Recensione a “Lo sguardo velato” di Felice Serino

Quando ci si accosta all’opera di Felice Serino, è difficile non notare il dinamismo della dimensione interiore: nonostante sia interamente incentrata sull’anima, infatti, la sua poesia è ben lungi dal ripiegarsi in sé stessa, poiché l’essenza umana è continuo movimento. La parola “ondivago”, presente in diverse composizioni seriniane, esprime in modo pieno e immediato questo anelito al volo, quest’ansia di scrollarsi di dosso un’immobilità che è congeniale solo alla materia inerte. L’anima di Serino è un agglomerato di particelle che, pur restando unite, sciamano in tutte le direzioni, nella brama di riunirsi al loro elemento naturale: il Tutto. Ma, per seguire quell’ordine che appare insito nella stessa struttura del creato, quest’anima tenta di ravvisare nell’esistenza terrena un percorso logico e coerente, in cui il dispiegamento delle forze interiori possa dipanarsi in linea retta: salvo poi rendersi conto, alla fine di questo lungo cammino, di aver sempre cercato il proprio cerchio perfetto. La vita, allora, acquista un senso in qualità di processo dialettico, in cui l’opposizione tra corpo e anima trova un suo superamento nella morte, vista non come la fine di tutto, ma come una vera e propria risurrezione, da cui scaturirà nuova linfa vitale:

dal Tutto
ritrovarsi nell’uno
a vivere il sogno della carne

il sangue che cavalca il vento dove
crescono i passi

lacerato dalle lancette
d’un orologio interiore
un Lazzaro a sollevarsi da cento morti

In questa raccolta di liriche, il poeta giunge ad una nuova tappa del suo viaggio: al termine del percorso, si apre finalmente la porta di comunicazione tra il mondo sensibile e quello trascendente. Ma ciò che appare non è ancora ben visibile: sul ciglio dell’oltre, lo sguardo è ancora velato (da qui il titolo) e non può nitidamente distinguere gli oggetti della trascendenza.

ma a te presente
il Sé -il celeste- l’esistere
specchiato: vita che si guarda
vivere

un mondo in un altro

In tale contesto, risalta la volontà di non voltarsi mai indietro: contrariamente a quanto il senso comune vorrebbe, in Serino la maturità non è tanto il momento del ricordo, delle nostalgie, dei rimpianti, quanto più un’occasione per interrogarsi su cosa lo aspetta. Questa tendenza a proiettarsi in avanti non nasce dal desiderio di negare il proprio passato: ciò che è stato vissuto, tuttavia, è ormai alle spalle e non può tornare. Questa ferma intenzione di vivere nel presente sembra annullare il tempo: e, dove la dimensione temporale non esiste, la stessa età dell’uomo si appiattisce, e il poeta può attingere a piene mani dal bambino che dorme in lui.

scoprire in me il bimbo
accoccolato nella mente

Di quando in quando, il flusso di coscienza è intervallato da riflessioni sui tanti drammi che segnano il nostro vissuto: il corpo di un migrante abbandonato su una spiaggia, le laceranti incomprensioni dei rapporti affettivi, la sofferenza dello scrivere; come a voler ricordare che morendo ci si lascia alle spalle un mondo fatto di sequenze dolorose. Da qui il tema del sogno, visto come momentaneo rifugio dalle tempeste della vita:

c’è un donnone nei miei sogni
mi perdo fra le sue grandi mammelle
piccolo piccolo mi faccio e
come scricciolo
mi c’infilo
nel suo caldo grembo

al riparo degli tsunami del mondo

Il tono dell’intera raccolta accentua quella ricerca di essenzialità già distintiva della produzione precedente: il verso è breve, asciutto, simile ad un legno prosciugato; l’anima, in procinto di distaccarsi, guarda già al corpo come ad un involucro che ha perso la sua sostanza.

l’anima spando sulla terra
a ricambiarmi una solitudine
ampia come il cielo

mi appresto a gran passi agli ottanta
e ancor più poesia ti canto
-del mio sangue azzurra ala

ai confini della sera in quel
farneticare che richiama la morte

il tuo volare alto
come preghiera

Tanti i quesiti che si leggono fra le righe. Una volta riassorbito dal Tutto, l’uomo conserverà una scintilla della sua individualità? Il suo bagaglio di ricordi, le sue colpe, i suoi “scheletri” insomma: lo seguiranno o si dissolveranno?

sì onorarli
i morti che
ci perdonano con un velo di pietà

quelli che sognarono
il loro eldorado
ragazzi degli anta presto
dipartiti

ora di qualcuno
d’essi verrà detto
era un pezzo di pane
-anche se di certo avrà
portato con sé i suoi scheletri

o si saranno nell’altra
dimensione dissolti

Domande probabilmente destinate a restare senza risposta; ma, in mezzo a tanti dubbi, c’è comunque una certezza. Qualsiasi cosa saremo, siamo stati amore, ed è questo ciò che potrebbe sopravviverci. L’amore, eterno e ubiquo, ha una forza pari soltanto a quella della fede.

falesie di pensieri
tesse ragno di luce

vertigine: come
sarà senza il corpo
-serbata la vita
nella Pietà del sangue

solo espanso
pensiero saremo?

ci consoli certezza
di portare in salvo brandelli
d’amore

I due temi, l’amore e la fede, si trovano da sempre strettamente intrecciati nella poetica di Serino: qui, tuttavia, la fede non sembrerebbe avere il ruolo preponderante che ha rivestito altrove. Ma è solo un’impressione superficiale: ad un certo punto della lettura, infatti, ci si accorge che la presenza di Dio ha in questa opera una valenza molto più forte, tanto da poterla respirare in ogni verso. Ovunque, nel libro, c’è un silenzio pieno di Dio; e questa pienezza, così tacita e così viva, incarna il desiderio quasi tormentoso di anticipare la fusione con il sommo Bene, per trovare finalmente quella felicità che sembra preclusa alla condizione umana.

tocco in sogno la fiorita
riva delle tue braccia:
è una dolce pena questo lieve
sfiorare la tua vaga essenza
a un lunare complice chiarore

Fenomeni psichici come il dormiveglia o il sogno prefigurano in tal modo il trapasso, aiutandoci a distinguere con più chiarezza ciò che i sensi ci impediscono di vedere:

si concentra ed espande
l’amore in quel vivere-morire
delle prensili braccia
sospensione apparente carne e cielo

Un “vivere-morire”, appunto: una vela spiegata verso altri approdi, dove lo spirito può finalmente trovare conforto al suo perenne cercarsi.

dove ti porta il filo
dell’immaginario o del
sognare

dove
questa strana ma feconda
inquietudine
serpeggiante nel sangue
tutti i libri letti i mari
solcati – odisseo tu
nello spirito- dove
questo cuore nomade
d’amore
ti porta

Ma in fondo, la vita del poeta si è sempre svolta in una dimensione dualistica: da un lato, quel “paese interiore” dove l’anima può pienamente espandersi:

nel paese interiore
eiaculo i miei sogni –
vivo una stagione
rubata al tempo -mimesi
icariana sul vetro del cielo-

nel paese interiore
brucia il mio daimon
di febbre e di luce

Dall’altro, una realtà sempre più dominata dai falsi idoli, magistralmente descritta in “Un dio cibernetico?”:

vita asettica: grado
zero del divino Onniforme
-ma la notte del sangue
conserva memoria di volo

vita
sovrapposta alla sfera celeste
regno d’immagini
epifaniche

emozioni
elettroniche

eclissi dell’occhio-pensiero

In questa esistenza bifronte, la morte fisica viene vista come un evento che ci strappa il velo dagli occhi, consentendoci di riappropriarci di quella dignità ormai sconosciuta alla società degli uomini. Liberi dalle pastoie del mondo sensibile, ridiventiamo ciò che avevamo dimenticato di essere: mondi di pura luce, completi nella loro unicità e, allo stesso tempo, in quanto parte del Tutto.

dell’ indicibile essenza
noi sostanza e pienezza

solleva l’angelo un lembo
di cielo:

in questa vastità soli
non siamo: miriadi
di mondi-entità ognuno
in una goccia
di luce
*

Donatella Pezzino

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letture amArgine: poesie di Donatella Pezzino — almerighi

La poesia di Donatella Pezzino non prescinde certo dal suo essere donna e dai luoghi in cui vive. Il poeta può essere vagabondo e sognatore, ma identità e radici rimangono fuori discussione, questo rende ogni autore che si rispetti, è il caso di Donatella, unico e sincero. La sua bella poesia prende il lettore per […]

via letture amArgine: poesie di Donatella Pezzino — almerighi

I “dialoghi dell’anima” di Giovanni Formisano

 

Di Giovanni Formisano (1878-1962) non è del tutto esatto dire che ha fatto poesia. Il grande poeta e commediografo catanese è stato egli stesso poesia: poesia era il suo modo di vedere e sentire le cose, di viverle, di raccontarle. La poesia in lui nasceva da un preciso e spontaneo bisogno, quello di interagire con un mondo non certo perfetto, ma di cui egli sapeva cogliere – e cercava in ogni momento di farlo – gli accenti positivi. E lo si vede bene nei suoi versi, dove aleggia un’atmosfera trasognata, incantata, stupita quasi di riconoscere continuamente nel microcosmo umano la bellezza dei valori più semplici, il buono degli animi e soprattutto la dolcezza dell’amore.

La donna e l’amore sono cantate da Formisano con un rapimento ed una passione che riecheggia il dolce stil novo, ma senza per questo relegare l’essere femminile ad uno stereotipo di bellezza algida e passiva. Il nostro ammira infinitamente la donna, e la stima per quello che è con i tempi nuovi: madre di famiglia e lavoratrice, battagliera nel rivendicare i propri diritti e consapevole delle proprie capacità di affermazione. Una poetica della donna e dell’amore, quella di Formisano, non retrograda e misogina, quindi, ma tutta permeata dei nuovi fermenti di una società in trasformazione.

Melodie struggenti sgorgano da un cuore sensibile ai richiami della vita e della morte: la lontananza degli affetti più cari, il rimpianto della giovinezza perduta, l’intima sofferenza per le calamità umane e la meditazione dinanzi alle lapidi commemorative al camposanto di Catania. L’esistenzialismo vi si sposa ad un lirismo tipico della tradizione più alta della poesia italiana ma non scevro da quella vena di ironia agrodolce che è poi un tratto comune a tanti catanesi (basti pensare a Martoglio). Da qui nascono capolavori come E vui durmiti ancora (celeberrimo canto d’amore, poi musicato da Emmanuel Calì), le epigrafiche Lapidi a lu campusantu di Catania, i versi crepuscolari di Una storia vera! e A la me vecchia casa! Senza dimenticare le opere teatrali tra cui Matrimoni e Viscuvati…, rappresentato con successo ancor oggi.

Il dialetto, più che uno strumento linguistico, diventa qui talmente vivo e palpitante da costituire parte integrante ed inscindibile di quel lirismo struggente che eleva la quotidianità ad arte: non un siciliano crudo e rustico, ma un parlato aulico, in una perfetta simbiosi con il dialogo interiore. Non semplicemente versi, ma dialoghi, dialoghi fra sé e sé e fra il suo animo ed il mondo: riscoprire questo grande poeta significa oggi accettare l’invito di un cuore bonario, aperto e senza superbia, appagato delle semplici gioie quotidiane, ed entrare ad ascoltare questi dialoghi. Sembra quasi di vederlo, Formisano, aprire la porta del suo animo e con un sorriso invitarci ad entrare….

Ed entrando nel vivo della sua poesia si ha l’impressione che tutto ciò che di bello egli riusciva a cogliere e cantare nella sua realtà fosse però di una caducità estrema: non esiste verso del catanese in cui non si afferri questo continuo rimpianto per le cose più belle che sfuggono fra le dita lasciando appena il tempo di gustarle, come per un sogno quasi sfiorato e mai appagato, e perciò ancor più bruciante nel suo desiderio di essere raggiunto. I sogni di Formisano si sfiorano e poi sfuggono: ciò che resta è l’eterna malinconia di aver perduto qualcosa che non verrà mai più.
*
Donatella Pezzino

Articolo pubblicato su “Punto di Vista” n.40  – Libraria Padovana Editrice – 2004 (http://www.literary.it/dati/pdv/pezzino/giovanni_formisano.html)

E vui durmiti ancora

Lu suli è già spuntatu di lu mari
e vui, bidduzza mia, durmiti ancora,
l’aceddi sunnu stanchi di cantari
e affriddateddi aspettanu ccà fora,
supra ‘ssu balcuneddu su’ pusati
e aspettanu quann’è cca v’affacciati!
Li ciuri senza vui nun ponnu stari,
su tutti ccu’ li testi a pinnuluni,
ognunu d’iddi nun voli sbucciari
si prima non si grapi ‘ssu balcuni,
dintra li buttuneddi su’ ammucciati
e aspettanu quann’è ca v’affacciati!
Lassati stari, non durmiti chiùi,
ccà ‘mmenzu a iddi, dintra a ‘sta
vanedda
ci sugnu puru iù, ch’aspettu a vui,
pri vidiri ‘ssa facci accussi bedda,
passu ccà fora tutti li nuttati
e aspettu puru quannu v’affacciati.
 *
Traduzione
Il sole è già spuntato in mezzo al mare
e voi bellezza mia dormite ancora,
gli uccelli sono stanchi di cantare
e infreddoliti aspettano qua fuori,
sopra questo balconcino sono poggiati
e aspettano quand’è che vi affacciate!
I fiori senza di voi non possono stare
sono tutti con la testa penzolante
ognuno di essi non vuole sbocciare
se prima non si apre questo balcone
dentro il bocciolo sono nascosti,
e aspettano quand’è che vi affacciate!
Lasciate stare, non dormite più,
che in mezzo a loro in questo vicolo
ci sono pure io che aspetto voi
per vedere questo volto così bello
passo qui fuori tutte le notti
e aspetto anche quando vi affacciate.
 *

Nella foto: Il monumento a Giovanni Formisano in piazza Maiorana a Catania (da http://www.vivict.it)

Fonti

Nota di lettura a “E’ lo stesso” di Francesca Lavinia Ferrari

Pezzi di vetro.
Scaglie di specchi.
Briciole di calce.
Cos’è crollato?
Non un graffio
sulla mia pelle candida.
Nel silenzio spettrale
un viso trascolora.
È il mio?
Un formicaio di figli
sugge mammelle.
Non fermo il passo.
A destra e a manca
li scanso.
Da qualche parte c’è.
Un uomo.
Meglio fermarsi?
O esaurirsi in tentativi?
Farsi bastare il pane
rimasto nelle tasche
fino al tramonto?
O fuggire alti?
Amarsi vivi?

C’è la donna in questi versi, in primo piano e sullo sfondo. Sempre, prepotentemente la donna, con le sue solitudini, la sua fame d’amore, i suoi anfratti insondabili e misteriosi: la donna multipla, sfaccettata, e allo stesso tempo così semplice. Una monade che è linfa a sé stessa, che trae forza e nutrimento dalle sue fragilità. E c’è una profondità tutta femminile in questo grido silenzioso eppure assordante che si fonde con il verso e ne sublima la musicalità. Ancora una volta Francesca Lavinia Ferrari ci racconta la donna che è in sé ed è in tutte: una donna che è unica e contraddittoria anche e soprattutto nella sua più intima essenza – l’amore – e che nel dolore riafferma la sua dignità. In lei la vita è parto continuo: in questa donna c’è il gusto ancestrale per il sacrificio, l’unico punto fermo sul quale ruota un universo emozionale capace di donarsi nella luce e di retroflettersi come un utero di fronte al buio del rifiuto, della delusione. Dietro la parete liscia c’è un abisso scabro dove “un formicaio di figli”, partoriti e alimentati da un’illusione, continua a reclamare il diritto alla vita: sogni infranti, rotti come bicchieri. Mille frammenti di vetro che moltiplicano il riflesso: ora, di fronte al suo amore reciso, morto, annientato, la donna è più sola che mai. Attorno a lei tutto è andato in pezzi: il tempo, lo spazio, sono rimasti come sospesi su un cumulo di polvere e di macerie. E i suoi occhi attoniti guardano, si stupiscono: il contrasto fra la devastazione che la circonda e la sua pelle ancora intatta la spinge ad andare avanti, a non fermarsi. Fragile e bianca, ella avanza tra i resti del crollo col suo bagaglio di domande, senza cercare di rompere il silenzio di morte che incombe come una condanna. Tutto si allontana alle sue spalle, mentre ombre indistinte si offrono per accompagnarla nel viaggio. Non serve. La donna è cosciente delle sue ferite anche se non riesce a vederle: invece di lacerarla, queste ferite la guidano verso la meta. Quale meta? Non un uomo, che “da qualche parte c’è” ma, ovunque si trovi, è lì per porre nuovi interrogativi, forse senza risposta. Quel cammino, fatto probabilmente di soste, di fughe improvvise, di cadute e di giorni stentati dove il respiro, il senno, il pane potrebbero non bastare fino al tramonto, condurrà ad un’unica meta, ancora quell’amore che mentre uccide restituisce un senso alla vita intera.

*

Donatella Pezzino

(Recensione pubblicata sulla rivista “Bibbia D’Asfalto” n. 6, dicembre 2015- Matisklo Editore)

Immagine: Monia Merlo Photography

Recensione a “Formule dell’anima” di Marcello Comitini

La vicenda terrena dell’anima è continua ricerca. Di affermazione, di sublimazione; di un punto molle dal quale affiorare per ritrovare le proprie radici. Una zona di frontiera che può essere il sogno, la spiritualità, la meditazione: in altri termini, un luogo da cui lo spirito può trascendere e liberarsi. In Marcello Comitini, invece, lo specchio attraverso cui l’anima si palesa è proprio la carnalità. La sua è la poesia dei colori che feriscono gli occhi, degli umori corporei, dei profumi di pelle anonima percepiti una sola volta e mai dimenticati; queste e altre sensazioni passeggere, in lui, diventano le “formule” che consentono all’anima di dare corpo e voce ai dolori più nascosti, al disagio di una vita estranea, ad un’ancestrale e inestinguibile fame d’amore. Una dicotomia che è l’uomo stesso, inesorabilmente immerso nella realtà sensibile e, ad un tempo, segretamente ossessionato dalla sua anima. La condizione umana raccontata dal Comitini è quella, contraddittoria e lacerante, del pazzo; del reietto che non sa fare a meno della gente mentre la deride, la impaurisce, l’allontana da sé. E la cui follia sta proprio in quel voler mettere l’uomo di fronte a sé stesso, mostrandogli quanto siano subdoli e ingannevoli i sogni di cui si nutre:

E torna l’alba, torna il sole a svegliare

ombre assonnate e bave luccicanti

A volte un albero in piazza per scalare una montagna.

A volte un sudicio scalino per sedersi e piangere.

Sperduto nella città tentacolare, quest’uomo è un granello di polvere nel brulichio, parte integrante di quella stessa materia che lo condanna all’isolamento; è il manichino che guarda dall’angusta monade della sua vetrina il disperato viavai della folla e la luce del tramonto che muore, considerando l’inutilità del tutto e provandone allo stesso tempo un’acuta, struggente malinconia:

E il manichino vede dentro i loro occhi

la penosa ansietà che li trascina,

l’inconsapevole tristezza che ciascuno sia

un palpitare di scaglie dentro l’acque

Stridente è il contrasto – che nasce in Comitini dalla nostalgia della sua terra – fra la quiete consapevole della natura e l’aria asfittica di questa umanità alienata che, nell’immenso non-luogo dove tutto è rumore e cemento, cigola e si ripete come un ingranaggio qualsiasi:

Non conoscono il dio che li sorveglia

che spesso chiede sacrifici d’uomini,

che stanchi li ributta sulle strade a sera

e nella ragna dei meandri li rinsacca.

Spesso il rimpianto per la propria terra lontana, qui, è appena percepibile; non è il lamento angoscioso dell’emigrante, né la rabbia del ragazzo provinciale deluso nei suoi sogni di grandezza. Piuttosto, il rimpianto si è trasformato in amarezza esistenziale, rassegnata e sottile, come un colore smorto che resta sullo sfondo.

E fu la fuga, fu tentare il mare da una terra a un’altra,

fu sottomettere la vita alle sue onde ostili.

E’ fin troppo inevitabile, in questo contesto, perdere il contatto con i propri desideri, i propri ricordi, il proprio anelito alla felicità. La felicità, soprattutto, sembra la più illusoria delle chimere: tutta la vita non è che un lungo succedersi di disinganni. Felicità e amore sono perduti nello stesso istante in cui li si afferra.

Vidi l’amore farsi irraggiungibile

Nel sole che moriva lentamente

Il sole, la città, la natura: come da un treno in corsa, i paesaggi scorrono in simbiosi con gli stati d’animo e, come questi, cambiano continuamente. E in questo susseguirsi di scenari sempre nuovi, gli elementi e le emozioni si vivono e si contaminano reciprocamente, esprimendo in immagini efficaci e dirette l’intimo travaglio del poeta:

Ed è così che il vento incarna la sua pena

La carnalità è, allora, il mezzo per riscattare questa perenne disillusione, il varco attraverso il quale tutto ciò che lo spirito ha perduto può farsi strada e riemergere. La donna, soprattutto: questa donna che è corpo, sorriso, abbraccio lascivo, sensualità bruta. A prima vista, il Comitini amante è un gaudente; ma a ben guardare, questo suo modo di vivere l’amore nasconde un dolore profondo, un abbandono dal quale, fin da bambino, non è riuscito a difendersi e che rivive nel ricordo impietoso della madre:

Erano gli occhi come acuti spilli

e le parole cadevano pesanti

Un amore che è frutto gracile, fiore mai sbocciato; sulle labbra del bambino e nel cuore dell’uomo.

Come in un sonno odiato i nostri occhi

hanno seguito falsi simulacri

di pietà e d’amore.

O forse il solo possibile è accaduto:

mai la vita ha sospeso

il suo terribile patto col dolore.

Le anime sono universi che non riescono a toccarsi, a compenetrarsi: l’unico contatto possibile fra due esseri umani, quindi, è puramente carnale. Si possiede il corpo, nell’incapacità di possedere l’anima:

Attenderò qualcuno che ridendo mi schiaffeggi

e in un buco oscuro scarichi il mio sangue.

Non importa a chi appartenga quella pelle, quel profumo: le donne di Comitini sono ombre – seppur di carne e di sangue – evanescenti. Amori giovanili, donne disinibite o prostitute: semplicemente un corpo, disposto a concedersi senza chiedere nulla in cambio. Ed è quindi nel corpo che il poeta riversa, insieme alla passione sensuale, quella dolcezza quasi infantile sopravvissuta alle amarezze e al cinismo:

Stranita dagli orgasmi le parole

ti ronzavano in gola come mosche

– come farfalle ti dicevo allora

che suggevo alle tue labbra il soffio

come la misteriosa devozione ad una stimmate.

Erano le parole

un freddo ricucire le ferite

nenie cantate sulla bocca di una storia

d’amore terminato senza nascere.

E comparivano vaghi i miei rimorsi

i miei passi infelici lungo il muro

le solitudini in cui ti rimpiangevo

tutte le volte che tra le tue braccia

ho goduto la gioia d’essere nessuno.

Un cinismo che è più una corazza, un baluardo: dietro, c’è il cuore di un bambino che rincorre il suo aquilone, meravigliandosi che i piedi affondino ancora nella sabbia mentre tutto il resto si libra in alto. Dopotutto è qui, fra le sue antiche illusioni, che l’anima può davvero ritrovare sé stessa.

Forse negli avanzi delle nostre povere cose

forse nei ristagni del tempo tra i ricordi,

forse nei sogni che ancora ci consolano.

*

Donatella Pezzino

Recensione a “Le voci remote” di Felice Serino

In ogni mondo esiste una porta di comunicazione con tutto il resto. Conoscerne l’esatta ubicazione, aprirla e attraversarla non presuppone capacità medianiche, ma solo un umile atto di fede: una fede qualsiasi, in Dio, nell’amore, nelle energie della natura, in sé stessi. Credere, semplicemente. Ecco, leggere Felice Serino è un po’ come riappropriarsi della consapevolezza che quello stargate esiste, e che possiamo attraversarlo in qualsiasi momento, spinti dalla forza degli eventi, da un desiderio di trascendenza o dalla riflessione sull’oltre che ci attende alla fine dei nostri giorni. In “Le voci remote”, l’anima del poeta ha raggiunto la sua dimensione ideale, meta di un lungo viaggio che lo ha visto percorrere a piedi nudi i vasti deserti umani alla ricerca del sé più puro, nel quale la grandezza dell’uomo sta nella sua valenza infinitesimale e il buio è solo assenza di Dio.

tu sei l’ombra

del Sé: l’alterego o se vuoi

l’angelo che

ti vive a lato nei

paradossi della vita

La lanterna di questo instancabile Diogene non si affida al lume ma al suono: un suono interiore, fatto di silenzi costantemente modulati allo scopo di rievocare i dolori, le gioie e perfino le insipidezze della vita trascorsa. E fra i suoni che questo silenzio è in grado di intercettare ci sono, appunto, le “voci remote”: appena udibili alcune, più chiare e distinte altre. Un titolo niente affatto casuale, come casuale non è, in apertura, la scelta dei versi del poeta greco Ghiorgos Seferis sulle “voci remote/ delle anime in sogno” che riassumono in un certo senso la cifra dell’intera opera. Ma cosa sono queste voci remote, e a chi appartengono?

nell’oltre

non ci son porte e chiavi

è tutto -in trasparenza-

un fondersi di sguardi

Sguardi; anime; vite. Si, perché la dimensione “altra” non è un luogo solitario; al contrario, è un humus fertile d’amore a nutrire mani, volti e profumi che dalla realtà visibile, come tutti noi, sono passati; e che ora, abbandonati i pesanti costumi teatrali della quotidianità terrena, ci guardano e ci giudicano.

eccoti un ectoplasma ovvero

un antenato

a sentenziare da un aldilà

-non sapete neppure vestirvi

-bella forza: voi con i vostri

doppiopetti

vi credevate dio in terra o guappi

noi

casual-cibernetici

della libertà siamo bandiera

grida il rosso

del nostro sangue nelle piazze

per le ginocchia aria di primavera

Ma più spesso, in queste entità ultraterrene è l’amore a vincere: una pietas che non è -come si potrebbe pensare- l’atteggiamento compassionevole di chi, già in salvo sulla riva, cerca di portare conforto ai naufraghi ancora in mare; piuttosto, il contrario. A dispetto di tutti i luoghi comuni sul paranormale, Serino ci propone l’idea di un interscambio dove le barriere tra morte e vita si annullano e dove il bisogno di contatto non è univoco:

m’invitano i miei morti

a una uscita fuori porta

amano

farmi partecipe del loro mondo

m’avvedo

dagli occhi lucenti e i sorrisi complici

ch’è molto molto gradita

indispensabile quasi la mia presenza

ché senza orfani sarebbero

e tristi forse

pur essendo estraneo al loro mondo

di luce

Ma voci remote sono anche il frutto della nostra mente: i pensieri, le riflessioni, i sogni e tutte quelle immagini che non sappiamo spiegare e che tante volte ci sconcertano per la loro potenza, ovvero

visioni aleggianti nelle

stanze del tuo sangue

che spesso restano sepolte per anni prima di riaffiorare dal nostro sottosuolo e che conoscono tutte le nostre debolezze, perché in esse abbiamo creato l’unico specchio in grado di afferrarci quando rischiamo di perderci:

vedi: se

qualcuno è a spiarti

non sei che tu

da un altrove

E poi, ci sono i sogni. In questo labirinto di immagini che si stendono come un ponte tra il visibile e l’ultraterreno, la dimensione onirica si configura come la materia che ci plasma e dalla quale, al tempo stesso, veniamo plasmati. In questo contesto, la poesia è l’unico linguaggio che rende accessibile il mistero, consentendo all’anima di ritrovare la strada:

in questo minuscolo essere

smarritosi

nella sua realtà-sogno

vedi te stesso se lasci che la vita

ti conduca lungo

i labirinti viola della mente

Il sogno è la culla, il rifugio. E’ la linea di confine che rende possibile il momentaneo distacco dell’anima dal corpo; è, in ultima analisi, quel punto di contatto tra il nostro sé terreno e “l’altro” che prefigura il passaggio da questa vita a quella che ci attende.

il sogno è proiezione? o

sei tu in veste onirica

uscito dal corpo?

sognare è un po’

essere già morti

Eccola la porta, lo stargate: il valico che, in qualsiasi momento, ci mette in comunicazione con “l’altrove” consentendo alla nostra anima di espandersi e vivere, anche solo per pochi istanti, la vita che le è congeniale.

di notte sto bene con me e l’altro

sono io l’altro che -c’hai mai

pensato?- non proietta ombra

ombra di me è il sogno

come un bambino

avvolto dal regno delle ombre

affido tutto me stesso alla notte

E su tutto, come un velo impalpabile ma sempre presente, domina il pensiero della morte, intesa non come la fine di un ciclo, ma piuttosto come l’ennesima tappa di un viaggio: un nuovo giorno che si schiude e dove il peso delle cose di questo mondo è un fardello che si abbandona volentieri. Perché la vita che abbiamo sempre voluto non è che leggerezza, e la leggerezza viene dalla libertà, e la libertà è possibile solo sciogliendo le corde che ci legano alla materia:

confidare

nelle cose che passano

è appendere la vita

al chiodo che non regge

è diminuirsi la vera ricchezza

-arrivare all’essenza

lo scheletro la trasparenza

L’essenza, lo scheletro, la trasparenza: tutto qui tende allo spoglio, al nocciolo, allo sfrondo. Perché solo togliendo le sovrastrutture con cui spesso la vita ci inganna è possibile strappare il velo che ci copre gli occhi e arrivare alla verità. Un’esigenza, questa, che emerge sempre più forte nella matura poesia di Serino e che si riflette anche nell’impianto strutturale: nei componimenti brevi, nella crudità delle riflessioni, nei versi nudi fino alla scarnificazione. “Invettive”, dedicata a Padre Pio, ne è un esempio eloquente:

una parola un fendente

minimizzi

l’orgoglio un ordigno

inesploso

carità

ti accompagnerà nella polvere

Parola che scarnifica, dunque; che si fa, come la morte, strumento di scavo, liberazione, palingenesi, dando un nuovo significato agli anni che avanzano. Vincendo, soprattutto, l’atavica paura del nulla, con un fatalismo capace, talvolta, di sconfinare nello humour nero:

ho a volte il pallino

-farneticare dell’età-

che d’improvviso qualcuno mi spari

da un’auto che rallenta e poi via

-come in una scena da gangsters

-è fantasioso ma

freddamente reale

Sorridendo: si, perché uno degli aspetti più tipici della poesia seriniana è il sorriso, declinato in tutte le sue sfumature. Dolce nel rimpianto, feroce nel dolore, sereno nel pensiero di Dio; sornione a volte, mai cinico. Il sorriso del giusto, pronto a consegnarsi nelle mani di Dio con tutta la sua miseria, le sue cicatrici, la propria inesorabile condizione di uomo.

ricorda: sei parte

dell’Indicibile – sua

infinita Essenza

pure

nato per la terra

da uno sputo nella polvere

La religiosità di Felice Serino: cristiana, ma non solo. C’è, nella sua fede, qualcosa di universale, di applicabile a qualsiasi credo: un sentimento che è soprattutto apertura, anelito. Più che limitarsi ad essere credente, l’uomo di Serino guarda oltre, desidera oltre: e nel farlo, il suo sguardo incontra Dio.

una farfalla è una farfalla ma

tutto un mondo nella sua essenza

la natura

riflesso del cielo è preghiera

ogni respiro ogni sangue

vòlto verso l’alto è lode

l’anima nel suo profondo

in segreto s’inginocchia e piange

*

Donatella Pezzino

Recensione a “Terra bruciata di mezzo” di Mirko Servetti

“Terra bruciata di mezzo” è il viaggio di un’anima attraverso le pieghe dei ricordi, le malinconie insondate, i vapori esalati dalle dolci correnti di un vento ormai passato, la cui stanchezza è negli anni e non nella capacità di sentire e amare. Rifugiarsi in quegli

Anfratti di cucina

dove i tuoi parlari

furono scaldico diletto,

fabulae inventate alle finestre

bratte di piovaschi

cumulati per anni

solo per indugiare al gioco

come metafisica dozzinale

diventa quasi una meta obbligata per espiare con le struggenti gioie della rievocazione una sofferenza congenita e mai del tutto vinta. Sofferenza che aleggia come una nebbia, un profumo, un male sottile ed invisibile; che permea ogni angolo di questa terra avara di carezze e prodiga di solitudini, il cui paesaggio è più quello che ci si lascia alle spalle piuttosto che un orizzonte al culmine della sua pienezza.

Ma fu misura dell’esser solitudini,

un confronto col quartiere

che gradualmente

si riscuote dal sopore.

Ogni verso, un respiro: è questa la poesia di Servetti che, lontana da artifici tecnici emotivamente paralizzanti, segue il fluire delle sensazioni, il sapore cangiante dell’aria, il silenzio ovattato dove tutto parla e dove tutto vive e palpita. Palpita, è vero: ma lo fa con un battito antico che segna il passo alla caducità delle cose, filtrando l’eternità attraverso il tempo con la sensibilità profonda di chi si aggrappa all’istante senza dimenticare le proprie radici, consapevole che solo in esse sta il senso che l’uomo ha cercato da sempre:

Una sfilata di morti anonime

con gl’intervalli degli spot

mozzature spettacolari

colaticci di bava mantecata

alle lacrime;

e qui si pensa d’essere al sicuro,

le percezioni alterate,

le nubi storpiate

dal frastuono e dal calore.

Tutto, in questa terra di mezzo, nasce dall’intreccio del presente con un passato assai più remoto di quello che ognuno di noi ha vissuto: ecco perché stringendo nel pugno anche una sola zolla di quella terra si prova forte la sensazione di restare avvinti al proprio sé, e soprattutto a quel sé che non si è mai conosciuto e al quale tende il lungo cammino dell’autocoscienza. E, “poichè l’inganno è nel dire/ che il mondo è situato qui/ e il dolore altrove”, la terra di mezzo si rivela nel suo doloroso compito di traghettarci verso un risveglio brusco ma necessario che spalanca i nostri occhi con forza e li mette di fronte alla morte di tutte le illusioni. E cosa sono le illusioni se non la vita stessa?

Il risveglio permane incerto

e chi in maniche di camicia

inizia a rastrellare vuoti d’aria,

chi per burla ridisegna

i profili delle colline rosicate

e brunite dalle vampe della notte.

Una vena di esistenzialismo emerge potente quando l’obiettivo si sposta dalla realtà alla dimensione individuale: e, anche in quel caso, la profonda sensibilità dell’autore gratta dalla superficie gli ultimi residui di antropocentrismo per scoprire nell’essere umano l’estremo brandello di una creazione che resta quasi indifferente al suo destino:

Sono specchiato dove non nasco,

spettro e residuo

d cateratta solare

quasar perduta nell’arsura

dei muri e dei vetri,

illuso d’esser figurato sdrucitura

di questa veduta patinata,

strappo e ferita fino al nadir

che come un tracciato si stende

sulle lenzuola ancor zuppe;

e il sentore delle mandorle

abbandonate dopo le feste d’inverno

persevera molle

prima di struggersi

tra i pensili e nei fondi

delle tazze sbeccate.

L’uomo, ombra malata che nel frastuono crede di trovare un balsamo alle ferite del suo nulla, si staglia sullo sfondo di una commedia quotidiana dove anche l’amore ha un retrogusto crepuscolare, e dove un sottofondo di morte lo tiene avvinto come un tralcio:

le manopole del gas

perigliosamente schiuse

i bicchieri implosi

il rintrono del cuore tuo

rasente il mio silenzio.

In questo amore, le parole taciute sembrano il vero e unico collante che salda le anime nel conforto di un tormento continuo e senza scampo, un veleno sottile che inebria mentre uccide lentamente:

L’indifferenza forse,

quella che come un ricatto

succede all’angoscia,

fu sospesa nel vento

che spirava dal fontanile di mare;

eppure sembrava tenerci al sicuro.

La fugacità degli ardori più sensuali potrebbe offrirsi come antidoto alla cancrena dello spirito , ma ancora una volta tutto sfuma in un silenzio carico d’inconsistenza dove l’infelicità ha le sembianze di una donna fragile e inesplorabile:

Il giorno seguita nell’indugio,

si proroga tra biancheria intima

e odori di poc’anzi

e il bricco del tè

tace sull’ebollizione

e non ne sapremo più nulla.

Ma sarebbe stato il primo

dei doveri da assolvere

dopo esserti rivestita

un po’ tremante d’agitazione

o per l’umidità esterna.

Anche quando le mani colgono le gioie dell’amore, è come quel substrato d’infelicità esistenziale negasse loro la pienezza, regalando solo la scintilla fuggevole di un piacere a lungo sognato. E da questo istante fiorisce quel rimpianto che, al tramonto della vita, si ribella all’immobilità alla ricerca di un ultimo, forsennato anelito di bellezza :

… verrai da un viaggio

di vent’anni fa

i polsi incatenati

a ragnatele splendenti,

priva del senno

che la senilità infligge.

E ci ostineremo a non credere

che il mondo continui da qui

e che l’arte sia ben più breve

della vita. Ci rivedremo,

conviviali di ore vespertine,

per ravvisare bellezza

negli spazi senza colori

col lessico d’amore sulle labbra,

lontani dal centro del cosmo.

Questo verseggiare onirico e al tempo stesso fortemente permeato di crudo realismo sfiora l’amore come una brezza nostalgica, consapevole che tutto si riduce ad un lento decomporsi. Eppure, il nichilismo di Servetti non è mai fine a sé stesso, prelude ad una ricerca sempre nuova che germoglia dalle sue stesse disillusioni. Ciò si riflette, oltre che nel suo sentire, anche nella sua stessa poetica, che parte dall’amore per la tradizione per metterne in discussione uno dei presupposti fondamentali, ovvero la consequenzialità spazio-temporale. Il suo è un poetare che segue il libero fluire del pensiero, spesso disomogeneo e discontinuo ma sempre profondamente autentico, intuitivo e ricco di spontaneità. A questo librarsi della mente, “Terra bruciata di mezzo” associa una forza emotiva dirompente che esonda da ogni verso per oltrepassare tutte le barriere e farsi cuore, pelle e respiro: una fusione totale con l’animo del fruitore che ne diventa parte integrante più che spettatore.

*

Donatella Pezzino