Elisa Cegani, l’antidiva dei telefoni bianchi

 

Close up of Italian actress Elisa Cegani, with a dark fur hat secured by a foulard, portrayed in the role of the young Countess Speranza of Frasseneto in Goffredo Alessandrini’s Cavalleria; the noblewoman, due to the economic difficulties that her family is going through, is compelled to give up on love. Italy, 1936. (Photo by Mondadori Portfolio via Getty Images)

Delicata, signorile, un po’ altera. Un fascino magnetico e decisamente femminile, ma senza la carnalità esasperata e le pose tanto di moda fra le sue colleghe. Elisa Cegani, torinese di origine veneziana, era una bellezza semplice e luminosa; in un cinema che ereditava dal muto la tendenza all’espressività marcata e quasi caricaturale, il suo stile recitativo si distingueva per linearità, intelligenza e moderazione.

Con Amedeo Nazzari in “Cavalleria” (1936)

Nata nel 1911, la Cegani apparve per la prima volta sul grande schermo in Aldebaran (1935) con lo pseudonimo di Elisa Sandri; la dirigeva Alessandro Blasetti, regista a cui sarebbe rimasta per sempre legata, anche nella vita.

In “La corona di ferro” (1941)

Elegante e controllata, l’attrice piacque subito sia al grande pubblico che agli “addetti ai lavori”, tanto da acquisire risonanza anche all’estero; in breve, divenne una delle star più quotate di quel genere cinematografico noto come “cinema dei telefoni bianchi”.

Con Luisa Ferida in “La cena delle beffe” (1942)

Fra gli anni Trenta e Quaranta lavorò in numerose pellicole e per i più importanti registi dell’epoca (Alessandrini, Camerini, Palermi, Gallone, solo per citarne alcuni). Blasetti ne fece la sua musa, assegnandole ruoli di spicco in quelle che oggi vengono considerate pietre miliari del cinema italiano: tra i film più celebri, La corona di ferro (1941), La cena delle beffe(1942), Un giorno nella vita (1946), Tempi nostri – Zibaldone n.2 (1954), La fortuna di essere donna (1956).

Con Frank Latimore nel film “La nemica” (1952)

Probabilmente, fu proprio grazie alla sua recitazione garbata e priva di artifici che l’attrice piemontese potè resistere al mutare dei tempi.

Con Fosco Giachetti in “Casa Ricordi” (1954)

Così, mentre molte stelle sue coetanee diventavano “datate” e tramontavano, una Cegani ormai matura continuava a lavorare in film sia italiani che stranieri, da La nemica (1952) di Giorgio Bianchi a Casa Ricordidi Carmine Gallone (1954), dal Giudizio universale (1962) di Vittorio De Sica fino ai più recenti Il clan dei siciliani (1969) di Verneuil e Al di là del bene e del male (1977) di Liliana Cavani.

Con Vittorio De Sica in “Tempi nostri- Zibaldone n.2” (1954)

Durante tutta la sua carriera, Elisa Cegani è apparsa solo occasionalmente in teatro. E’ stata quindi prevalentemente un’attrice di cinema e, successivamente, anche di televisione.

In “La contessa di parma” (1937)

Nel successo del mezzo televisivo ha creduto fortemente come, a suo tempo, aveva creduto in quello cinematografico: ciò l’ha portata, dalla nascita della TV italiana fino ai primi anni Ottanta, ad accettare diversi ruoli in sceneggiati e miniserie tratti da soggetti famosi come Le due orfanelle(1959), David Copperfield (1965), Luisa Sanfelice (1966), Anna Karenina (1974) e L’esclusa (1980). E’morta a Roma nel 1996.

Donatella Pezzino

Foto:
– Prima foto da https://www.gettyimages.co.uk
– tutte le successive: Wikipedia, ad eccezione dell’ultima (casa ricordi),  tratta da http://operagiuliano.blogspot.com

Fonti:
– Wikipedia
– http://www.treccani.it

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Lawrence Ferlinghetti, 100 anni fra beat, libri e poesia

Newyorkese di nascita, bresciano d’origine, artista poliedrico e rivoluzionario. Ha appena compiuto 100 anni Lawrence Ferlinghetti, uno dei padri della Beat Generation e grande protagonista della San Francisco Renaissance.

Nel suo interesse per la poesia, il teatro, la musica, la pittura e la scoperta di talenti, Ferlinghetti è sempre stato guidato da un concetto di base: l’arte come ampio respiro, rottura degli schemi, “urlo” in grado di trovare (o creare) frattura e difformità all’interno dell’ordine e della continuità. L’arte di Ferlinghetti, in altre parole, accoglie intimamente la complessità e gli opposti, in una visione gioiosa che pacifica l’uomo con la vita e con le sue contraddizioni; allo stesso tempo, è libertà totale, di pensiero e di espressione.

Oltre che al poema-scandalo “Urlo” (1956) firmato da Allen Ginsberg e divenuto manifesto della Beat Generation, il nome di Ferlinghetti viene spesso collegato al suo più celebre progetto: la City Lights Books. Nata a San Francisco nel 1953 come libreria, questa realtà è stata anche la casa editrice con la quale il poeta si è fatto promotore e divulgatore di tutti i più importanti nomi della Beat Generation, da Kerouac a Ginsberg.

Autore di una delle raccolte poetiche di maggior successo del Novecento ( A Coney Island of the Mind , 1958), Ferlinghetti annulla i confini tra parola e immagine, creando un singolare poesia “pittorica” dalla eccezionale potenza espressiva. I suoi versi sono irriverenti, psichedelici, ma soprattutto visivi, sensoriali: e, come il senso, sono costantemente aperti al cambiamento, pronti a plasmarsi sulla realtà lasciandosi allo stesso tempo plasmare da essa, in una reciprocità che illumina l’anima e la libera.

“Ho sognato | che mi erano caduti tutti i denti | ma la mia lingua sopravviveva | per raccontare la storia. Perché io sono un distillatore | di poesia. | Sono una banca del canto. | Sono una pianola | in un casinò abbandonato | sulla riva del mare | in una densa nebbia | che sta suonando ancora.”

*

Donatella Pezzino

(art.pubbl. su Alessandria today, 25/03/2019)

(Foto da: https://longreads.com/2019/03/22/lawrence-ferlinghetti-at-100)

Fotografia: la donna negli “sguardi” di Beatrice Orsini

Una, nessuna e centomila. Questa è la donna che Beatrice Orsini ha voluto cogliere nella sua rassegna “Metamorfosi: sguardi di donna” inaugurata lo scorso sabato 9 marzo a Domodossola nello Studio Quadra di Via Marconi con la presentazione del pittore Sebastiano Parasiliti.

Nei 15 autoscatti in mostra prende forma un’immagine di donna che prescinde da qualsiasi situazione contingente per rivelare il femminino nella sua scabra nudità. Con un uso sapiente del bianco e nero e del contrasto, l’artista di Varese gratta l’etichetta di superficie con la quale ogni contesto sociale ci vuole ben riconoscibili (moglie, madre, figlia, donna in carriera, ecc.) evidenziando il corpo sottile e dai contorni imprecisi nel quale ogni donna può riconoscere le sue fragilità, le sue disillusioni, le sue costrizioni entro uno spazio-tempo che spesso isola e opprime.

L’effetto chiaroscurale, ottenuto con un sorprendente gioco di ombre e punti luce, sottolinea la marginalità del corpo rispetto allo sfondo; altrove è un velo, uno specchio o un paio di scarpe in primo piano a marcare questa distanza abissale dall’ambiente circostante. Che si tratti di una stanza chiusa o di un esterno, lo spazio accentua la condizione di estraneità propria dell’anima alla perenne ricerca di un sé che le piccole disarmonie di ogni giorno contribuiscono a smarrire.

Distanze e solitudini che, però, non implicano un semplice distacco dalle cose: tra il soggetto e gli oggetti circostanti si instaura un rapporto di scambio e di trasformazione (“metamorfosi”, appunto), processo nel quale l’annullamento apre a nuove forme di rinascita. Il surrealismo, che a tratti sfiora la dimensione onirica, non limita la concretezza delle situazioni e dei ritratti: al contrario, ne rafforza la capacità evocativa, forgiando un linguaggio espressivo nuovo e del tutto personale.

L’esposizione, che resterà visitabile per i prossimi due mesi, incarna l’essenza di un percorso artistico nel quale la fotografia si propone quale prosecuzione e al tempo stesso trasposizione in immagini della scrittura. Una preziosa occasione per conoscere uno dei migliori talenti emergenti di questi ultimi anni, forte di un’eccezionale creatività unita a rare doti di sensibilità ed eleganza.

Donatella Pezzino

(Art. pubbl.su “Alessandria Today” dell’11 marzo 2019)

Foto per gentile concessione di Beatrice Orsini

Il Castello Ursino

A Catania, il Castello Ursino non rappresenta soltanto l’attrazione principale della suggestiva piazza Federico II di Svevia; è infatti uno dei rari edifici di epoca medievale sopravvissuti al terremoto del 1693.

Inizialmente costruito sul mare, il Castello Ursino fu poi circondato dalle lave del 1669, che ne riempirono il fossato e spostarono in avanti il tratto di costa. Secondo lo storico Santi Correnti, il suo nome deriverebbe dall’appellativo “Castrum Sinus”, ovvero “Castello del Golfo”.

La sua costruzione è collocabile fra il 1239 e il 1250; molto probabilmente, rientrava in un più complesso sistema costiero di fortificazioni che includeva anche altri castelli della Sicilia orientale. In più, il suo aspetto maestoso voleva fungere da monito verso la città etnea, spesso riottosa e ribelle nei confronti dell’autorità imperiale. Non a caso, la scultura sulla facciata raffigura proprio l’aquila sveva nell’atto di soggiogare una lepre.

Opera dell’architetto Riccardo da Lentini, l’impianto sorge su resti di edifici più antichi risalenti al primo nucleo della polis greca di Katane. A pianta quadrata, misura 50 metri per lato ed è munito di quattro torrioni circolari agli angoli alti circa 30 metri e con diametro di 10 metri. Originariamente, ogni lato aveva anche una torre mediana del diametro di 7 metri (oggi ne restano solo due). I muri, spessi 2 metri e mezzo, sono realizzati in pietrame lavico, con il sistema dell’opus incertum già largamente diffuso in epoca romana. Alla base del castello, gli scavi più recenti hanno portato alla luce delle particolari scarpate che conferivano alla struttura un effetto ancor più imponente.

All’interno, ognuna delle grandi sale è divisa da tre campate coperte da volte a crociera; queste volte si dipartono da semicolonne dai capitelli decorati con motivo di foglie. Nelle torri minori di nord e sud erano collocate delle scale a chiocciola che collegavano il piano superiore a quello inferiore. I restauri degli anni Trenta del Novecento hanno rivenuto tracce di impianti idrici e igienici estremamente curati, sia sotto il profilo ingegneristico che dal punto di vista architettonico.

Nel corso dei secoli, il Castello Ursino ha subito diversi rimaneggiamenti per adattarsi al gusto corrente e alla destinazione d’uso. In età rinascimentale, ad esempio, sono state aggiunte la scala gotica del cortile interno e alcune finestre, come quella, bellissima, sormontata dal pentalfa nero in pietra lavica. Anche le merlature, di solito assenti nei castelli federiciani, sono un’aggiunta di epoca posteriore.

A un secolo dalla sua costruzione, il Castello si trovò inglobato all’interno di un quartiere e letteralmente soffocato dalle abitazioni. Nei primi anni del Quattrocento, Re Martino sgomberò tutto lo spazio circostante e lo trasformò in una piazza d’armi. Dopo essere stato teatro di diversi avvenimenti decisivi per la guerra del Vespro (in una delle sale, ad esempio, nel 1347 fu firmata la Pace di Catania tra l’infante d’Aragona Giovanni e la regina Giovanna D’Angiò), il Castello Ursino fu per molto tempo residenza di sovrani e vicerè, combinando la funzione di palatium a quella di castrum.

Federico III d’Aragona, poi re di Sicilia, ne fece dimora reale a partire dal 1296: da allora, il Castello fu abitato da tutti i suoi discendenti. Questo ruolo “residenziale” divenne preponderante nel XVI secolo quando, con l’avvento della polvere da sparo, il maniero venne sempre meno utilizzato a scopi difensivi. Fu quindi residenza del vicerè, mentre alcuni dei suoi locali furono adibiti a prigione; funzione, questa, che si protrasse fino al periodo borbonico. Danneggiato dal terremoto del 1693, il Castello Ursino fu poi ristrutturato nel corso del Settecento, diventando a tutti gli effetti un fortino militare con annesso carcere (Forte Ferdinandeo).

I graffiti dei carcerati, a tal proposito, sono ancora ben evidenti sui muri del cortile interno e sugli stipiti delle porte del piano terra. I più antichi risalgono ai primi anni del Cinquecento; i più scarni si limitano ad un disegno, ad un nome, ad una data o alla frase Vinni carceratu, ma altri sono iscrizioni più complesse, nelle quali il prigioniero protesta la propria innocenza o lamenta la durezza della propria reclusione.

In questa fase finale del suo ruolo di maniero, il Castello fu dotato di sovrastrutture che ne occultarono quasi del tutto l’impianto originario, e dalle quali venne liberato grazie al restauri degli anni 1932-34.

Dal 1934, il Castello Ursino accoglie, in qualità di Museo Civico, i reperti provenienti prevalentemente dalle collezioni del Principe di Biscari e dei monaci benedettini di San Nicola la Rena. Le sue sale, inoltre, ospiteranno fino al 3 novembre del 2019 il celebre “Kouros ritrovato”, mostra che espone, finalmente assemblati, il torso del Kouros di Lentini e la Testa Biscari appartenenti ad un’ unica statua tardo arcaica greca.

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Donatella Pezzino

Fonti:

  • Wikipedia
  • Stefano Bottari, Monumenti svevi di Sicilia, Brancato, rist. 1996
  • Federico De Roberto, Catania, Pellicano Libri, 1985
  • Santi Correnti, Guida insolita ai misteri, ai segreti, alle leggende e alle curiosità della Sicilia, Newton Compton, 2015.

Immagini:

Foto 1 – Jan Diaz Flickr

Foto 2 – Il Castello prima del 1669 nella ricostruzione pittorica di Renzo di Salvatore (da http://www.ilviaggioinsicilia.it)

Foto 3 – Sasa Stranic Flickr

Foto 4 – Emanuele D’Urso Flickr

Foto 5 – Dada Gregory Flickr

Foto 6 – http://www.typicalsicily.it

Foto 7 – Antonino C. Flickr

Foto 8 – http://www.love-sicily.com

Foto 9 – Sergio Tumminello Flickr

Foto 10 – Augusto Bizzi da Heritage Sicily

Foto 11 – da http://www.bbteatrobellini.it

 

Il Teatro Massimo Bellini

Con la sua struttura raccolta e riccamente adorna, il Teatro Massimo Vincenzo Bellini impreziosisce l’omonima piazza nel cuore del centro storico di Catania. A differenza di altri teatri, questo edificio non affascina per le sue dimensioni, ma per la singolarità delle sue linee sinuose e la bellezza dei suoi decori.

Fino alla seconda metà dell’Ottocento, Catania mancò di un vero e proprio teatro dell’Opera. Per secoli, le opere liriche furono rappresentate in teatri privati, per lo più appartenenti a nobili e mecenati; a partire dal 1821, a questa funzione fu adibito il Teatro Comunale Provvisorio, meglio noto come “Teatro Coppola”, ricavato da un magazzino nel quartiere Civita.

Nel 1870, finalmente, la città decise di commissionare all’architetto udinese Andrea Scala la costruzione di un Politeama, scegliendo come sito Piazza Nuovaluce (oggi Piazza Vincenzo Bellini). Per alcuni anni, grazie al sostegno finanziario della Società Anonima del Politeama, Scala potè portare avanti il progetto iniziale, avvalendosi della collaborazione del collega milanese Carlo Sada, futuro esponente dell’eclettismo liberty e autore di tante costruzioni di spicco dell’edilizia catanese fin de siécle (la Torre Alessi, Villa Morosoli, Palazzo Pancari Ferreri).

Nel 1880, la Società andò in liquidazione; le subentrò il Comune di Catania che, imponendo al progetto alcune sostanziali variazioni, trasformò la struttura in un teatro lirico. I lavori furono completati nell’arco di sette anni ma, per motivi di carattere economico, l’apertura al pubblico non fu immediata. L’inaugurazione avvenne il 31 maggio del 1890 con la “Norma” di Vincenzo Bellini.

La facciata è in stile neobarocco, sul modello della Biblioteca Nazionale Marciana di Venezia; la sala interna, della capienza di 1.200 posti, è a ferro di cavallo con quattro ordini di palchi e un loggione. Fin dalla sua costruzione, l’edificio è stato dotato anche di un Caffè per intrattenere gli spettatori durante le pause.

Sul soffitto, uno splendido affresco di Ernesto Bellandi raffigura Vincenzo Bellini in trionfo tra le muse e i personaggi di alcune delle sue opere più celebri (Norma, Il Pirata, La Sonnanbula, I Puritani).

Oltre che per l’affresco del soffitto, l’interno risplende per l’eleganza degli stucchi, dei marmi, delle vetrate, delle colonne e delle dorature. Tutto, nella struttura, è un omaggio al Cigno, dai bassorilievi della facciata alla grande statua bronzea del foyer.  Un grandioso tributo ad uno dei compositori più famosi nel mondo e, allo stesso tempo, a colui che è stato (insieme al sindaco De Felice, il cardinale Dusmet e pochi altri) il catanese più amato dai suoi concittadini.

Apprezzatissimo da compositori e da cantanti lirici ( Maria Callas e Beniamino Gigli, solo per fare qualche esempio) il Teatro Massimo Bellini è ancora oggi considerato uno dei teatri con l’acustica migliore al mondo.

 

Ente autonomo regionale dal 1986, il Teatro rappresenta ancora oggi uno dei centri nodali della vita artistica catanese. Dotato di una sua orchestra e di un suo coro, entrambi con un considerevole numero di elementi, ha visto avvicendarsi sulle sue scene autorevoli nomi del panorama musicale contemporaneo, del calibro di Lorin Maazel, Giuseppe Sinopoli, Riccardo Muti, Montserrat Caballè, Maria Callas, Luciano Pavarotti e Mirella Freni.

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Donatella Pezzino

Fonti:

Immagini:

Foto 1 – Marcello Falco da Flickr

Foto 2 –  Gabriel Gandolfo da Flickr

Foto 3 – http://www.bandw.it

Foto 4 – http://www.teatromassimobellini.it

Foto 5 – da Wikipedia Di Francesco Lombardi – Opera propria, CC BY-SA 4.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=72963000

Foto 6 – QR catania da Flickr

Foto  7 – Grazia Zuccaro da Flickr

Foto 8 – Andrea Tornabene Flickr

Foto 9 – RH Kamen da Flickr

 

La Cuba di Santa Domenica

La Cuba di Santa Domenica sorge nel territorio di Castiglione di Sicilia, in prossimità del fiume Alcantara. Ricca di fascino e di mistero, questa antica cappella rustica combina in sé diversi stili architettonici, dal bizantino all’arabo.

La Cuba è stata ritenuta per tutto il Novecento una costruzione di età bizantina, databile fra il VII e il IX secolo; successivamente, studi approfonditi hanno portato a stabilirne una datazione più tarda. Oggi, infatti, gli studiosi sono concordi nel collocarla in un periodo compreso fra il X e l’XI secolo.

Nonostante sia di epoca normanna, l’impianto presenta moltissimi aspetti dell’architettura e dell’arte bizantina, ai quali sono mescolati elementi di ispirazione islamica.

Allo stato attuale delle ricerche, non se ne conosce ancora con certezza l’originaria destinazione d’uso. Il suo contesto è fra gli aspetti che destano le maggiori perplessità: ci si chiede infatti quale possa essere stata la motivazione che ha portato a costruire un edificio tanto particolare in un luogo così isolato e ameno. Oggi come allora, infatti, la Cuba campeggia solitaria in mezzo al paesaggio agreste.

L’interno riproduce in piccolo una basilica a tre navate, divise da pilastri quadrangolari; oltre che in questa tipologia di impianto, l’aderenza allo stile delle chiese paleocristiane è evidente dalla tipica T formata dal transetto e dal cappellone absidale.

Molto vari i materiali impiegati per la costruzione: roccia calcarea, pietra lavica, malta. Originariamente, i pavimenti e il tetto erano in cotto. Le pareti, come testimoniano alcune tracce ancora presenti, erano decorate con affreschi di fattura bizantina.

Il termine “Cuba” (cubbula, in siciliano) ha un’etimologia controversa: potrebbe derivare dall’ arabo “qubba” (cupola) o dal latino “cupa” (botte); oppure, più semplicemente, potrebbe riferirsi alla forma cubica dell’edificio.

 

La facciata, a due ordini, è rivolta a oriente e presenta l’aspetto tipico delle chiese basiliane; secondo alcuni rilievi, sarebbe stata originariamente preceduta da un portico per penitenti e catecumeni, di cui oggi restano solo i contrafforti.

L’arco, di forma rotonda, ricorre in tutta la struttura, dal portale alle volte a crociera, caratterizzando anche le finestre e la grande trifora.

A dispetto della sua datazione, la Cuba di Santa Domenica presenta quindi una pluralità di aspetti che ne attestano la forte dipendenza dalla cultura bizantina. In più, il rinvenimento di due scheletri di età bizantina durante i restauri degli anni Novanta ha fatto ipotizzare l’esistenza di un attiguo cimitero preesistente alla costruzione. Non è quindi da escludersi che l’edificio possa essere in qualche modo associato alla presenza di una piccola comunità rurale di cultura greca. In ogni caso, attesterebbe l’esistenza in loco di forme culturali e cultuali di provenienza bizantina, ancora ben radicate in epoca normanna.

Il primo Medioevo ha visto fiorire in Sicilia un certo numero di monasteri basiliani, concentrati soprattutto nella parte orientale dell’isola.  L’avvento dei normanni rese la sopravvivenza di queste comunità particolarmente difficile, data la propensione dei nuovi regnanti a favorire il monachesimo benedettino. Le piccole dimensioni della Cuba rendono plausibile l’ipotesi che il luogo di culto possa essere appartenuto ad un cenobio ortodosso il cui organico si fosse ormai notevolmente ridotto.

Attualmente visitabile, la Cuba di Santa Domenica è stata dichiarata monumento nazionale nel 1909 grazie alla campagna di studio e rivalutazione condotta dell’archeologo siracusano Sebastiano Agati.

Donatella Pezzino

Fonti:

Immagini

La prima foto è di Luigi Strano, da Flickr

tutte le altre sono tratte dal sito http://www.romanic.eu

Recensione a “Fiori estinti” di Mattia Tarantino

 

“Fiori estinti” è un libro di ossa e di memoria. Ma, soprattutto, è un diario spirituale. Mattia Tarantino vi si riversa intero, aprendo le vene del sogno, togliendo il velo alla realtà visibile e alla stessa vicenda umana. Accedendo da una remota zona del suo intimo ad una ideale via di conoscenza: il passato. E non il passato dei ricordi, bensì quello della reminiscenza.

Fui sarto in Palestina: ricucivo
le vertebre di Cristo a croci marce
e fiorellini, i fiorellini
si scheggiano nell’erba che rivela
le ferite e la salvezza.

Un cammino a ritroso per tornare alla creazione, nel senso più ampio e variegato del termine. Di questo viaggio, la poesia è il percorso: e, come tale, non è mai stasi ma moto incessante, processo dialettico, trasformazione continua. Ed è un movimento, quello della poesia, sostanzialmente sinergico e sincrono: sinergico perché l’artista, mentre crea, guarda a chi lo ha preceduto, ne eredita e ne utilizza gli strumenti, ne rielabora gli stili, i moduli, i temi; sincrono perché nella sua opera c’è contemporaneità di passato, presente e futuro. Mattia non è figlio di un’epoca ma di tutte le epoche: fuori dallo spazio e dal tempo, eppure conficcato all’interno di essi come una radice alla terra.

Mi troverai al di là della luce,
nell’orma bianca del passo
tracciato dal canto, dove tutto
il dolore del mondo è ammainato.

Ed è proprio la radice il fine ultimo a cui tende: la poesia di Mattia è un fiore che sboccia all’inverso, rientrando nelle sue fibre, cercando le sue origini, in questo mondo e oltre, guardando al momento antecedente alla nascita, alla vita amniotica e prima ancora; ripercorrendo in senso opposto le tappe della storia e dell’evoluzione, attingendo alla sfera del mito e della profezia, in un’”escatologia al contrario” che è poi l’unico mezzo per ritrovare la propria umanità.

Che lo squarcio si richiuda sul tuo nome
inciso nell’argilla che troncò
il primo astro indovinato. Che
l’indovino tragga auspici dall’orrore
bianchissimo del seme: risorga
da Ponente la vocale e sia salvezza.

Ma questo andare all’indietro non è, come si potrebbe pensare, un regredire: è, al contrario, un avanzare, in quanto mirato a riappropriarsi dell’”uomo” autentico per attuarne la pienezza spirituale e intellettuale, per amarne anche le imperfezioni e le debolezze. Perché il senso dell’esistenza non risiede nel potere dell’uomo sulla materia, nei deliri di onnipotenza con cui il progresso tecnologico ci celebra e al tempo stesso ci aliena; il vero uomo che Mattia, quasi novello Diogene, cerca in pieno giorno alla luce della sua lanterna è fatto d’angelo e di fango, e ha mille ferite aperte dalle quali si scorge, ben distintamente, tutta la sua fragilità.

Si ammala la parola, le mie
vertebre si curvano in silenzio.
Non piove che acqua sporca,
e questa stanza è troppo bianca:

morirò nel singhiozzo delle allodole.

Quell’uomo è in questo mondo e al tempo stesso nel distacco da questo mondo: è l’ombra anonima che cammina per strada, confondendosi tra la folla, apparentemente uguale al resto della moltitudine. Perché, a ben guardare, gli abiti, l’andatura, i gesti, sono gli stessi: l’unica differenza sta nel modo di “essere” tutto questo, nella libertà di forgiarsi attimo dopo attimo, di sperimentare forme differenti, di non lasciarsi toccare dai rumori. E’ il coraggio del fiore estinto che affronta il suo martyrium sine sanguine, chiamandosi fuori da questo mondo per rientrare nel caos primordiale; è ignorare lo sguardo impietoso di una società che ti chiede di essere una superficie liscia, un angolo arrotondato, una sequenza prevedibile di eventi.

Dal cancello al precipizio il passo
e altrove il volo, la ricerca
di una lingua irrivelata

In questo contesto, i versi sono urlo, silenzioso ma lacerante, capace di scuotere le menti assuefatte e risvegliarle dalla loro abulia. Sono gli occhi tormentati del Cristo che ti passano da parte a parte, che ti mettono di fronte a te stesso: sono il cerchio e la croce, quel ciclo senza inizio né fine dove ognuno di noi trascina il dramma dello stare al mondo.

Ecco, amate
ostinati la grazia, le impervie
vie della sorte e mai, mai
la sciagura dello stare.

Per dar voce a questa particolare sensibilità, la scrittura di Mattia assume un aspetto “pietroso”, a tratti cruento: leggendo, si ha la sensazione di trovarsi al centro di una sciara, sconfinata distesa di magma spento in cui il sangue germina fiori ossuti e anime cadute, in un tempo sospeso che precorre la vita e la morte; dove braccia martoriate rovesciano il cielo e dove la luce trae l’uomo dalla polvere solo per svelare la sua colpa primigenia.

Dolore di fiorire questo cardo
che collassa nella luce.

Qui, il verso grida la rabbia della beffa a cui siamo atavicamente condannati: che ogni respiro, ogni slancio vitale, ha in sé i vermi della morte e della putrefazione; che gli angeli della nostra infanzia hanno denti acuminati. La tenerezza primitiva di certe immagini – come la madre nell’atto di spezzare il pane o i passeri che giocano – sembrerebbe una via di fuga da questa aridità desolante.

Da domani i bambini torneranno
a inventare nuove storie e nuovi fiori.

Ma anche questa è un’illusione. E’ l’ennesimo inganno della vita che che mentre sboccia è già morta, in un circolo infinito che ha in sé del dolce e del doloroso:

ogni giorno il sole è nuovo e noi soffriamo.

I continui rimandi al linguaggio, al suo legame simbiotico con i meccanismi della vita e dell’anima umana, ci restituiscono la potenza devastante di ogni singolo vocabolo, di ogni suo significato e di ogni sua declinazione; la ridondanza di alcuni termini – madre, vene, angeli, cerchio, pane, fiori – sembra obbedire ad una particolare simbologia misterica.

Nella torre la lingua mi respinge
al precipizio della sillaba e fa polvere
del nome, sbriciolando
l’inverno che abitò la terra santa.

Per diventare poesia, il sentire deve trovare la “sua” parola: una parola pensata a lungo, frutto di studio e di riflessione. Mattia è l’artista che disegna solo quando la sua mano è pronta: l’approfondimento precede la versificazione, la scelta del tema mostra all’ispirazione la sua rotta. Il risultato è una poesia “piena”, completa, la cui pregnanza non prescinde mai da quell’aspetto “colto” che tanta importanza ha avuto per i nostri antenati.

Nominare, ecco, non il nome
voglio; rivelare tutto ciò
che è prima: carne, e polvere
e miseria e cerchio conoscere.

Nonostante questa ricercatezza, Tarantino non risulta mai freddo o artificiale, tanto nei contenuti quanto nelle modalità espressive. Gli apporti della metafisica, della mistica e dell’esoterismo, i riferimenti storici e i richiami ai testi sacri vengono filtrati alla luce di un vissuto intimo e strettamente personale, formando con l’impianto un tutto megalitico in grado di evocare, di ferire, di erodere; di riesumare paure remote e immagini ancestrali. Così Mattia scorre, si muove, si trasfigura, capovolge cielo e terra, guarda in faccia i suoi angeli e i suoi demoni: tutto in lui è perpetuo lavoro di scavo, disamina e auto-creazione, nella consapevolezza che fermarsi equivarrebbe a perdersi.

Donatella Pezzino