757-1760) descriveva la località: “Angelo (S.) lo Mussaro. Lat. S. Angelus de Muxaro. Sic. S. Ancilu di lu Muxiaru (v. M.) Siede nella parte meridionale della Sicilia nella Valle di Mazzara, e la Diocesi di Girgenti, presso le rive di Alico, volgarmente Platani; contavanvisi nel secolo XVII 302 case, 1121 abitanti, oggi conta però 283 case, 949 abitanti. Ne è montuoso il sito verso Occidente, e rivolto ad Ostro.”

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Gianni Pezzino e Donatella Pezzino

Fonti

  • Wikipedia
  • Manuel Molinos,  Andrea Zifferero (a cura di), Primi popoli d’Europa. Proposte e riflessioni sulle origini della civiltà nell’Europa Mediterranea – Atti delle riunioni di Palermo (14-16 ottobre 1994) e Baeza (18-20 dicembre 1995), ed. All’Insegna del Giglio, 2002.
  • Enzo di Pasquale, Il giro della Sicilia in 501 luoghi, Roma, Newton Compton, 2014.
  • Vito Maria Amico, Dizionario topografico della Sicilia, Trad. dal latino di Gioacchino di Marzo, Palermo, Tip. di P. Morvillo, 1855.
  • Luigi Bernabò Brea, La Sicilia prima dei Greci, Il Saggiatore, 2016

Immagini

Immagine 1: Tomba del principe, foto di Carlo Columba from Palermo, Italia – Tomba del principeUploaded by Markos90, CC BY-SA 2.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=20655126

Immagine 2: Veduta del colle di S.Angelo Muxaro, foto di Carlo Columba from Palermo, Italia – Panoramica su Sant’Angelo, CC BY-SA 2.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=20654778

Immagine 3: La coppa d’oro conservata al British Museum, foto da http://www.famedisud.it.

Immagine 4: I due anelli-sigillo, foto da http://www.famedisud.it.

Immagine 5: Tombe a grotticella, foto di Carlo Columba from Palermo, Italia – Necropoli preistoricaUploaded by Markos90, CC BY-SA 2.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=20655139

Thapsos

 

Situato sulla penisoletta di Magnisi, in provincia di Siracusa (oggi parte del comune di Priolo Gargallo), Thapsos è uno dei più importanti siti archeologici della protostoria siciliana. Qui, durante la media età del bronzo (3500 a.C. – 1200 a.C. circa) si sviluppò una civiltà fiorente, passata alla storia come “Cultura di Thapsos”. Questa cultura accomuna a Thapsos altri villaggi costieri della Sicilia Orientale, come Matrensa, Plemmyrion, Cozzo del Pantano, Molinello di Augusta. Ceramiche nello stile di Thapsos sono state rinvenute anche nel territorio di Lentini, nel villaggio agrigentino di Caldare presso Monte San Vincenzo, in Contrada Paraspola a Chiaramonte Gulfi e nelle grotte della Barriera a Catania.

I reperti ritrovati a Thapsos testimoniano che il posto era già abitato nel XIV secolo a.C..  Grazie alla sua particolare posizione, il villaggio divenne presto uno dei più attivi centri commerciali del Mediterraneo; la presenza di due golfi, infatti, favoriva al massimo l’approdo dal mare, cosa che facilitò gli scambi con altri popoli. Molto intensi furono, in particolare, i contatti di Thapsos con la cultura egea e con quella maltese di Borg in- Nadur.

Secondo quanto riportato dallo storico greco Tucidide, Thapsos sarebbe stata scelta inizialmente da alcuni megaresi guidati dall’ecista Lamis. La scarsità di acqua, però, spinse questo gruppo di coloni a stabilirsi poco distante, dando vita alla loro fondazione definitiva: Megara Iblea (728 a.C.).

Nel sito di Thapsos, gli archeologi hanno rinvenuto una necropoli composta prevalentemente da tombe scavate nella roccia. Luigi Bernabò Brea le ha classificate in due gruppi: quelle sul pianoro hanno una celletta funeraria alla quale si accede attraverso un pozzetto verticale, munito di gradino per agevolare l’accesso; quelle sulla balza, invece, si aprono direttamente all’esterno attraverso piccole porte. Poichè la balza ha un lieve pendio, davanti ad alcune cellette è scavato un lungo canale per il drenaggio delle acque piovane. Durante le mareggiate, infatti, queste sepolture venivano inevitabilmente raggiunte dall’acqua, con danni ingenti  alla lastra sepolcrale che sovente era in legno. Nelle cellette si aprono una o più nicchie; alcune tombe presentano un intero cerchio di nicchie.

Si tratta per lo più di sepolture multiple, destinate ad accogliere un numero variabile di defunti: in alcuni casi, addirittura, una stessa tomba poteva raccogliere fino ad una cinquantina di corpi. Ogni defunto veniva inumato con il suo corredo funerario.

L’abitato, localizzato intorno all’istmo che collega Thapsos alla costa, ha rivelato costruzioni risalenti a due diversi periodi. Al più antico ( XIV-XIII sec. a.C. ) appartengono i resti di grandi capanne circolari dai muri a secco, e con tetti e pareti composti da legno, paglia e argilla. Nel periodo più tardo, edifici a pianta rettangolare si raccolgono intorno a cortili acciottolati. Le abitazioni non sembrano disposte in modo sparso e casuale, ma mostrano un assetto di tipo urbanistico; nell’ultima fase ( XI-IX sec. a.C. ), però, Thapsos sembra perdere questa organizzazione, e le capanne appaiono costruite senza un particolare criterio aggregativo. A difesa dell’abitato, Thapsos era cinta da una fortificazione con torri semicircolari del diametro di 5 m disposte ad intervalli regolari.

La  ceramica della cultura di Thapsos presenta molte analogie con quella eoliana della facies del Milazzese, sia per i motivi decorativi che per alcune forme peculiari  (le coppe su alto piede tubolare, ad esempio).  Abbondano gli orcioletti, le tazze attingitoio, le pissidi, le bottiglie monoansate e le scodellette su alto piede tubolare dalla probabile funzione di lampade. Molte ceramiche si ispirano, nello stile e nei decori, alla cultura minoica e a quella maltese di Borg in- Nadur. Ulteriore testimonianza degli scambi commerciali esistenti tra la cultura di Thapsos e le culture orientali sono alcuni particolari oggetti rinvenuti nelle tombe del Plemmyrion: armi e strumenti di bronzo micenei (una grande spada, pugnali e spade corte), nonchè un pettine d’avorio e alcune collane di perle di pastiglia di chiara provenienza orientale.

Il sito di Thapsos è stato studiato a partire dal 1880 da eminenti archeologi del calibro di Saverio Cavallari, Paolo Orsi, Giuseppe Voza e Luigi Bernabò Brea.

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Donatella Pezzino

A questo link, Google Maps offre la possibilità di visualizzare la zona: https://goo.gl/maps/tFwuZ29quKB2

Foto

Immagine 1: Thapsos, tomba circolare  (Foto di Archeo – Opera propria, CC BY-SA 3.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=19953734)

Immagine 2: Thapsos, Tomba (Foto di Archeo – Opera propria Di Archeo – Opera propria, CC BY-SA 3.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=19953739)

Immagine 3: Thapsos, capanna circolare (foto di Codas – Opera propria Di Codas2 – Opera propria, CC BY-SA 4.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=37650766)

Immagine 4: Cultura di Thapsos, Vaso globulare biansato decorato ad incisioni con figura di uccelli. Facies di Thapsos XV-XIII sec a.C. (foto di Davide Mauro – Opera propria, CC BY-SA 4.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=38152171)

Fonti

  • Wikipedia
  • Luigi Bernabò Brea, La Sicilia prima dei Greci, Il Saggiatore, 2016
  • S.Tusa, La Sicilia nella Preistoria, Nuovo Prisma, 1999
  • R.Peroni, Introduzione alla protostoria italiana, Laterza, 1994.

“Orto un tempo nido dell’incontro” di Ibn Hamdis

Orto un tempo nido dell’incontro
orto chiuso dal fuoco dell’assenza
chi mi renderà il tuo odor di basilico
immortale dono del paradiso?
Quanta saliva dal sapor di miele
stillava dalla fresca grandine!
Servo d’amore
che tanta piaga affligge
e sempre in piedi mi costringe
a voi chiedo pietà, sì lontana
pur se amor lancia il dardo
è la mira dal tiro…
Chi mi salverà dall’accidia del deserto?
Chi verso il disco del sole mi aiuterà a volare?

*

Ibn Hamdis (Noto, 1056 – Maiorca, 1133)

Fonte: Poeti arabi di Sicilia a cura di F.M. Corrao, Mesogea, 2004.

Immagine: un quadro di Michele Catti (Palermo, 1855 – Palermo, 1914) dal sito http://www.alessandrobiffanti.com

Due poesie di al-Ballanūbī

O mio amante amato, l’anima mia rifiuta

questo tuo continuo andare e venire.

 

E se hai cominciato a non contare il mio desiderio

rispetta però l’amore che ci fu tra noi.

 

Per te non dormo e ho le palpebre gonfie

ma altre palpebre godano del sonno.

 

(traduzione di Jolanda Insana)

*

Quando vidi l’amore contagiato

dalla passione, allora ti nascosi

quanto dolore viene dall’amore.

 

Ti avevo custodito dentro la mia pupilla,

ma quando l’occhio pianse volli metterti

vicino a Dio, nel cuore del mio cuore.

 

Se solo mi dicessi di non bere,

io non andrei alla fonte, non desidererei

l’acqua dolce, freschissima.

 

Ma tu perchè mi sfuggi, mi resisti,

ti unisci a me, con tutto il desiderio

soltanto nelle righe delle lettere?

(traduzione di Valerio Magrelli)

*

Abū l-Ḥasan ʿAlī ibn ʿAbd al-Raḥmān al-Kātib al-Ṣiqillī, meglio conosciuto con la “nisba” (secondo l’onomastica araba, l’appellativo che indica il luogo di appartenenza) di al-Ballanūbī (o al-Billanūbī, che significa “quello di “Villanuova”), fu un poeta arabo siculo, vissuto tra il XI e il XII secolo. Nato a Villanuova, nei pressi di Bivona (AG), al-Ballanūbī abbandonò la Sicilia in seguito all’invasione normanna. Si trasferì in al-Andalus, in territorio iberico, dove, come Ibn Hamdis, altro poeta esule dalla Sicilia, si pose sotto l’ala protettrice del regnante abbadide Muhammad al-Muʿtamid, poeta,  mecenate e promotore di un prestigioso cenacolo di intellettuali. Successivamente, al-Ballanūbī si trasferì al Cairo, in Egitto, dove morì in età molto avanzata.         

Donatella Pezzino

Immagine: la “Moschea Blu” di Palermo da http://www.famedisud.it. (Vedi anche http://www.italianways.com/la-stanza-blu-di-palermo-esoterica-bellezza/)

Fonti:

– Wikipedia

– Francesca Maria Corrao (a cura di), Poeti arabi di Sicilia, Mesogea, 2004.

 

 

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