Eustochia da Messina

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Santa Eustochia, al secolo Smeralda Calafato, nacque a Messina il 25 marzo 1434.

Figlia del ricco mercante messinese Bernardo Calafato e di Mascalda Romano, Smeralda si distinse fin da bambina per la sua luminosa bellezza; diverse fonti riferiscono che il pittore coevo Antonello da Messina la volle come modella per il suo celebre dipinto della “Annunziata” (foto sopra). Proprio a causa della sua eccezionale avvenenza, la famiglia nutriva per lei la speranza di un matrimonio vantaggioso: per questo, a soli 11 anni, Smeralda fu promessa in sposa contro il suo parere ad un vedovo trentacinquenne.

Smeralda, in realtà, nutriva nel suo cuore il desiderio di consacrarsi a Dio secondo la Regola francescana. In ciò, la madre aveva sempre avuto una grande influenza: donna di fede ardente iscritta al Terzo Ordine Francescano, Mascalda aveva infatti allevato la figlia nell’amore per Chiara e Francesco e per la loro santa povertà.

Dopo due anni, il fidanzato di Smeralda morì improvvisamente, liberandola da un destino che non sentiva suo; qualche tempo dopo, non ancora quindicenne, la fanciulla comunicò ai genitori la sua decisione di entrare al monastero delle clarisse di Basicò. La reazione della famiglia fu terribile: i fratelli di Smeralda, addirittura,  minacciarono di bruciare il convento. Ostile a questa decisione era soprattutto il padre, che non aveva rinunciato all’idea di sfruttare la sua bellezza per trovarle un buon partito. Di lì a poco, però, Bernardo si spense in Sardegna, durante uno dei suoi frequenti viaggi di lavoro, e con lui cadde la più forte resistenza della famiglia alla decisione di Smeralda.

A sedici anni, Smeralda entrò finalmente al monastero delle clarisse di Basicò: ma la realtà della vita claustrale deluse ben presto le sue aspettative. Al convento, la ragazza trovò con suo disappunto una vita spirituale poco fervente e uno scarso rigore nell’applicazione della Regola. Le monache, disattendendo completamente gli insegnamenti di S.Francesco e Santa Chiara, riproducevano fra le mura del convento le stesse formule sociali in uso nel secolo: così la disciplina era profondamente allentata e i favoritismi agevolavano le suore appartenenti alle casate più ricche, che vivevano nei lussi e nelle comodità.

Smeralda, che aveva preso i voti con il nome di Suor Eustochia, si ribellò a questo stato di cose ed entrò in urto con la comunità. I contrasti fra lei e le consorelle si rivelarono insanabili: dopo alcuni anni, Eustochia decise quindi di abbandonare il monastero e, grazie al sostegno economico di un ricco parente, riuscì a fondare un nuovo convento a Messina. Era il 1464: nella sua impresa la seguirono sua madre Macalda, sua sorella e un gruppetto di fedelissime. Il nuovo monastero, chiamato “Montevergine”, basava la sua vita sul più puro spirito francescano di povertà, penitenza, carità e austerità. La prima Regola di Santa Chiara ( ovvero la sua versione più severa) vi era osservata in modo rigoroso. In un primo momento, la comunità di Eustochia venne osteggiata perfino dai frati osservanti, che si rifiutarono di fornire assistenza religiosa: ma, nonostante queste e altre difficoltà, la Calafato non si arrese e guidò il suo convento in qualità di badessa con saggezza e determinazione. Oltre a distinguersi per la sua intensa vita spirituale, il monastero di Montevergine ebbe scambi culturali con altri conventi femminili dell’Osservanza e partecipò quindi attivamente a quella rete di “monache umaniste” italiane di cui faceva parte, ad esempio, Camilla Battista da Varano.

Eustochia si spense nel gennaio del 1491 ( del 1485 secondo altre fonti); alla sua morte, la comunità era ormai cresciuta e affermata, arrivando ad una popolazione di circa 50 monache. Due anni dopo la morte di Eustochia una consorella, suor Jacopa, redasse su di lei un accurato scritto biografico, destinato ad essere rinvenuto solo nel XX secolo: sembra si tratti della prima opera letteraria siciliana in lingua italiana. Ancora oggi, il corpo incorrotto di Eustochia Smeralda è conservato in una teca di vetro presso il monastero di Montevergine di Messina ( foto sotto).

Papa Giovanni Paolo II ha canonizzato Eustochia l’ 11 giugno del 1988.

Donatella Pezzino

Immagini: in alto, “Annunziata” di Antonello da Messina, da wikipedia; in basso, il corpo di Santa Eustochia presso la chiesa di Montevergine ( ME), da http://www.patti24.it.

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Fonti:

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Cecilia Deni

 

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Cecilia Deni nacque a di Militello in Val di Catania ( CT) nel 1872.

Fin da giovanissima si distinse per le sue spiccate doti intellettuali e per la sua delicata sensibilità poetica: con il suo primo volumetto di poesie “Primi canti” , pubblicato a soli 18 anni, Cecilia attrasse l’attenzione di Mario Rapisardi che ebbe per lei parole di elogio.  Ottenuto il diploma magistrale a Catania nel 1890, si laureò a Roma nel 1894 con il massimo dei voti in Lingua e Letteratura Italiana. Tornata in Sicilia, ottenne subito la cattedra di lettere italiane alla Regia Scuola Normale “Giuseppina Turrisi Colonna” di Catania; successivamente, dal 1916 al 1932, ebbe l’incarico di Preside della Scuola Normale “Regina Elena” di Acireale, di recente fondazione.

Alla professione di educatrice, Cecilia affiancò una fiorente attività letteraria che si espresse nella pubblicazione di numerose raccolte di poesie, nella stesura di un poema ( l'”Alberto”, 1922), in collaborazioni con giornali e riviste e in testi di critica e storia della letteratura. Fra i suoi saggi più importanti si ricordano “La donna nella poesia del Medio Evo”, “Il pessimismo nei poeti italiani precursori di Leopardi”, “Le donne del romanticismo”, “I Madrigali di Mario Tortelli”  e “I sonetti di Vittorio Alfieri”. Non mancò in lei l’interesse per la cultura e il folclore di Sicilia, soprattutto in merito ai canti popolari e alla poesia dialettale: a queste tematiche Cecilia dedicò diversi studi, che culminarono nella pubblicazione dei saggi “Canti di popolo in Sicilia” e “La poesia popolare e i poeti dialettali in Sicilia”. A questi scritti si aggiungono due raccolte di favole e la bozza manoscritta di un romanzo rimasto incompiuto.

La sua vasta e articolata cultura riscosse l’ammirazione dei contemporanei; ebbe contatti con i più grandi letterati del tempo ( Ada Negri, Verga, Capuana, Carducci, Martoglio, solo per citarne alcuni) con i quali intrattenne rapporti di amicizia e di corrispondenza.  Oltre che nell’attività di letterata, Cecilia fu molto attiva dal punto di vista umano e assistenziale: nel 1909 fu una delle fondatrici della sezione catanese dell”Unione Femminile Nazionale”, un’associazione benefica a favore dell’infanzia, della famiglia e della donna. Morì nel 1934.

La Cecilia Deni poetessa ci ha lasciato in tutto sette raccolte: la già citata Primi canti (1890), Verso l’erta (1900), Echi primaverili (1901), Idilli e Scene (1903), Idillj (1912), Patria (1916) e Liriche (1934). Composta da pensieri, prose e liriche è l’opera “Adorazione”, che Cecilia pubblicò nel 1907 in memoria del marito. Per la freschezza dello stile, la grande forza espressiva e la classicità delle forme, i suoi versi sono stati spesso accostati a quelli di Ada Negri.

Donatella Pezzino

Leggi le liriche di Cecilia Deni

Fonti:

Liriche di Cecilia Deni

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Cecilia Deni (  1872-1934), nativa di Militello in Val di Catania ( CT), fu poetessa, educatrice, saggista e grandissima oratrice. A soli 18 anni, la pubblicazione del suo volume di poesie “Primi canti” le valse il plauso di Mario Rapisardi. Ottenuto il diploma magistrale a Catania nel 1890, si laureò a Roma nel 1894 con il massimo dei voti in Lingua e Letteratura Italiana. Tornata in Sicilia, insegnò lettere italiane alla Regia Scuola Normale “Giuseppina Turrisi Colonna” di Catania; successivamente, dal 1916 al 1932, ebbe l’incarico di Preside della neo-istituita Scuola Normale “Regina Elena” di Acireale. La sua vasta e articolata cultura riscosse l’ammirazione dei contemporanei; ebbe contatti con i più grandi letterati del tempo ( Ada Negri, Verga, Capuana, Carducci, Martoglio, solo per citarne alcuni) con i quali intrattenne rapporti di amicizia e di corrispondenza. Oltre che nell’attività di letterata, Cecilia si impegnò in diverse attività benefiche a favore dell’infanzia, della famiglia e della donna. La sua ricca produzione letteraria comprende opere in versi e in prosa, saggi di critica letteraria e articoli su giornali e riviste. Per la freschezza dello stile, la grande forza espressiva e la classicità delle forme, i suoi versi sono stati spesso accostati a quelli di Ada Negri. Ho tratto le poesie che seguono dalla raccolta “Verso l’erta” che Cecilia pubblicò nel 1900 con l’editore Giannotta di Catania.

Donatella Pezzino

****

Foglie e speranze

Riposan nella quiete altissima del bosco

gli alberi sonnolenti, nel plenilunio mite,

si specchiano nel lago, come in un cielo fosco,

i tremolanti rami. Le foglie scolorite

 

van per l’acque vagando, simili a coppe d’oro,

con dolce ondulamento, staccante al ramo verde

della quercia superba, del faggio e dell’alloro.

E l’avido mio sguardo la debil traccia perde

 

del cammin fantastico! Io penso alle divine

speranze che del ramo fiorente di mia vita

si staccano ad ogni ora e in mar senza confine,

il funebre viaggio compion nella infinita

 

alta quiete del tempo…

***

Piazza dei Martiri

Benchè nel cielo s’asconda la luna

il mare brilla di strani bagliori,

e nella piazza, che avvolge la bruna

notte, gli spettri cospargono fiori.

 

O tu che aneli cantar la fortuna

di morte glorie e d’intrepidi amori,

o tu che sogni al chiaror della luna,

vieni a sognare qui sotto gli allori.

 

Vedrai nel sogno di giovani arditi

gli alteri petti le palle sfidare,

cader sui lembi di vecchie bandiere.

 

Che visioni di magiche sere,

che desideri di mondi infiniti,

nell’azzurrino silenzio del mare!

***

Sogni folli

Or la penna d’avorio posa stanca

sovra i nitidi fogli non vergati,

e folleggianti su la carta bianca

volano i miei pensier foschi e dorati.

 

Non può la penna mia agile e franca

vederli nelle strofe incatenati,

poiché ogni ardire, ogni vigor mi manca,

alla carezza dei miei sogni alati.

 

Così, vittoriosi prigionieri,

frangono i lacci, con disdegno audace,

e invano il core trepido sospira.

 

Ah nei sepolcri dei sonetti austeri

dormir non vonno, cercano la pace,

oltre la sfera che più larga gira!

***

Beatrice

Candide verso il limpido oriente

si distendon le nubi e il mattutino

sole, col vivo raggio adamantino,

bacia la terra di dolor fremente.

 

Solo vaga lo spirito dolente

del Vate, meditante sul destino

dell’uomo, come un sogno alto e divino,

Beatrice gli appare sorridente.

 

Ella, col dolce riso, in lui raccheta

i fieri sdegni, e in alto lo trasporta

e lo cinge d’eterno abbracciamento;

 

al canto onipossente del poeta

dell’Inferno si schiude l’altra porta,

si sgombrano le vie del firmamento.

***

Da “Verso l’Erta”, Catania, Niccolò Giannotta Editore, 1900 – reperibile per la lettura a questo link: https://www.yumpu.com/it/document/view/36420909/verso-lerta-the-university-of-chicago-library/11

Fonti:

– Santi Correnti, Donne di Sicilia, Catania, Tringale, 1990 pp.168-169.
http://www.siciliaedonna.it/senza-categoria/nello-musumeci-omaggia-la-poetessa-cecilia-deni
http://www.fancityacireale.it/wordpress2/piccola-storia-di-jaci-la-preside-cecilia-deni

 

Gammazita

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La figura di Gammazita appartiene a quel nutrito gruppo di leggende fiorite intorno ad antichi siti dei quali non si conosce l’origine. La sua storia è legata in particolare al celebre “Pozzo di Gammazita”, una cavità naturale che si trova nel cuore del centro storico di Catania.

Sebbene la sua storicità non sia un fatto accertato, non è da escludere che Gammazita sia realmente esistita. La sua vicenda si colloca nella Catania del 1280, in piena dominazione angioina:  in quel periodo, i siciliani erano frequentemente oggetto di angherie e soprusi da parte dei francesi dominatori. In questo clima di oppressione, che culminerà nella Guerra del Vespro (1282), le donne erano esposte di frequente a molestie e abusi di ogni genere.

Giovane, virtuosa e di rara bellezza, Gammazita aveva attratto l’attenzione di Droetto, un soldato francese violento e corrotto. Nonostante la fanciulla fosse già fidanzata e promessa sposa, Droetto cominciò a corteggiarla con molta insistenza. Di fronte alla ferma resistenza di Gammazita, l’uomo si fece sempre più pressante: per lei diventò una vera e propria persecuzione tanto che, per motivi di sicurezza, prese la precauzione di uscire sempre accompagnata.

Un giorno, però, un’urgenza la costrinse a recarsi da sola al pozzo per attingere acqua. Mentre era sul posto ecco arrivare Droetto: Gammazita tentò di fuggire, di chiamare aiuto, ma il posto era isolato e nessuno poteva sentirla. L’uomo l’aggredì con violenza e lei, pur di non cedergli, decise di gettarsi nel pozzo.

Questa coraggiosa fanciulla che aveva preferito la morte al disonore divenne presto l’emblema della fierezza e dell’onestà femminile ( “l’unuri di i fimminini siciliani”), ispirando romanzieri e cantastorie. La tragica scena della sua morte è effigiata in uno dei lampioni di Piazza Università a Catania (foto in alto).

Il sito nel quale sono stati identificati i resti del pozzo di Gammazita si trova in un cortile di via San Calogero, nei pressi del Castello Ursino. Il pozzo, in parte ricoperto dalla lava del 1669, è stato molto ricco di acqua fino al XIX secolo; poi, si è progressivamente inaridito.

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Sul suo fondo esistevano delle incrostazioni di colore rossastro, lasciate probabilmente dai residui di ferro e magnesio: il popolo, però, le credeva tracce dell’autentico sangue di Gammazita e vi trovava una conferma della storicità dei fatti.

Donatella Pezzino

Immagine del lampione di Gammazita da http://catania.meridionews.it

Immagine dell’accesso al pozzo da http://www.wikipedia.org

Fonti:

Topazia Alliata

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Topazia Alliata nacque a Palermo il 5 settembre 1913.

Apparteneva ad una famiglia antica e illustre: gli Alliata, infatti, erano una casata nobiliare di origine pisana presente in Sicilia fin dal Quattrocento. Topazia era figlia del principe Enrico Alliata di Villafranca, proprietario delle cantine di Casteldaccia e della famosa azienda vinicola “Corvo Duca di Salaparuta”. La madre Sonia Ortuzar, cilena, era una cantante lirica che in gioventù aveva studiato con Enrico Caruso.

La futura pittrice, quindi, crebbe in un clima familiare molto stimolante dal punto di vista culturale. Fin da ragazzina manifestò un eccezionale talento per le arti figurative: la sua sensibilità, però, si discostava molto dai canoni artistici del suo contesto sociale e culturale. Topazia, infatti, si sentiva molto più vicina alle avanguardie che avevano in Renato Guttuso e Nino Franchina due dei massimi esponenti. In un periodo in cui l’accesso delle donne agli studi poteva risultare complicato, la ragazza si iscrisse all’Accademia di Belle Arti e, grazie al supporto del padre, fu accettata alle lezioni della Scuola Libera del Nudo, aprendo la strada ad altre giovani pittrici.

L’atteggiamento della giovane artista non mancava di suscitare scandalo negli ambienti altolocati dell’epoca, ma lei non sembrava curarsene: una forte curiosità verso il nuovo, il diverso e l’esotico la spingeva ad interessarsi a tutte le forme di cultura. Ad un concetto di vita e di arte intesi come continuo “viaggio” si univa in lei una decisa insofferenza agli schemi e alle regole prefissate:  fu questo uno dei motivi che la spinsero ad innamorarsi di Fosco Maraini, l’antropologo fiorentino che sarebbe diventato suo marito.

quadro topaziaTopazia e Fosco si sposarono nel 1935: le partecipazioni di nozze furono disegnate dalla stessa Topazia, che vi si ritrasse nuda, di spalle, insieme al suo sposo. I due si stabilirono a Fiesole, dove vissero i primi anni di matrimonio in forti ristrettezze economiche. Nel 1936 era nata la prima figlia, la futura scrittrice Dacia Maraini; qualche anno dopo, Fosco vinse una borsa di studio che richiedeva una lunga permanenza in Giappone per una ricerca incentrata sugli Ainu, una popolazione del nord dell’isola. Topazia, Fosco e la piccola Dacia si stabilirono a Hokkaido nel 1938; nel 1939 e nel 1941 la coppia ebbe altre due figlie, Yuki e Toni. Furono anni piacevoli e intensi, caratterizzati dalla conoscenza di una cultura antica e raffinata e dal contatto con i giovani intellettuali del luogo.

Nel 1943, il governo giapponese chiese ai Maraini un giuramento di fedeltà alla Repubblica di Salò: Topazia e Fosco rifiutarono e furono internati con le figlie in un campo di prigionia. Fu un periodo estremamente drammatico. Racconta Topazia:

“Ci misero in un edificio alla periferia di Nagoya. Eravamo un piccolo gruppo formato da una quindicina di italiani. La nostra famiglia, nel frattempo, era cresciuta. Tra il 1939 e il 1941 erano nate Yuki e Toni. Sentivo lievitare la disperazione. Come le avremmo accudite, nutrite, protette? Ci tolsero progressivamente il cibo. Ci ridussero alla fame. A volte erano i contadini a darci qualcosa da mangiare. Nelle torture che i poliziotti del campo avevano ideato c’era quella che non potevamo poggiare la schiena contro la spalliera, né contro il muro. Ci urlavano, ci colpivano con i loro bastoni. Mai ho visto tanto odio e ottusità.”

Nel 1946, terminata finalmente la guerra, Topazia tornò con la famiglia in Sicilia e si stabilì a Bagheria, nella monumentale Villa Valguarnera. L’anno successivo morì il padre, e Topazia prese in mano le redini dell’azienda vinicola: il rinomato vino “Colomba Platino” è infatti una sua creazione. Nonostante tutti i tentativi di salvare la “Corvo Vini” e le Cantine di Calsteldaccia dalla crisi del dopoguerra, Topazia dovette rassegnarsi a venderle nel 1959.

Ormai la pittura attiva era un capitolo chiuso; nonostante ciò, Topazia restava sempre molto impegnata dal punto di vista artistico e culturale. Da pittrice divenne gallerista e nel 1959 aprì a Roma, dove si era trasferita qualche anno prima, la “Galleria Topazia Alliata”, dedicata all’esposizione dei pittori d’avanguardia.

Morì il 23 settembre del 2015 all’età di 102 anni.

Donatella Pezzino

Immagini: dal web

Fonti:

Graziosa Casella

Senzanome

E’ veru sì, s’avissi diciott’anni

o puru vintott’anni, comu a tia,

non li patissi tanti disinganni

nè mi vinissi sta malincunìa.

La poetessa Graziosa ( Grazia ) Casella nacque a Catania il 20 novembre del 1906.

Catanese purosangue, Graziosa ebbe una vita sentimentale difficile e chiacchierata: madre di cinque figli, partorì la sua primogenita Tommasa all’età di soli 19 anni ( cui seguirono, diversi anni dopo, Salvatore e Maria Adele; ma dalla sua lirica “Li me figghi” pubblicata nel 1956 apprendiamo di altre due nascite) ma si sposò solo nel 1946 con l’insegnante Rodolfo Puglisi, di 15 anni più anziano di lei.

In questo periodo, Graziosa cominciò ad affacciarsi sulla scena poetica catanese che, nel secondo dopoguerra, costituiva uno dei substrati più fiorenti e stimolanti del panorama culturale italiano. Nel corso della sua attività, interagì con poeti illustri come Boley, Giuseppe Nicolosi Scandurra e Vito Marino, con i quali instaurò una pluriennale relazione fatta di scambi, provocazioni, “botta e risposta” e discussioni su argomenti di vario genere.

Di ampia e raffinata cultura, si fece notare per un uso ricercato della lingua italiana e per la sua grande ricchezza espressiva. Conosceva approfonditamente la storia antica e la mitologia, parlava correntemente l’inglese e scriveva abitualmente sia in italiano che in dialetto. Curiosa ed eclettica, mostrò in svariate occasioni una eccellente capacità nel padroneggiare i temi più disparati, dall’amore al tormento esistenziale, dall’amicizia all’insofferenza verso i canoni imposti da una società ipocrita e benpensante.

Quest’ultimo tema, in particolare, costituisce il filo conduttore di tanta produzione poetica della Casella: molte delle sue liriche, infatti, raccontano delle sofferenze procuratele dalle malelingue e dalle calunnie in diversi momenti della sua vita e soprattutto a causa del suo amore, tanto intenso quanto impossibile, per un uomo di parecchi anni più giovane di lei.

A questo legame, Graziosa dedicò nove splendidi sonetti e in particolare “S’avissi diciottanni”, componimento poetico dove l’amarezza del disinganno si unisce ad una straziante sete d’amore. Altri temi ricorrenti nella sua produzione furono la descrizione della natura, la devozione a S.Agata, la passione viscerale per la sua terra e gli affetti personali interpretati con una vena intimista di eccezionale profondità.

Le sue liriche, pubblicate su diversi giornali dell’epoca e soprattutto sulla celebre rivista di satira, politica e cultura “Lei è lariu”, riscossero molto successo e le regalarono una grande notorietà nonostante la quale ella mantenne sempre un contegno umile, serio e dignitoso, sia davanti ai suoi estimatori che nei confronti di chi la denigrava.

Prima della morte, avvenuta nel dicembre del 1959, Graziosa consegnò ai suoi colleghi poeti due manoscritti, “Ciuri di spina” e “Autunnu e primavera”: queste raccolte, mai pubblicate, racchiudevano poesie vibranti di tutta la sensualità, la passione e il dolore di cui l’animo sensibile della poetessa era stata capace.

Nonostante il successo e la popolarità raggiunte in vita, Graziosa Casella è oggi poco conosciuta e del tutto dimenticata. Recentemente, il poeta e musicista Alfio Patti ne ha ricostruito il profilo ed il percorso culturale, raccogliendo alcune delle sue più belle liriche nel suo saggio “Arsura d’amuri. Omaggio a Graziosa Casella” edito da Bonanno (2013).

Donatella Pezzino

Poesie di Graziosa Casella

Fonti:

 

 

Poesie di Rosina Muzio Salvo

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Rosina Muzio Salvo ( Termini Imerese, PA,1815-1866) si distinse fin da giovanissima per una forte inclinazione verso le idee liberali, l’anticlericalismo e il femminismo. Ci ha lasciato articoli, poesie, romanzi e vari scritti dove l’intento pedagogico si mescola ad un profondo amor di patria, al ruolo centrale degli affetti familiari e ad una tenace fede nelle potenzialità della donna. Le poesie qui riportate sono tratte da un volumetto che l’autrice pubblicò a Palermo nel 1845.

***

Romanza

Ahi quante volte all’aura,

Che mi lambiva il viso

Dei tuoi sospir , conquiso

Balzava forte il cor,

E d’ogni cura immemore

Viveva per l’amor!

 

Nei lumi tuoi specchiandomi,

L’immago mia vedea,

Ed ebbra a te dicea:

« lo son felice appien. »

Vidi mia viva immagine

Incisa nel tuo sen….

Ma assisa sotto il salice,

Quando dicesti: « Addio! »

La terra a me spario,

Sugli occhi scese un vel:

Quindi gli apersi…. al misero

Ch’è mai la terra, il ciel?

(2 agosto 1841)

***

Giulietta

Addio! – Sa ’l ciel se dato fia vederci! –

Languidamente nelle vene freddo

Timor mi serpe, e de la vita il foco

Par che si spenga. –I miei più fidi or tosto

Vo’ richiamar, conforto al cor daranno.

Mia dolce madre… Oh cielo! a che venirne?

lo tal cimento affrontar deggio sola….

A me nappo pietoso…. Ahimè! se vano

Liquor racchiuda, ad altri sposa andarne

Forza mi fora?… Ah no! tu ’l vieterai….*

Ma se timor l’astuto frate spinse

Ad apprestarmi un tosco, onde sottrarsi

A la vergogna, che su lui cadria

Pel dolce nodo ch’a Romeo mi stringe,

E ch’egli benedisse?… Lungi, lungi

Sospetto vil! Ciascun santo lo chiama ,

E l’opre sue non tradîr mai tal grido. –

Nuovo , giusto timer l’alma m’invade…

S’io nell’avel pria di venir Romeo

Schiudessi i lumi!… aura feral spirando

Entro quell’arca , in la cui sozza bocca

Aura di vita mai non spira. . . . Ahi priva

Di sensi giacerei pria di vederlo!…

E ov’io pur viva ancor , la fantasia

Da tetra notte orrendamente accesa ,

Da spaventose immagini di morte,

E dal terror del luogo , agli avi miei

Antico asil…u’ l’ossa ammonticchiate

Confondonsi coi teschi…. ove Tebaldo

Intriso ancor di sangue, in suo lenzuolo

Avvolto, ai vermi è pasto. . .. ove s’aduna

Di truci spettri orrido stuol la notte. . . .

Ahi! tra l’infame lezzo, e orrendi stridi,

Al di cui suono impazzano i viventi,

Cinta d’interno da pàure atroci,

Il senno perderò !. . . Tripudiando

Furente allor dei padri miei coll’ossa ,

Io correrò Tebaldo a svincolare

Dal funebre suo velo, e a brani a brani

In un baleno squarcerò sua salma ,

E da tremenda stolta furia invasa ,

Di gioia schiamazzando, con un osso

Percoterò mie tempia , e le midolle

Ne schizzeran. .,. Oh! mira! è di Tebaldo

Lo spettro… . A vendicar l’inulto sangue

Sul mio Romeo sen viene…. Ahi! ferma! ferma!

lo volo a te Romeo! Tutto il tracanno.

(1841)

*Posa un pugnale

***

La delusa

Là dov’è ’l ciel più fulgido ,

Fragrante più ’I sentier,

Ove più Palma innalzasi

Su i vanni del pensier;

 

Tra le carole l’alito

D’amore mi creò ,

E di sventura il turbine

Nel duol m’inabissò.

 

Speme di gloria invasemi ,

Ed ebbra di desir ,

Di tante pene immemore ,

Vivea nell’avvenir. . . .

 

Stoltezza! più non s’agita

A quel sorriso il cor;

Ch’è mai, ch’è mai la gloria,

Se non l’abbella amor!

(30 maggio, 1842)

***

Siciliani

Havvi un divino senso, un’armonia

Tra cuore a cuore; una possente, arcana

Voce fraterna, che ad amar ne, sforza!

O tu, il cui nome tra gl’incensi e gl’inni

Una gente codarda al cielo estolle ,

Dorata plebe , ascolti tu tal suono?

Ascolti tu la disperata madre,

Ch’urta, rompe la folla , si gridando:

« Rendetemi il mio figlio! Ahi! con quest’occhi

Da un ribaldo, da un demone assalito ,

Cader trafitto il vidi! » Il grido ascolti

D’una gente raminga , senza un tetto

Che la ricovri, un pan che la disfami?

L’irrequieta , baldanzosa turba ,

Nel cui cipiglio è fitto un pensier truce,

Pensier di sangue, non iscorgi?… Ahi tutti

Sul tuo capo ricadano i misfatti!

E di chi è mai la colpa, se nel sangue

Una sfrenata plebe si gavazza,

Sfamando il duole, l’innasprita rabbia

Di vedersi qual gregge vilipesa?

E mente, e core forse il ciel concesse

A te soltanto, e l’umile genia

D’ogni luce privò? Di questo suolo,

Di questo ciel, che onnipossenti fiamme

Nell‘anime trasfonde, non è figlio

Il derelitto vulgo? Or questo foce,

Che per immensi campi spaziando,

È fatto divo dallo studio, e l’arte;

Questo foce compresso, alfin prorompe

Rapidissimo, e tutto incende, e strugge!

O stuol patrizio, a cui fortuna arrise,

Non vedi tu quanta miseria accogli

Tra l’immense dovizie? Orsù , tracanna ,

Tracanna il nappo di tuo folle orgoglio…

Ebbro n’esulta… ma non senti a tergo

Una voce tremenda che ti grida:

« Di tua possanza è già caduto il regno? »

 

Dal Tamigi al Sebeto in ampie sale

Radunansi i fanciulli, un amoroso

Sacro ministro alla virtù li educa,

Mentre una donna con soave affetto

Libri, lavori appresta, e quanto puote

L’intelletto avvivar, rendere un giorno

Utili quelle braccia, quelle menti

A se stessi, alla patria. Ai pensier casti

I fanciulli nudriti, ed al lavoro,

Del delitto le vie fuggono adulti.

Or mentre ovunque alla virtù s’educa

L’infima plebe, su di cui pietosa

Veglia l’illustre gente, alle rapine

Alle bestemmie, al sangue, tra noi cresce,

Educasi, s’inspira! Amor, pietade,

Non sole preci, è del Signor la legge. –

Va dal tapino, ne raccogli i nati,

E in terra un serto, in cielo un seggio avrai.

(2 dicembre, 1843)

***

Romanza

Ogni fior mi sorridea ,

Ogni suono mi beava,

Quando in mente risplendea

Un angelico pensier.

 

Carolando a me d’innanti ,

S’involò l’ebbrezza arcana ,

Spine acute, laceranti

M’ingombrarono il sentier.

 

È pur questo il cielo mio,

Tutto luce , tutto amore;

Questo il caro suol natio ,

Questi i fior ch’amavo un di.. . .

 

Ma qual’ombra errante affiso 

Gli astri, il cielo, il colle, il prato,

Da quell’estasi diviso,

Tacque il mondo, e disparì!

(Febbraro , 1845)