Nota di lettura a “E’ lo stesso” di Francesca Lavinia Ferrari

Pezzi di vetro.
Scaglie di specchi.
Briciole di calce.
Cos’è crollato?
Non un graffio
sulla mia pelle candida.
Nel silenzio spettrale
un viso trascolora.
È il mio?
Un formicaio di figli
sugge mammelle.
Non fermo il passo.
A destra e a manca
li scanso.
Da qualche parte c’è.
Un uomo.
Meglio fermarsi?
O esaurirsi in tentativi?
Farsi bastare il pane
rimasto nelle tasche
fino al tramonto?
O fuggire alti?
Amarsi vivi?

C’è la donna in questi versi, in primo piano e sullo sfondo. Sempre, prepotentemente la donna, con le sue solitudini, la sua fame d’amore, i suoi anfratti insondabili e misteriosi: la donna multipla, sfaccettata, e allo stesso tempo così semplice. Una monade che è linfa a sé stessa, che trae forza e nutrimento dalle sue fragilità. E c’è una profondità tutta femminile in questo grido silenzioso eppure assordante che si fonde con il verso e ne sublima la musicalità. Ancora una volta Francesca Lavinia Ferrari ci racconta la donna che è in sé ed è in tutte: una donna che è unica e contraddittoria anche e soprattutto nella sua più intima essenza – l’amore – e che nel dolore riafferma la sua dignità. In lei la vita è parto continuo: in questa donna c’è il gusto ancestrale per il sacrificio, l’unico punto fermo sul quale ruota un universo emozionale capace di donarsi nella luce e di retroflettersi come un utero di fronte al buio del rifiuto, della delusione. Dietro la parete liscia c’è un abisso scabro dove “un formicaio di figli”, partoriti e alimentati da un’illusione, continua a reclamare il diritto alla vita: sogni infranti, rotti come bicchieri. Mille frammenti di vetro che moltiplicano il riflesso: ora, di fronte al suo amore reciso, morto, annientato, la donna è più sola che mai. Attorno a lei tutto è andato in pezzi: il tempo, lo spazio, sono rimasti come sospesi su un cumulo di polvere e di macerie. E i suoi occhi attoniti guardano, si stupiscono: il contrasto fra la devastazione che la circonda e la sua pelle ancora intatta la spinge ad andare avanti, a non fermarsi. Fragile e bianca, ella avanza tra i resti del crollo col suo bagaglio di domande, senza cercare di rompere il silenzio di morte che incombe come una condanna. Tutto si allontana alle sue spalle, mentre ombre indistinte si offrono per accompagnarla nel viaggio. Non serve. La donna è cosciente delle sue ferite anche se non riesce a vederle: invece di lacerarla, queste ferite la guidano verso la meta. Quale meta? Non un uomo, che “da qualche parte c’è” ma, ovunque si trovi, è lì per porre nuovi interrogativi, forse senza risposta. Quel cammino, fatto probabilmente di soste, di fughe improvvise, di cadute e di giorni stentati dove il respiro, il senno, il pane potrebbero non bastare fino al tramonto, condurrà ad un’unica meta, ancora quell’amore che mentre uccide restituisce un senso alla vita intera.

*

Donatella Pezzino

(Recensione pubblicata sulla rivista “Bibbia D’Asfalto” n. 6, dicembre 2015- Matisklo Editore)

Immagine: Monia Merlo Photography

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Recensione a “Formule dell’anima” di Marcello Comitini

La vicenda terrena dell’anima è continua ricerca. Di affermazione, di sublimazione; di un punto molle dal quale affiorare per ritrovare le proprie radici. Una zona di frontiera che può essere il sogno, la spiritualità, la meditazione: in altri termini, un luogo da cui lo spirito può trascendere e liberarsi. In Marcello Comitini, invece, lo specchio attraverso cui l’anima si palesa è proprio la carnalità. La sua è la poesia dei colori che feriscono gli occhi, degli umori corporei, dei profumi di pelle anonima percepiti una sola volta e mai dimenticati; queste e altre sensazioni passeggere, in lui, diventano le “formule” che consentono all’anima di dare corpo e voce ai dolori più nascosti, al disagio di una vita estranea, ad un’ancestrale e inestinguibile fame d’amore. Una dicotomia che è l’uomo stesso, inesorabilmente immerso nella realtà sensibile e, ad un tempo, segretamente ossessionato dalla sua anima. La condizione umana raccontata dal Comitini è quella, contraddittoria e lacerante, del pazzo; del reietto che non sa fare a meno della gente mentre la deride, la impaurisce, l’allontana da sé. E la cui follia sta proprio in quel voler mettere l’uomo di fronte a sé stesso, mostrandogli quanto siano subdoli e ingannevoli i sogni di cui si nutre:

E torna l’alba, torna il sole a svegliare

ombre assonnate e bave luccicanti

A volte un albero in piazza per scalare una montagna.

A volte un sudicio scalino per sedersi e piangere.

Sperduto nella città tentacolare, quest’uomo è un granello di polvere nel brulichio, parte integrante di quella stessa materia che lo condanna all’isolamento; è il manichino che guarda dall’angusta monade della sua vetrina il disperato viavai della folla e la luce del tramonto che muore, considerando l’inutilità del tutto e provandone allo stesso tempo un’acuta, struggente malinconia:

E il manichino vede dentro i loro occhi

la penosa ansietà che li trascina,

l’inconsapevole tristezza che ciascuno sia

un palpitare di scaglie dentro l’acque

Stridente è il contrasto – che nasce in Comitini dalla nostalgia della sua terra – fra la quiete consapevole della natura e l’aria asfittica di questa umanità alienata che, nell’immenso non-luogo dove tutto è rumore e cemento, cigola e si ripete come un ingranaggio qualsiasi:

Non conoscono il dio che li sorveglia

che spesso chiede sacrifici d’uomini,

che stanchi li ributta sulle strade a sera

e nella ragna dei meandri li rinsacca.

Spesso il rimpianto per la propria terra lontana, qui, è appena percepibile; non è il lamento angoscioso dell’emigrante, né la rabbia del ragazzo provinciale deluso nei suoi sogni di grandezza. Piuttosto, il rimpianto si è trasformato in amarezza esistenziale, rassegnata e sottile, come un colore smorto che resta sullo sfondo.

E fu la fuga, fu tentare il mare da una terra a un’altra,

fu sottomettere la vita alle sue onde ostili.

E’ fin troppo inevitabile, in questo contesto, perdere il contatto con i propri desideri, i propri ricordi, il proprio anelito alla felicità. La felicità, soprattutto, sembra la più illusoria delle chimere: tutta la vita non è che un lungo succedersi di disinganni. Felicità e amore sono perduti nello stesso istante in cui li si afferra.

Vidi l’amore farsi irraggiungibile

Nel sole che moriva lentamente

Il sole, la città, la natura: come da un treno in corsa, i paesaggi scorrono in simbiosi con gli stati d’animo e, come questi, cambiano continuamente. E in questo susseguirsi di scenari sempre nuovi, gli elementi e le emozioni si vivono e si contaminano reciprocamente, esprimendo in immagini efficaci e dirette l’intimo travaglio del poeta:

Ed è così che il vento incarna la sua pena

La carnalità è, allora, il mezzo per riscattare questa perenne disillusione, il varco attraverso il quale tutto ciò che lo spirito ha perduto può farsi strada e riemergere. La donna, soprattutto: questa donna che è corpo, sorriso, abbraccio lascivo, sensualità bruta. A prima vista, il Comitini amante è un gaudente; ma a ben guardare, questo suo modo di vivere l’amore nasconde un dolore profondo, un abbandono dal quale, fin da bambino, non è riuscito a difendersi e che rivive nel ricordo impietoso della madre:

Erano gli occhi come acuti spilli

e le parole cadevano pesanti

Un amore che è frutto gracile, fiore mai sbocciato; sulle labbra del bambino e nel cuore dell’uomo.

Come in un sonno odiato i nostri occhi

hanno seguito falsi simulacri

di pietà e d’amore.

O forse il solo possibile è accaduto:

mai la vita ha sospeso

il suo terribile patto col dolore.

Le anime sono universi che non riescono a toccarsi, a compenetrarsi: l’unico contatto possibile fra due esseri umani, quindi, è puramente carnale. Si possiede il corpo, nell’incapacità di possedere l’anima:

Attenderò qualcuno che ridendo mi schiaffeggi

e in un buco oscuro scarichi il mio sangue.

Non importa a chi appartenga quella pelle, quel profumo: le donne di Comitini sono ombre – seppur di carne e di sangue – evanescenti. Amori giovanili, donne disinibite o prostitute: semplicemente un corpo, disposto a concedersi senza chiedere nulla in cambio. Ed è quindi nel corpo che il poeta riversa, insieme alla passione sensuale, quella dolcezza quasi infantile sopravvissuta alle amarezze e al cinismo:

Stranita dagli orgasmi le parole

ti ronzavano in gola come mosche

– come farfalle ti dicevo allora

che suggevo alle tue labbra il soffio

come la misteriosa devozione ad una stimmate.

Erano le parole

un freddo ricucire le ferite

nenie cantate sulla bocca di una storia

d’amore terminato senza nascere.

E comparivano vaghi i miei rimorsi

i miei passi infelici lungo il muro

le solitudini in cui ti rimpiangevo

tutte le volte che tra le tue braccia

ho goduto la gioia d’essere nessuno.

Un cinismo che è più una corazza, un baluardo: dietro, c’è il cuore di un bambino che rincorre il suo aquilone, meravigliandosi che i piedi affondino ancora nella sabbia mentre tutto il resto si libra in alto. Dopotutto è qui, fra le sue antiche illusioni, che l’anima può davvero ritrovare sé stessa.

Forse negli avanzi delle nostre povere cose

forse nei ristagni del tempo tra i ricordi,

forse nei sogni che ancora ci consolano.

*

Donatella Pezzino

Recensione a “Le voci remote” di Felice Serino

In ogni mondo esiste una porta di comunicazione con tutto il resto. Conoscerne l’esatta ubicazione, aprirla e attraversarla non presuppone capacità medianiche, ma solo un umile atto di fede: una fede qualsiasi, in Dio, nell’amore, nelle energie della natura, in sé stessi. Credere, semplicemente. Ecco, leggere Felice Serino è un po’ come riappropriarsi della consapevolezza che quello stargate esiste, e che possiamo attraversarlo in qualsiasi momento, spinti dalla forza degli eventi, da un desiderio di trascendenza o dalla riflessione sull’oltre che ci attende alla fine dei nostri giorni. In “Le voci remote”, l’anima del poeta ha raggiunto la sua dimensione ideale, meta di un lungo viaggio che lo ha visto percorrere a piedi nudi i vasti deserti umani alla ricerca del sé più puro, nel quale la grandezza dell’uomo sta nella sua valenza infinitesimale e il buio è solo assenza di Dio.

tu sei l’ombra

del Sé: l’alterego o se vuoi

l’angelo che

ti vive a lato nei

paradossi della vita

La lanterna di questo instancabile Diogene non si affida al lume ma al suono: un suono interiore, fatto di silenzi costantemente modulati allo scopo di rievocare i dolori, le gioie e perfino le insipidezze della vita trascorsa. E fra i suoni che questo silenzio è in grado di intercettare ci sono, appunto, le “voci remote”: appena udibili alcune, più chiare e distinte altre. Un titolo niente affatto casuale, come casuale non è, in apertura, la scelta dei versi del poeta greco Ghiorgos Seferis sulle “voci remote/ delle anime in sogno” che riassumono in un certo senso la cifra dell’intera opera. Ma cosa sono queste voci remote, e a chi appartengono?

nell’oltre

non ci son porte e chiavi

è tutto -in trasparenza-

un fondersi di sguardi

Sguardi; anime; vite. Si, perché la dimensione “altra” non è un luogo solitario; al contrario, è un humus fertile d’amore a nutrire mani, volti e profumi che dalla realtà visibile, come tutti noi, sono passati; e che ora, abbandonati i pesanti costumi teatrali della quotidianità terrena, ci guardano e ci giudicano.

eccoti un ectoplasma ovvero

un antenato

a sentenziare da un aldilà

-non sapete neppure vestirvi

-bella forza: voi con i vostri

doppiopetti

vi credevate dio in terra o guappi

noi

casual-cibernetici

della libertà siamo bandiera

grida il rosso

del nostro sangue nelle piazze

per le ginocchia aria di primavera

Ma più spesso, in queste entità ultraterrene è l’amore a vincere: una pietas che non è -come si potrebbe pensare- l’atteggiamento compassionevole di chi, già in salvo sulla riva, cerca di portare conforto ai naufraghi ancora in mare; piuttosto, il contrario. A dispetto di tutti i luoghi comuni sul paranormale, Serino ci propone l’idea di un interscambio dove le barriere tra morte e vita si annullano e dove il bisogno di contatto non è univoco:

m’invitano i miei morti

a una uscita fuori porta

amano

farmi partecipe del loro mondo

m’avvedo

dagli occhi lucenti e i sorrisi complici

ch’è molto molto gradita

indispensabile quasi la mia presenza

ché senza orfani sarebbero

e tristi forse

pur essendo estraneo al loro mondo

di luce

Ma voci remote sono anche il frutto della nostra mente: i pensieri, le riflessioni, i sogni e tutte quelle immagini che non sappiamo spiegare e che tante volte ci sconcertano per la loro potenza, ovvero

visioni aleggianti nelle

stanze del tuo sangue

che spesso restano sepolte per anni prima di riaffiorare dal nostro sottosuolo e che conoscono tutte le nostre debolezze, perché in esse abbiamo creato l’unico specchio in grado di afferrarci quando rischiamo di perderci:

vedi: se

qualcuno è a spiarti

non sei che tu

da un altrove

E poi, ci sono i sogni. In questo labirinto di immagini che si stendono come un ponte tra il visibile e l’ultraterreno, la dimensione onirica si configura come la materia che ci plasma e dalla quale, al tempo stesso, veniamo plasmati. In questo contesto, la poesia è l’unico linguaggio che rende accessibile il mistero, consentendo all’anima di ritrovare la strada:

in questo minuscolo essere

smarritosi

nella sua realtà-sogno

vedi te stesso se lasci che la vita

ti conduca lungo

i labirinti viola della mente

Il sogno è la culla, il rifugio. E’ la linea di confine che rende possibile il momentaneo distacco dell’anima dal corpo; è, in ultima analisi, quel punto di contatto tra il nostro sé terreno e “l’altro” che prefigura il passaggio da questa vita a quella che ci attende.

il sogno è proiezione? o

sei tu in veste onirica

uscito dal corpo?

sognare è un po’

essere già morti

Eccola la porta, lo stargate: il valico che, in qualsiasi momento, ci mette in comunicazione con “l’altrove” consentendo alla nostra anima di espandersi e vivere, anche solo per pochi istanti, la vita che le è congeniale.

di notte sto bene con me e l’altro

sono io l’altro che -c’hai mai

pensato?- non proietta ombra

ombra di me è il sogno

come un bambino

avvolto dal regno delle ombre

affido tutto me stesso alla notte

E su tutto, come un velo impalpabile ma sempre presente, domina il pensiero della morte, intesa non come la fine di un ciclo, ma piuttosto come l’ennesima tappa di un viaggio: un nuovo giorno che si schiude e dove il peso delle cose di questo mondo è un fardello che si abbandona volentieri. Perché la vita che abbiamo sempre voluto non è che leggerezza, e la leggerezza viene dalla libertà, e la libertà è possibile solo sciogliendo le corde che ci legano alla materia:

confidare

nelle cose che passano

è appendere la vita

al chiodo che non regge

è diminuirsi la vera ricchezza

-arrivare all’essenza

lo scheletro la trasparenza

L’essenza, lo scheletro, la trasparenza: tutto qui tende allo spoglio, al nocciolo, allo sfrondo. Perché solo togliendo le sovrastrutture con cui spesso la vita ci inganna è possibile strappare il velo che ci copre gli occhi e arrivare alla verità. Un’esigenza, questa, che emerge sempre più forte nella matura poesia di Serino e che si riflette anche nell’impianto strutturale: nei componimenti brevi, nella crudità delle riflessioni, nei versi nudi fino alla scarnificazione. “Invettive”, dedicata a Padre Pio, ne è un esempio eloquente:

una parola un fendente

minimizzi

l’orgoglio un ordigno

inesploso

carità

ti accompagnerà nella polvere

Parola che scarnifica, dunque; che si fa, come la morte, strumento di scavo, liberazione, palingenesi, dando un nuovo significato agli anni che avanzano. Vincendo, soprattutto, l’atavica paura del nulla, con un fatalismo capace, talvolta, di sconfinare nello humour nero:

ho a volte il pallino

-farneticare dell’età-

che d’improvviso qualcuno mi spari

da un’auto che rallenta e poi via

-come in una scena da gangsters

-è fantasioso ma

freddamente reale

Sorridendo: si, perché uno degli aspetti più tipici della poesia seriniana è il sorriso, declinato in tutte le sue sfumature. Dolce nel rimpianto, feroce nel dolore, sereno nel pensiero di Dio; sornione a volte, mai cinico. Il sorriso del giusto, pronto a consegnarsi nelle mani di Dio con tutta la sua miseria, le sue cicatrici, la propria inesorabile condizione di uomo.

ricorda: sei parte

dell’Indicibile – sua

infinita Essenza

pure

nato per la terra

da uno sputo nella polvere

La religiosità di Felice Serino: cristiana, ma non solo. C’è, nella sua fede, qualcosa di universale, di applicabile a qualsiasi credo: un sentimento che è soprattutto apertura, anelito. Più che limitarsi ad essere credente, l’uomo di Serino guarda oltre, desidera oltre: e nel farlo, il suo sguardo incontra Dio.

una farfalla è una farfalla ma

tutto un mondo nella sua essenza

la natura

riflesso del cielo è preghiera

ogni respiro ogni sangue

vòlto verso l’alto è lode

l’anima nel suo profondo

in segreto s’inginocchia e piange

*

Donatella Pezzino

Recensione a “Terra bruciata di mezzo” di Mirko Servetti

“Terra bruciata di mezzo” è il viaggio di un’anima attraverso le pieghe dei ricordi, le malinconie insondate, i vapori esalati dalle dolci correnti di un vento ormai passato, la cui stanchezza è negli anni e non nella capacità di sentire e amare. Rifugiarsi in quegli

Anfratti di cucina

dove i tuoi parlari

furono scaldico diletto,

fabulae inventate alle finestre

bratte di piovaschi

cumulati per anni

solo per indugiare al gioco

come metafisica dozzinale

diventa quasi una meta obbligata per espiare con le struggenti gioie della rievocazione una sofferenza congenita e mai del tutto vinta. Sofferenza che aleggia come una nebbia, un profumo, un male sottile ed invisibile; che permea ogni angolo di questa terra avara di carezze e prodiga di solitudini, il cui paesaggio è più quello che ci si lascia alle spalle piuttosto che un orizzonte al culmine della sua pienezza.

Ma fu misura dell’esser solitudini,

un confronto col quartiere

che gradualmente

si riscuote dal sopore.

Ogni verso, un respiro: è questa la poesia di Servetti che, lontana da artifici tecnici emotivamente paralizzanti, segue il fluire delle sensazioni, il sapore cangiante dell’aria, il silenzio ovattato dove tutto parla e dove tutto vive e palpita. Palpita, è vero: ma lo fa con un battito antico che segna il passo alla caducità delle cose, filtrando l’eternità attraverso il tempo con la sensibilità profonda di chi si aggrappa all’istante senza dimenticare le proprie radici, consapevole che solo in esse sta il senso che l’uomo ha cercato da sempre:

Una sfilata di morti anonime

con gl’intervalli degli spot

mozzature spettacolari

colaticci di bava mantecata

alle lacrime;

e qui si pensa d’essere al sicuro,

le percezioni alterate,

le nubi storpiate

dal frastuono e dal calore.

Tutto, in questa terra di mezzo, nasce dall’intreccio del presente con un passato assai più remoto di quello che ognuno di noi ha vissuto: ecco perché stringendo nel pugno anche una sola zolla di quella terra si prova forte la sensazione di restare avvinti al proprio sé, e soprattutto a quel sé che non si è mai conosciuto e al quale tende il lungo cammino dell’autocoscienza. E, “poichè l’inganno è nel dire/ che il mondo è situato qui/ e il dolore altrove”, la terra di mezzo si rivela nel suo doloroso compito di traghettarci verso un risveglio brusco ma necessario che spalanca i nostri occhi con forza e li mette di fronte alla morte di tutte le illusioni. E cosa sono le illusioni se non la vita stessa?

Il risveglio permane incerto

e chi in maniche di camicia

inizia a rastrellare vuoti d’aria,

chi per burla ridisegna

i profili delle colline rosicate

e brunite dalle vampe della notte.

Una vena di esistenzialismo emerge potente quando l’obiettivo si sposta dalla realtà alla dimensione individuale: e, anche in quel caso, la profonda sensibilità dell’autore gratta dalla superficie gli ultimi residui di antropocentrismo per scoprire nell’essere umano l’estremo brandello di una creazione che resta quasi indifferente al suo destino:

Sono specchiato dove non nasco,

spettro e residuo

d cateratta solare

quasar perduta nell’arsura

dei muri e dei vetri,

illuso d’esser figurato sdrucitura

di questa veduta patinata,

strappo e ferita fino al nadir

che come un tracciato si stende

sulle lenzuola ancor zuppe;

e il sentore delle mandorle

abbandonate dopo le feste d’inverno

persevera molle

prima di struggersi

tra i pensili e nei fondi

delle tazze sbeccate.

L’uomo, ombra malata che nel frastuono crede di trovare un balsamo alle ferite del suo nulla, si staglia sullo sfondo di una commedia quotidiana dove anche l’amore ha un retrogusto crepuscolare, e dove un sottofondo di morte lo tiene avvinto come un tralcio:

le manopole del gas

perigliosamente schiuse

i bicchieri implosi

il rintrono del cuore tuo

rasente il mio silenzio.

In questo amore, le parole taciute sembrano il vero e unico collante che salda le anime nel conforto di un tormento continuo e senza scampo, un veleno sottile che inebria mentre uccide lentamente:

L’indifferenza forse,

quella che come un ricatto

succede all’angoscia,

fu sospesa nel vento

che spirava dal fontanile di mare;

eppure sembrava tenerci al sicuro.

La fugacità degli ardori più sensuali potrebbe offrirsi come antidoto alla cancrena dello spirito , ma ancora una volta tutto sfuma in un silenzio carico d’inconsistenza dove l’infelicità ha le sembianze di una donna fragile e inesplorabile:

Il giorno seguita nell’indugio,

si proroga tra biancheria intima

e odori di poc’anzi

e il bricco del tè

tace sull’ebollizione

e non ne sapremo più nulla.

Ma sarebbe stato il primo

dei doveri da assolvere

dopo esserti rivestita

un po’ tremante d’agitazione

o per l’umidità esterna.

Anche quando le mani colgono le gioie dell’amore, è come quel substrato d’infelicità esistenziale negasse loro la pienezza, regalando solo la scintilla fuggevole di un piacere a lungo sognato. E da questo istante fiorisce quel rimpianto che, al tramonto della vita, si ribella all’immobilità alla ricerca di un ultimo, forsennato anelito di bellezza :

… verrai da un viaggio

di vent’anni fa

i polsi incatenati

a ragnatele splendenti,

priva del senno

che la senilità infligge.

E ci ostineremo a non credere

che il mondo continui da qui

e che l’arte sia ben più breve

della vita. Ci rivedremo,

conviviali di ore vespertine,

per ravvisare bellezza

negli spazi senza colori

col lessico d’amore sulle labbra,

lontani dal centro del cosmo.

Questo verseggiare onirico e al tempo stesso fortemente permeato di crudo realismo sfiora l’amore come una brezza nostalgica, consapevole che tutto si riduce ad un lento decomporsi. Eppure, il nichilismo di Servetti non è mai fine a sé stesso, prelude ad una ricerca sempre nuova che germoglia dalle sue stesse disillusioni. Ciò si riflette, oltre che nel suo sentire, anche nella sua stessa poetica, che parte dall’amore per la tradizione per metterne in discussione uno dei presupposti fondamentali, ovvero la consequenzialità spazio-temporale. Il suo è un poetare che segue il libero fluire del pensiero, spesso disomogeneo e discontinuo ma sempre profondamente autentico, intuitivo e ricco di spontaneità. A questo librarsi della mente, “Terra bruciata di mezzo” associa una forza emotiva dirompente che esonda da ogni verso per oltrepassare tutte le barriere e farsi cuore, pelle e respiro: una fusione totale con l’animo del fruitore che ne diventa parte integrante più che spettatore.

*

Donatella Pezzino

Recensione a “La vita nascosta” di Felice Serino

Il poeta: sognatore, visionario, angelo caduto. Nel caso di Felice Serino, anche viandante. La cui strada sta in quella sottile zona intermedia tra il mondo sensibile e la dimensione trascendente. Per questo viandante, la vita stessa è viaggio; una ricerca continua e instancabile, un afflato spirituale, prima ancora che lirico, verso quell’oltre che ogni realtà sembra sempre celare in sé. Non a caso, “La vita nascosta” è il titolo della pluriennale raccolta di liriche nelle quali, dal 2014 al 2017, l’anima del viandante si è voluta raccontare, riversare, svelare: nelle dolcezze dell’attimo, negli inciampi sotto la pioggia battente, nei vuoti incolmabili, nelle domande senza risposta; nei lunghi dialoghi con sé stessa e con Dio. Questo è Felice Serino, fine artigiano di sogni reali e di realtà sognante, aedo di una dimensione parallela in cui tutto parla con il linguaggio perfetto, intellegibile solo all’anima: il silenzio. E in Serino il silenzio racconta i ricordi, le lotte, gli affanni segreti; facendosi racconto di un lungo percorso verso  quel punto luminoso e vitale che, lungi dall’essere il punto d’arrivo, diventa abbandono catartico. In questo percorso, l’anima errante si fa parola, e parola silenziosa; in quella contemporaneità di passato, presente e futuro che è, in fondo, la vera estensione del nostro vissuto. Come ogni silenzio, anche la parola silenziosa di Serino è coincidenza di opposti: tutto e niente, vita e morte, trascendenza e immanenza, carne e spirito. In quanto tale, ogni parola è un infinito: di voci, di suoni, di odori; di ricordi, di percezioni; di gioie incontenibili e di dolori laceranti. Quante cose quindi potrà raccontare? Quante potrà fare emergere dal cuore di chi sa ascoltare? Per questo, in Serino l’autore si fa, più che creatore, scultore del verso: uno scultore sensibile e amorevole, che rivela, sbozza, combina forme e sfumature; senza mai eccedere, perché la bellezza, così come la verità, sta sempre nel giusto, nell’armonico, mai nell’eccesso. Ecco perché ogni poesia di questo autore spicca per la sua moderazione: nei colori soffusi, quasi un bianco e nero appena rosato; nel numero dei versi, pochi e intrisi di dolcezza, anche quando in essi è il grido dirompente, lo strazio esistenziale, la malinconia che corrode. Un fiore esangue, spampanato già al suo sbocciare: perché nei suoi colori, l’occhio dell’anima vede già come fatto compiuto quel trascolorare che della morte ha solo l’apparenza, ma che in realtà manifesta la vera essenza della vita. Lo spirito: ecco la dimensione nella quale tutta la poesia di Serino si fa carne e sangue, per sublimare poi nella fede ciò che per altri è destinato a rimanere puro male di vivere. In Serino, la coscienza del dolore è ferita aperta: viva, bruciante, inguaribile. Eppure, il dolore è luce. Che ci guida, che ci sostiene. E che pure è possibile amare:

pure
ami la luce
ferita:

chiedile
delle infinite crocifissioni

fattene guanciale
in notti di pianto

Una fine che è dentro ogni inizio: perché andare avanti è un guardarsi indietro, dove uno specchio moltiplica all’infinito le nostre contraddizioni:

Luce ed ombra rebus in cui siamo
impronte di noi oltre la memoria
forse resteranno o
risucchiati saremo
ombre esangui nell’imbuto
degli anni

guardi all’indietro ai tanti
io disincarnati
attimi confitti nel respiro
a comporre infinite morti

C’è ovunque, in questo voltarsi indietro, un forte senso delle cose perdute: non puro e semplice rimpianto, ma quasi una cancrena, cresciuta nella parte più nascosta del cuore per poi radicarsi  in ogni punto della carne, fino a creare un velo tra noi stessi e la nostra capacità di rapportarci al presente:

pensando a te vedo
il vuoto di una porta
e dietro la porta ricordi
a intrecciare sequenze indistinte
sogni e pensieri asciugati
mentre un sole
di sangue s’immerge nel mare

Il presente, in questo senso, si configura come una lunga sequenza di deja-vu, intrecciando il vissuto alla memoria, e le immagini dei luoghi sognati a profumi realmente accaduti:

del luogo sente quasi il profumo
salire dalla terra
lo spirito che si piega
a contemplare

gli sembra di esserci già stato
o forse l’ ha sognato
… e quell’albero vetusto
sopravvissuto
a suo padre a fargli ombra
a occultargli
in parte l’ampia veduta
del mare quello stesso mare
che vide i suoi verdi anni

e il vissuto
(come in sogno) divenuto
lontana memoria

Il mare, la terra, la giovinezza; la visione, il ricordo, e poi, più profondamente, la coscienza di sé, nuda, scarna. Un sé da cui la morte, prima ancora che la vita ci abbia detto chi siamo, ci separa, ci libera, stemperandoci amnioticamente nelle acque di un cielo in cui la rinascita è al tempo stesso un ritorno.

alla fine del tempo
è come ti separassi da te stesso
in un secondo ineluttabile strappo
simile alla nascita
quando
ti tirarono fuori dal mare
amniotico
luogo primordiale del Sogno
stato che
è casa del cielo

Nella morte tutto, forse, sembra acquisire un senso nuovo: perché in quel distacco, paradossalmente, il mondo ci possiede come mai quando eravamo in vita:

ritenere antinomia
la morte – la tua

come un abbaglio o un
trapassare di veli

e nel distacco
quando
il mondo senza più te sarà
impregnato della tua essenza

” leggerai” il tuo
necrologio
pagato un tanto a riga

Non manca, in queste liriche, l’appello al sogno come via di salvezza dalla più scabra disillusione: ma lo scandaglio, minuzioso e severo, sembra non avere esito certo. La domanda resta appesa; gli anni a tremare, indistinti, nella loro stessa ombra. E’ l’indefinito, uno dei motivi più forti e pregnanti di tutta l’opera: quel punto cartesianamente evidente, chiaro e distinto, l’unica verità delle cose che, in ultima analisi, ci è data di conoscere.

è nello spazio delle attese
nel bianco del foglio
nel buco nero del grido di munch

l’indefinito
è nell’aprirsi del fiore
nel fischio del treno in un lancinante addio
nell’intaglio
dello scalpello su un marmo abbozzato

l’indefinito è in noi
sin dallo strappo
di sangue della nascita

Non esiste antidoto alla nostra piccolezza, alla nostra finitezza: tutte le riflessioni, anche le più raffinate, ci portano sempre allo stesso vicolo cieco, alla stessa prigione di carne e sangue dove lo spirito soffre, ricorda, ama. Per questo il viaggio, seppure inquieto e periglioso, è preferibile alla quieta stasi di una stanza chiusa: “forse meglio l’attesa/a dipanare e sdipanare le ore/che l’appagamento/senza più desideri”, perché il bisogno di desiderare è insito nella stessa condizione umana; quasi come l’atto del respirare, in cui un respiro ne attende un altro, e poi un altro ancora, per permettere al corpo di continuare a vivere. E’ questa attesa che rende l’uomo, pur nella sua limitatezza, arbitro del suo destino; all’interno, però, di un disegno più grande da cui Serino, in quanto uomo di spirito e di fede, non può prescindere:

chi mai ti toglierà quel posto
da Lui riservato
secondo i tuoi meriti
altro è la poltrona
accaparrata a
sgomitate
trespolo che pur traballa
come in un mare mosso
finché uno tsunami
non la rovescia la vita

Chi è il Dio di Felice Serino? Da un filosofo, costantemente proteso al fine lavoro speculativo, potremmo forse aspettarci qualcosa di complesso, di aristotelico, che ci spieghi in qualche modo i grandi quesiti dell’esistenza. Invece, il Dio di Serino è amore. Solo e semplicemente amore, e conoscibile in quanto la nostra anima ne costituisce il riflesso:

noi siamo proiezione di Dio
e come angeli incarnati
del nostro Sé
similmente di noi
i nostri figli

-frecce scoccate oltre
il corpo
dall’arco teso dell’amore

E’ il Dio dell’infanzia, della semplicità: dei lunghi colloqui del bambino con il proprio angelo custode, della vita dopo la morte, dell’eternità di quella Luce che culla e conforta l’anima alla fine del viaggio:

la Tua luce
abita la mia ferita
che trova
un lieto solco
nel suo risplendere

Tu
a farti bambino ed ultimo

per accogliere
il nomade d’amore
dalle aperte piaghe

Piaghe che rimandano ad altre, più profonde e traboccanti: le piaghe della Passione, il cui rosso sangue diventa, come l’ultima luce del cielo al tramonto, faro di salvezza per le anime disperse nei marosi della vita:

acqua mutata in vino
perché continui la festa

così al banchetto del cielo
con l’Agnello sacrificato
acqua e sangue dal Suo costato
dal sacro cuore vele
le vele rosse della Passione
nella rotta del Sole
per gli erranti della terra

E, seguendo questa rotta, si arriva; come è accaduto alle anime piccole che hanno creduto, e che chiudendo gli occhi hanno visto, attraversando il fango del mondo senza restarne macchiati, come espresso in questi versi dedicati a Madre Teresa:

la verità è il tuo sangue
che vola alto
planando
su celestiali lidi

oltre

le sere che chiudono le palpebre
sul cerchio opaco del male

*

Donatella Pezzino

Recensione a “E mi domando la specie dei sogni” di Giovanni Perri

Ogni poesia è un’occasione di sogno e di bellezza. E la bellezza è un lavoro paziente di scavo. Io sogno di essere archeologo e scultore: levigo negli affanni e a volte mi trovo a scoprire che la vita è un’invenzione stramba dei poeti che tutto sanno fare fuorché vivere. (Giovanni Perri)

Sono davvero pochi gli autori che sanno autodefinirsi, e ancora meno quelli in grado di farlo senza scadere nell’autocelebrazione o nella più trita retorica. Giovanni Perri può essere considerato a tutti gli effetti uno di quei pochi: e la sua prima silloge, lungi dal riassumere semplicemente la sua poetica, riflette un percorso interiore dove la realtà onirica appare non tanto come un modo per sfuggire il male, la sofferenza e il vuoto, quanto come la risposta al bisogno di trascendere e superare quelle tristezze per trasformarle in sogno. Non a caso il titolo “E mi domando la specie dei sogni” pone immediatamente all’attenzione del lettore ciò che costituisce la cifra di tutta l’opera: quali siano la natura e l’essenza di questa materia fantastica che il sentimento umano plasma e dalla quale, inevitabilmente, viene plasmato, in una sorta di anello di Moebius che riduce il dualismo “vita reale -sogno” a pura illusione. E’ questa la “poetica del sogno” di Giovanni Perri, una strada a senso unico affacciata su orizzonti imprevedibili e continuamente cangianti dove ciò che prende forma non è l’immaginazione ma il sentimento stesso: dolore, gioia, rimpianto, diventano allora immagini che si susseguono senza un apparente filo logico, sapientemente illustrate da un ricorso alla sinestesia più o meno velato che accosta colori, suoni e odori per creare combinazioni infinite. In tutto ciò, la valenza della parola assume una dimensione grandiosa e al tempo stesso tenue come un sussurro. Il verso entra in punta di piedi, senza far rumore, senza preavviso: cominciando sempre con la lettera minuscola, ogni poesia del Perri semplicemente appare, in soluzione di continuità, da un tempo all’altro, da uno spazio all’altro, passando dolcemente dal caldo al freddo, dalla sabbia alla neve, come fa il pensiero. Un paziente lavoro di scavo, alla ricerca di profondità celate nello stesso nodo esistenziale dell’animo umano, porta alla luce la “materia” a cui il sogno dà luce e colore: ricordi, impressioni, affetti. E come il bagatto di “Vi dico”, poesia che apre l’opera con l’immagine di “un tavolino pieno di concetti/e di poesie giocattolo per farvi divertire”, con questa materia il Perri mescola, costruisce, affabula, fa nascere fiori improvvisati. Sotto la pelle del poeta si nascondono il giocoliere e la maschera tragica, il bambino e il vecchio, l’inizio e la fine; tutti gli opposti si appianano in un solo afflato, perché è così che il sogno ci parla, senza fratture e senza contrasti, facendo apparire logiche anche le cose più incredibili, cogliendo lo sbocciare gioioso della vita anche in mezzo al gelo immobile e desolato dell’inverno:

Che meraviglia questo vento

e questi uccelli

che cambiano rotta

e questi bimbi

che giocano a rincorrersi tra i morti.

In questo contesto, l’amore è più simile a un desiderio che a qualcosa di compiuto e riconoscibile. Per afferrare il concetto perriano di amore basta soffermarsi su “Due”, in cui l’amore, quello romantico e ideale, è un lungo gioco che svela, alla fine, l’unico desiderio, struggente e dolce nella sua semplicità, di annullare le distanze, le barriere che la vita di ogni giorno, inspiegabilmente eppure ineluttabilmente, pone anche tra le anime più affini:

faccio che ti somiglio

che ti comprendo

che ti consumo faccio

che ti ritaglio

in giorni e ore da un treno all’altro

da una luna all’altra

da un tetto che il sole e la pioggia

alla fermata di una parola qualsiasi

messa all’angolo di una bocca

che ti arrampico

alfabetico e mimico

un suono d’acqua alle mani

e ti raccolgo e ti sento

mio albero

mio teatro invisibile

cuore del mio indizio

come se tutto me

e tutta te

fossimo nell’impresa di capirci veramente

Eppure a volte, attraverso il “fondo del bicchiere”, la realtà dell’uomo solo, puntino invisibile in una sterminata altritudine che lo ignora, si intravede, impietosa e scabra. In “Clochards”, questa umanità è più lontana che mai, fuori dalle scatole preconfezionate dove l’esistere non basta a rendere uomo un uomo:

e non ci sono comodini o pantofole a proteggermi

e non ci sono sveglie

qui trattano il rosso per il rosso

l’azzurro per l’azzurro

Talora solo piedi.

gomiti che m’inchiodano

addirittura dita.

E’ il momento in cui nessun equilibrismo onirico può soccorrere il poeta, nessuna voce che non sia la nuda, dolorosa parola:

i bambini lo sentono

che non ho un corpo da dare

che non ho suoni o numeri o lettere incise sulla porta

lo sentono tutti

che non ho porta

che ho solo secrezioni in una lingua antica

e non compongo nessuna geografia negli occhi

occhi che cercano un punto

una chiave

dove io possa morire in eterno

Non si può fare a meno di notare, tuttavia, come in Perri anche il dolore non sia privo di una sua dolcezza sognante, estranea a qualsiasi pessimismo cosmico. Da forza ostile, granitica, che devasta l’uomo e lo abbatte, il dolore diventa infatti lo strumento positivo di un sé che cerca il proprio assoluto, il proprio senso e la propria intrinseca verità:

e speri sempre speri

che un dolore

a caso

ti scopra

In questo scenario, scrivere trasforma l’ombra in riflesso e aiuta a prendere coscienza del sogno che stende un velo sui giorni, della poesia quale creatura che è costola e al tempo stesso vita:

-ciò che scrivo è mio figlio

e la mia pancia e la sua-

E dunque, alla fine di questo percorso in cui i versi sono “inutili spettacoli volanti” – radici conficcate nella terra ma anche mosche, evanescenti e imprendibili- di quale specie saranno fatti i sogni? Di polvere, probabilmente. O di silenzio. Di qualsiasi cosa, insomma, che si possa modellare, scavare, cercare di afferrare o addirittura chiudere in un cassetto e dimenticare:

fianchi e nuvole

spazio nel mio infinito sospeso

*

Donatella Pezzino