“Mare” di Anna Maria Bonfiglio

Il mare era ai miei piedi
un passo appena
e l’anima lavata si dissolveva
verso l’orizzonte
Via dall’antro bruno di terra e sassi
dalle mura sconnesse
dall’edicola votiva
a ricordo dei caduti del mare
L’acqua azzurra come gli occhi
che mai m’hanno incontrato
mi diceva vieni riposati
in questo letto che dondola
come la culla dell’infanzia
Qui è la gioia e l’oblio
il silenzio che non grava il cuore
è il velo che ti ha avvolto
nel ventre della madre
Ti sarà nuvola sponsale
ti addolcirà la curva delle pene.

*

Anna Maria Bonfiglio (Siculiana – AG, 1942)

Fonte: Quaderni di Arenaria Vol XIV – Collana a cura di Lucio Zinna – Palermo, 2018 https://www.quadernidiarenaria.it/volumi/quadernidiarenaria-volume14.pdf

Immagine: Un quadro di Francesco Lojacono ( (Palermo, 1838 –  1915)

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Alcuni versi di Antonio Veneziano

1-

Quannu pri viva forza tutti dui,

Donna, a la vostra frunti l’occhi jsai,

Vitti dui Suli unni abbagghiatu fui,

E ccu duppia cagiuni arsi, e addumai.

Chi si Natura da un Suli, e non chiùi

Tutta si ‘nciamma, e non s’astuta mai,

In cinniri si fa, cui vidi in vui

Dui lucid’Astri d’infucati rai.

2-

Amanu alcuni, e patinu turmenti,

Ma nò turmenti simili a lu miu;

Patinu, è veru, ma a li loru stenti

Cangiannu vogghia trovanu disviu.

Sulu a mia nun riposa mai la menti,

Pirchi la prima ciamma ca m’ardiu,

M’arsi, e m’ardità sempri eternamenti,

E criscirà ccu l’anni lu disiu.

*

Antonio Veneziano (Monreale, 1543  – Palermo, 1593)

Immagine: Ore felici, di Michele Rapisardi (Catania, 1822 – Firenze, 1886)

(Trad: Quando a viva forza tutti e due, Donna, alla vostra fronte alzai gli occhi, vidi due Soli da cui fui abbagliato, e doppiamente bruciai, e mi accesi. Così come Natura da un Sole, e non di più, s’infiamma tutta, e non si spegne mai, si riduce in cenere, così vidi in voi due luminose stelle dai raggi infuocati. Alcuni amano, e patiscono tormenti, ma non tormenti simili al mio; patiscono, è vero, ma dalle loro sofferenze, cambiando oggetto del loro desiderio, trovano una distrazione. Solo a me non riposa mai la mente, perché la prima fiamma che mi ha acceso mi arse e mi arderà sempre eternamente, e crescerà con gli anni il desiderio.)

“C’era la luna” di Giuseppe Nicolosi Scandurra

A 34241

Ntra lu silenziu di la notti funna
sulu pri la campagna caminava;
c’era la luna ccu la facci tunna;
chi li munti e li chiani inargintava.

Non si muvia di l’arvuli na frunna,
ogni filiddu d’erva ripusava,
di lu mari durmia placida l’unna
e l’aura di la notti triunfava.

Ntra lu funnu vadduni, alluntanatu,
sintia lu cantu di lu rusignolu
ca duci si spargìa di pratu in pratu.

Lu passanti cantava pri la via
ccu la cadenza a l’usu campagnolu,
e la luna la scena si vidìa.

*

Giuseppe Nicolosi Scandurra (Catania 1877-1966)

Immagine: “Chiaro di luna”, dipinto di Giuseppe Gandolfo (Catania, 1792 – 1855) dal sito http://www.gandolfosfamilyarts.com

(Traduzione: Dentro il silenzio della notte fonda/ solo per la campagna camminavo;/ c’era la luna con la faccia tonda;/ che i monti e i piani inargentava./Non si muoveva degli alberi una fronda,/ogni filino d’erba riposava,/del mare dormiva placida l’onda/ e l’aria della notte trionfava./ Nel profondo vallone, da lontano,/sentivo il canto dell’usignolo/che dolce si spargeva di prato in prato./ Il passante cantava per la via/ con la cadenza all’uso campagnolo/ e la luna si guardava la scena.)

“Dopo il ballo” di Maria Ricci Paternò Castello

Bello sedermi fino all’alba al foco,
Sola, pensando e ripensando a lui!
Tornare in sogno nello stesso loco,
Ove beata di sua vista fui!

Strano miraggio, veggo a poco a poco
Larve formarsi negli angoli bui
E – della illusïone estremo giuoco! –
Mista la sua con le figure altrui.

Gli dico allor, resa, nell’ombre, audace:
«Non te ne accorgi che ti voglio bene?
Non te ne accorgi che non ho più pace?»

Egli sorride. Ma rinasce il giorno
E, grave il cor di sconosciute pene,
Come non fosse, in sua presenza torno.

*

Maria Ricci Paternò Castello di Carcaci (Catania, 1845 -?) da “Nuove Poesie”, Firenze, Le Monnier, 1885.

Immagine: un dipinto di Luigi di Giovanni (Palermo,1856-1938) dal sito http://www.arcutifineart.com

“Teatro” di Giuseppe Villaroel

 

La veste di tulle rosa avvolge come una nuvola
estiva il tuo corpo di giunco. E il batuffolo biondo della chioma
ha una raggiante letizia di sole autunnale e un aroma
di ginepri fioriti all’alba sotto il cielo puro di viola.

Gli occhi ti brillano all’ombra delle lunghe ciglia oscure
e la mano bianca s’abbandona sul velluto rosso del palco.
Fiammeggiano i lumi. E con morbida profondità di ricalco
si staglia nello sfondo la sagoma delle tue linee pure.

Oh, semplicemente guardarti così come gli ebri che sognano,
occultamente amarti con l’anima che non spera
e tornare soli a casa per vie deserte ogni sera
con la luce dei tuoi occhi dentro le vene che bruciano!

E poi ne la stanza aperta, in una tristezza estrema,
vinti dal grande silenzio dei neri spazii profondi
che vibrano dell’infinito addio luminoso dei mondi,
cascare pallidi e stanchi sul letto, col cuore che trema.

E morire di desiderio così lentamente avvolti
in un torpore dolcissimo di sogni vago e lontano
e credere di sentire nella mano la carezza della tua mano
e sull’arida bocca il profumo dei tuoi capelli disciolti.

*

Giuseppe Villaroel (Catania, 26 ottobre 1889 – Roma, 10 luglio 1965) – poesia tratta dalla raccolta “La tavolozza e l’oboe”, ed. Taddei, Ferrara, 1918.

Immagine: un quadro di Francesco Longo Mancini (Catania,1880 – Roma,1954) dal sito http://www.antoniorandazzo.it/galleriaromasiracusa/www.galleriaroma.it

Donatella Pezzino

La “Serenata araba” del Frontini

La “Serenata araba”, opera del compositore e direttore d’orchestra catanese Francesco Paolo Frontini (1860-1939), fu composta negli ultimi anni dell’Ottocento su un testo poetico di Calcedonio Reina (Catania, 1842-1911). Divenne in breve tempo molto popolare, anche come pezzo da eseguire per pianoforte. “Essa” scrisse Domenico Danzuso nel 1953 “rappresenta un gioiello di impareggiabile valore e dimostra la genialità di un artista il quale, pur non conoscendo l’Oriente, ne seppe rendere appieno lo spirito, scrivendo la più bella musica araba.”

Donatella Pezzino

Su Francesco Paolo Frontini:

 

 

 

Da “Il cieco” di Giuseppe De Spuches

 

Ma non sempre trai palmiti e le rose
e l’azzurro de’ cieli e l’aurea luce
letiziar nelle serene cose
può l’intelletto, cui Natura è duce:
ma bello è il turbinar delle nevose
nubi, e l’urlo de’ venti e l’aer truce,
e l’ocean che mugghia, e fiammeggianti
pel buio immenso i fulmini sonanti.
*
Giuseppe De Spuches (Palermo, 1819 – 1884)

Immagine: Renato Guttuso ( Bagheria PA 1911- Roma, 1987), Mareggiata

Fonte: Poesie di Illustri Contemporanei scelte e ordinate da Ferdinando Bosio, Milano, 1865. https://www.yumpu.com/it/document/view/14946143/poesie-di-illustri-italiani-contemporanei-scelte-e-ordinate/159