Lawrence Ferlinghetti, 100 anni fra beat, libri e poesia

Newyorkese di nascita, bresciano d’origine, artista poliedrico e rivoluzionario. Ha appena compiuto 100 anni Lawrence Ferlinghetti, uno dei padri della Beat Generation e grande protagonista della San Francisco Renaissance.

Nel suo interesse per la poesia, il teatro, la musica, la pittura e la scoperta di talenti, Ferlinghetti è sempre stato guidato da un concetto di base: l’arte come ampio respiro, rottura degli schemi, “urlo” in grado di trovare (o creare) frattura e difformità all’interno dell’ordine e della continuità. L’arte di Ferlinghetti, in altre parole, accoglie intimamente la complessità e gli opposti, in una visione gioiosa che pacifica l’uomo con la vita e con le sue contraddizioni; allo stesso tempo, è libertà totale, di pensiero e di espressione.

Oltre che al poema-scandalo “Urlo” (1956) firmato da Allen Ginsberg e divenuto manifesto della Beat Generation, il nome di Ferlinghetti viene spesso collegato al suo più celebre progetto: la City Lights Books. Nata a San Francisco nel 1953 come libreria, questa realtà è stata anche la casa editrice con la quale il poeta si è fatto promotore e divulgatore di tutti i più importanti nomi della Beat Generation, da Kerouac a Ginsberg.

Autore di una delle raccolte poetiche di maggior successo del Novecento ( A Coney Island of the Mind , 1958), Ferlinghetti annulla i confini tra parola e immagine, creando un singolare poesia “pittorica” dalla eccezionale potenza espressiva. I suoi versi sono irriverenti, psichedelici, ma soprattutto visivi, sensoriali: e, come il senso, sono costantemente aperti al cambiamento, pronti a plasmarsi sulla realtà lasciandosi allo stesso tempo plasmare da essa, in una reciprocità che illumina l’anima e la libera.

“Ho sognato | che mi erano caduti tutti i denti | ma la mia lingua sopravviveva | per raccontare la storia. Perché io sono un distillatore | di poesia. | Sono una banca del canto. | Sono una pianola | in un casinò abbandonato | sulla riva del mare | in una densa nebbia | che sta suonando ancora.”

*

Donatella Pezzino

(art.pubbl. su Alessandria today, 25/03/2019)

(Foto da: https://longreads.com/2019/03/22/lawrence-ferlinghetti-at-100)

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Fotografia: la donna negli “sguardi” di Beatrice Orsini

Una, nessuna e centomila. Questa è la donna che Beatrice Orsini ha voluto cogliere nella sua rassegna “Metamorfosi: sguardi di donna” inaugurata lo scorso sabato 9 marzo a Domodossola nello Studio Quadra di Via Marconi con la presentazione del pittore Sebastiano Parasiliti.

Nei 15 autoscatti in mostra prende forma un’immagine di donna che prescinde da qualsiasi situazione contingente per rivelare il femminino nella sua scabra nudità. Con un uso sapiente del bianco e nero e del contrasto, l’artista di Varese gratta l’etichetta di superficie con la quale ogni contesto sociale ci vuole ben riconoscibili (moglie, madre, figlia, donna in carriera, ecc.) evidenziando il corpo sottile e dai contorni imprecisi nel quale ogni donna può riconoscere le sue fragilità, le sue disillusioni, le sue costrizioni entro uno spazio-tempo che spesso isola e opprime.

L’effetto chiaroscurale, ottenuto con un sorprendente gioco di ombre e punti luce, sottolinea la marginalità del corpo rispetto allo sfondo; altrove è un velo, uno specchio o un paio di scarpe in primo piano a marcare questa distanza abissale dall’ambiente circostante. Che si tratti di una stanza chiusa o di un esterno, lo spazio accentua la condizione di estraneità propria dell’anima alla perenne ricerca di un sé che le piccole disarmonie di ogni giorno contribuiscono a smarrire.

Distanze e solitudini che, però, non implicano un semplice distacco dalle cose: tra il soggetto e gli oggetti circostanti si instaura un rapporto di scambio e di trasformazione (“metamorfosi”, appunto), processo nel quale l’annullamento apre a nuove forme di rinascita. Il surrealismo, che a tratti sfiora la dimensione onirica, non limita la concretezza delle situazioni e dei ritratti: al contrario, ne rafforza la capacità evocativa, forgiando un linguaggio espressivo nuovo e del tutto personale.

L’esposizione, che resterà visitabile per i prossimi due mesi, incarna l’essenza di un percorso artistico nel quale la fotografia si propone quale prosecuzione e al tempo stesso trasposizione in immagini della scrittura. Una preziosa occasione per conoscere uno dei migliori talenti emergenti di questi ultimi anni, forte di un’eccezionale creatività unita a rare doti di sensibilità ed eleganza.

Donatella Pezzino

(Art. pubbl.su “Alessandria Today” dell’11 marzo 2019)

Foto per gentile concessione di Beatrice Orsini

Recensione a “Fiori estinti” di Mattia Tarantino

 

“Fiori estinti” è un libro di ossa e di memoria. Ma, soprattutto, è un diario spirituale. Mattia Tarantino vi si riversa intero, aprendo le vene del sogno, togliendo il velo alla realtà visibile e alla stessa vicenda umana. Accedendo da una remota zona del suo intimo ad una ideale via di conoscenza: il passato. E non il passato dei ricordi, bensì quello della reminiscenza.

Fui sarto in Palestina: ricucivo
le vertebre di Cristo a croci marce
e fiorellini, i fiorellini
si scheggiano nell’erba che rivela
le ferite e la salvezza.

Un cammino a ritroso per tornare alla creazione, nel senso più ampio e variegato del termine. Di questo viaggio, la poesia è il percorso: e, come tale, non è mai stasi ma moto incessante, processo dialettico, trasformazione continua. Ed è un movimento, quello della poesia, sostanzialmente sinergico e sincrono: sinergico perché l’artista, mentre crea, guarda a chi lo ha preceduto, ne eredita e ne utilizza gli strumenti, ne rielabora gli stili, i moduli, i temi; sincrono perché nella sua opera c’è contemporaneità di passato, presente e futuro. Mattia non è figlio di un’epoca ma di tutte le epoche: fuori dallo spazio e dal tempo, eppure conficcato all’interno di essi come una radice alla terra.

Mi troverai al di là della luce,
nell’orma bianca del passo
tracciato dal canto, dove tutto
il dolore del mondo è ammainato.

Ed è proprio la radice il fine ultimo a cui tende: la poesia di Mattia è un fiore che sboccia all’inverso, rientrando nelle sue fibre, cercando le sue origini, in questo mondo e oltre, guardando al momento antecedente alla nascita, alla vita amniotica e prima ancora; ripercorrendo in senso opposto le tappe della storia e dell’evoluzione, attingendo alla sfera del mito e della profezia, in un’”escatologia al contrario” che è poi l’unico mezzo per ritrovare la propria umanità.

Che lo squarcio si richiuda sul tuo nome
inciso nell’argilla che troncò
il primo astro indovinato. Che
l’indovino tragga auspici dall’orrore
bianchissimo del seme: risorga
da Ponente la vocale e sia salvezza.

Ma questo andare all’indietro non è, come si potrebbe pensare, un regredire: è, al contrario, un avanzare, in quanto mirato a riappropriarsi dell’”uomo” autentico per attuarne la pienezza spirituale e intellettuale, per amarne anche le imperfezioni e le debolezze. Perché il senso dell’esistenza non risiede nel potere dell’uomo sulla materia, nei deliri di onnipotenza con cui il progresso tecnologico ci celebra e al tempo stesso ci aliena; il vero uomo che Mattia, quasi novello Diogene, cerca in pieno giorno alla luce della sua lanterna è fatto d’angelo e di fango, e ha mille ferite aperte dalle quali si scorge, ben distintamente, tutta la sua fragilità.

Si ammala la parola, le mie
vertebre si curvano in silenzio.
Non piove che acqua sporca,
e questa stanza è troppo bianca:

morirò nel singhiozzo delle allodole.

Quell’uomo è in questo mondo e al tempo stesso nel distacco da questo mondo: è l’ombra anonima che cammina per strada, confondendosi tra la folla, apparentemente uguale al resto della moltitudine. Perché, a ben guardare, gli abiti, l’andatura, i gesti, sono gli stessi: l’unica differenza sta nel modo di “essere” tutto questo, nella libertà di forgiarsi attimo dopo attimo, di sperimentare forme differenti, di non lasciarsi toccare dai rumori. E’ il coraggio del fiore estinto che affronta il suo martyrium sine sanguine, chiamandosi fuori da questo mondo per rientrare nel caos primordiale; è ignorare lo sguardo impietoso di una società che ti chiede di essere una superficie liscia, un angolo arrotondato, una sequenza prevedibile di eventi.

Dal cancello al precipizio il passo
e altrove il volo, la ricerca
di una lingua irrivelata

In questo contesto, i versi sono urlo, silenzioso ma lacerante, capace di scuotere le menti assuefatte e risvegliarle dalla loro abulia. Sono gli occhi tormentati del Cristo che ti passano da parte a parte, che ti mettono di fronte a te stesso: sono il cerchio e la croce, quel ciclo senza inizio né fine dove ognuno di noi trascina il dramma dello stare al mondo.

Ecco, amate
ostinati la grazia, le impervie
vie della sorte e mai, mai
la sciagura dello stare.

Per dar voce a questa particolare sensibilità, la scrittura di Mattia assume un aspetto “pietroso”, a tratti cruento: leggendo, si ha la sensazione di trovarsi al centro di una sciara, sconfinata distesa di magma spento in cui il sangue germina fiori ossuti e anime cadute, in un tempo sospeso che precorre la vita e la morte; dove braccia martoriate rovesciano il cielo e dove la luce trae l’uomo dalla polvere solo per svelare la sua colpa primigenia.

Dolore di fiorire questo cardo
che collassa nella luce.

Qui, il verso grida la rabbia della beffa a cui siamo atavicamente condannati: che ogni respiro, ogni slancio vitale, ha in sé i vermi della morte e della putrefazione; che gli angeli della nostra infanzia hanno denti acuminati. La tenerezza primitiva di certe immagini – come la madre nell’atto di spezzare il pane o i passeri che giocano – sembrerebbe una via di fuga da questa aridità desolante.

Da domani i bambini torneranno
a inventare nuove storie e nuovi fiori.

Ma anche questa è un’illusione. E’ l’ennesimo inganno della vita che che mentre sboccia è già morta, in un circolo infinito che ha in sé del dolce e del doloroso:

ogni giorno il sole è nuovo e noi soffriamo.

I continui rimandi al linguaggio, al suo legame simbiotico con i meccanismi della vita e dell’anima umana, ci restituiscono la potenza devastante di ogni singolo vocabolo, di ogni suo significato e di ogni sua declinazione; la ridondanza di alcuni termini – madre, vene, angeli, cerchio, pane, fiori – sembra obbedire ad una particolare simbologia misterica.

Nella torre la lingua mi respinge
al precipizio della sillaba e fa polvere
del nome, sbriciolando
l’inverno che abitò la terra santa.

Per diventare poesia, il sentire deve trovare la “sua” parola: una parola pensata a lungo, frutto di studio e di riflessione. Mattia è l’artista che disegna solo quando la sua mano è pronta: l’approfondimento precede la versificazione, la scelta del tema mostra all’ispirazione la sua rotta. Il risultato è una poesia “piena”, completa, la cui pregnanza non prescinde mai da quell’aspetto “colto” che tanta importanza ha avuto per i nostri antenati.

Nominare, ecco, non il nome
voglio; rivelare tutto ciò
che è prima: carne, e polvere
e miseria e cerchio conoscere.

Nonostante questa ricercatezza, Tarantino non risulta mai freddo o artificiale, tanto nei contenuti quanto nelle modalità espressive. Gli apporti della metafisica, della mistica e dell’esoterismo, i riferimenti storici e i richiami ai testi sacri vengono filtrati alla luce di un vissuto intimo e strettamente personale, formando con l’impianto un tutto megalitico in grado di evocare, di ferire, di erodere; di riesumare paure remote e immagini ancestrali. Così Mattia scorre, si muove, si trasfigura, capovolge cielo e terra, guarda in faccia i suoi angeli e i suoi demoni: tutto in lui è perpetuo lavoro di scavo, disamina e auto-creazione, nella consapevolezza che fermarsi equivarrebbe a perdersi.

Donatella Pezzino

 

 

 

Recensione a “Vita trasversale” di Felice Serino

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In un mondo sempre più corporeo e materiale, viene spontaneo chiedersi se ci sia ancora posto per l’anima. Poi si legge la poesia di Felice Serino e allora tutta la prospettiva cambia. D’un tratto, il velo dell’apparenza si squarcia ed ecco la verità nuda, il significato ultimo dell’esistenza umana: l’evidenza che potrebbe, se solo lo volessimo, costituire l’abbrivio verso una vita piena, consapevole e scevra da paure.

In “Vita trasversale” l’anima è più che mai al centro, e la poesia diventa in toto ancella del pensiero. La silloge, infatti, raccoglie gli ultimi scritti (2017-2019) nei quali il pensiero e la spiritualità dell’autore campano emergono con più forza rispetto alla produzione precedente. Ed è una forza talmente dirompente da lasciare in chi legge un segno profondo: la poesia breve, il verso ridotto all’osso eppure pregno, vivo come non mai di immagini e sensazioni, dicono che l’uomo, prima ancora che il poeta, ha trovato ciò che cercava da tutta una vita: è arrivato all’essenza delle cose. Quasi sorride sornione Serino, tra i versi, evocando ricordi e illusioni di tante vite precedenti, del sé stesso del passato angosciosamente fermo dinanzi al muro delle convenzioni che adesso si è finalmente sgretolato.

E cosa c’è al di là del muro? Semplice: l’Oltre. E quindi, il Tutto. Pur senza essersi ancora, nei fatti, spogliato del suo corpo di carne, Serino si è distaccato dal mondo e dalle sue pastoie e può quindi aprire gli occhi su ciò che ci aspetta “dopo”. Non la fine, la morte, l’annientamento: oltre c’è un altro piano di esistenza, anzi, infiniti piani di esistenza da dove non solo i nostri morti, ma anche i tanti noi stessi speculari ci guardano. La nostra anima è un dispiegarsi in infiniti alter ego e in infinite potenzialità: tutto quello che i nostri limiti fisici e le costrizioni imposte dalla società ci impediscono può essere realizzato altrove, anche quello che abbiamo cominciato qui e che non siamo riusciti a portare a termine.

ora
danzi il flamenco che amavi
col tuo corpo d’aria

e da un altrove “detti” poesie
quelle
che non hai avuto il tempo di scrivere

Ma questo oltre non è trascendenza, è trasversalità: nel corso della nostra esistenza terrena, quindi, possiamo scorgerlo in trasparenza dagli innumerevoli segni inspiegabili in cui ogni giorno ci imbattiamo, nella bellezza della natura che ci fa “sentire” la nostra realtà di esseri spirituali, e soprattutto, attraverso il sogno. La dimensione onirica è sicuramente uno degli aspetti più interessanti della poesia seriniana, data la valenza assolutamente peculiare che le viene attribuita. Il sogno, infatti, è il trait d’union fra i diversi piani di esistenza: un bivio nel quale tutte le strade dell’oltre convergono, la via che rende possibile la comunicazione con l’invisibile permettendoci di evadere per un attimo dal nostro “esilio di carne”.

Ogni notte, quindi, il sonno ci scioglie dai ceppi del sangue per lasciarci fluttuare in quel Tutto al quale non smettiamo mai di appartenere, anche quando la vita di ogni giorno ci restituisce alla nostra condizione di peccato e di polvere: quel Tutto che è Dio e che è amore, assoluto e incondizionato. La consolazione alla nostra pochezza, quindi, è questo sconfinato amore di Dio per noi, e la certezza che, benchè peccato e polvere, torneremo a Lui; che tutto è in tutto e tutto è Dio; che la vita nasce dalla morte e si rinnova da sé stessa. Così, l’anima è un continuo partorirsi e ritornare al Tutto: è grazie a questa consapevolezza che possiamo vincere la nostra atavica paura della morte. Perché, infatti, dovremmo temere quel “punto di non ritorno” che invece di distruggerci ci restituisce alla nostra vera vita?

fioriti
nelle braccia di Dio
come nella prima luce

La luce, altro punto nodale del nostro poeta-pensiero: una luminosità che fa quasi male agli occhi, tanto è intensa e inestinguibile. La poesia di Serino è tutto un immergersi in questa Luce dove l’umano e il divino sono allo stesso tempo sorgente, fiume, cascata, foce, in una continua simbiosi dove si può conservare la propria unicità solo annullandosi. Ed ecco, quindi, affiorare un nuovo concetto capace di rispondere a tutti i nostri interrogativi, soprattutto di fronte alla sofferenza, all’errore, all’inadeguatezza: questa vita sulla terra ha senso solo se trascendiamo la nostra animalità per trasformare il nostro sangue in ali. L’angelo e l’uomo, due facce della stessa medaglia che la carnalità rende opposte, nemiche:

convivere con gli umori
di un corpo di morte

dall’animalità all’angelo: questa
l’impervia salita

più d’una vita se dal sangue
fioritura sia d’ali levate:

ogni passo ne perdi una piuma

e ancora:

le mani affondi
nel sangue delle convenzioni
mentre
all’angelo lucente del sogno
tarpi le ali
facendolo all’alba svanire

Basta immergersi nel proprio spirito per annullare qualsiasi distanza fra noi stessi e l’angelo che siamo. Allo stesso modo, il distacco dalla realtà che ci circonda ci aiuta a prendere coscienza della verità che sempre ci sfugge: che vita e morte sono una cosa sola; che non c’è una fine, e che ogni morte non è che un nuovo inizio. Se a ciò fossimo sempre presenti, affronteremmo con serenità, quando non addirittura con gioia, il passo estremo che ci attende, e che altri hanno compiuto prima di noi:

rinfranca il pensiero d’essere
immortale -e già dalla ferita della
creazione lo sei-

la morte ti cerca?
uscito dal guscio tu sarai altro

l’anima libera sarà dai lacci
lo spazio mentale onde di luce e amore

niente d’ imprevisto se la morte
non ti sorprenda più della vita

Avanzare negli anni, a questo punto, non è invecchiare, ma pervenire a nuova giovinezza; avvicinarsi sempre più alla verità mentre ci si allontana dalle meschinità del mondo. Eppure, come ogni altra creatura di carne e sangue, il Serino-uomo non può fare a meno di chiedersi: mi ricorderanno un giorno? Come sarà il momento del trapasso? Domande alle quali lo speculare Serino-pensiero risponde con l’ironia di chi ha già oltrepassato quella soglia e non può più essere scalfito. Il Serino che ricorda persone ed episodi del suo passato con tenerezza, con gioia struggente, filtrando ogni fotogramma alla luce dell’anima e conservando solo quelli in cui sia visibile il riflesso di Dio.

Così, il poeta rivolge lo sguardo solo alle strade che portano verso casa: l’amore, la bontà, la bellezza in grado di elevare, il donarsi che rende capaci di fare la differenza. Nonostante sia in continua introspezione, Serino non è mai chiuso in sé stesso. E in tutto ciò la parola lo aiuta, lo innalza, oltre le barriere che ovunque, su questa terra, ci opprimono e ci ostacolano. La parola acquista una valenza liberatoria grazie alle sue inesauribili possibilità di creazione: in questo sta il senso dello scrivere. Alla domanda: perché scrivi? Si potrebbe quindi rispondere: perché la parola è luce, e io detesto il buio. Perchè la parola è casa. E’ il respiro dell’anima, è la vita stessa. E l’assenza di ispirazione, di conseguenza, è un sentirsi disabitato/simile a quell’albero nudo/da cui son fuggiti i canti/vivere/di stelle spente.

Donatella Pezzino

Su “Le certezze del dubbio” di Goliarda Sapienza

La scrittura di Goliarda Sapienza (1924-1996) potrebbe essere paragonata alla piena di un fiume: rapida, improvvisa, incontrollabile, eppure così ricca di fascino nella sua semplicità brutale; a volte discontinua, tutta salti e nervi, e proprio per questo con una sua intrinseca, naturale armonia. Parole come pietre, che un’acqua densa di voci, volti e sensazioni trascina con sé in modo quasi spasmodico; una lettura che segna, che scava solchi, che non si dimentica. Non mi riferisco, nello specifico, alla celebre “Arte della gioia”. Personalmente, a dispetto dell’ammirazione suscitata in tanti critici e lettori, quello che è comunemente ritenuto il capolavoro di Goliarda non mi ha particolarmente entusiasmata: vi ho percepito una certa forzatura, nei dialoghi e nelle situazioni. Forse per l’insistenza quasi morbosa sulla sensualità e la spregiudicatezza di Modesta, nella quale si avverte marcatamente l’intenzione di forgiare, più che un carattere, un simbolo dell’affermazione femminile che possa rappresentare la nuova donna del femminismo e della rivoluzione sessuale; o forse, più semplicemente, perché Goliarda è una di quelle voci che soffrono le costrizioni di certi tessuti narrativi, e che per brillare in tutta la loro potenza devono essere libere di fluire, di rompere gli argini, di tracimare. Di raccontarsi, prima che di raccontare. Nella “carusa tosta” c’è, naturalmente, una parte importante della sua creatrice; ma troppe impalcature ingombranti la soffocano. La Goliarda nata e cresciuta per parlare di sé stessa si svela altrove, come lo stesso Angelo Pellegrino, suo marito e curatore, non ha mancato di sottolineare: “Da una formazione così diversa e originale, e anche sconvolgente per una ragazza meridionale italiana, che letteratura poteva venir fuori? Sicuramente un genere segnato dall’autobiografia”. La Goliarda autentica, intima e spontanea che avevo cercato invano in Modesta, quindi, l’ho trovata nel flusso di coscienza travolgente e impietoso delle “Certezze del dubbio”, romanzo meno noto e senz’altro da rivalutare. L’autrice catanese lo scrive negli anni Ottanta, dopo un periodo di detenzione per furto nel carcere romano di Rebibbia. Nello scritto, dall’inizio alla fine, emerge il bisogno prepotente di mettersi a nudo, di scandagliarsi, di prendersi in giro e perché no? anche di odiarsi; c’è la sensazione di essere, per qualche strano scherzo del destino, sempre fuori posto. E c’è Roberta, la ragazza- specchio, e come ogni specchio che si rispetti, amica-nemica viscerale. Attraverso Roberta e le sue contraddizioni, Goliarda si osserva, si ascolta, si racconta, si immagina, trova la Goliarda che vorrebbe essere: un cumulo di fragilità dalla forza incrollabile, capace di fare del disagio un ideale per cui combattere e sentirsi viva; una donna capace di essere contemporaneamente figlia e madre, bambina e vecchia, spensieratezza incosciente e consapevolezza profonda. In più, Roberta rappresenta per l’autrice il legame con Rebibbia, che non si può e non si vuole spezzare: un po’ perché quella vita, coi suoi ritmi, le sue persone e i suoi rituali, ti marcisce dentro l’anima permeandone ogni fibra; un po’ perché a Rebibbia, da lontano, si ripensa come ad un mondo ovattato, al rifugio da una società divenuta estranea che, una volta che sei stata “dentro”, ti etichetta per sempre e ti rifiuta, facendoti pesare ad ogni istante la tua nuova, irrimediabile condizione di reietta. Ed è un rifugio anche la sopravvivenza di questo legame d’amicizia nato in cattività, tanto stretto e importante da assumere di volta in volta le forme della simbiosi, dell’ossessione, della gelosia, dell’attrazione fisica: forme che nascondono un unico desiderio disperato, quello di riappropriarsi della propria esistenza, di darle una direzione. L’erotismo che spesso si avverte, allora, si rivela con una complessità tutta cerebrale, in cui l’attrazione omosessuale che avvicina le due donne non è che la necessità di ristabilire un equilibrio, di ritrovare un’identità, di reimpossessarsi della parte di sé che sempre sfugge, e che non è possibile afferrare. Perché Roberta, palesando a parole quella tensione erotica, la interrompe bruscamente e la fa svanire; e poi perché Roberta stessa appare e scompare, e tutta la trama non è che un estenuante perderla e ritrovarla, un continuo rincorrerla per non raggiungerla mai.

Donatella Pezzino

Fonti:

  • Goliarda Sapienza, Le certezze del dubbio, a cura di Angelo Pellegrino, Einaudi, 2013.
  • Wikipedia

42 perle di Donatella Pezzino (recensione) — marcellocomitini

Ringrazio di cuore Marcello Comitini, splendido autore e caro amico.

 

Lungo il cammino che Donatella Pezzino ha compiuto – e che ancora continua a compiere – nella intimità clandestina della pagina, attraverso 42 poesie pubblicate sul sito di Bibbia d’asfalto (http://poesiaurbana.altervista.org/category/autore-donatela-pezzino) e raccolte a formare un “filo di perle”, Donatella incontra una donna dal carattere schivo ma cordiale, romantica ma proiettata verso il futuro, […]

via 42 perle di Donatella Pezzino (recensione) — marcellocomitini

Recensione a “Quarto giorno” di Marcello Comitini

Non esiste distinzione più classica di quella che oppone il vivere al morire. In Marcello Comitini, invece, la vita e la morte sono sorelle, in quanto figlie della stessa insoddisfazione; e adesso, al crepuscolo dell’esistenza, è il tedio della vita a restituire senso ad una morte forse da sempre, più o meno segretamente, vagheggiata. Ma in questo “Quarto giorno”, più un moleskine che una silloge in senso stretto, il naufrago di tutti gli altri giorni approda al pensiero di una morte che non è, come per molti altri della sua generazione, la meta finale di un percorso lineare, seppur sofferto; la morte, qui, è un tutt’uno con il desiderio del nulla, dell’annichilamento totale. Niente oltre, niente aldilà; di Dio non si nega l’esistenza, ma lo si percepisce distaccato, quasi ostile. Dio non parla, non condanna e non assolve: a giudicare Marcello è solo Marcello, e il verdetto, in questo caso, non lascia scampo. Comitini è il demiurgo scontento di ciò che ha plasmato, l’artista che distoglie lo sguardo dall’opera di tutta una vita che, nonostante le tante correzioni, si ostina a restare un abbozzo, un incompiuto: sé stesso.

I miei capelli hanno il colore dell’erba inaridita.
Si sciolgono i miei piedi, tornano nel fango.
Dal polso spezzato la mia mano pende
come un frutto rinsecchito.

Giaccio incompiuto nell’alito di Dio che
ha distolto lo sguardo dal suo terribile errore.

Tornare al fango, essere niente; è questo, probabilmente, il destino di chi ha troppo desiderato? Un desiderio che ha assunto moltissime forme, lambito città, corpi, voci; che ha creduto di trovare nella bellezza femminile, nell’arte, persino nella solitudine, l’appagamento edonistico dei sensi e dell’anima, per poi incontrare invece, alla fine, solo la sua stessa immagine riflessa? Ma è dunque solo un relitto quest’uomo, al termine della sua lunga ricerca infruttuosa? Un pezzo di legno fradicio abbandonato sulla spiaggia, in attesa di riassorbirsi nell’impietoso ciclo della materia? Sono queste le domande che stanno alla base di tutta la raccolta, e che vedono l’uomo e il poeta a colloquio con l’amico-nemico di sempre: il tempo. La creazione del tempo (il “quarto giorno” che dà appunto il titolo al libro) viene qui vista come l’inizio, per l’essere umano, di una condizione di schiavitù e di alienazione tanto più insidiosa se si considera che per la maggior parte degli uomini essa è un asservimento sotterraneo, inconsapevole e sempre più brutale con l’avanzare del progresso.

l’andare lento delle auto come animali rassegnati
che fiatano sospinti da una mano

La perdita dei valori, della semplicità genuina di cui ancora la memoria del poeta conserva gelosamente traccia, ha portato al trionfo della città tentacolare, e di una non-vita dove l’uomo si ritrova ad essere strumento delle cose; e dove ogni giorno è una corsa cieca nella quale l’anima soffoca e svilisce.

Un altro giorno di vita – una ferita –
che leggermente sanguina e sfiorisce
rinchiudendo in sé stesso i colori della sera.

In questo sordido vuoto di cemento e di rumore, aprire gli occhi significa ritrovare e al tempo stesso smarrire la propria identità, toccarsi e non sentirsi, cercare invano un punto del fondale dove poggiare il piede.

Trascino le mie ali lungo il mio deserto
di polvere e di gesso.
– Io poeta sordo al mio stesso canto.

Comitini è uno di quegli spiriti delicati e inquieti che restano ai bordi delle strade, respinti da una folla di occhi tutti uguali, a guardare impotenti lo sfacelo del mondo e dei propri sogni.

In questa città stipata di uomini e di auto
che ingolfano le strade e ci spingono contro i muri
c’è spazio per le mie mani e i tuoi capelli?
Ci lascerà toccare le nubi oltre le case,
tenere fermo il sole nell’azzurro che s’imbruna?
Vedo le nostre bocche ferite dal frastuono
i nostri corpi insanguinati stendersi
nell’erba dolorosa di rugiada.
Con le mie mani consolerò i tuoi occhi.
Tu offrimi la notte dei tuoi capelli.

La donna, in particolare, ha sempre rappresentato per questo autore la terra promessa, la catarsi che salva. Eppure, nonostante le sue mani l’abbiano sfiorato tante volte, il corpo femminile resta una riva lontana, che il possesso fugace del sensi rende ancor più irraggiungibile.

L’amore straziato dal silenzio
di sorrisi, da tutti i fiori sparsi
dai cuori sui sentieri deserti
sa che alla fine scenderà
la pioggia sulle parole
e non sapremo mai chi siamo
quando tengo le tue mani
bianche e inquiete tra le mie

La donna, per Marcello, è come l’amore: una felicità che sfugge nello stesso istante in cui si afferra. Tutto ciò che ne rimane è un sapore di cose perdute, quello “stupore doloroso del vuoto” dal quale germoglia, veleno e al tempo stesso antidoto alla precarietà del tutto, il disinganno. Ci si aspetterebbe, a questo punto, di scorgere tra i versi di Comitini i segni di quella avanzata vecchiaia che deriva dalla rinuncia a tutte le illusioni; ma così non è. Marcello è giovane: è un Dorian Gray che vede invecchiarsi intorno luoghi e persone, scontando la sua insoddisfazione con un’atroce, eterna giovinezza. Una giovinezza che è solo un replicarsi all’infinito delle stesse angosce, delle stesse solitudini, delle stesse attese deluse. Scrive infatti ne I vagabondi:

Resta il disordine delle sedie intorno alla tavola
il cibo lasciato a metà dentro i piatti
e un vivo calore di dita sul metallo delle posate.
Il bagliore bianco della tovaglia
tra i calici rossi di vino come gelidi fiori d’anemoni
alle carezze del vento
attende che tornino gli ospiti verso quel sogno
più vasto e vano del consumarsi dei giorni.

Giorni come petali che un fiore perde lentamente, uno dopo l’altro, attendendo anche per sé una caduta che non arriva. Spoglio di tutte le vite che ha amato, di tutti i sogni che ha inseguito, il poeta resta solo con sé stesso e con i suoi ricordi, due ostacoli che gli impediscono di convivere non solo con il passato, ma anche con il presente:

Qualcosa nel cuore ci dice ricorda
e le nuvole tornano a oscurare il cielo.

Venga allora la morte: ma com’è, poi, questa liberatrice? Che aspetto ha? Non di porta che si apre, gentilmente, per accogliere il viandante stremato dalle tempeste della vita; non di braccia divine che s’aprono per consolare, promettendo la pace. Qui la morte è uno specchio: e ha lo stesso volto dell’uomo, per una volta arbitro del suo destino.

Facoltà di lapidazione da esercitare con un colpo
secco, con un qualcosa che si spezza. E l’ideale
sarebbe che il corpo divenisse rigido in pochi attimi
e grigio come una statua di pietra.
Intanto siamo qui in attesa che la morte si avvalga,
se le va, della facoltà di lapidazione. Non con pietre
colte intorno, come vorrebbe il rituale, ma
con brandelli del nostro stesso corpo trasformato in
sassi.

Il nulla del dopo vuol dire nessun rimpianto: del resto, ognuno di noi è, dalla nascita alla morte, semplicemente un frutto acerbo. Aver vissuto, aver amato, aver lasciato memoria nei figli o nei nipoti, non ci assegneranno alcun ruolo in questo gigantesco paradosso. Particelle confuse e irrilevanti, scompariremo come siamo apparsi: senza le giuste risposte.

Inutilmente ci chiediamo
con le mani al viso in che stagione siamo.
La sentiamo in fondo al cuore
la stagione dei morti
la stagione dei cadaveri scoperti
dalla pietà dei vivi sotto enormi pietre bianche
e il pallido lucore di lumini indifferenti e inerti.
La stagione in cui guardiamo al mondo
nell’afrore umido del vento
come se non ci appartenesse,
come se non avessimo
altre stagioni che ci attendono.
*
Donatella Pezzino