“Finire” di Giuseppe Villaroel

 

Anche tu sei passata e lontana, o creatura sognata,
tutta dolcezza e silenzio dagli occhi di selenite.
Anche tu sei passata e lontana! E le rose sono sfiorite
e muoiono giorno per giorno nella villa abbandonata.

Agonia lenta e sottile delle cose che furono nostre,
di tutta la gioia di un’ora che parve eterna e infinita!
Amore profondo in un bacio e pura bellezza di vita
trascorsi per sempre e perduti oltre ogni sogno, oltre…

E dentro il cuore non resta che un’amarezza di rimpianto
come il profumo disseccato di corone funerarie;
rimpianto d’affetti e d’anima sotto le stelle solitarie
che vegliano bianche ne la notte tutte tremule di pianto.
*

Giuseppe Villaroel (Catania, 1889 – Roma, 1965), fu docente, poeta, scrittore, giornalista e critico letterario. Entrato nel giornalismo nel 1915, fondò e diresse il Giornale dell’Isola letterario a Catania; fu critico letterario del Secolo Sera a Milano dal 1925 al 1935, e del Popolo d’Italia dal 1935 al 1943. Curò diverse antologie e si occupò dell’aggiornamento del Nuovissimo Vocabolario della Lingua Italiana di Niccolò Tommaseo. Collaborò con il Giornale d’Italia, il Resto del Carlino, La Nazione, il Mattino e la Fiera Letteraria; pubblicò dieci volumi di poesie, due romanzi, due volumi di novelle, tre volumi di critica e studi letterari. La sua opera poetica, inizialmente molto vicina al Decadentismo, fu influenzata successivamente dal Crepuscolarismo e dalla Scapigliatura, conservando tuttavia una sua impronta autonoma e distintiva.

Donatella Pezzino

Fonti:

  • Wikipedia
  • Giuseppe Villaroel, La tavolozza e l’oboe, Ferrara, A.Taddei Editore, 1920.

Immagine: “L’attesa”, di Antonino Leto (Monreale, 1844 – Capri, 1913) da: Pinterest

Annunci

da “Alba e Tramonto” di Riccardo Mitchell

Tu Musa alcuna non avrai che questa:

e quando il Sol dechina, e il giorno muore,

dirai che in mezzo alle sventure resta

almeno il core.

Grande tu l’ama; e per la secca fronda

una parola ancor serba, un saluto;

chè agli occhi del Cantor luce feconda

ha il fior caduto.

 

Riccardo Mitchell  (Messina, 1815 – 1888)

Letterato e patriota, di padre irlandese, fu insigne intellettuale e professore di estetica e letteratura e poi, dal 1865 al 1876, rettore dell’Università di Messina. Prese parte attiva ai moti del 1848; dopo l’Unità Italiana gli fu conferita la Medaglia Commemorativa dell’Unità d’Italia. Membro dell’Accademia Peloritana dei Pericolanti, fu una delle voci più interessanti del Romanticismo siciliano. Tra le sue opere maggiori, oltre a diverse traduzioni di Esiodo ed altri autori greci, si annoverano le sillogi poetiche “Ore poetiche” (1842) e “Canto e luce” (1872).

*

Donatella Pezzino (Fonte: Wikipedia)

La poesia è tratta dall’antologia “Poeti siciliani del secolo XIX” a cura di Francesco Guardione, Palermo-Torino, Ed. Carlo Clausen, 1892.

Immagine: Autunno, di Michele Catti  (Palermo, 1855 – 1914),olio su tela, 1905-1910, Collezione Galleria d’Arte Moderna (Palermo). Foto di BellEpoque – Opera propria, CC BY-SA 4.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=61298145

“Orto un tempo nido dell’incontro” di Ibn Hamdis

Orto un tempo nido dell’incontro
orto chiuso dal fuoco dell’assenza
chi mi renderà il tuo odor di basilico
immortale dono del paradiso?
Quanta saliva dal sapor di miele
stillava dalla fresca grandine!
Servo d’amore
che tanta piaga affligge
e sempre in piedi mi costringe
a voi chiedo pietà, sì lontana
pur se amor lancia il dardo
è la mira dal tiro…
Chi mi salverà dall’accidia del deserto?
Chi verso il disco del sole mi aiuterà a volare?

*

Ibn Hamdis (Noto, 1056 – Maiorca, 1133)

Fonte: Poeti arabi di Sicilia a cura di F.M. Corrao, Mesogea, 2004.

Immagine: un quadro di Michele Catti (Palermo, 1855 – Palermo, 1914) dal sito http://www.alessandrobiffanti.com

Due poesie di al-Ballanūbī

O mio amante amato, l’anima mia rifiuta

questo tuo continuo andare e venire.

 

E se hai cominciato a non contare il mio desiderio

rispetta però l’amore che ci fu tra noi.

 

Per te non dormo e ho le palpebre gonfie

ma altre palpebre godano del sonno.

 

(traduzione di Jolanda Insana)

*

Quando vidi l’amore contagiato

dalla passione, allora ti nascosi

quanto dolore viene dall’amore.

 

Ti avevo custodito dentro la mia pupilla,

ma quando l’occhio pianse volli metterti

vicino a Dio, nel cuore del mio cuore.

 

Se solo mi dicessi di non bere,

io non andrei alla fonte, non desidererei

l’acqua dolce, freschissima.

 

Ma tu perchè mi sfuggi, mi resisti,

ti unisci a me, con tutto il desiderio

soltanto nelle righe delle lettere?

(traduzione di Valerio Magrelli)

*

Abū l-Ḥasan ʿAlī ibn ʿAbd al-Raḥmān al-Kātib al-Ṣiqillī, meglio conosciuto con la “nisba” (secondo l’onomastica araba, l’appellativo che indica il luogo di appartenenza) di al-Ballanūbī (o al-Billanūbī, che significa “quello di “Villanuova”), fu un poeta arabo siculo, vissuto tra il XI e il XII secolo. Nato a Villanuova, nei pressi di Bivona (AG), al-Ballanūbī abbandonò la Sicilia in seguito all’invasione normanna. Si trasferì in al-Andalus, in territorio iberico, dove, come Ibn Hamdis, altro poeta esule dalla Sicilia, si pose sotto l’ala protettrice del regnante abbadide Muhammad al-Muʿtamid, poeta,  mecenate e promotore di un prestigioso cenacolo di intellettuali. Successivamente, al-Ballanūbī si trasferì al Cairo, in Egitto, dove morì in età molto avanzata.         

Donatella Pezzino

Immagine: la “Moschea Blu” di Palermo da http://www.famedisud.it. (Vedi anche http://www.italianways.com/la-stanza-blu-di-palermo-esoterica-bellezza/)

Fonti:

– Wikipedia

– Francesca Maria Corrao (a cura di), Poeti arabi di Sicilia, Mesogea, 2004.

 

 

N

“Mare” di Anna Maria Bonfiglio

Il mare era ai miei piedi
un passo appena
e l’anima lavata si dissolveva
verso l’orizzonte
Via dall’antro bruno di terra e sassi
dalle mura sconnesse
dall’edicola votiva
a ricordo dei caduti del mare
L’acqua azzurra come gli occhi
che mai m’hanno incontrato
mi diceva vieni riposati
in questo letto che dondola
come la culla dell’infanzia
Qui è la gioia e l’oblio
il silenzio che non grava il cuore
è il velo che ti ha avvolto
nel ventre della madre
Ti sarà nuvola sponsale
ti addolcirà la curva delle pene.

*

Anna Maria Bonfiglio (Siculiana – AG, 1942)

Fonte: Quaderni di Arenaria Vol XIV – Collana a cura di Lucio Zinna – Palermo, 2018 https://www.quadernidiarenaria.it/volumi/quadernidiarenaria-volume14.pdf

Immagine: Un quadro di Francesco Lojacono ( (Palermo, 1838 –  1915)

Alcuni versi di Antonio Veneziano

1-

Quannu pri viva forza tutti dui,

Donna, a la vostra frunti l’occhi jsai,

Vitti dui Suli unni abbagghiatu fui,

E ccu duppia cagiuni arsi, e addumai.

Chi si Natura da un Suli, e non chiùi

Tutta si ‘nciamma, e non s’astuta mai,

In cinniri si fa, cui vidi in vui

Dui lucid’Astri d’infucati rai.

2-

Amanu alcuni, e patinu turmenti,

Ma nò turmenti simili a lu miu;

Patinu, è veru, ma a li loru stenti

Cangiannu vogghia trovanu disviu.

Sulu a mia nun riposa mai la menti,

Pirchi la prima ciamma ca m’ardiu,

M’arsi, e m’ardità sempri eternamenti,

E criscirà ccu l’anni lu disiu.

*

Antonio Veneziano (Monreale, 1543  – Palermo, 1593)

Immagine: Ore felici, di Michele Rapisardi (Catania, 1822 – Firenze, 1886)

(Trad: Quando a viva forza tutti e due, Donna, alla vostra fronte alzai gli occhi, vidi due Soli da cui fui abbagliato, e doppiamente bruciai, e mi accesi. Così come Natura da un Sole, e non di più, s’infiamma tutta, e non si spegne mai, si riduce in cenere, così vidi in voi due luminose stelle dai raggi infuocati. Alcuni amano, e patiscono tormenti, ma non tormenti simili al mio; patiscono, è vero, ma dalle loro sofferenze, cambiando oggetto del loro desiderio, trovano una distrazione. Solo a me non riposa mai la mente, perché la prima fiamma che mi ha acceso mi arse e mi arderà sempre eternamente, e crescerà con gli anni il desiderio.)

“C’era la luna” di Giuseppe Nicolosi Scandurra

A 34241

Ntra lu silenziu di la notti funna
sulu pri la campagna caminava;
c’era la luna ccu la facci tunna;
chi li munti e li chiani inargintava.

Non si muvia di l’arvuli na frunna,
ogni filiddu d’erva ripusava,
di lu mari durmia placida l’unna
e l’aura di la notti triunfava.

Ntra lu funnu vadduni, alluntanatu,
sintia lu cantu di lu rusignolu
ca duci si spargìa di pratu in pratu.

Lu passanti cantava pri la via
ccu la cadenza a l’usu campagnolu,
e la luna la scena si vidìa.

*

Giuseppe Nicolosi Scandurra (Catania 1877-1966)

Immagine: “Chiaro di luna”, dipinto di Giuseppe Gandolfo (Catania, 1792 – 1855) dal sito http://www.gandolfosfamilyarts.com

(Traduzione: Dentro il silenzio della notte fonda/ solo per la campagna camminavo;/ c’era la luna con la faccia tonda;/ che i monti e i piani inargentava./Non si muoveva degli alberi una fronda,/ogni filino d’erba riposava,/del mare dormiva placida l’onda/ e l’aria della notte trionfava./ Nel profondo vallone, da lontano,/sentivo il canto dell’usignolo/che dolce si spargeva di prato in prato./ Il passante cantava per la via/ con la cadenza all’uso campagnolo/ e la luna si guardava la scena.)