Dieci poesie di Mariannina Coffa

La potenza della donna

A te la voce dell’ amor fu data,
A te la gloria, l’ armonia, l’ affetto,
Quando d’arcana speme inebriata,
Più sublime ti fai d’ ogni altro obietto.

E allor che di splendore irradiata
La bella chioma ti discende al petto
E di virtù favelli… oh, in te traslata
Veggio la possa dell’ eterno Detto!

E nei rai, nella voce, e nel sorriso
Fulge il gaudio di Dio che ti feconda,
Che congiunge la terra al paradiso!

Donna, che sei tu dunque?.. e Vita, e Morte. . .
E spesso adduci alla beata sponda,
E sovente del Ciel chiudi le porte!

*

Una sera d’està

L’aura che spira tra le verdi fronde
Pare un sospir di Dio;
Il pensiero si svolge, e si confonde
Di vita nell’ oblio;
Di speme un canto che le pene ammuta
Va lieve in sulla terra, e la saluta.

Il mormorio del fresco ruscelletto
Par l’ eco de la speme;
Ahi, la campagna, la foresta ha un tetto
Pel misero che geme,
Solo la terra più crudel, più dura
Nega un asilo ai giusti, alla sventura.

E il raggio della luna incerto e mesto,
Che imbianca i firmamenti,
Che vede? . . il mondo di sciagure infèsto,
E danni, e tradimenti,
E sotto il vago innamorato aspetto
Scopre in cor dei mortali, odio, e sospetto.

Qual dolcezza nell’ animo trabocca
Al mormorio del fonte!. .
Como l’ arpa che cessa d’ esser tòcca
Risponde amico il monte . . .
E dei mesti pensier l’ incerto volo
Si fa sublime nel pensier di un Solo.

*

I sogni

Tremante immago d’ un affetto estinto,
Ombra della speranza e dell‘ oblio,
Vieni al mio cor da tanti strazi avvinto,
Cui solo è guida… e l’ avvenire è Dio!

Vieni bell’ angiol mio!.. d’un lauro è cinto
Il tuo vergine capo… oh almen sei mio
Sei mio nei sogni.. . allor che a te sospinto
Si fa dolce e sublime ogni desio!!

Lieve come il sospir della speranza
Sì soave ti veggio in sulla sera,
Che tetra in sul mattino è la membranza

Forse disceso dall’ eterna sfera
Tu a me ti volgi… cui niun bene avanza…
Che la tua luce immaculata e vera!

*

Amore

Datemi un cor che all’alito
Dell’amor mio s’ispiri,
Che i suoi più dolci palpiti
Confonda ai miei sospiri,
Un cor che la sua vita
Senta al mio core unita,
Che ai miei segreti spasimi
Conceda il suo dolor!
Datemi un cor che intendere
Possa il mio spirto anelo,
Ch’abbia il candor degli angeli
Ch’ami qual s’ama in cielo.
Oh! Solo allor potrei
Credere ai sogni miei,
Viver potrei nell’estasi
Del canto e dell’amor.

*

A Luisa……
In un momento d’estasi magnetica

Bella, che il guardo appunti
Oltre il confin della mortale idea,
Che in un solo desio mostri congiunti
Il cor che piange e il core che si bea,
Dell’occhio onniveggente
Raggio disceso nell’argilla muta,
Miracol novo d’armonia tu sei!
D’un’armonia dolente
Che parla a’ mesti e l’anima trasmuta
In un sogno di luce a’ sogni miei.
Farfalla innamorata
Ch’ergi le penne oltre le vie del sole
Pel tuo foco medesmo inebrïata,
Sibilla arcana per le tue parole,
Se il mistico pensiero
Che di cielo ti veste opra è del Nume,
Anch’io piango… ti adoro… e grido anch’io:
Ecco un baleno dell’eterno vero,
Ecco una fiamma dell’etereo lume,
Ecco la creta che sospira a un Dio!
Se l’anima potesse
Varcar la meta che le diè natura,
E gir soletta a quelle plaghe istesse
Da cui ne venne immacolata e pura,
Per gli occhi onde riveli
Fiamma cotanta io la vedrei rapita
Peregrinante a le commosse sfere,
E direbbe al pietoso astro de’ cieli:
Deh riprendi i miei sogni e la mia vita,
Ma non torni a la terra il mio pensiere!
No, non fuggir… consenti
Che teco io sugga l’armonie passate,
E l’ebrezza dell’alma e i voli ardenti
Che mi fero in un gaudio amante e vate.
Lascia ch’io beva il riso
Di tue movenze allor che ti favella
Lo spirto accenso per virtù del core:
Lascia ch’io m’erga al sospirato eliso,
Ch’io voli in grembo a la perduta stella,
E gridi al mondo — l’anima non more!

*

Ombra adorata

Che mi valse l’ingegno,il core e l’arte
Se te perdendo ogni Ciel perdei?
Se il nume che fu vita ai sogni miei
Mi condanna tacendo e si diparte?
Oh se vedrai queste dolenti carte
Che d’un alito ignoto accendi e bei
Saprai ch’ove sospiri,e piangi e sei
Ivi piange il mio core a parte a parte.
Saprai ch’io t’amo,ed è miracol novo
La vita mia….perchè son morta e vivo,
E là dove non sei non ritrovo!
Saprai, ch’ombra adorata,a me d’accanto
Ti riveggio pur sempre o sogno o scrivo
E più che il labro tuo trovo il tuo pianto.

Da “San Luigi”
Fior solitario che in se stesso ha vita,
Astro gentil che la sua luce ignora,
Rondine senza posa, arpa ferita,
Cigno che fuor dell’onda incurvo plora,
Ghirlanda in su la tomba illanguidita,
Che perde il primo incanto e olezza ancora…
È desso!… è l’innocente peregrino,
È il vago raggio d’un pensier divino.
Bello come il fulgor dei firmamenti,
Chinato il volto all’ombra del mistero,
È l’angiol della speme e dei portenti
Che novi patti indice al mondo intero:
E fermo il vol su le smarrite genti
Ricongiunge ogni voto, ogni pensiero,
E meschini e pusilli e grandi e prodi
Tragge a l’amor con più possenti nodi…
Chè amor soltanto riconforta e sprona
E chiude in un accento e fede e speme;
E coi forti e coi deboli ragiona,
E la possanza e l’avvenir non teme.
Oh che vale lo scettro e la corona
Senza quei gaudî armonizzati insieme?!
All’ombra della croce e del dolore
È altare, è fiamma, è sacerdote, amore.

*

All’angelo mio

Angelo mio, che i sogni innamorati
Soavemente riconforti e bei,
Che sorridi pietoso a’ lagni miei
E ridesti la mente ai dì beati,

Nume che i miei pensier distruggi o crei
Sol che mi volga i lumi addolorati,
O mi fuggi, o t’involi… e tempi e fati
Mio ti disser nascendo, e mio tu sei!

Amarti!… Oh se potessi, angelo mio,
Un istante seguirti oltre le sfere
Che mi contende questa fral natura,

Perennemente assorta in tuo pensiere,
Ritornerei l’eletta creatura
Inebrïata all’alito di Dio!

*

Ricordi fantastici

Allor che al pallido — raggio di luna
Vagando immemori — per la laguna,
Di arcani tremiti — sommosso il core,
Mi offristi un candido — soave fiore…
Non ho più gaudii — non ho più speme,
Tutti i miei palpiti — svaniro insieme.
Verace imagine — del nostro amor
Quello sol restami — arido fior!
Or se ti veggio — pur da lontano
Mi trema il core — mi struggo invano;
Non so rivolgerti — amico un riso,
L’occulto foco — m’arde nel viso:
Vorrei fuggirti — ma piango e gemo,
Se a me ti appressi — deliro e temo;
Se mi favelli — del tuo dolor
Mi struggo invano — mi trema il cor!
Beata l’aura — dei tuoi sospiri,
Beato il raggio — cui sempre aspiri!
Quel vergin fiore — beato appieno
Che dolcemente — ti langue in seno,
Che mentre estatico — sorridi e pensi
Ti manda l’alito — dei brevi incensi,
E fra i tuoi baci — si curva e muor…
Beata l’aura — beato il fior!
Tu sei pur misero?… — Potessi almeno
L’anima affranta — versarti in seno,
Svelarti i gemiti — l’ansie, gli affanni,
Chiamarti l’angelo — de’ miei prim’anni!…
Ahi! ma quel povero — fiore appassito
Di caste lacrime — oggi è nutrito…
Nel petto lasso — lo serbo ancor,
Ultimo premio — del nostro amor!

*

A…

Chi… chi mi nega il sovrumano incanto
Onde ignota mi struggo, e m’innamoro?
È mia quest’arte, e me l’ha data il pianto,
Nè può comprarla ogni mondan tesoro.
Ma tu venduto alla malia dell’oro,
Ogni alto affetto ogni alto gaudio infranto,
Non sai che donna può levarsi al canto,
E ornar la fronte per sudato alloro!
Non sai che Amor favella al mio pensiero;
E sì l’alma sublima e sì la schiara,
Che i cieli abbraccia e l’universo intero!
Io ti compiango, ti perdono… e oblio —
È misero, non reo, chi non impara
Ch’arte è natura, e che natura è Dio.

*

Mariannina Coffa Caruso nacque a Noto ( SR ) il 30 settembre 1841.
Il padre, stimato avvocato, fu un patriota attivo nelle rivoluzioni del 1848 e 1860: da lui, Mariannina mutuò quel profondo e acceso “amor di patria” di cui sono pervasi tanti suoi componimenti. Inoltre, fu proprio lui a incoraggiare, per primo, le straordinarie doti della sua “bambina prodigio”, conducendola fin dalla più tenera età nei salotti e nelle accademie: qui, Mariannina improvvisava versi estemporanei fra lo stupore e l’ammirazione generale, dando prova di un talento precoce e di una sensibilità non comune. A soli 17 anni, faceva già parte di diverse accademie prestigiose, come quelle degli Zelanti di Catania e dei Trasformati di Noto.

Educata dapprima in collegio e poi sotto la guida di un precettore, apprese versificazione e francese. Per contenere il suo temperamento passionale, il padre le scelse come precettore un canonico, così da indirizzarla verso temi di carattere religioso: tuttavia, la sua scrittura resistette a qualsiasi tentativo di controllo, e restò di forte impronta romantica.

Ancora giovanissima, la poetessa si innamoro’, ricambiata, del suo maestro di pianoforte, il venticinquenne Ascenso Maceri. I genitori, però, le avevano trovato il classico “buon partito” in Giorgio Morana, un ricco proprietario terriero di Ragusa. Ascenso le propose di fuggire insieme: nonostante l’amore profondo che provava, Mariannina non ebbe la forza di lottare contro il volere dei genitori e si piegò al matrimonio di convenienza. Ascenso non glielo perdonerà mai.

Dopo le nozze (1860), la Coffa Caruso si trasferì a Ragusa, dove condusse un’esistenza triste e opprimente. Il marito era spesso assente da casa a causa dei suoi numerosi impegni politici (era il sindaco della città); in più, Mariannina doveva sopportare l’ostilità del suocero, un uomo gretto e pieno di pregiudizi che la criticava aspramente, ritenendo la cultura – e soprattutto la scrittura – un’attività scandalosa, assolutamente non adatta ad una donna perbene. Per evitare discussioni, l’autrice era costretta a leggere e a comporre nottetempo, di nascosto.

Mariannina era fragile e delicata non solo nell’animo, ma anche nel corpo: le gravidanze, la conduzione della casa, la continua pressione psicologica a cui era sottoposta e il dolore per la morte di una figlia finirono per indebolirla, intaccando pesantemente la sua salute. A ciò si aggiunse la ripresa dei contatti con Ascenso, con il quale tenne per un certo periodo una fitta corrispondenza. Questo evento avrebbe dovuto rappresentare un conforto alla sua vita tormentata; invece, le diede nuove amarezze, perché l’amato non perdeva occasione per recriminare sul passato. Mariannina tentò anche di incontrarlo, in segreto, a Ragusa: ma lui non si presentò, ponendo fine a qualsiasi possibilità di riappacificazione.

Dopo questa delusione, Mariannina si gettò a capofitto nella sua “doppia vita” di madre di famiglia e poetessa. Si iscrisse a diverse accademie e collaborò con riviste letterarie di tutta Italia; intrattenne rapporti epistolari e di amicizia con artisti e letterati (Mario Rapisardi, Giuseppe Macherione, Lionardo Vigo, solo per citarne alcuni). I suoi ideali romantici e patriottici, uniti alla crescente insofferenza verso una società ipocrita che sminuiva l’intelletto, i valori dello spirito e soprattutto le capacità della donna, la avvicinarono ad alcune logge massoniche. L’amicizia con il medico omeopata Giuseppe Migneco la iniziò allo spiritismo e al sonnambulismo, pratiche con le quali sperava di curare i mali del fisico e della psiche.

Col passare del tempo, la sua poesia inasprì i toni di denuncia verso le convenzioni sociali del suo tempo, alle quali venivano quotidianamente sacrificati gli affetti più sacri. Negli ultimi anni, l’infelicità e i rimpianti la portarono a nutrire un sordo rancore contro i genitori e i parenti, per averle impedito di vivere liberamente la sua vita e per la spietata insensibilità manifestata in tante occasioni. La sua decisione di lasciare il marito aggiunse nuovi motivi di attrito e di rancore: preoccupati per lo scandalo, infatti, i familiari le voltarono le spalle, abbandonandola al suo destino durante la malattia che doveva portarla alla morte. Mariannina si spense a Noto il 6 gennaio del 1878, a soli 36 anni.

Apprezzata dai suoi contemporanei che la chiamarono con ammirazione “Capinera di Noto” e “Saffo netina”, la Coffa Caruso è stata rivalutata ulteriormente negli ultimi anni, grazie a una più ampia diffusione delle sue opere e agli studi che le sono stati dedicati. I suoi versi, tecnicamente raffinati e al tempo stesso ricchi di una passione vibrante, hanno delineato intorno alla sua figura un’aura di “maledettismo” che contrappone alla Mariannina giovane, romantica e ingenuamente animata da un caldo afflato patriottico la Mariannina rabbiosa, sofferta e disillusa che emerge soprattutto nelle opere più mature. Una voce che si ribella, quasi con violenza, all’aridità sentimentale e intellettuale della buona società borghese del periodo post-unitario e soprattutto alle regole assurde imposte alle donne, costrette in un ruolo che spesso le soffoca e le mortifica.

Donatella Pezzino

Fonti:

– AA. VV., Antologia poetica siciliana del secolo XIX a cura di Francesco Guardione Palermo 1885
– Nuovi canti, di Mariannina Coffa Caruso da Noto, Noto, Stamperia Spagnoli 1859
– Nuovi canti, di Mariannina Coffa in Morana da Noto, Torino, Stamperia dell’Unione Tipografica Editrice 1863.

 

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Sperduti nel buio, il grande scomparso

Roma, 1943. Una pattuglia di soldati tedeschi agli ordini del tenente Van Daalen fa irruzione nei locali del Centro Sperimentale di Cinematografia e porta via quasi tutto il materiale custodito negli archivi. Nel bottino, un patrimonio di grandissimo valore culturale e artistico: la Cineteca, infatti, conservava pellicole di varie epoche, alcune delle quali rarissime. Fra queste, il capolavoro del muto Sperduti nel buio (1914), nell’unico esemplare ad oggi conosciuto.

Basato sull’omonimo dramma teatrale di Roberto Bracco (1901), Sperduti nel buio porta la firma di quel genio multiforme e avanguardista che fu Nino Martoglio. Attraverso l’opera di Bracco, Martoglio tradusse il verismo letterario in immagini di intenso impatto emotivo, con intuizioni che, secondo molti critici, hanno anticipato in modo sorprendente alcuni caratteri peculiari del cinema neorealista.

Merito dello scrittore e regista catanese fu l’aver compreso che ciò che rappresentava un limite in teatro poteva diventare un punto di forza sul grande schermo. Il lavoro teatrale di Bracco, infatti, era concepito con una struttura “a blocchi” che presentava alcune inevitabili difficoltà al momento di essere messo in scena: la vicenda non procedeva fluida e continua, ma “saltava” da uno scenario all’altro, spezzando l’uniformità del tessuto narrativo. Sul palcoscenico, dove è la parola a focalizzare l’attenzione, questo impianto poteva risultare statico e di difficile comprensione; nel film, invece, dove è la sequenza di immagini a farla da padrone, esso poteva rendere la narrazione più varia e dinamica, grazie soprattutto ad un espediente tecnico di grande efficacia: il montaggio. Di grande effetto, nel caso di Sperduti nel buio, fu il cosiddetto “montaggio di contrasto” che metteva bruscamente a raffronto gli ambienti lussuosi e quelli più miseri.

Il soggetto si prestava magnificamente, fra l’altro, ai gusti del grande pubblico di quell’epoca: la gente chiedeva emozioni forti, colpi di scena, rabbia, lacrime. Il sottotitolo del dramma di Bracco era già un manifesto di questa tendenza: “Gente che gode, gente che soffre”. Paolina, la protagonista, è il trait d’union di due mondi opposti, quello dei reietti e quello dell’opulenza. Figlia illegittima del Duca di Vallenza, la ragazza vive nei bassifondi una vita di stenti e di umiliazioni, a cui il suo nobile padre cerca di sottrarla quando, ormai anziano e malato, decide di riparare agli errori del passato e di lasciarla erede di tutti i suoi beni. Glielo impedisce la sua amante, Livia, una donna avida e malvagia, che riesce con l’inganno ad appropriarsi di ogni cosa. Paolina, nel frattempo, incontra Nunzio, un suonatore cieco, con cui finisce per condividere la vita e il destino.

Allo scopo di conservare la carica espressiva della finzione scenica, Martoglio selezionò i suoi attori fra i migliori talenti tragici dell’epoca: Virginia Balistrieri e Giovanni Grasso per le parti di Paolina e di Nunzio, nonché Maria Carmi e Dillo Lombardi (che l’anno dopo scelse come protagonisti del suo Teresa Raquin) quali interpreti di Livia e del duca. La forte personalità di Grasso e della Balistrieri diede alla vicenda – che nasceva ambientata a Napoli – una forte impronta di sicilianità.

Il film riscosse un buon successo – nonostante le difficoltà nella distribuzione dovute allo scoppio della guerra – ed ebbe fra i suoi estimatori lo stesso Roberto Bracco, inizialmente mal disposto verso il cinema e verso una trasposizione che avrebbe potuto snaturare il valore artistico della sua opera. Per assicurarsi che i caratteri originari del dramma non venissero alterati, Bracco collaborò personalmente con Martoglio alla preparazione della sceneggiatura. Negli anni Trenta, la pellicola cominciò ad attirare l’interesse degli studiosi, colpiti dalla sua evidenza documentaria e dalla sua atmosfera altamente drammatica.

Nonostante i ripetuti tentativi di recupero, di Sperduti nel buio e delle altre pellicole trafugate, ancora oggi, non c’è traccia. Dopo l’incursione di Van Daalen al Centro, si sa solo che il materiale è arrivato in Germania. Secondo alcune fonti, potrebbe essere stato rubato dai Russi e distrutto da un incendio nel corso delle operazioni di trasferimento. Secondo altre notizie, le pellicole sarebbero andate perdute nella devastazione del deposito di Stapen, dove erano state immagazzinate. Certo è che – se escludiamo l’ipotesi che siano in casa di qualche collezionista – non è difficile che un materiale come la pellicola, delicato e altamente infiammabile, possa, trattato senza le dovute cautele, essersi deteriorato irrimediabilmente durante gli spostamenti.

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Di Sperduti nel buio ci restano oggi la sceneggiatura originale e alcune fotografie, che il Centro Sperimentale di Cinematografia ha raccolto e pubblicato nel 1987 in un unico volume, in omaggio ad uno dei più preziosi gioielli della storia del nostro cinema.

Donatella Pezzino

Fonti:
– Wikipedia
Sperduti nel buio, a cura di Alfredo Barbina, Torino, Nuova ERI – Edizioni Rai, 1987.

Foto:

1 – 2 – 8 : Paolina e Nunzio (Virginia Balistrieri e Giovanni Grasso).

3:    Livia e il duca (Maria Carmi e Dillo Lombardi).

4:   Il duca abbandona Paolina e sua madre  (Vittoria Moneta, Dillo Lombardi e la bimba che impersona Paolina da piccola).

5: Primavera 1914, (da sin.) Giovanni Grasso, Maria Carmi. Dillo Lombardi, il regista Nino Martoglio, l’autore Roberto Bracco, Virginia Balistrieri a Napoli durante una pausa della lavorazione di Sperduti nel buio.

6: La locandina con l’annuncio dell’uscita del film.

7: Paolina (Virginia Balistrieri) in una scena del film.

Foto dal volume Sperduti nel buio, a cura di Alfredo Barbina, Torino, Nuova ERI – Edizioni Rai, 1987, ad eccezione delle foto 4 – 5 – 8, tratte da Wikipedia.

Giacinta Pezzana

Giacinta Pezzana nacque a Torino il 28 gennaio 1841.

Attrice teatrale e cinematografica, fu attiva fra l’Unità Italiana e la prima guerra mondiale: di questo periodo, la sua figura incarnò pienamente la sensibilità e gli ideali, esprimendoli attraverso una recitazione innovativa e  anticonformista. Fu una vera pioniera: e, non di rado, le sue coraggiose sperimentazioni suscitarono scalpore, urtando la società perbenista dell’epoca e fruttandole appellativi come attrice garibaldina, petroliera (ovvero incendiaria), grande vagabonda. Trasformista, ardita, sanguigna, la Pezzana provocava sulla scena le reazioni più disparate, dall’ammirazione senza riserve alle critiche feroci. Insomma, le sue esibizioni non passavano mai inosservate.

La sua vocazione artistica si manifestò precocemente, e la portò ad iscriversi, appena sedicenne, all’Accademia Filodrammatica di Torino, dalla quale però un anno dopo fu respinta perché – così la valutò, fin troppo sbrigativamente, l’avvocato Giuseppe Garberoglio – ritenuta del tutto priva di attitudini. Come in tante altre occasioni, Giacinta diede prova di grande determinazione continuando i suoi studi nella scuola di Carolina Gabusi Malfatti, che la introdusse in alcuni circoli di fede mazziniana; accanto a lei, Giacinta conobbe patriote di grande valore, come Giuditta Sidoli (la cospiratrice compagna di Mazzini), Laura Mantegazza e Giulia Calame.

Dal 1859, l’apprendistato di Giacinta proseguì direttamente “sul campo” nella Prina-Boldrini, sua compagnia d’esordio; passò poi alla compagnia dialettale piemontese di Giuseppe Toselli (già allievo dell’intellettuale-attore Gustavo Modena), con la quale riscosse i primi successi. Qualche anno dopo (1862) era già prima attrice nella compagnia Dondini, accanto ad Ernesto Rossi. All’epoca, aveva ancora un repertorio di tipo tradizionale, incentrato prevalentemente su Shakespeare, Goldoni e la drammaturgia romantica.

Ma la tradizione, così come la staticità, non erano nelle sue corde: Giacinta amava il movimento, la varietà, la trasformazione, l’innovazione. In pochi anni cambiò più volte compagnia, passando da quella di Luigi Bellotti Bon (1865) a quella del Teatro dei Fiorentini di Napoli (1868), fino a crearne una propria; sempre in viaggio, recitò nei teatri di tutta Italia, da Nord a Sud. Partì poi per una lunga tournèe che toccò vari paesi dell’Europa e del Sudamerica. Con il tempo, il suo repertorio si arricchì, assumendo quell’aspetto multiforme e sfaccettato che era anche una delle principali caratteristiche della sua recitazione.

Elegante, sofisticata e dotata di un fisico statuario, Giacinta Pezzana non si limitava a interpretare i suoi personaggi: li creava ex novo, rimodellandoli secondo canoni inediti e d’effetto. Passava con disinvoltura dalla tragedia (sia shakespeariana che neoclassica, come la Maria Stuarda di Schiller, ma anche la tragedia storica italiana di Cossa ) alla commedia goldoniana, alla farsa, ai drammi sentimentali di Luigi Camoletti, alla nuova commedia borghese di Ferrari e Giacometti, ai drammi di Scribe, Sardou, Dumas figlio.

Questa eterogeneità nella scelta degli autori e dei generi corrispondeva alle molteplici forme espressive che la Pezzana sperimentava nell’utilizzo della gestualità e della voce: quest’ultima, in particolare, era un vero e proprio strumento che l’attrice modulava a suo piacimento a seconda delle situazioni sceniche, con effetti di melodia o di cavernosità davvero sorprendenti. L’imprevisto – nelle pause, nei balbettamenti, nei ritmi di scena – era uno dei cardini su cui la Pezzana basava la sua capacità di avvincere e di far riflettere. La sua volontà di innovare giunse fino all’interpretazione dell’ Amleto en travesti, durante la tournée del 1878 in America.

Dopo la metà degli anni Settanta, lo stile di Giacinta Pezzana giunse alla sua piena maturità, con un “modulo recitativo straniante e quasi brechtiano”, come lo ha definito la studiosa Giulia Tellini, che implicava “una distanza critica fra attore e personaggio”.

Nel 1879 portò per la prima volta sulla scena a Napoli la pièce che sarebbe diventata il suo “cavallo di battaglia”: la Teresa Raquin di Emile Zola. Con lei, Giovanni Emanuel e una giovane Eleonora Duse. Ritiratasi dall’attività regolare alla fine del decennio successivo, l’attrice non smise mai, di fatto, di calcare le scene: anche se sempre più sporadicamente, continuò a recitare, sia in Italia che all’estero. Si dedicò, oltre che al teatro, anche al cinema: nel 1915, interpretò una delle parti principali nel film Teresa Raquin di Nino Martoglio, portando anche sul grande schermo il soggetto che l’aveva resa celebre.

La sua vita privata fu segnata da alterne vicende a cui, fortunatamente, seguì un lieto fine. Dopo il fallimento del matrimonio con lo scrittore Luigi Gualtieri (da cui ebbe la figlia Ada) e alcune delusioni sentimentali, Giacinta trovò in età avanzata il suo compagno ideale: l’amico Pasqualino Distefano, garibaldino e repubblicano catanese, con cui visse per il resto dei suoi anni dopo il ritiro ufficiale dalle scene. “Un essere selvaggio di carattere” lo definì “ma buono più d’un angelo”. Con lui si ritirò ad Acicastello, in provincia di Catania, dove morì il 4 novembre del 1919.

Dal Piemonte alla Sicilia, con un’attività di respiro internazionale, Giacinta aveva vissuto palcoscenici, luoghi, storie e successi che erano stati, alla fine, la materia con cui la sua personalità creativa ed eclettica aveva trovato modo di esprimersi. Anche se le sue simpatie per Mazzini e Garibaldi non si sono concretizzate in un vero e proprio impegno patriottico, questo suo vagabondaggio da un capo all’altro della penisola l’hanno resa, già ai suoi tempi, uno dei simboli più efficaci dell’Italia unita. Decisiva la sua influenza sul teatro femminile: per la successiva generazione di attrici – a partire dalla già menzionata Eleonora Duse – la recitazione di Giacinta Pezzana è stata infatti un punto di riferimento fondamentale.

Ancor oggi presente nella memoria del teatro italiano, è ricordata con grande affetto ad Acicastello e in tante altre località del territorio etneo, dove le sono stati dedicati strade e monumenti.

*

Donatella Pezzino

Immagine da: https://www.150anni.it

Fonti:
• Wikipedia
• Giacinta Pezzana, di Franca Bellucci, su http://www.enciclopediadelledonne.it/
https://acicastelloonline.wordpress.com/2018/07/14/giacinta-pezzana/

Elvira Mancuso

 

Elvira Mancuso nacque a Pietraperzia, in provincia di Enna (o, secondo alcune fonti, a Caltanissetta) nel 1867.

Scrittrice dimenticata per molti anni, è stata poi rivalutata da Italo Calvino e Leonardo Sciascia, che ne hanno riscoperta l’ opera più significativa, Annuzza la maestrina (1906), romanzo di impronta autobiografica fortemente ispirato al verismo di Verga e di Capuana.

Figlia di un avvocato penalista, fu incoraggiata fin da bambina a coltivare la sua attitudine allo studio; tuttavia, le convenienze sociali ponevano forti limiti anche all’ambiente altoborghese in cui viveva, ed Elvira dovette affrontare l’opposizione dell’intera famiglia di fronte alla sua decisione di iscriversi all’università. Nonostante le resistenze familiari, si laureò a Palermo, dedicandosi poi all’insegnamento nelle scuole elementari, attività che esercitò fino al 1935.

Estremamente sensibile alla delicata condizione femminile nell’Italia del suo tempo, la Mancuso ebbe a cuore i temi dell’emancipazione e della parità dei sessi, tanto da poter essere considerata una precorritrice del movimento femminista. A preoccuparla era soprattutto il ruolo dell’istruzione, ritenuta dalla società dell’epoca sconveniente e addirittura immorale per le donne, e che poteva invece costituire l’unico mezzo di affrancamento dalla subalternità sociale e culturale. Queste considerazioni portarono spesso la sua attività letteraria su posizioni di denuncia sociale, espresse attraverso una scrittura di forte stampo verista.

Nelle sue stesse scelte di vita, l’autrice diede prova di una rara coerenza: decise infatti di restare nubile e di consacrare alla causa in cui credeva tutte le sue energie. In lei la cultura diventava il principale mezzo di affermazione personale e, allo stesso tempo, il modo migliore per diffondere in tutte le donne la coscienza della propria dignità.

Questo suo impegno culminò nella pubblicazione del saggio Sulla condizione della donna borghese in Sicilia (1907): qui, mentre osserva che nel trattare i problemi della Sicilia i sociologi, gli statisti e gli economisti non hanno minimamente sfiorato la questione femminile, Elvira cerca di stimolare le stesse donne a scuotere il proprio giogo. Da donna che vive quotidianamente nel suo contesto, la scrittrice sa che le prime e più gravi resistenze al cambiamento vengono proprio dalle donne, vittime e al tempo stesso, paradossalmente, principali sostenitrici dei secolari stereotipi che le vogliono ignoranti, dipendenti e inferiori all’uomo.

Allo stesso modo, gli scritti di narrativa evidenziano la rassegnazione, la paura di sfidare le convenzioni sociali, l’ isolamento e le piccole ipocrisie di ogni giorno che caratterizzano l’universo femminile non solo siciliano, ma della società post-unitaria in generale. Per dare a tutti questi elementi il giusto risalto, la Mancuso attinge ai moduli espressivi del verismo, con uno stile molto vicino a quello della sua conterranea Maria Messina.

Oltre che del saggio e del romanzo sopra citati, Elvira Mancuso fu autrice di versi e di novelle, pubblicate nell’ultimo decennio dell’Ottocento con vari pseudonimi (come Lucia Vermanos e Ruggero Torres). Alcune delle più apprezzate, come “Storia vera”, risalgono alla sua collaborazione con la rivista femminile fiorentina Cornelia. Tra le altre, si ricordano “Serata in provincia”, “Sogno”, e “Sacrificio”. Morì nel 1958.

Nel 1990, la casa editrice Sellerio ha ripubblicato Annuzza la maestrina, cambiando il titolo in Vecchia storia… inverosimile. Nel romanzo, la tecnica verista e il “flusso di coscienza” tratteggiano una figura femminile – molto lontana dai canoni tradizionali del tempo –  tenacemente protesa alla conquista dell’indipendenza personale, professionale ed economica. Lungi dal rappresentare solo il protagonista di un’opera narrativa, questo singolare (per l’epoca) ritratto diventa, per la Mancuso, strumento di denuncia e di impegno a favore di tutte le donne. Leonardo Sciascia ha scritto in proposito: “In questo libro vi sono molte verità che non invecchiano.”

Donatella Pezzino

Fonti:

Immagine da Wikipedia : Di sconosciuto – http://www.editorialperiferica.com/?s=autores&aut=98, Pubblico dominio, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=47478357

San Benedetto di Catania, storia di una rinascita

Il 7 luglio del 1866, il nuovo Stato italiano decretava la soppressione di tutte le corporazioni religiose, con l’esproprio dei relativi beni. Nella popolazione monastica di ogni città, il provvedimento suscitò reazioni diverse: se per alcuni poteva significare la liberazione dopo secoli di monacazioni forzate, per altri rappresentò la perdita di un importante punto di riferimento. Ad esserne avvantaggiati erano i religiosi e le religiose senza vocazione che avevano “le spalle coperte” e una famiglia alla quale tornare; chi invece, per amore o per forza, fosse rimasto in convento avrebbe dovuto inevitabilmente subire i disagi dell’esproprio. Le conseguenze, per persone abituate a vivere al riparo dalla società e in condizioni di agiatezza, furono indigenza, umiliazioni e marginalismo. In alcune comunità, però, la situazione diede lo stimolo ad una maggiore vitalità spirituale: fra esse, vi fu sicuramente il monastero catanese di San Benedetto il quale, grazie all’eccezionale energia e all’autentico spirito vocazionale delle monache rimaste, diede prova di una formidabile voglia di continuare ad esistere al di là di qualsiasi disagio sociale ed economico.

Fondato nel 1334 dalla vedova Alemanna Lumello, il monastero fu sottoposto fin dall’inizio alla regola benedettina. Da sempre tra gli istituti conventuali più ricchi e prestigiosi, accoglieva solo le fanciulle provenienti da casate illustri, o comunque da famiglie facoltose che potevano permettersi una dote cospicua. Dopo il terremoto del 1693 che rase al suolo la città, San Benedetto fu uno dei sei monasteri per i quali fu decretata la ricostruzione. Riedificato sullo stesso sito del precedente fabbricato, l’istituto ebbe un convento e una chiesa a dir poco spettacolari, per i quali non furono risparmiate risorse.

Rispetto alle altre monache di Catania, quelle di San Benedetto furono le prime ad iniziare i lavori (1702). L’intento era creare qualcosa di magnifico, che avrebbe primeggiato su tutte le altre comunità religiose. Il cenobio, quindi, volle innanzitutto rinascere su una porzione più ampia di spazio urbano, acquisendo allo scopo alcuni terreni adiacenti. Costruì poi – in una sola notte, secondo la leggenda – il caratteristico arco su via Crociferi per congiungere i diversi corpi di fabbrica.

La maestosa chiesa, affacciata su via Crociferi, richiese quasi un secolo di lavori: iniziata nel triennio dell’abbadessato Asmundo (1704 -1707) fu infatti terminata nel 1798. Per questo, al suo interno è possibile notare una sovrapposizione di stili differenti, dal barocco al neoclassico. Eretta sui progetti di Paolo e Antonino Battaglia, ebbe la volta completamente affrescata da Giovanni Tuccari; stucchi, dorature, marmi policromi, dipinti, reliquie e giogali la resero ancor più preziosa. Di grande eleganza il vestibolo, con la celebre “scala degli angeli” che fu realizzata interamente in marmo.

La ricchezza del monastero veniva da secoli di doti, lasciti e donazioni: San Benedetto, infatti, possedeva beni mobili e immobili in grande quantità. Le rendite, sia in denaro che in natura, ne rendevano la sopravvivenza quasi del tutto autosufficiente. Al suo interno, l’istituto poteva inoltre contare su un patrimonio di eccezionale valore in libri, opere d’arte e oggetti vari: si comprende bene, quindi, il danno che l’esproprio del 1866 dovette arrecare, non solo a questo, ma a tutti i monasteri che vantavano una simile floridezza.

Questa massiccia operazione non solo privò gli Ordini monastici di uno status sociale riconosciuto, ma diede il via ad un’opera di riconversione che trasformò i loro edifici in uffici governativi, caserme, scuole e ospedali. I religiosi e le religiose erano liberi di restare o tornare nel secolo. A chi restava, lo Stato riconosceva l’usufrutto di una piccolissima parte del convento; una esigua pensione, assegnata solo a chi avesse professato prima del 1864, avrebbe dovuto garantirne la sopravvivenza. Ciò significò per le monache – molte delle quali erano vecchie e inferme – una vita di stenti, resa ancor più scomoda dalle condizioni di trascuratezza dei fabbricati.

 

Mentre gli altri monasteri di Catania venivano occupati, San Benedetto si conservava miracolosamente intatto: le monache avevano fatto in modo che gli ispettori statali lo considerassero inadatto ad essere adibito a locale pubblico, conducendoli “per scale e scalette” ed evitando scaltramente di farli accedere ad alcune parti. Questa particolarità rese il monastero un vero e proprio rifugio per le religiose anche provenienti da altri istituti: vi trovarono ricovero, ad esempio, le benedettine della SS. Ma Trinità, cacciate dal loro convento poco dopo la soppressione per aver intralciato i lavori del Comune.

Tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento, le conseguenze delle leggi eversive avevano completamente trasformato il volto di San Benedetto da convento di lusso a piccola comunità che sopportava con vero spirito evangelico tutti i disagi di una condizione di indigenza: vitto frugale e talvolta insufficiente, infermità, finestre e balconi con vetri a pezzi, arredi modesti, abiti vecchi e accomodati. Per questo, volendo realizzare un suo particolare  progetto eucaristico, il vescovo Francica Nava non ebbe esitazioni, e riconobbe in San Benedetto la comunità ideale per far rinascere la vita claustrale a Catania. Nel clima della riforma liturgica voluta da Pio X, e soprattutto nel fervore pastorale acceso dal Congresso Eucaristico del 1905, Francica Nava cominciò a concepire il desiderio di una comunità religiosa in cui il SS.Mo Sacramento fosse adorato in perpetuo. Ricomprate le fabbriche di San Benedetto per 30.000 lire, il vescovo riformò la comunità secondo il modello delle Benedettine dell’Adorazione Perpetua del Santissimo Sacramento, congregazione femminile fondata dalla suora francese Mectilde de Bar nel XVII secolo e dedita all’adorazione eucaristica ininterrotta per riparare ed espiare i peccati del mondo.

Direttamente dalla sede di Ronco di Ghiffa (VB), furono inviate a San Benedetto di Catania due monache, Suor Scolastica Sala e suor Matilde Malinverno. Il loro compito non fu per niente facile, perchè si scontrò spesso con situazioni ormai cristallizzate: l’abitudine ad avere un confessore personale, quella di mandare in famiglia la biancheria sporca invece di farla lavare in convento, la possibilità di detenere oggetti e cibi propri (il necessaire per la colazione, ad esempio, come tazze, zucchero e cioccolata, che il convento non passava e che le monache più fortunate potevano procurarsi autonomamente). Oltre che degli aspetti pratici, le due monache di Ronco si occuparono della necessaria formazione (lezioni di canto gregoriano, conferenze sullo spirito di povertà, ecc.).

Nonostante le difficoltà iniziali, le benedettine catanesi recepirono con gioia le nuove direttive: le giovani postulanti furono in tal senso le più entusiaste. Il 10 agosto 1911 venne firmato ufficialmente il decreto che aggregava San Benedetto di Catania all’Istituto dell’Adorazione Perpetua; poco tempo dopo, la riapertura del noviziato portò a nuove vestizioni. Ancora una volta, questo monastero intraprendeva un nuovo percorso di rinascita, frutto dell’eccezionale resilienza che lo aveva distinto nei secoli e che permane ancor oggi.

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Donatella Pezzino

Immagini:

  • Le prime cinque foto da https://www.flickr.com/photos/hen-magonza
  • La foto di via Crociferi è di Mimmo Rapisarda
  • La foto del monastero di Ronco di Ghiffa è da https://www.comune.ghiffa.vb.it/
  • L’ultima foto, che illustra la fermata di S.Agata davanti al monastero per il tradizionale omaggio cantato delle monache, è da http://rosarioplatania.it

Fonti:

  • Donatella Pezzino, Le murate vive. I monasteri femminili di clausura a Catania dopo il terrmoto del 1693, Acireale, Bonanno, 2004.
  • Come pietre vive… Le benedettine dell’Adorazione Perpetua del Santissimo Sacramento a Catania, Catania, Giuseppe Maimone Editore, 2010.
  • Gaetano Zito, Le benedettine dell’Adorazione Perpetua in Italia (1880-1960) in Il monachesimo in Italia tra Vaticano I e Vaticano II, atti del III Convegno di studi storici sull’Italia benedettina, a cura di B.Trolese, Badia di Santa Maria del Monte, Cesena, 1995.
  • Emanuela Sansoni, La legislazione del 1866-67 sulle Corporazioni Religiose. Il caso di Pausula, Milano, Codex Edizioni, 2009.
  • Maria Luisa Gangemi, San Benedetto di Catania. Il monastero e la città nel Medioevo, Messina, Sikania, 1994
  • http://www.benedettineghiffa.org/
  • Giuseppe Rasà Napoli, Guida alle chiese di Catania, Catania, Tringale Editore, 1984

 

Louise Hamilton Caico

Louise Hamilton nacque a Nizza l’ otto febbraio del 1859 (secondo altre fonti, del 1861).

Il padre Federico discendeva dal ramo irlandese degli Hamilton, casato antico e illustre; la madre, Pilatte Zulmà, proveniva da una famiglia di mercanti marsigliesi. Questa fusione dell’elemento irlandese con quello francese conferì al carattere di Louise una eccezionale sensibilità, che si espresse con una multiforme ricchezza di interessi e una grande curiosità verso le altre culture.

Ultima di sei figli, Louise crebbe in un clima familiare culturalmente stimolante. La famiglia abitava a Firenze, nell’antica residenza signorile denominata “La Canovaia” che Federico aveva acquistato nel 1863.

A Firenze,  la giovane Louise conobbe e sposò Eugenio Caico, un giovane e ricco proprietario terriero siciliano nativo di Montedoro. I parenti di Eugenio, e in particolar modo il fratello maggiore Cesare, non approvarono il matrimonio, forse temendo che l’ingresso in famiglia di una straniera portasse ad una dispersione del patrimonio familiare. Per questo, Louise ed Eugenio vissero i loro primi anni di matrimonio a Bordighera, dove nacquero anche i loro cinque figli.

Nel 1897, in seguito alla morte di Cesare Caico, ad Eugenio fu consentito di rientrare a Montedoro e di portare con sè la moglie e i figli: ebbe quindi inizio per Louise quella nuova e importante fase che, come donna Luisa Caico,  doveva condurla alla stesura del suo Sicilian Ways ad Days (tradotto in italiano con il titolo di Vicende e Costumi siciliani).

Rispetto ai celebri viaggiatori del Grand Tour (Goethe, Von Riedesel, Brydone, Houel, ecc.) che cercavano nella Sicilia soprattutto le vestigia di un glorioso passato, Louise scende nella viva realtà del costume e del sentire del luogo, descrivendoli in modo particolareggiato per averli vissuti da vicino giorno per giorno. A ciò si unisce in lei la curiosità per le radici etnico-storiche del linguaggio, dei riti e di alcune usanze, che ella riconduce al paganesimo e a influenze greche o africane.

Il suo verismo e la sua volontà di attinenza al fatto, però, non sono scevri da un sottile e pungente humor inglese, come è evidente in questo passo del libro in cui viene descritto il modo di spolverare delle donne del posto:

Si comincia coll’accertarsi se la finestra è ben chiusa, e, se non lo è, la si chiude, specialmente se è una bella giornata. Prendete poi una frusta dal manico corto – una specie di gatto a nove code fatto di strisce di panno e di flanella e di cenci in generale: con lo strumento ben saldo in mano, cominciate a menar colpi a destra e a sinistra, sulle sedie, sui mobili, sulle pareti, sulle casse verdi – ce n’è sempre qualcuna – in aria, sul pavimento, da tutte le parti, e, mentre voi dedicate le vostre entusiaste energie a questa specie di danza di guerra domestica, la polvere, disturbata, tenta la fuga e s’alza in piccole nuvole al di fuori del raggio d’azione del gatto a nove code vendicatore.

Tuttavia, quel sarcasmo con cui spesso sembra snobbare usi e costumi “barbari” ed estremamente lontani dalla sua mentalità costituisce solo in apparenza l’espressione di un orgoglioso senso di superiorità. Più profondamente, infatti, segnalano il suo forte coinvolgimento nelle vicende di una razza a tratti selvaggia e cruda, ma ricca di una poesia amara e struggente. Ne nascono alcune pagine commosse, come quella che descrive la cerimonia di benedizione dei campi, o di un realismo quasi violento, come quelle dedicate ai minatori:

In silenziosa fila corrono agili giù per le scale e senza emettere suono scompaiono nel nero abisso, che inghiotte le giovani vite, deforma i corpi, e suscita, nei loro cuori di fanciulli, istinti che li portano alla malvagità e all’immoralità. 

Spirito indipendente e intellettualmente aperto, Louise prende molto a cuore la delicata situazione della donna del luogo, che i tempi e lo spazio chiuso di un piccolo paese rurale costringono ad una atroce subalternità sociale e culturale. Nella società maschilista di Montedoro, la prima virtù muliebre sembra essere l’invisibilità: lo scomparire del tutto in un ruolo predefinito (figlia, moglie, madre) senza alcuna concessione alla persona, ai suoi desideri e alla sua dignità.

Illustrato da un nutrito corredo di immagini –  creato dalla stessa Louise ritraendo personaggi e scene ordinarie di Montedoro con la sua piccola Kodak a soffietto –  il libro si articola in varie sezioni che si soffermano su vari aspetti della vita quotidiana del paese: dalle stanze di casa Caico (di cui ella si trovò, in un certo senso, a rivoluzionare l’assetto e i ritmi) alle miniere di zolfo, dalle cerimonie private (matrimoni, battesimi, funerali) alle feste religiose nelle quali il sacro si mescola a reminiscenze pagane e al gusto del macabro. Colpiscono i ritratti dei vari personaggi del posto, tratteggiati con vivido realismo: il personale di servizio e i frequentatori di casa Caico, alcuni paesani, la sposa-bambina, i minatori ma soprattutto il soprastante Alessandro, sua preziosa guida e guardia del corpo. Grande assente il marito: Eugenio Caico, infatti, non viene mai menzionato nelle pagine del libro. La mancanza di un riferimento così importante non è casuale: l’argomento, infatti, era un tasto dolente per Louise.

Il matrimonio di Louise ed Eugenio aveva risentito negativamente della permanenza a Montedoro: il contesto metteva in evidenza la loro appartenenza a mondi diversi, rendendo problematica la convivenza (soprattutto dopo la partenza dei figli, attratti dalla mondanità moderna e lussuosa di Palermo). Fra i due si crearono, a lungo andare, conflitti insanabili, fino alla definitiva separazione.

Louise lasciò Montedoro nel 1923 per trasferirsi a Palermo, dove andò a vivere con i figli. Qui frequentò i migliori ambienti della cultura, dedicandosi alla stesura dei suoi scritti.

Aveva una perfetta padronanza del francese, dell’italiano e dell’inglese: oltre a Sicilian Ways and days , uscito per la prima volta a Londra nel 1910, pubblicò quindi diverse traduzioni, fra cui  Come essere felici pur essendo sposati di Hardy e Il tempo sepolto di Maeterlinke. Il suo interesse verso l’educazione della donna, vista come strumento di dignità e di emancipazione, la portò a pubblicare nel 1906 l’opuscolo Per un nuovo costume della donna in Sicilia. Tuttavia, Louise non può ancora essere considerata una femminista in senso stretto: la sua opera, infatti, è fortemente permeata dei tradizionali valori della tarda società vittoriana, in una sorta di ibrido tra femminismo e antifemminismo.

Morì il 7 marzo del 1927. E’ sepolta nella tomba di famiglia dei Caico accanto al marito e ai figli, presso il cimitero di S.Orsola a Palermo.

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Donatella Pezzino

Immagini

  • Il ritratto in apertura è tratto dalla copertina del libro “Vicende e costumi siciliani”, trad. Renata Pucci Zanca,  Edizioni Lussografica, 1996;
  • la foto della villa “La Canovaia” è da wikimedia commons;
  • la foto di Louise a cavallo è da wikipedia;
  • le ultime due foto, da http://www.castelloincantato.it/2017/06/18/louise-hamilton-e-il-nostro-piccolo-mondo-antico-a-cura-del-prof-salvatore-vaccaro/ .

Fonti

Girolama Lorefice Grimaldi

Girolama Lorefice Grimaldi nacque a Modica (RG) il 27 settembre 1681.

Figlia del principe Enrico Grimaldi e della gentildonna Agnese Scalambro Valseca, ebbe come precettore il celebre medico, filosofo e letterato Tommaso Campailla (1668-1740), suo illustre concittadino. Campailla le si affezionò in modo particolare, colpito dalla sua propensione per le lettere e dalla sua curiosità per gli studi scientifici.  I due strinsero un affettuoso rapporto di stima e di amicizia, come testimoniano gli scambi epistolari e letterari. Lo scienziato mantenne sempre nei confronti della sua discepola e amica un ruolo di guida e di protezione.

Ancora giovane, Girolama andò sposa al barone di Camemi, Blasco Castilletti (zio di Campailla); rimasta vedova, si risposò con Giacinto Lorefice. Gli obblighi familiari non la allontanarono dalla poesia, che continuò sempre a coltivare con impegno e passione. Si affiliò a diverse accademie (De’ Geniali, Del Buon Gusto, Degli Occulti di Trapani, Dei Vaticinanti di Marsala, Degli Ardenti di Modica; dei Pastori Ereini di Palermo, con il nome di Cloe Florestilla), probabilmente introdotta dallo stesso Campailla.

In Girolama, Tommaso Campailla ritrovò il suo ideale di donna virtuosa: colta, intelligente, dai costumi morigerati e con un lodevole attaccamento alla famiglia. Era dotata anche di una notevole forza d’ animo, come dimostrò in occasione di gravi perdite familiari (come quella della madre, morta nel terremoto del 1693).  Un atteggiamento serio e discreto, quello della poetessa, che si mostra in modo evidente nell’aspetto estetico: come si nota nel ritratto pubblicato su “La Dama in Parnaso”, Girolama era bella, signorile, ricercata e al tempo stesso squisitamente sobria.

In un periodo in cui le dame ostentavano scollature, gioielli vistosi e acconciature elaborate, la Grimaldi indossava abiti ricchi ma castigati e si pettinava con un semplice chignon dietro la nuca, offrendo l’immagine di una bellezza fresca e spontanea nella quale rifulgevano soprattutto le doti interiori. Celebre, in proposito, è una sua “risposta poetica” ad un sonetto del Campailla sul rapporto fra bellezza e sapere:

Pocu mi curiria di la biddizza,

s’avissi veramenti lu sapiri;

pirchì la vera, e stimata biddizza,

è l’essir’arricchita di sapiri.

Nel 1723, Girolama pubblicò il volume “La Dama in Parnaso”, che raccoglieva alcune fra le sue migliori composizioni. Nonostante gli apprezzamenti entusiasti del Campailla e di altri arcadi, non mancarono le critiche, soprattutto negli anni successivi: nel suo Prospetto, ad esempio, Domenico Scinà scrisse che l’opera “non manca, è vero, di forza ne’ concetti, ma sempre va in traccia di bisticci, di esagerazioni, e di false arguzie.”

La silloge è composta per lo più da sonetti dedicati a familiari e amici: è quindi normale che risenta della scarsa originalità tipica dei componimenti d’occasione. Non mancano i versi di argomento sacro, storico e biblico, nonchè i testi dedicati a sé stessa.

Nella scrittura di Girolama emerge già quel movimento di reazione agli eccessi del barocco promossa dall’Accademia del Buon Gusto; lo stile attinge in larga misura al petrarchismo idillico, filtrato attraverso la fredda correttezza dell’Arcadia, secondo un canone proprio di tanta poesia del tempo. L’impronta petrarchesca è particolarmente vivida in questa poesia, intitolata Gode della solitudine:

Là, dove l’ombra fa mesta, ed oscura
selva di tronchi, e d’alberi frondosi,
drizzo le piante, e da’ ruscelli ondosi
traggo le linfe a dissetar l’arsura.

Quivi gl’ arcani occulti di natura
contemplo, ed i Fenomeni più ascosi,
e a le mie cure, a’ miei pensier nojosi
cerco di rallentar la sua tortura.

Piacemi di saper, come al suo Polo
la magnetica pietra ogn’or s’agiri,
e come tremi impaurito il suolo.

E d’ond’escono i venti, e d’onde l’Iri
rapporta i suoi color. Ma intender solo
la natura non sò de’ miei martiri.

Nonostante gli intensi contatti con accademie e letterati di ogni parte della Sicilia, la poetessa – esattamente come il suo maestro – non si allontanò mai dalla sua città d’origine, dove morì nel 1762.

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Donatella Pezzino

Fonti: