Alcune poesie di Ibn Hamdis

 

Ibn-Hamdis

Abd al-Jabbār ibn Muhammad ibn Hamdīs ( Noto, SR 1056- Maiorca 1133) è uno dei massimi esponenti della poesia arabo-sicula medievale. Di nobile famiglia, fu costretto all’esilio dopo la conquista normanna della Sicilia; lasciata l’isola verso il 1078, fu ospitato presso varie corti, destino che lo accomunò a tanti altri poeti suoi compatrioti (come Al-Ballanūbī). Hamdis fu dapprima a Siviglia, poi in Marocco, Algeria e Tunisia. Morì probabilmente a Maiorca, lontano dalla patria che aveva sognato e rimpianto per tutta la vita. Di lui ci rimane un canzoniere ( diwan) di circa 6.000 versi, la maggior parte dei quali dedicati alla bellezza femminile e all’amata Sicilia.

Donatella Pezzino

***

Ricordo la Sicilia

Ricordo la Sicilia, e il dolore ne suscita nell’anima il ricordo.

Un luogo di giovanili follie ora deserto, animato un dì

dal fiore di nobili ingegni.

Sono stato cacciato da un paradiso, come posso io darne notizia ?

Se non fosse l’amarezza delle lacrime, le crederei

i fiumi di quel paradiso.

Oh custodisca Iddio una casa in Noto, e fluiscano su di lei

le rigonfie nuvole !

Ogni ora io me le raffiguro nel pensiero, e verso per lei

gocce di scorrenti lacrime.

Con nostalgia filiale anelo alla patria, verso cui mi attirano

le dimore delle belle sue donne.

E chi ha lasciato il cuore a vestigio di una dimora, a quella

brama col cuore fare ritorno.

La terra ove germoglia la pianta dell’onore, ove dei cavalieri

caricano guerra contro la morte.

Viva quella terra popolata e colta , vivano su di lei

le tracce e le rovine!

Viva il profumo che ne spira, e che i mattini e le sere

 fan giungere sino a noi!

Vivano fra essi i viventi,e vivano anche le membra loro

composte nel sepolcro!

Io anelo alla mia terra, nella cui polvere si sono consumate

Le membra e le ossa dei miei,

come anela fra le tenebra al suo paese, smarrito nel deserto,

un vecchio cammello sfinito.

Vuote mi sono rimaste le mani del primo fiore di giovinezza,

ma piena ho la bocca del ricordo di lei.

(Traduzione testo: F. Gabrieli)

***

Sembrano perfezioni

Sembrano perfezioni, ma risplendono
soltanto agli occhi tuoi: valgono niente;

quanti nemici stanno in un amico
e in quanta quiete si nasconde il ladro!

Quanti cavalli di armoniose forme
non arrivano, deboli, alla meta!

Quanti cammelli, in viaggio, nella notte,
li trattiene il difficile cammino!

Così l’affanno trascina l’amante
dove l’ascesi e l’angoscia si legano:

sventura all’uomo afflitto da ignoranza,
che gli lodano il corpo e non l’ingegno!

È quasi un’ala, a volare, il denaro:
ma già è stroncata, e non rimane un bene:

quanti uomini degni in vile veste!
Si lucida una spada, e non la gemma.

(traduzione di F.M. Corrao e E. Sanguineti)

***

Sicilia mia

Sicilia mia. Disperato dolore
si rinnova per te nella memoria
Giovinezza. Rivedo le felici follie perdute
e gli amici splendidi

Oh paradiso da cui fui cacciato!
Che vale ricordare il tuo fulgore?
Mie lacrime. Se troppo non sapeste di amaro formereste ora i suoi fiumi
Risi d’amore a vent’anni sventato a sessanta ne grido sotto il peso
Ma tu non aggravare le mie colpe
se l’Iddio tuo già concesse il perdono
In alto la penombra si dirada
agitata dai veli della luce
ma questa luce è un modo del distruggersi
manda luce chi perde la sua vita.

***

Il vino

Vino di colore e odor di rosa, mescolato all’acqua

ti mostra stelle fra raggi di sole. 

 

Con esso cacciai le cure dell’animo

con una bevuta il cui ardore serpeggia sottile 

quasi inavvertibile. 

 

L’argentea mia mano, stringendo il bicchiere, 

ne ritrae le cinque dita dorate.

***

Le belle

Ci affascinano le belle che muovono gli occhi 

di gazzella in visi rotondi come lune. 

 

Dalle chiome fluenti, dall’incedere aggraziato, 

dai glutei pieni, dalla vita sottile. 

 

La fresca giovinezza 

profuma la loro bocca dalle labbra di corallo,

dai denti di perla, 

 

come quando lo zefiro, impregnato di abir

scorre sulla rosa e sulla camomilla.

***

Quando i corpi s’incontrarono

Quando i corpi s’incontrarono, senza alcun
sospetto, e già le anime si eran consunte di passione,
cogliemmo – senza che ci fosse imputato a
colpa – i frutti di un piacere che si colgono
quando si piantano.
Quando poi svanirono le stelle, levando una
bandiera sulla quale s’appressava la luce e
dalla quale svanivano le tenebre,
sospirai sbigottito, ma solo sospirai
per lo spuntar dell’aurora.
O aurora non venire, tu mi fai desolato; o
notte, non andar via, tu mi dai gioia!

***

Immagine da http://poesiesicule.blogspot.it

Fonti:

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Poesie di Concettina Ramondetta Fileti

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Considerata fino ai primi decenni del Novecento una delle più illustri poetesse d’Italia, Concettina Ramondetta Fileti ( Palermo, 1829-1900) manifestò fin da giovanissima uno spiccato spirito patriottico. Di nobile famiglia ( il padre era Francesco Sammartino Ramondetta dei duchi di Montalbo), partecipò attivamente al clima risorgimentale non soltanto con i suoi scritti dichiaratamente antiborbonici, ma anche con intrepidi atti di ribellione: nel 1849, non ancora ventenne, fuggì di casa per andare a scavare a Sant’ Erasmo i fossati che avrebbero dovuto ostacolare il rientro delle truppe borboniche. “Esitai al pensiero di mia madre” raccontò in seguito ripensando a quell’evento ” ma mi feci coraggio all’idea che la patria vuol questo servizio da me; e la patria è pur madre: voliamo!” Si sposò nel 1850 con il cavalier Domenico Fileti, fu madre di otto figli ed ebbe una vita familiare serena e appagata. Dopo l’Unità d’Italia, le sue poesie smisero di cantare il sentimento patriottico per concentrarsi proprio sugli affetti domestici: fu il periodo artistico più intenso della sua vita, denso di tenere composizioni molto apprezzate dai critici e dai letterati del tempo. “Poetessa dal core materno” la definì l’importante letterato Ugo Antonio Amico, che nel 1906 scrisse riguardo alla sua poesia: “Poche volte mi è avvenuto legger versi così belli, casti, soavemente malinconici». Nel 1877, la morte della figlia ventiquattrenne le inflisse un duro colpo inaridendole per sempre la vena poetica. I componimenti che seguono sono tratti dal libro “Poesie di Concettina Ramondetta Fileti” pubblicato nel 1876 a Imola dalla Tipografia Ignazio Galeati E Figlio.

Donatella Pezzino

***

Un bel giorno d’inverno

Bella natura! E qui tu sei la sola

Che ne sorridi ancor pietosamente;

Ogni aura d’altro ben per noi s’invola

Rapidamente.

 

Quando rombava il tuon sulla pendice

Ed era il ciel di nubi ottenebrato,

Fra me dicea: tale stagion s’addice

Al nostro fato.

 

Allor commosso e sospirando almanco

Il pellegrin pel duol grave che n’ange:

In questo suolo, dir potea, sinanco

Natura piange.

 

Ma già ride la terra, e un sovrumano

Senso or si spande d’armonia, d’amore;

Nè tutti san che ogni conforto è vano,

Se geme il core.

 

Chi lo seren del nostro ciel rimira

e le opime campagne e il sol che ferve,

Non sa che sotto sì bel ciel sospira

Gente che serve.

 

Per noi che vale, o Dio! l’etra ridente,

e l’arcana bellezza del creato,

se a piangere e a servir miseramente

N’hai condannato!

( febbraio 1850)

***

Ad un uccello fuggito dalla gabbia

 

Vola, trascorri i liberi

campi dell’etra, e godi.

Vola, più dolci e facili

Sciorrai le tue melodi.

A’ vivi raggi, al tepido

Rezzo, tra’ fior’, sui rami,

Ovunque amor ti chiami

Presto il tuo vol sarà.

 

D’ali fregiato, al carcere

Non ti creava Iddio;

Sol t’ opprimea degli uomini

L’orgoglio insano e rio.

Che val se a te la folgore

Del cacciator sovrasti?

Un’ora almen provasti

Di gaudio e libertà.

(Maggio 1850)

***

Per l’albo di Marietta Piccolomini

 

Figlia d’Italia, che trasfondi al canto

L’italo foco, un ciel puro e sereno

Del tuo primo sorriso

E del cor salutavi;

Ma qui t’inebria, nel sican terreno.

Più miti e più soavi

Spiran l’aure fra noi; del sol più pura

L’eterea luce splende;

Qui primavera eterna

Di fiori e di verzura

Riveste il colle, il prato;

E il genio e la virtude

Degli avi, ancor l’alme sicane accende.

Il prisco onore, i fasti

Tu cerchi invan: li tolse a noi sventura.

Ma il cor che bolle e freme,

Le memorie, la speme,

Di natura il sorriso interminato,

Rapir non ci potrà l’avverso fato.

(Marzo 1854)

***

A una madre che ha perduto il figlioletto

–Tergi le ciglia: quel leggiadro fiore

Volò fra gli angeletti in grembo a Dio,

Ignaro d’ogni mal, d’ogni dolore.–

Così direi, se madre non foss’io;

Ma l’angoscioso strazio del tuo core,

Cui conforto non val, sente il cor mio,

Che ti comprende appieno, e oppresso e affranto,

Di carmi invece, versa amaro pianto.

(Ottobre 1855)

***

Fonti:

http://www.enciclopediadelledonne.it/biografie/concettina-ramondetta-fileti

https://musicaemusicologia.wordpress.com/2014/09/01/una-poco-nota-famiglia-di-nobili-meridionali-e-risorgimentali/

http://comecreaturaeternamentediveniente.blogspot.it/p/che-cose-la-poesia.html

 

Poesie di Graziosa Casella

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Biografia di Graziosa Casella

Graziosa Casella ( Catania, 1906-1959), poetessa sensibile e prolifica,  partecipò attivamente ai movimenti poetici della Catania del secondo dopoguerra: dal 1945 al 1959 collaborò con circoli e riviste culturali e intrattenne stretti rapporti con i maggiori poeti e intellettuali dell’epoca. Poetessa dell’amore e dell’amicizia, vera figlia dell’Etna, la Casella è stata spesso paragonata a Mariannina Coffa per la passione lacerante e dolorosa con cui cantò la sua sete d’amore. Nove suoi sonetti, in particolare, sviscerano il travaglio di un amore impossibile che lotta contro una società ipocrita e perbenista: il grande amore della sua vita, infatti, era un uomo molto più giovane di lei. Caduta ingiustamente nell’oblio dopo la sua morte, è stata recentemente riscoperta dal poeta e cantautore Alfio Patti che le ha dedicato il suo saggio critico e bio-bibliografico “Arsura d’amuri. Omaggio a Graziosa Casella” ( Bonanno Editore, 2013).

S’avissi diciott’anni

E’ veru sì, s’avissi diciott’anni

o puru vintott’anni, comu a tia,

non li patissi tanti disinganni

nè mi vinissi sta malincunìa.

 

Ragiuna, e vidi chi a tia stissu ‘nganni;

chissu ca chiami amuri è fantasia;

troppu d’amuri canuscìi l’affanni,

e sacciu siddu è prosa o è puisia.

 

Pirchì, dimmillu, si non mi vo’ beni,

voi mettiri ‘stu cori a la turtura

e ccu ssi labbra duci m’avvileni?

 

Ah, si ‘ssa vucca to non è sincera,

làssami stari pri la me svintura…

ccu autunnu non s’accoppia a primavera.

 

(Se avessi diciott’anni

 

E’ vero si, se avessi diciott’anni

oppure ventott’anni come te

non soffrirei tanti disinganni

nè mi verrebbe questa malinconia.

Ragiona, e vedi che te stesso inganni;

questo che chiami amore è fantasia;

troppo d’amore conobbi gli affanni

e so se è prosa o poesia.

Perchè, dimmelo, se non mi vuoi bene

vuoi mettere questo cuore alla tortura

e con queste labbra dolci mi avveleni?

Ah se questa bocca tua non è sincera

lasciami alla mia sventura…

con autunno non si accoppia la primavera.)

***

Ss’occhi

 

Su ss’occhi toi un mari senza funnu

‘n mari sirenu, duci e senza ‘ngannu.

‘Nta li so calmi abissi mi sprufunnu

quali trisori ammuccia m’addumannu.

Ma tanta luci viu ca mi cunfunnu

e chiudu l’occhi ca po’ fari dannu

li stissi non cci n’è ‘n tuttu lu munnu

mancu si giri ‘n gnornu, ‘n misi e ‘n’annu.

( Questi occhi

Sono questi occhi tuoi un mare senza fondo

un mare sereno, dolce e senza inganno.

Dentro i suoi calmi abissi mi sprofondo

quali tesori nasconde mi domando.

Ma tanta luce vedo da confondermi

e chiudo gli occhi perchè può farmi male

uguali non ce n’è in tutto il mondo

neanche a girare un giorno, un mese e un anno. )

***

Notti

Notti ca scinni cheta e silinziusa

disiata tu veni all’ arma mia!

Quannu si’ chiara o quannu si’ scurusa

sempri la benvinuta dugnu a tia.

 

Oh! Quantu tu ppi mia si’ priziusa

ca l’estru svigghi a la me fantasia

la to calma prufunna e maistusa

fidili e duci mi fa cumpagnia.

 

Amica notti, quantu mi piaci

na li to’ vrazza lu ‘nsunnari è duci

ca mi circunnu d’ummira e di paci.

 

Mi fai ‘nsunnari rosi e tanti ciuri

mentri c’all’alba ccula nova luci

trovu la vita ccu li so’ duluri!

( Notte

Notte che scendi quieta e silenziosa

desiderata tu vieni nell’anima mia!

Che tu sia chiara o che tu sia buia

sempre la benvenuta io dò a te.

Oh! Quanto tu per me sei preziosa

che l’estro svegli alla mia fantasia

la tua calma profonda e maestosa

fedele e dolce mi fa compagnia.

Amica notte, quanto mi piaci

nelle tue braccia sognare è dolce

perchè mi circondo di ombra e di pace.

Mi fai sognare rose e tanti fiori

mentre all’alba con la nuova luce

trovo la vita con i suoi dolori!)

***

Odiu

Odiu ‘sta vita mia fatta di chiantu

odiu ‘sta vita fatta di turmentu

odiu la gioia, lu risu, lu cantu

odiu la luna, lu suli, lu ventu.

 

Odiu l’amuri, ca pp’amari tantu

persi la paci e cchiu lu sintimentu

odiu tuttu, non avi cchiù ‘ncantu

ppi mia ‘sta vita ca morta mi sentu.

 

Si sti mura putissiru parrari

tutti li peni mei, lu me suffriri,

iddi suli putissiru cuntari.

 

Ma su’ muti e non parrunu li mura

e nuddu saprà mai lu me duluri

e inutilmenti st’arma si turtura.

(Odio

Odio questa vita fatta di pianto

odio questa vita fatta di tormento

odio la gioia, il riso, il canto

odio la luna, il sole, il vento.

Odio l’amore, perchè per amare tanto

persi la pace e più ancora il senno

odio tutto, non ha più incanto

per me questa vita perchè morta mi sento.

Se queste mura potessero parlare

tutte le mie pene, il mio soffrire,

loro sole potrebbero raccontare.

Ma sono mute e non parlano le mura

e nessuno saprà mai il mio dolore

e inutilmente l’anima si tortura.

***

Immagine da http://www.wikipedia.it

Nel video, le “Malmaritate” eseguono il brano “S’avissi diciott’anni” scritto da Alfio Patti sul testo della poesia di Graziosa Casella.

 

Fonti:

 

Poesie di Rosina Muzio Salvo

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Rosina Muzio Salvo ( Termini Imerese, PA,1815-1866) si distinse fin da giovanissima per una forte inclinazione verso le idee liberali, l’anticlericalismo e il femminismo. Ci ha lasciato articoli, poesie, romanzi e vari scritti dove l’intento pedagogico si mescola ad un profondo amor di patria, al ruolo centrale degli affetti familiari e ad una tenace fede nelle potenzialità della donna. Le poesie qui riportate sono tratte da un volumetto che l’autrice pubblicò a Palermo nel 1845.

***

Romanza

Ahi quante volte all’aura,

Che mi lambiva il viso

Dei tuoi sospir , conquiso

Balzava forte il cor,

E d’ogni cura immemore

Viveva per l’amor!

 

Nei lumi tuoi specchiandomi,

L’immago mia vedea,

Ed ebbra a te dicea:

« lo son felice appien. »

Vidi mia viva immagine

Incisa nel tuo sen….

Ma assisa sotto il salice,

Quando dicesti: « Addio! »

La terra a me spario,

Sugli occhi scese un vel:

Quindi gli apersi…. al misero

Ch’è mai la terra, il ciel?

(2 agosto 1841)

***

Giulietta

Addio! – Sa ’l ciel se dato fia vederci! –

Languidamente nelle vene freddo

Timor mi serpe, e de la vita il foco

Par che si spenga. –I miei più fidi or tosto

Vo’ richiamar, conforto al cor daranno.

Mia dolce madre… Oh cielo! a che venirne?

lo tal cimento affrontar deggio sola….

A me nappo pietoso…. Ahimè! se vano

Liquor racchiuda, ad altri sposa andarne

Forza mi fora?… Ah no! tu ’l vieterai….*

Ma se timor l’astuto frate spinse

Ad apprestarmi un tosco, onde sottrarsi

A la vergogna, che su lui cadria

Pel dolce nodo ch’a Romeo mi stringe,

E ch’egli benedisse?… Lungi, lungi

Sospetto vil! Ciascun santo lo chiama ,

E l’opre sue non tradîr mai tal grido. –

Nuovo , giusto timer l’alma m’invade…

S’io nell’avel pria di venir Romeo

Schiudessi i lumi!… aura feral spirando

Entro quell’arca , in la cui sozza bocca

Aura di vita mai non spira. . . . Ahi priva

Di sensi giacerei pria di vederlo!…

E ov’io pur viva ancor , la fantasia

Da tetra notte orrendamente accesa ,

Da spaventose immagini di morte,

E dal terror del luogo , agli avi miei

Antico asil…u’ l’ossa ammonticchiate

Confondonsi coi teschi…. ove Tebaldo

Intriso ancor di sangue, in suo lenzuolo

Avvolto, ai vermi è pasto. . .. ove s’aduna

Di truci spettri orrido stuol la notte. . . .

Ahi! tra l’infame lezzo, e orrendi stridi,

Al di cui suono impazzano i viventi,

Cinta d’interno da pàure atroci,

Il senno perderò !. . . Tripudiando

Furente allor dei padri miei coll’ossa ,

Io correrò Tebaldo a svincolare

Dal funebre suo velo, e a brani a brani

In un baleno squarcerò sua salma ,

E da tremenda stolta furia invasa ,

Di gioia schiamazzando, con un osso

Percoterò mie tempia , e le midolle

Ne schizzeran. .,. Oh! mira! è di Tebaldo

Lo spettro… . A vendicar l’inulto sangue

Sul mio Romeo sen viene…. Ahi! ferma! ferma!

lo volo a te Romeo! Tutto il tracanno.

(1841)

*Posa un pugnale

***

La delusa

Là dov’è ’l ciel più fulgido ,

Fragrante più ’I sentier,

Ove più Palma innalzasi

Su i vanni del pensier;

 

Tra le carole l’alito

D’amore mi creò ,

E di sventura il turbine

Nel duol m’inabissò.

 

Speme di gloria invasemi ,

Ed ebbra di desir ,

Di tante pene immemore ,

Vivea nell’avvenir. . . .

 

Stoltezza! più non s’agita

A quel sorriso il cor;

Ch’è mai, ch’è mai la gloria,

Se non l’abbella amor!

(30 maggio, 1842)

***

Siciliani

Havvi un divino senso, un’armonia

Tra cuore a cuore; una possente, arcana

Voce fraterna, che ad amar ne, sforza!

O tu, il cui nome tra gl’incensi e gl’inni

Una gente codarda al cielo estolle ,

Dorata plebe , ascolti tu tal suono?

Ascolti tu la disperata madre,

Ch’urta, rompe la folla , si gridando:

« Rendetemi il mio figlio! Ahi! con quest’occhi

Da un ribaldo, da un demone assalito ,

Cader trafitto il vidi! » Il grido ascolti

D’una gente raminga , senza un tetto

Che la ricovri, un pan che la disfami?

L’irrequieta , baldanzosa turba ,

Nel cui cipiglio è fitto un pensier truce,

Pensier di sangue, non iscorgi?… Ahi tutti

Sul tuo capo ricadano i misfatti!

E di chi è mai la colpa, se nel sangue

Una sfrenata plebe si gavazza,

Sfamando il duole, l’innasprita rabbia

Di vedersi qual gregge vilipesa?

E mente, e core forse il ciel concesse

A te soltanto, e l’umile genia

D’ogni luce privò? Di questo suolo,

Di questo ciel, che onnipossenti fiamme

Nell‘anime trasfonde, non è figlio

Il derelitto vulgo? Or questo foce,

Che per immensi campi spaziando,

È fatto divo dallo studio, e l’arte;

Questo foce compresso, alfin prorompe

Rapidissimo, e tutto incende, e strugge!

O stuol patrizio, a cui fortuna arrise,

Non vedi tu quanta miseria accogli

Tra l’immense dovizie? Orsù , tracanna ,

Tracanna il nappo di tuo folle orgoglio…

Ebbro n’esulta… ma non senti a tergo

Una voce tremenda che ti grida:

« Di tua possanza è già caduto il regno? »

 

Dal Tamigi al Sebeto in ampie sale

Radunansi i fanciulli, un amoroso

Sacro ministro alla virtù li educa,

Mentre una donna con soave affetto

Libri, lavori appresta, e quanto puote

L’intelletto avvivar, rendere un giorno

Utili quelle braccia, quelle menti

A se stessi, alla patria. Ai pensier casti

I fanciulli nudriti, ed al lavoro,

Del delitto le vie fuggono adulti.

Or mentre ovunque alla virtù s’educa

L’infima plebe, su di cui pietosa

Veglia l’illustre gente, alle rapine

Alle bestemmie, al sangue, tra noi cresce,

Educasi, s’inspira! Amor, pietade,

Non sole preci, è del Signor la legge. –

Va dal tapino, ne raccogli i nati,

E in terra un serto, in cielo un seggio avrai.

(2 dicembre, 1843)

***

Romanza

Ogni fior mi sorridea ,

Ogni suono mi beava,

Quando in mente risplendea

Un angelico pensier.

 

Carolando a me d’innanti ,

S’involò l’ebbrezza arcana ,

Spine acute, laceranti

M’ingombrarono il sentier.

 

È pur questo il cielo mio,

Tutto luce , tutto amore;

Questo il caro suol natio ,

Questi i fior ch’amavo un di.. . .

 

Ma qual’ombra errante affiso 

Gli astri, il cielo, il colle, il prato,

Da quell’estasi diviso,

Tacque il mondo, e disparì!

(Febbraro , 1845)

Liriche di Giuseppina Turrisi Colonna

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Giuseppina Turrisi Colonna ( 1822-1848), figlia del Barone di Buonvicino Marco Turrisi e della nobildonna Rosalia Colonna Romano, crebbe in un ambiente familiare culturalmente stimolante e ricevette un’educazione accurata che si unì alla sua spiccata sensibilità personale verso gli ideali romantici di patria e libertà. Le liriche che seguono sono tratte dalla raccolta che la poetessa pubblicò per l’editore Le Monnier di Firenze nel 1846.

***

A Rosalia Colonna Nei Turrisi Baronessa di Buonvicino

Me solo amor consiglia,

Me sol conforta amore;

Dei carmi d’ una figlia

Quale offerta più nobile

Più degna è del tuo core?

Oh se l’affetto vero,

Le immagini leggiadre

M’infiammano il pensiero,

È tuo l’ onor, la trepida

Gioia, diletta Madre!

Sai chi dell’ estro il foco

Mi desta, chi m’ inspira?

Per te, pel natio loco,

Per l’amor dei magnanimi

Sudo a temprar la lira.

Che vai, se tanto zelo

Strugge l’etate acerba?

Io sol vivere anelo

Per poco, e te fra l’itale

Madri lasciar superba.

***

Ultimo canto di Lord Byron

È ver; posarsi ormai dovrebbe il core,

S’è mal gradito, nè più gli altri infiamma;

Pur, non amato, serberò d’amore

Viva la fiamma!

De’ miei verd’ anni ecco fornito il corso;

Non ha più fiori amor, non ha più frutto;

Deh che mi resta? col fatal rimorso

Lagrime e lutto !

Come vulcano solitario splende

Nell’ alma il foco, e mi consuma, e spira;

Non altra fiamma che l’ estrema incende

Funerea pira!

Ogni cresciuto, ogni crudel tormento,

Ogni speranza, ogni gelosa pena,

D’amor la forza più non reca, il sento,

Ch’ aspra catena.

Oh men leggiadra è qui la mente e l’ alma !

Dei molli affetti vincerò la possa,

Avrò, lo spero, degli Eroi la palma,

0 nobil fossa.

Oh Grecia! oh gloria! d’ ogni tema ignudo

Dell’ armi ascolto, delle trombe il suono;

Come Spartano sul difeso scudo,

Libero sono.

Desta, o mio spirto, — che la Grecia è desta! —

Desta il tuo foco, la virtù che langue!

Forte mi scuoti: a versar corro in questa

Impresa il sangue!

Vinci ogni affetto risorgente, indegno

0 fredda etate ! — se per te si sprezza

Il riso, il pianto, il simulato sdegno

Della bellezza.

Oh perchè vivi, se caduto piangi

Il fior degli anni? qui novelli onori

Frutta la morte — fra le achee falangi

Combatti e muori.

Facil si trova, e fia per te del forte

Bello il sepolcro — intorno guata e scegli;

Nè dal riposo d’ onorata morte

Fia chi ti svegli.

***

Alla sorella

Quel di, che contemplal lieta e dolente

L’onesta immago del Toscan Maestro,

Che a me sì pueril d’ anni e di mente

Lo stile invigorì, gli affetti, e l’estro;

I’ benedissi la virtù crescente

Del tuo pennello generoso e destro;

Senza pianto, gridai, senza contrasto

Sien le tue glorie: ad ogni danno io basto.

 

Ma da quel dì quanto sudasti, e quanto

Nella mano crescesti e nell’ ingegno;

Tutto è nell’ arte de’ tuoi dì l’ incanto,

E della fantasia popoli il regno:

A te scrivendo giorno e notte accanto,

Ogni effigie che pingi, ogni più degno

Pensier tolgo alle fiamme, chè non mai

Di te, dell’opre tue paga sarai.

 

Questi cari pensier tutti raccolti

In bel volume fra i miei versi mira;

Molti li lodan, li vagheggian molti,

Ma sol l’ anima mia se n’empie, e spira.

Un’eterea sembianza, un di quei volti

Che sol d’ aver sognato il cor sospira,

Qui trova il cor. Più del soave

Albani Celesti pingerai gli aspetti umani.

 

Deh pennelleggia pur su queste carte

Le vittorie d’Italia e di Triquetra;

È la Patria dì noi la miglior parte,

E lo sa chi per lei vivere impetra:

Pari nel foco, nei pensier, nell’ arte,

In pari uso volgiam colori e cetra:

Tu di te stessa, o Cara; io degna sia

Del mio Maestro e della Patria mia.

***

Le rimembranze

E del viaggio fatlcoso anch’ io

Trascorrer veggio il sedicesimo anno,

E sento come fugge ogni desio

Nella misera valle, ed ogni inganno:

Quanti pietosi, ahimè, del viver mio

Conforto vero, abbandonata m’hanno;

Quanti che meco semplici fanciulli

Sorridean nelle fole e nei trastulli.

 

Con che dolcezza candide, serene

Di quei primi anni mi rivivon l’ore,

Che s’ adornavan come liete scene,

Come un bel sogno, come un dì d’ amore!

Di cari eventi, di memorie piene

Ritornano dolcissime nel core;

E quei tanti discesi negli avelli

Ritraggon vivi e favellanti e belli ! —

 

Tempo felice ! a piè dell’ amorosa

Antica fante m’ assidea le sere,

E commossa intendeva e lagrimosa

Nelle fole dolenti e lusinghiere,

E ripeteva, come santa cosa,

Quei cari nomi nelle mie preghiere;

Ed oh con che pietà serbava in petto

I casi d’ una pia , d’ un giovinetto !

 

Caramente serrando nelle braccia

L’immagine talor d’una fanciulla,

La baciava per gli occhi e per la faccia,

E dì fregi adornavale la culla.

Tempo felice! d’aurei sogni in traccia

Nulla pur sogno che t’uguagli, nulla

Di quei ludi fu mai, di quella niente

Più soave, più caro, e più innocente!

 

Poichè d’ altri piacer, poichè d’ altr’ opra

La verissima brama s’accendea,

Sopra le carte meditando, e sopra

I miei pensier, le notti producea:

E di qual nei bei rischi il senno adopra,

Quella trepida speme in cor sorgea,

E viva in ogni loco, in tutte l’ore

Nel suo segreto la nutriva il core.

Ed un colloquio di che amor, di quale

Ritentami pietà! — Pallido il raggio

Della Luna piovea, le tacite ale

Scotea ricca dei fior l’ aura di maggio;

E sciogliean lamentando oltre il viale

Gli usignoletti il flebile linguaggio,

Allor che mesta una dolcezza move

Dal ciel , dai fonti , e dall’ erbette nove.

 

Meco seduta una gentil donzella,

Perchè, diceva, nei severi studi

Perdi il sorriso dell’ età novella,

Perchè vogliosa ti travagli e sudi?

Qual si legge sai tu, qual si favella:

Cessa le cure faticose e rudi,

E meglio godi ricreduta, oh meglio

Ai passeggi, ai teatri, ed allo speglio! —

 

Io di rincontro: il sai; dai teneri anni

Arcanamente dentro il cor profondo

Un amaro provai senso d’affanni,

Un tedio lungo, un diffidar del mondo.

Nè della giovinezza i dolci inganni

Mi suadono il vivere giocondo;

Ma nelle veglie della fida stanza

Mi lusinga soltanto una speranza.

 

Ed Ella: statti, chè per me non sono

Di così dure tempre; alle amorose

Letizie io credo: A te l’allór; tel dono

Se invaghita ne sei; dammi le rose. —

A quei detti fidenti, all’abbandono

Ahi troppo avverso l’ avvenir rispose,

E al primo voto, al primo dì d’ amore

Si recise degli anni il più bel fiore. —

 

Misera! e dalla lagrimata bara

Un nome non avrai nei dì novelli,

Chè sol dell’opre faticose, o cara,

Nei volumi si vive oltre gli avelli:

Pel dolce capo tuo, per ogni amara

Rimembranza che al cor di te favelli,

Io giuro meditar nei giorni mesti,

Perchè un vestigio, un’ombra di me resti.

***

Alle donne siciliane

No, benchè il tempo muta

La fortuna dei regni e delle genti ,

Non han foglia perduta

Le tue belle corone, o Patria mia!

I sensi e le parole

Vivon di quanti meditar nascosi

Negli ozj generosi;

Vivono ancor gli altissimi portenti

Dei campioni vetusti,

Primieri nei cimenti,

Fra lance, e spade, e riversati busti

Deh sì lieto per noi rifulga il sole;

Deh, come il cor desia,

In noi l’ardire dei Sicani Eroi,

L’antica tempra si rifonda in noi!

Se la benigna etade

I petti nostri al paragon non chiama

Dell’ ira e delle spade,

Oh ne’ caldi pensier, nell’ opre oneste

Si riconforti l’ alma !

Assai più giova di tenzoni e d’ armi

La bell’arte dei carmi,

Che il sorriso di pace e gli ozj brama ,

E ne lusinga e regge

A magnanima fama,

D’ ogni affetto maestra e d’ ogni legge.

Vile chi sdegna la sudata palma!

Saprà, nelle funeste

Cure invilito, nei piacer bugiardi,

Come il rossor, se pur l’infiamma, è tardi.

E da quest’ almo suolo

Arditamente d’ animosa donna

Aprivan gl’ inni il volo.

Oh quel vanto perchè più non s’ agogna

Da libero pensiero?

Perchè l’ umili cure e l’ ozio indegno

Tolgon foco all’ ingegno

Se qui, di senno e di virtù colonna,

Qui preparava Nina,

Disdegnando la gonna,

Al divino Alighier l’ arpa divina?

Deh, mel credete, eh’ io favello il vero,

Il celarsi è vergogna.

Sorgete, o care, e nella patria stanza

Per voi torni l’ ardire e la speranza.

Giovinezza non dura

Sulle gote vermiglie e sul bel crine

Per letizie o per cura,

E tutti spegne dell’ etate il gelo

Quanti florian diletti,

Finchè si scavi all’ ultima percossa

Un obbliata fossa.

Deh men crudeli di quaggiù le spine

Il bell’ oprar ne renda,

Ben nate cittadine,

E del loco natio l’ amor v’ accenda.

Più sicure dovizie agli intelletti

Non piovono dal cielo;

Nè soave lusinga o dolce incanto

È qui verace, ove sol dura il pianto.

Sicilia in noi riscossa

Rintegrerà l’ indomito ardimento,

Le leggi sue, la possa.

Ahi ! smisurato divampava lntorno

Il morbo furibondo,

E le rapia l’ alme più calde, i primi

Esemplari sublimi.

Senz’irà, senza onor, senza cimenti

Un popol si moria.

Derelitto, sgomento,

Per le case dolenti e per la via !

Quanti del sogno ebe più ride al mondo

Eran sul primo giorno

Quando s’ affanna irrequieto il core

Nei dolci voti e nel desio d’ onore !

0 sfortunati nostri,

Su voi commosso qual fratel più sente

Deplorando si prostri ;

Guati la croce, e le glebe, e le pietre

Su pel funereo loco,

E d’uguale virtù, d’uguale affetto

Arda il commosso petto. —

Pel suol che vi nutria sì dolcemente,

E in che durano pure

Quanti amati lasciaste alle sventure,

Voi lassù, redivivi Angeli, invoco:

Le divine faretre

Suonin sugli empi, e alle natie contrade

Torni dei prischi Eroi, torni l’ etade.

***

L’addio di Lord Byron all’Italia

Alfin partia. Chi del crudel momento

Può narrar le memorie ed il dolore,

E ciò che disse ai monti, all’acque, al vento
Di quella terra ove lasciava il core?
Oh come quel dolcissimo lamento
Fu travolto per ira o per livore!
Qual menzognero addio sulle divine
Labbra pose un Francese, un Lamartine?

Taci! L’italo amor del mio Britanno,

Gl’itali sensi, oh male, oh mal comprendi:
Non all’Italia no; ma frutteranno
Onta infame a te stesso i vilipendi.
Italia morta? e innanzi a te non stanno
Ancor vivi, temuti, ancor tremendi
Ugo, Alfieri, Canova’ e presso a questi
Sì magnanimi Eroi, dinne, che resti? —

Quella terra, quel ciel che l’innamora,
Pien di mille pensier, di mille affetti,
Giorgio saluta dalla mesta prora
Coi sospiri, coll’anima, coi detti:
Chi non sogna di te? chi non t’adora,
O bella Patria d’ animosi petti,
Bella Patria dell’arti! il viver mio
Tu che allegrar potesti, Italia, addio.

Italia! Italia! com’è dolce il suono
Della celeste armonica favella!
Nel ciel, nelle odorate aure, nel dono
D’ ogni cosa gentil, come sei bella !
Di foco è l’alma dei gagliardi, sono
Di foco gli occhi d’ ogni tua donzella;
E da quegli occhi, da quell’alme anch’io
Se il bel foco ritrassi, Italia, addio.

Ahi ! per le sette cime e per le valli

Dei famosi che avean la terra doma,
Più non s’urtan guerrieri, armi, cavalli,
Più non suona il trionfo Italia e Roma;
Nè più s’avventa ai minacciosi Galli,
Sanguinoso gli artigli, irto la chioma,
Il gran Leon di Marco, e steso e muto
Anco abborre l’Eroe che l’ ha venduto.

Venduto! ahi rabbia! qual vergogna è questa,
Qual crudo patto, quale iniquo orgoglio !
L’italo sangue avrai sulla tua testa
O snaturato nell’ infame scoglio.
Tu le piaghe sanar d’Italia mesta,
Tu rialzar dovevi il Campidoglio,
Tu di Cammillo erede, il brando e il senno
Vendesti ai figli che scendean di Brenno.

Fioria d’ogni virtù, d’ogni divina
Arte di pace questo suol fioria,
E il tuo brando recò fatal ruina,
E libertà peggior di tirannia.
Oh bugiardi Licurghi! oh Cisalpina,
Oh congrega di ladri, oh peste ria!
Fu per l’italo suol, fu crudo inganno
Se Marengo vincesti e l’ Alemanno.

Com’ aquila fra i nembi, o come lampo
Terribil passa, egli passò l’invitto;
E copre mesto, solitario campo
Il terror dell’ Italia e dell’ Egitto.
Io, benché tutto alla memoria avvampo
Di tanto Eroe, di sì fatal conflitto,
Io fremo, e dico: se vittoria il guida,
La comprò col delitto il parricida !

Oh perdona all’ ingrato! oh alfin riposa
Dopo tanto dolor, tanto contrasto,
E a più bei studi intenta, o Generosa,
Spregia l’armi crudeli e spregia il fasto:
Teco, Madre d’Eroi, teco avrò posa
Io che a soffrir la vita, ohimè ! non basto.
Ritornerò più grande; il cener mio
Qui dormirà compianto: Italia, addio.

Deh posa, posa: troppo dolce e santo
È d’una pace desiata il raggio;
Ma pace bella d’ogni nobil vanto,
Non ozio d’infingarde alme retaggio.
Divina Italia! con che amaro pianto
Vado altrove a cercar lodi al coraggio;
Pur Grecia sogno, e mi vi chiama un Dio…
Addio, Patria mia vera, Italia addio.

***

All’Angelo mio

Oh di te nulla è più soave, oh nulla

Di te più ride nella mente mia!

Tu mi baciasti nella rosea culla,

Mi bacerai nell’ ultima agonia:

Tu spiravi alla tenera fanciulla

Pensier celesti, amabile armonia:

Tu meco in ogni tempo; ma nell’ ore

Più solitarie più ti sente il core.

 

Quaggiù non ti vedrò: quell’immortale

Beltà sol degna è d’ ammirarsi in cielo;

Ma il soffio leggerissimo dell’ ale

M’ agita, mentre io parlo, il crine e il velo.

Amar dunque tu puoi cosa mortale,

Tu puoi vegliarmi con fraterno zelo?

O mio fedel Cherubo, o mio verace

Consolator nei rischi e nella pace.

 

Quando è il pensier più mesto e in sè raccolto,

Al mio pianto risponde un suon di pianto;

Sento una man che m’ accarezza il volto,

Sento una voce che m’ invita al canto:

È la tua man, la tua voce che ascolto,

Sei tu che piangi all’ infelice accanto ;

Più degli eterei balli, o giovinetto,

Ami i nostri colloquj, il nostro affetto.

 

E tu invisibil nella valle amara

Mi seguirai, misterioso amico:

Oh mi rendi, se il puoi, la vita cara,

La vita che paventa il cor pudico.

O almen di rose infiorami la bara,

Fa che in terra non lasci alcun nemico,

Dammi il bacio di morte: il volto mesto

Io sul tuo collo piego, e in Ciel mi desto.

***

Poesie di Mariannina Coffa Caruso

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Mariannina Coffa Caruso (  Noto, SR 1841-1878), detta la “Capinera di Noto” o la “Saffo netina”, ci ha lasciato vari scritti fra poesie, lettere e riflessioni, tutte percorse da una dolorosa vena intimista e da un forte anelito alla libertà di vivere e di amare. In questo articolo riporto alcune poesie tratte dal libro “Sibilla arcana” di Marinella Fiume edito da Lussografica ( 2000) e da varie fonti presenti sul web.

OMBRA ADORATA

Che mi valse l’ingegno, il core e l’arte
Se te perdendo ogni Ciel perdei?
Se il nume che fu vita ai sogni miei
Mi condanna tacendo e si diparte?
Oh se vedrai queste dolenti carte
Che d’un alito ignoto accendi e bei
Saprai ch’ove sospiri, e piangi e sei
Ivi piange il mio core a parte a parte.
Saprai ch’io t’amo, ed è miracol novo
La vita mia…perchè son morta e vivo,
E là dove non sei me non ritrovo!
Saprai, ch’ombra adorata, a me d’accanto
Ti riveggio pur sempre o sogno o scrivo
E più che il labro tuo trovo il tuo pianto.

Qualche anno fa, questo sonetto è stato splendidamente musicato da Carlo Muratori. Ascoltatelo, è davvero emozionante.

***
1.
Amo…che val se l’universo è muto
Alle più sante melodie del core?
Se in te l’anima mia tutto ha perduto
Vive,combatte,ed è gigante amore.
Diletto mio!…sai tu che i giorni e l’ore
Le lagrime e la prece ho rattenuto?
Che ho fidato a le stelle il mio saluto
Ed ha pianto natura al mio dolore?
Sai tu che mille volte in rotti accenti
Ho chiesto al Ciel di rivederti e indarno
Indarno sempre la mia prece uscia!
Che non pugnai coi disperati eventi?
Oggi vivrei fra l’armonie dell’Arno
Di te più degna e della cetra mia?
2.
Si…vivrei per amarti, e ignota e oscura
Morir vorrei sull’adorato petto!
Credi,amor mio, d’un solo unico affetto
Arde quest’alma nella sua sventura.
Te m’offrivo in un punto arte e natura
Te maggior d’ogni nume e d’ogni obietto.
Ah tu nol sai, la mesta creatura
Vive straniera nell’estraneo letto!
Senza amor, senza luce e senza speme,
Fra le memorie mie chiuso il pensiero.
Dimmi: il duol che mi strugge è morte,o vita?
Vivo, e del vover suo l’anima geme,
Moro, e pace non ha la mia ferita…
e viva e morta ti vagheggio, e spero!
3.
Che mi valse l’ingegno,il core e l’arte
Se te perdendo ogni Ciel perdei?
Se il nume che fu vita ai sogni miei
Mi condanna tacendo e si diparte?
Oh se vedrai queste dolenti carte
Che d’un alito ignoto accendi e bei
Saprai ch’ove sospiri,e piangi e sei
Ivi piange il mio core a parte a parte.
Saprai ch’io t’amo,ed è miracol novo
La vita mia….perchè son morta e vivo,
E là dove non sei non ritrovo!
Saprai,ch’ombra adorata,a me d’accanto
Ti riveggio pur sempre o sogno o scrivo
E più che il labro tuo trovo il tuo pianto.
4.
E invan m’è dato rivederti,invano
Le lunghe notti in un martir profondo
Me stessa impreco,e la natura e il mondo,
E il sogno onde mi piacqui,e il voto insano.
Terribil voto che a me stessa ascondo,
Che trasse al nulla un avvenir lontano,
Ch’estinse il raggio di un affetto arcano
Che m’ha lasciato d’ogni morte il pondo.
Oh potessi un istante il mio martire
Disvelarti,amor mio,potessi almeno
Udir che mi perdoni e poi morire.
Paga morrei pur che fia salvo il core
Paga morrei sull’adorato seno,
Il tuo sguardo sognare e il nostro amore.

***

A Luisa         

In un momento d’estasi magnetica

Bella, che il guardo appunti

Oltre il confin della mortale idea,

Che in un solo desio mostri congiunti

Il cor che piange e il core che si bea,

Dell’occhio onniveggente

Raggio disceso nell’argilla muta,

Miracol novo d’armonia tu sei!

D’un’armonia dolente

Che parla a’ mesti e l’anima trasmuta

In un sogno di luce a’ sogni miei.

 

 Farfalla innamorata

Ch’ergi le penne oltre le vie del sole

Pel tuo foco medesmo inebrîata,

Sibilla arcana per le tue parole,

Se il mistico pensiero

Che di cielo ti veste opra è del Nume,

Anch’io piango… ti adoro… e grido anch’io:

– Ecco un baleno dell’eterno vero,

Ecco una fiamma dell’etereo lume,

Ecco la creta che sospira a un Dio! –

 

Se l’anima potesse

Varcar la meta che le diè natura,

E gir soletta a quelle plaghe istesse

Da cui ne venne immacolata e pura,

Per gli occhi onde riveli

Fiamma cotanta io la vedrei rapita

Peregrinante a le commosse sfere,

E direbbe al pietoso astro de’ cieli:

Deh, riprendi i miei sogni e la mia vita,

Ma non torni alla terra il mio pensiere!-

 

No, non fuggir… consenti

Che teco io sugga l’armonie passate,

E l’ebrezza dell’alma e i voli ardenti

Che mi fero in un gaudio amante e vate.

Lascia ch’io beva il riso

Di tue movenze allor che ti favella

Lo spirito accenso per virtu del core:

Lascia ch’io m’erga al sospirato eliso,

Ch’io voli in grembo a la perduta stella,

                                       E gridi al mondo: – L’anima non more! –

 ***

Psiche

Datemi l’arpa: un’armonia novella

Trema sul labbro mio…

Vivo! Dal mio dolor sorgo più bella:

Canto l’amore e Dio!

 

Psiche è il mio nome: in questo nome è chiusa

La storia del creato.

Dell’avvenir l’immago è in me confusa

Coi sogni del passato.

 

Psiche è il mio nome: ho l’ale e son fanciulla,

Madre ad un tempo e vergine son io.

Patria e gioie non ho, non ebbi culla,

Credo all’amore e a Dio!

 

Psiche, chi mi comprende? Il mio sembiante

Solo ai profani ascondo;

E nei misteri del mio spirto amante

Vive racchiuso un mondo.

 

Nei più splendidi cieli e più secreti

Sorvolo col desio:

Nata ad amar, sul labbro dei Profeti

Cantai l’amore e Dio.

 

Psiche è il mio nome: un volgo maledetto

Pei miracoli miei fu mosso a sdegno,

E menzognera e stolta anco m’han detto,

Mentre sui mondi io regno!

 

Eppur le voci d’una turba ignara

Fra i miei concenti oblìo:

Nello sprezzo dei tristi io m’ergo un’ara

E amor contemplo e Dio.

 

Psiche! Ogni nato colle ardenti cure

Di madre io circondai,

E il supplizio dei roghi e le torture,

Figlia del ciel, provai.

 

Nell’infanzia dei tempi, il gran mistero

D’ogni legge fu servo al genio mio:

Di Platone e di Socrate al pensiero

Svelai l’amore e Dio!

 

L’arte, le scienze, le scoperte, i lenti

Progressi dell’idea, chi all’uomo offria?

Io sui ciechi m’alzai, fra oppresse genti

Schiusi al pensier la via.

 

 

Psiche è il mio nome… il raggio della fede

Rischiara il nome mio:

E, Umanità, chi al nome mio non crede

Rinnega amore e Dio!

 

Ogni lingua, ogni affetto, ogni credenza

Col mio potere sublimar tentai:

Serbando illesa la divina essenza,

Forma, idioma ed essere mutai.

 

Or vittoriosa, or vinta, or mito, or nume,

Or sobbietto di scherno, or di desio,

Col variar di lingua e di costume,

Svelai l’amore e Dio!

 

Pria che fosse la terra, io le nascose

Fonti del ver mirai:

Vissi immortale fra le morte cose,

Me nel creato amai.

 

Eppur la terra non comprese ancora

Le mie leggi, il mio nome, il senso mio:

Conosce il mio poter… sol perché ignora

Che Psiche è amore e Dio!

 

Dio, Psiche, Amor! si vela in tal concetto

Il ver, la forza, l’armonia, la vita:

Son tre mistiche fiamme e un intelletto

Che un nuovo regno addita.

 

O Umanità! La scola del passato

Copri d’eterno oblìo,…

Quel Bene che finora hai vagheggiato

È Psiche, è Amor, è Dio!

***

A Giuseppe Migneco

Tu dunque vuoi che da quest’arpa infranta
Si levi un suono di profondo affetto,
E mi gridi pietoso: Alzati e canta?…
Oh! Qual dal mesto petto
Voce io trarrei d’immenso gaudio aspersa,
Ove dato pur fosse all’alma mia
Oggi nel duolo immersa,
Vivere ancor di sogni e d’armonia!
No; se la mia parola
Spesso tra generosi impeti ha vita
Nobile esempio e scola
Trova sol negli affetti ond’è nutrita.
Ben io talor vorrei
Tentar la mesta voluttà del canto;
Ma confuso è lo sdegno ai versi miei
E l’arpa offesa non può dar che pianto!
Amico! Ah tu non sai
Qual duol racchiuda il mio severo accento!
Dimmi: provasti mai
La perfidia, l’inganno, il tradimento?
Mille rettili aurati in varia forma
Dimmi, vedesti mai strisciarti intorno,
E la pura schivando aura del giorno
Lasciar nell’ombra d’atra bava un’orma?
Il falso riso d’una gente abbietta
Provasti, amico, e l’invido furore?
Fra le gioie d’un’arte benedetta
Orribil piaga ti fu schiusa in core?
Fra quell’ore di pace in cui la vita
Si pasce d’armonia
Provasti il ghigno della colpa ardita
E il morso della fredda ipocrisia?…
Una stolta falange ha condannato
Le tue credenze, i palpiti, il desio,
E di negri sospetti ha maculato
Sin quella fede che ti lega a Dio?…
Sai tu, dal dì che per diversi lidi
Ci spinse il fato avverso
In quale acerbo disinganno io vidi
Il più bel sogno della vita immerso?…
O beate dolcezze! O breve e cara
Gioia, o lusinghe del natio paese,
Quando quest’alma della vita ignara
Di tua gran mente il gran concetto apprese!
Or mi ridesto e sento
Quasi un’eco di tomba, e intorno giro
Le stanche ciglia a un funebre lamento
Al mio verso risponde e al mio sospiro.
Molti vid’io, né il ver per odio ascondo,
Che un caro d’amistà pegno mi han dato
E con labbro mendace e inverecondo
Amicizia e coscienza han profanato.
Molti vid’io, si cui tutta l’impura
Tabe è conversa d’ogni reo pensiero,
Che son onta a se stessi e alla natura,
Son vergogna al creato, e insulto al vero.
E vidi poi quest’idoli ferali
Offrire al mondo una virtù mentita,
E avvelenar le fonti della vita
Nell’armonia dei casti penetrali!
Ma il terror della colpa e del delitto,
Quasi aspettando la condanna e il fio,
A ognun di loro sulla fronte è scritto
Qual marchio eterno che v’impose Iddio.
Dolor sì fero, inaspettato, immenso,
Ha distrutto il mio core a parte a parte;
Quando in me stessa mi racchiudo e penso,
Io non credo all’amor, non credo all’arte,
Ogni legge sprezzando ed ogni affetto
Io vorrei dentro al nulla inabissarmi,
E gridare al Signor dall’imo petto:
Perché, perché crearmi?…
E vuoi ch’io scriva?… e vuoi che mi ridesti
Alla virtù d’una parola amica,
E sdegnosa mi levi e manifesti
La possente del core ardua fatica?
Vuoi che rapita in quella sfera eletta
Che sublima le lagrime e il desio
L’arpa ritenti, e splendida vendetta
Faccia de’ miei dolori il genio mio?
T’intendo, amico: di compensi arcani
Si riconforta un genio intemerato:
E anch’io lo sento; e al riso dei profani
Una pagina d’onta ha consacrato.
Chè se un’etate acerba
Al più caro desio tarpato ha l’ale,
Chiudo in quest’alma indomita e superba
Una vivida fiamma ed immortale.
E s’oggi affido all’armonia del canto
Ogni pensier dell’anima ferita,
E per te, per l’affetto unico e santo
Ch’ai nostri cori è vita.
Oggi all’impulso d’una tua parola
Riedo all’altezza ch’obliar potei…
E a novo intento e a più sublime scola
Traggo le mie speranze e versi miei!…

***
Luce e tenebre

Non io fra’ lieti, in facili
Gioie sprecar consento
La vita mia, né arridono
Ai sogni miei la gloria e lo splendor:
È sì labile fiore il sentimento
Che tra i felici inaridisce e muor.
Farfalla solitaria
L’ali io rivolgo ove più bello è il sole;
Vivo nel mite effluvio
Che si solleva dalla terra al ciel,
Parlo cogli astri armoniche parole
L’immenso spazio è il mio dorato avel.
Fanciulla ancor, nei fremiti
D’una incompresa idea,
Quando il commosso spirito,
Un mondo nuovo e un nuovo cielo ambì,
D’una cara speranza io mi pascea
Ch’ahi!… troppo presto nel mio cor languì.
Oggi, un perenne esilio
Parmi la vita, e risalir vorrei
A quel sognato empireo
Fulgente ancora di malìa gentil,
E ritrovar la luce che perdei
Nella dolcezza di un eterno april.
Stanca così di gemere
Forse son io, che tutta
Di funerarie immagini
Si dipinge la terra al mio pensier;
Veggo ogni cara illusion distrutta
Ed ingombro di sterpi il mio sentier.
Che fia di me?! Quest’anima
Chiude un tesoro di supremi affetti,
Chiude un pensier sì splendido
Che mente umana indovinar non può:
Sorrido e passo fra i mortali obbietti,
Ma patria e meta ed avvenir non ho!
Quanto di bello accogliesi
Nell’universo, appena
Può sodisfar l’indocile
Cura ch’io porto dai prim’anni in sen;
Il desio che mi strugge e m’incatena
È maggior d’ogni gloria e d’ogni ben.
Detto mi fu che in lagrime
Trassi i begli anni dell’età fanciulla,
Che un indistinto gemito
Per lunghe notti dal mio labbro uscì.
Né pace io m’ebbi nella dolce culla,
Né mi diè pace il sen che mi nutrì.
Dunque l’età più tenera
Mi presagia l’affanno:
Agonizzai sul nascere
Qual fior divelto dal materno stel…
Pria del dolor conobbi il disinganno,
Pria della vita interrogai l’avel.
Nei lieti dì che l’anima
Schiusi all’arte, agli affetti, all’armonia,
Vidi nei sogni un essere
Che blandia coi suoi canti il mio dolor,
Poi temprava le corde all’arpa mia
E mi parlava d’un celeste amor.
D’amor che luce ed estasi,
Forza, principio e meta;
D’amor che i sensi inebbria
D’una sublime eterea voluttà…
Ch’ogni speranza ogni desio completa,
Ch’eterno regna e di regnar non sa.
D’amor che pochi intendono
Perché non vive di terrena ebbrezza,
Che dei veggenti è simbolo
Che terra e cielo in un pensier legò…
Ohimè! Quest’alma a tanto gaudio avvezza
Gioie mortali disiar non può.
Oh! Quante volte un alito
Di questo amor sognai!
Lo chiesi indarno agli uomini
Ché fu muto ogni core al mio desir…
Io non dovevo palpitar giammai
O dei palpiti miei dovea mori!!!
Pur quando riedo ai placidi
Giorni vissuti in compagnia diletta,
Ai primi studî, ai cantici,
A quei fantasmi ch’obbliar non so,
Dico a me stessa: un altro ciel mi aspetta,
In altro cielo le mie gioie avrò.
Talor mi è forza correre
Lungo il mortal cammino
Confusa ai cento speretri
Di cui sconosco la favella e il cor;
Ma nei riflessi d’un pensier divino
Io mi stringo gelosa al mio dolor.
Speranze inenarrabili
Traveggo unite a quel dolore istesso.
Ché l’alma solitudine
Fonte è di vita a chi contempla il ver:
Quanto ad occhio mortal non è concesso
Svelasi in quell’istante al mio pensier.
Nell’ombra e nel silenzio
Gl’idoli miei ritrovo;
Parlo al creato, interrogo
L’eccelsa fiamma che si asconde in me,
E in un incanto dilettoso e novo
Scordo i maligni che mi stanno al piè.
Armonizzare, astergere
Posso in quell’ora ogn’intimo desio;
Rendo al mio stanco spirito
La potenza, l’imperio e la beltà.
Frango i misteri tra la mente e Dio,
Sprezzo il sogghigno d’una cieca età.
Veggo il cozzar dei secoli
Scissi in tenzone orrenda;
Veggo agitarsi e fremere
E sacerdoti e novatori e re,
E i popoli seguir l’ardua vicenda
Chiedendo invano la cagion qual è…
Oh!… s’io dovea le misere
Lotte provar d’una genia caduta,
Perché di elette immagini
Si riconforta il memore pensier?
Perché rivivo in un’età perduta,
Perché sento in me stessa il Bello e il Ver!?
Perché mi è dato un palpito
Che l’universo abbraccia?
Chi parla in me? chi suscita
La mia fede, i miei canti, i miei desir?
Chi mi sospinge d’alti beni in traccia,
Chi m’offre un cielo, un mondo, un’avvenir?
No, non è ver che l’unica
Meta dell’uomo nella morte è chiusa,
Che l’infeconda polvere
S’agiti ad una breve aura vital;
Può la vita alla morte andar confusa
Se parla in noi lo spirito immortal?
Può nell’obblio travolgersi
Chi può sfidar l’obblio?
Farsi mendico e debole
Chi ricco e forte dall’empiro uscì?
Nume del mondo l’ha chiamato Iddio,
E un’alba eterna a questo nume offrì.
Un’alba a cui si legano
Godimenti perenni, alta speranza:
Un’alba in cui si effondono
Tutte le gioie che fan bello il ciel…
Chi… chi gli ha tolto il senno e la possanza,
Chi lo fe’ schiavo al tenebroso avel?
Pur questo inane scheletro
Bello e immortale da natura uscia;
Ma un’orrida macerie
Non bruttava in quell’ora il suo candor,
E un senso arcano col suo vel copria
Il figliuol della luce e dell’amor.
Ahi! nell’immondo pelago
Ch’ogni sciagura aduna,
Nel lezzo d’un convivio
Che eterne brame sodisfar non può,
Ha veduto rapirsi ad una ad una
Quelle dolcezze che l’amor creò.
Oggi che langue immemore
D’una possanza avita,
Si elevi al gran giudizio
L’orme segnando ad una nuova età;
O fra gli stenti d’una morta vita
Gli ultimi beni dileguar vedrà.
Dovrà sognar le glorie
Di un’èra a lui promessa,
Dei padiglioni eterei
Chiederà la bellezza e lo splendor…
Avrà la morte sulla fronte impressa
Avrà giudice eterno il suo dolor.
Alme vegg’io, che povere
Di fede e d’intelletto
Cercan bearsi al fascino
Di quell’amore che i credenti unì,
Ma non san che le fonti dell’affetto
L’ignoranza dell’uomo inaridì.
Io… sì, talor le cupide
Pupille ho fisso a la magion beata;
Ho visto i mille arcangioli
Farmi invito coi baci e coi sospir,
Ho visto i lembi d’una scala aurata
E l’alba d’uno splendido avvenir.
Indi… un fatal disordine
Sperde il sublime incanto,
Ed io straniera agli uomini
Una ignota armonia chiedo al mio cor!…
L’eco dell’alma mia forse è il mio canto,
L’eco della natura il mio dolor.
Chi mi comprende?… Un plauso
Fra quest’aure di morte io non aspetto.
Parlo ai venturi… e incolume
Traggo il mio spirto ai cantici del ver;
Finché m’inebbria un sovrumano affetto
Sarà nunzio di vita il mio pensier.
***
A Filippo Santocanale

Se degli anni senili il grave incarco
Fe’ in te più vivo il giovanile affetto,
E natura ed amor schiudono il varco
Ai forti sensi del tuo nobil petto,
Me, peregrina e ad altre sfere unita,
Per poco accogli nel tuo dolce amplesso:
Questo, o amico gentil, mi sia concesso
Ultimo vale ai sogni della vita!
Forse, più che nol credi, intima e pura
In me favella d’amistà la voce:
Fu il più bel dono che mi diè natura,
Eppur fu la mia tomba e la mia croce!
Chè fra tante cortesi alme incontrate
Nel cammin dell’esilio, una soltanto
Pur non trovai che fera ambascia e pianto
Non desse in cambio all’anima del vate.
Cantai l’amore? Ahi! fra sorrisi immondi
Il mio bel voto illanguidir vedea,
E agonizzar fra scheletri infecondi
La più sublime e creatrice idea.
Ché sempre al suo venir fra un mondo cieco
Non trova impulso un vergine pensiero,
E i dettami del nobile e del vero
Non hanno un plauso, una parola, un’eco!
L’uom fatto servo da princìpi ignavi
Sconosce il bene, o d’ignorar s’infinge,
Si studia i vanti ad eternar degli avi,
E la propria miseria il preme e stringe.
Questa rea debolezza è un fero oltraggio
Alla coscienza, alla natura, a Dio:
E lo svela commosso il canto mio
Or che m’appresto all’ultimo viaggio.
Senti! In un secol vanitoso e molle
Propizio ai bruti e a le bell’opre ostile,
Fra gente le cui brame odio ha satolle,
Che danna a morte ogni pensier gentile,
Qua fia compenso all’anima ferita,
Qual sacro istinto mi sospinge ancora?
Dovetti, a giorno a giorno, ad ora ad ora,
Fra morta gente mendicar la vita!
Nel duolo acerbo che fu strazio al core
Patria, amici, congiunti io non trovai:
Mi alimentai del mio celeste amore,
Quel che il mondo non vende, in me cercai!
E in questo lento lavorio, che tutta
La mia forza conquise e la baldanza,
Fra la morte, la vita e la speranza
Giacqui, viva non mai, non mai distrutta.
Sola, ignorata, ad ogni ben più caro
L’aspirar mi fu colpa! e in tanto affanno,
Io non so qual parlasse in me più amaro
O il cader dei miei giorni, o il disinganno!
Presso al diserto capezzal non una
Lacrimando inchinossi alma pietosa:
Madre, figlia, sorella, amica e sposa,
Pugnai col tempo e colla ria fortuna!
Che mi giovò dei dolci carmi in seno
Versare il germe d’un’idea novella,
E sul detto immortal del Nazareno
Schiudere un’era più feconda e bella?
Fu ben triste la prova! e intendo ormai
Che al Figliuolo dell’Uomo oggi non resta
Un nudo sasso ove poggiar la testa,
Un core a cui ridir gli ultimi lai!
Ed io… chi sa se al ritornar del maggio,
Quando natura i bei tesori effonde,
Quando d’amore il lusinghiero raggio
Parla ai fiori, agli augelli, ai campi e all’onde,
Chi sa, se stanca d’una inutil guerra,
Non poserò nella natìa vallata!
Questa, amico gentil, m’era serbata
Unica gloria, unica gioia, in terra!
A cor bennato è facile e secura
Scola il morir, ch’ogni delirio accheta;
Argomento è di lutto e di sciagura
Solo a quell’ente che smarria la meta.
Pace è il morir, se della morte il gelo
De’ rei ne asconde la volubil torma:
È il trapassar della visibil forma
A un’invisibil voluttà del cielo.
E sia così: dai facili diletti
L’uom non trasse la scienza e la grandezza;
E se ricco ne appar d’opre e di affetti,
Deve al proprio dolor la propria altezza.
E un dì, povero amico, a te fian vanto
Più che le glorie mie le mie sventure:
Farà pianger di me le età venture,
Questo ch’io ti rivolgo ultimo canto!
Pur m’affanna il pensier che un fato avverso
M’invola, o amico, ai tuoi dolenti sguardi,
E il cor nei sensi d’amistà converso
Ti conobbe nel mondo, ahi! troppo tardi.
Alziam le ciglia! Un’ineffabil sorte
Spesso è legata al più crudel dolore!
Che in animo gentil vive l’amore
Oltre i danni del tempo e della morte!
 ***
La mia patria
Oltre quei monti che il sol rischiara
Fra sogni aurati m’ebbi la culla;
Ma i primi canti della fanciulla
Cercavan sempre patria più cara.
Lungo le sere cogli occhi intenti
Chiedeva un raggio dei firmamenti,
E in debil suono cantar s’udìa:
No, non è questa la patria mia.
Dopo quell’ora passar molt’anni;
Straniera io vissi fra molti estrani;
Cercai l’amore de’ miei lontani;
Provai la lotta dei lunghi affanni.
Spezzato il core nell’aspra guerra,
No, la mia patria non cerco in terra.
Io nacqui ai sogni dell’armonia…
Io chiedo al cielo la patria mia!
***

Il giorno di Pasqua del 1860 fu giorno di lutto per la mia famiglia – sì di lutto; i volti sorridevano forzatamente, i cuori piangevano.

Io non potei piangere né cogli occhi né col cuore. Sposai all’alba – la chiesa era deserta – camminavo come trasognata e mi pareva di non essere più sulla terra. Mio Padre non mi accompagnò, non ebbi  accanto un amico – da un lato avevo mia madre confusa e dolente anch’essa, dall’altro lato mio suocero, che col suo viso arcigno mi faceva spavento come l’angelo del male….” ( da una lettera ad Ascenso Maceri in cui Mariannina descrive il giorno del suo matrimonio – 1860)

 ***

 ( 9 marzo 1870)

Avete mai pensato, Ascenso mio, a quel giorno in cui eravate in mia casa,
quando il cielo divenne nero e i tuoni ci facevano paura? Vi era anche mio
fratello Peppino, il solo che comprendesse il mio cuore. Io ricamavo un cuscino,
che dovevo donarvi- lo ricordate?-Oh! Ma non è possibile aver dimenticato
ciò che fa parte della vita. Quelle ore della tempesta furono le più belle del
nostro amore- perché mai, mai mi fu concesso dirvi una parola senza testimoni,
ma mi fu concesso stringere la vostra mano e aprirvi l’anima mia. Ma quel
giorno ebbi un istante di felicità, ed oggi l’ho scontata con perenni lagrime.
Eravamo soli; voi avevate scritto un sonetto che cominciava
Demone o spirto…
Volevate che facessi la risposta sulle stesse rime, e mi posi a scrivere. Eravate in
piedi dietro la mia sedia, e posaste la mano sulla carta che avevo innanzi, e su
quella mano appoggiai le mie labbra ardenti…O mio diletto- dopo dieci anni,
io palpito come palpitavo in quell’ora, e parmi nulla esser mutato; quel cuscino
che dovea servire pel vostro pianoforte, io lo conservo ancora: lo tolsi dal telaio,
non volli mai terminarlo ed è per me una preziosa reliquia- i colori delle rose
sono impalliditi come la mia vita…ma l’anima perché non muta?
***

Opere di Mariannina Coffa Caruso

  • Poesie in differenti metri di Mariannina Coffa Caruso da Noto, Siracusa, Stamperia Pulejo 1855
  • Nuovi canti di Mariannina Coffa Caruso da Noto, Noto, Stamperia Spagnoli 1859
  • Nuovi canti di Mariannina Coffa in Morana da Noto, Torino, Stamperia dell’Unione Tipografica Editrice 1863
  • Versi inediti di Mariannina Coffa Caruso in Morana da Noto, pubblicati per cura dell’affezionato ammiratore F. Santocanale, Palermo, Stabilimento Tipografico Lao 1876
  • Ultimi versi di Mariannina Coffa Caruso in Morana, Palermo, Tipografia Virzì 1878
  • Un sogno, versi inediti di Mariannina Coffa Caruso, per cura di Giuseppe Conforti, Noto, Zammit 1878
  • Lettere ad Ascenso, a cura di G. Raya, Roma, Ciranna 1957
  • Scritti inediti e rari di Mariannina Coffa, a cura di Miriam Di Stefano, Noto, Arti grafiche San Corrado 1996
  • L’epistolario amoroso Coffa–Mauceri, in Marinella Fiume, Sibilla arcana. Mariannina Coffa (1841–1878), Caltanissetta, Lussografica 2000

Immagine: Noto, Monumento a Mariannina Coffa Caruso – foto tratta dal blog https://marialuciariccioli.wordpress.com

Fonti:



Sonetti di Nina Siciliana

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Di questa poetessa vissuta nel XIII secolo restano due componimenti, trasmessici dalla raccolta “Sonetti e canzoni di diversi antichi autori toscani”, edita da Giunti nel 1527 a Firenze e denominata anche “Giuntina di Rime Antiche”.

Biografia di Nina Siciliana

***

Tapina me che amava uno sparviero,
Amaval tanto ch’io me ne moria;
A lo richiamo ben m’era maniero,
Ed unque troppo pascer nol dovia.

Or è montato e salito sì altero,
Assai più altero che far non solia;
Ed è assiso dentro a un verziero,
E un’altra donna l’averà in balìa.

Isparvier mio, ch’io t’avea nodrito;
Sonaglio d’oro ti facea portare,
Perchè nell’uccellar fossi più ardito.

Or sei salito siccome lo mare,
Ed hai rotto li geti e sei fuggito,
Quando eri fermo nel tuo uccellare.

( Fonte: http://www.alidicarta.it/leggi.asp?testo=462011192418 )

***

Qual sete voi, sì cara proferenza,
Che fate a me senza voi mostrare?
Molto m’ agenzeria vostra parvenza,
Perche meo cor podesse dichiarare.

Vostro mandato aggrada a mia intenza;
In gioja mi conteria d’ udir nomare
Lo vostro nome, che fa proferenza
D’ essere sottoposto a me innorare.

Lo core meo pensare non savria
Nessuna cosa, che sturbasse amanza,
Così affermo, e voglio ognor, che sia,

D’ udendovi parlar è vollia mia:
Se vostra penna ha bona consonanza
Col vostro core, ond’ ha tra lor resia?

( Il sonetto è noto con il titolo “Risposta a Dante da Maiano che era di lei innamorato”, ed è riportato nel testo citato da Luisa Bergalli Gozzi, ed., Componimenti poetici delle piu illustri rimatrici d’ ogni secolo (Venezia: Antonio Mora, 1726), pt. 1, p. 1. – Fonte: http://blog.libero.it/bibliofiloarcano/12205420.html )

 

Immagine: “La città delle dame” miniatura di Christine de Pizan ( Venezia, 1365 – Poissy 1430) da http://www.memecult.it