Il Castello Ursino

A Catania, il Castello Ursino non rappresenta soltanto l’attrazione principale della suggestiva piazza Federico II di Svevia; è infatti uno dei rari edifici di epoca medievale sopravvissuti al terremoto del 1693.

Inizialmente costruito sul mare, il Castello Ursino fu poi circondato dalle lave del 1669, che ne riempirono il fossato e spostarono in avanti il tratto di costa. Secondo lo storico Santi Correnti, il suo nome deriverebbe dall’appellativo “Castrum Sinus”, ovvero “Castello del Golfo”.

La sua costruzione è collocabile fra il 1239 e il 1250; molto probabilmente, rientrava in un più complesso sistema costiero di fortificazioni che includeva anche altri castelli della Sicilia orientale. In più, il suo aspetto maestoso voleva fungere da monito verso la città etnea, spesso riottosa e ribelle nei confronti dell’autorità imperiale. Non a caso, la scultura sulla facciata raffigura proprio l’aquila sveva nell’atto di soggiogare una lepre.

Opera dell’architetto Riccardo da Lentini, l’impianto sorge su resti di edifici più antichi risalenti al primo nucleo della polis greca di Katane. A pianta quadrata, misura 50 metri per lato ed è munito di quattro torrioni circolari agli angoli alti circa 30 metri e con diametro di 10 metri. Originariamente, ogni lato aveva anche una torre mediana del diametro di 7 metri (oggi ne restano solo due). I muri, spessi 2 metri e mezzo, sono realizzati in pietrame lavico, con il sistema dell’opus incertum già largamente diffuso in epoca romana. Alla base del castello, gli scavi più recenti hanno portato alla luce delle particolari scarpate che conferivano alla struttura un effetto ancor più imponente.

All’interno, ognuna delle grandi sale è divisa da tre campate coperte da volte a crociera; queste volte si dipartono da semicolonne dai capitelli decorati con motivo di foglie. Nelle torri minori di nord e sud erano collocate delle scale a chiocciola che collegavano il piano superiore a quello inferiore. I restauri degli anni Trenta del Novecento hanno rivenuto tracce di impianti idrici e igienici estremamente curati, sia sotto il profilo ingegneristico che dal punto di vista architettonico.

Nel corso dei secoli, il Castello Ursino ha subito diversi rimaneggiamenti per adattarsi al gusto corrente e alla destinazione d’uso. In età rinascimentale, ad esempio, sono state aggiunte la scala gotica del cortile interno e alcune finestre, come quella, bellissima, sormontata dal pentalfa nero in pietra lavica. Anche le merlature, di solito assenti nei castelli federiciani, sono un’aggiunta di epoca posteriore.

A un secolo dalla sua costruzione, il Castello si trovò inglobato all’interno di un quartiere e letteralmente soffocato dalle abitazioni. Nei primi anni del Quattrocento, Re Martino sgomberò tutto lo spazio circostante e lo trasformò in una piazza d’armi. Dopo essere stato teatro di diversi avvenimenti decisivi per la guerra del Vespro (in una delle sale, ad esempio, nel 1347 fu firmata la Pace di Catania tra l’infante d’Aragona Giovanni e la regina Giovanna D’Angiò), il Castello Ursino fu per molto tempo residenza di sovrani e vicerè, combinando la funzione di palatium a quella di castrum.

Federico III d’Aragona, poi re di Sicilia, ne fece dimora reale a partire dal 1296: da allora, il Castello fu abitato da tutti i suoi discendenti. Questo ruolo “residenziale” divenne preponderante nel XVI secolo quando, con l’avvento della polvere da sparo, il maniero venne sempre meno utilizzato a scopi difensivi. Fu quindi residenza del vicerè, mentre alcuni dei suoi locali furono adibiti a prigione; funzione, questa, che si protrasse fino al periodo borbonico. Danneggiato dal terremoto del 1693, il Castello Ursino fu poi ristrutturato nel corso del Settecento, diventando a tutti gli effetti un fortino militare con annesso carcere (Forte Ferdinandeo).

I graffiti dei carcerati, a tal proposito, sono ancora ben evidenti sui muri del cortile interno e sugli stipiti delle porte del piano terra. I più antichi risalgono ai primi anni del Cinquecento; i più scarni si limitano ad un disegno, ad un nome, ad una data o alla frase Vinni carceratu, ma altri sono iscrizioni più complesse, nelle quali il prigioniero protesta la propria innocenza o lamenta la durezza della propria reclusione.

In questa fase finale del suo ruolo di maniero, il Castello fu dotato di sovrastrutture che ne occultarono quasi del tutto l’impianto originario, e dalle quali venne liberato grazie al restauri degli anni 1932-34.

Dal 1934, il Castello Ursino accoglie, in qualità di Museo Civico, i reperti provenienti prevalentemente dalle collezioni del Principe di Biscari e dei monaci benedettini di San Nicola la Rena. Le sue sale, inoltre, ospiteranno fino al 3 novembre del 2019 il celebre “Kouros ritrovato”, mostra che espone, finalmente assemblati, il torso del Kouros di Lentini e la Testa Biscari appartenenti ad un’ unica statua tardo arcaica greca.

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Donatella Pezzino

Fonti:

  • Wikipedia
  • Stefano Bottari, Monumenti svevi di Sicilia, Brancato, rist. 1996
  • Federico De Roberto, Catania, Pellicano Libri, 1985
  • Santi Correnti, Guida insolita ai misteri, ai segreti, alle leggende e alle curiosità della Sicilia, Newton Compton, 2015.

Immagini:

Foto 1 – Jan Diaz Flickr

Foto 2 – Il Castello prima del 1669 nella ricostruzione pittorica di Renzo di Salvatore (da http://www.ilviaggioinsicilia.it)

Foto 3 – Sasa Stranic Flickr

Foto 4 – Emanuele D’Urso Flickr

Foto 5 – Dada Gregory Flickr

Foto 6 – http://www.typicalsicily.it

Foto 7 – Antonino C. Flickr

Foto 8 – http://www.love-sicily.com

Foto 9 – Sergio Tumminello Flickr

Foto 10 – Augusto Bizzi da Heritage Sicily

Foto 11 – da http://www.bbteatrobellini.it

 

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Il Teatro Massimo Bellini

Con la sua struttura raccolta e riccamente adorna, il Teatro Massimo Vincenzo Bellini impreziosisce l’omonima piazza nel cuore del centro storico di Catania. A differenza di altri teatri, questo edificio non affascina per le sue dimensioni, ma per la singolarità delle sue linee sinuose e la bellezza dei suoi decori.

Fino alla seconda metà dell’Ottocento, Catania mancò di un vero e proprio teatro dell’Opera. Per secoli, le opere liriche furono rappresentate in teatri privati, per lo più appartenenti a nobili e mecenati; a partire dal 1821, a questa funzione fu adibito il Teatro Comunale Provvisorio, meglio noto come “Teatro Coppola”, ricavato da un magazzino nel quartiere Civita.

Nel 1870, finalmente, la città decise di commissionare all’architetto udinese Andrea Scala la costruzione di un Politeama, scegliendo come sito Piazza Nuovaluce (oggi Piazza Vincenzo Bellini). Per alcuni anni, grazie al sostegno finanziario della Società Anonima del Politeama, Scala potè portare avanti il progetto iniziale, avvalendosi della collaborazione del collega milanese Carlo Sada, futuro esponente dell’eclettismo liberty e autore di tante costruzioni di spicco dell’edilizia catanese fin de siécle (la Torre Alessi, Villa Morosoli, Palazzo Pancari Ferreri).

Nel 1880, la Società andò in liquidazione; le subentrò il Comune di Catania che, imponendo al progetto alcune sostanziali variazioni, trasformò la struttura in un teatro lirico. I lavori furono completati nell’arco di sette anni ma, per motivi di carattere economico, l’apertura al pubblico non fu immediata. L’inaugurazione avvenne il 31 maggio del 1890 con la “Norma” di Vincenzo Bellini.

La facciata è in stile neobarocco, sul modello della Biblioteca Nazionale Marciana di Venezia; la sala interna, della capienza di 1.200 posti, è a ferro di cavallo con quattro ordini di palchi e un loggione. Fin dalla sua costruzione, l’edificio è stato dotato anche di un Caffè per intrattenere gli spettatori durante le pause.

Sul soffitto, uno splendido affresco di Ernesto Bellandi raffigura Vincenzo Bellini in trionfo tra le muse e i personaggi di alcune delle sue opere più celebri (Norma, Il Pirata, La Sonnanbula, I Puritani).

Oltre che per l’affresco del soffitto, l’interno risplende per l’eleganza degli stucchi, dei marmi, delle vetrate, delle colonne e delle dorature. Tutto, nella struttura, è un omaggio al Cigno, dai bassorilievi della facciata alla grande statua bronzea del foyer.  Un grandioso tributo ad uno dei compositori più famosi nel mondo e, allo stesso tempo, a colui che è stato (insieme al sindaco De Felice, il cardinale Dusmet e pochi altri) il catanese più amato dai suoi concittadini.

Apprezzatissimo da compositori e da cantanti lirici ( Maria Callas e Beniamino Gigli, solo per fare qualche esempio) il Teatro Massimo Bellini è ancora oggi considerato uno dei teatri con l’acustica migliore al mondo.

 

Ente autonomo regionale dal 1986, il Teatro rappresenta ancora oggi uno dei centri nodali della vita artistica catanese. Dotato di una sua orchestra e di un suo coro, entrambi con un considerevole numero di elementi, ha visto avvicendarsi sulle sue scene autorevoli nomi del panorama musicale contemporaneo, del calibro di Lorin Maazel, Giuseppe Sinopoli, Riccardo Muti, Montserrat Caballè, Maria Callas, Luciano Pavarotti e Mirella Freni.

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Donatella Pezzino

Fonti:

Immagini:

Foto 1 – Marcello Falco da Flickr

Foto 2 –  Gabriel Gandolfo da Flickr

Foto 3 – http://www.bandw.it

Foto 4 – http://www.teatromassimobellini.it

Foto 5 – da Wikipedia Di Francesco Lombardi – Opera propria, CC BY-SA 4.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=72963000

Foto 6 – QR catania da Flickr

Foto  7 – Grazia Zuccaro da Flickr

Foto 8 – Andrea Tornabene Flickr

Foto 9 – RH Kamen da Flickr

 

La Cuba di Santa Domenica

La Cuba di Santa Domenica sorge nel territorio di Castiglione di Sicilia, in prossimità del fiume Alcantara. Ricca di fascino e di mistero, questa antica cappella rustica combina in sé diversi stili architettonici, dal bizantino all’arabo.

La Cuba è stata ritenuta per tutto il Novecento una costruzione di età bizantina, databile fra il VII e il IX secolo; successivamente, studi approfonditi hanno portato a stabilirne una datazione più tarda. Oggi, infatti, gli studiosi sono concordi nel collocarla in un periodo compreso fra il X e l’XI secolo.

Nonostante sia di epoca normanna, l’impianto presenta moltissimi aspetti dell’architettura e dell’arte bizantina, ai quali sono mescolati elementi di ispirazione islamica.

Allo stato attuale delle ricerche, non se ne conosce ancora con certezza l’originaria destinazione d’uso. Il suo contesto è fra gli aspetti che destano le maggiori perplessità: ci si chiede infatti quale possa essere stata la motivazione che ha portato a costruire un edificio tanto particolare in un luogo così isolato e ameno. Oggi come allora, infatti, la Cuba campeggia solitaria in mezzo al paesaggio agreste.

L’interno riproduce in piccolo una basilica a tre navate, divise da pilastri quadrangolari; oltre che in questa tipologia di impianto, l’aderenza allo stile delle chiese paleocristiane è evidente dalla tipica T formata dal transetto e dal cappellone absidale.

Molto vari i materiali impiegati per la costruzione: roccia calcarea, pietra lavica, malta. Originariamente, i pavimenti e il tetto erano in cotto. Le pareti, come testimoniano alcune tracce ancora presenti, erano decorate con affreschi di fattura bizantina.

Il termine “Cuba” (cubbula, in siciliano) ha un’etimologia controversa: potrebbe derivare dall’ arabo “qubba” (cupola) o dal latino “cupa” (botte); oppure, più semplicemente, potrebbe riferirsi alla forma cubica dell’edificio.

 

La facciata, a due ordini, è rivolta a oriente e presenta l’aspetto tipico delle chiese basiliane; secondo alcuni rilievi, sarebbe stata originariamente preceduta da un portico per penitenti e catecumeni, di cui oggi restano solo i contrafforti.

L’arco, di forma rotonda, ricorre in tutta la struttura, dal portale alle volte a crociera, caratterizzando anche le finestre e la grande trifora.

A dispetto della sua datazione, la Cuba di Santa Domenica presenta quindi una pluralità di aspetti che ne attestano la forte dipendenza dalla cultura bizantina. In più, il rinvenimento di due scheletri di età bizantina durante i restauri degli anni Novanta ha fatto ipotizzare l’esistenza di un attiguo cimitero preesistente alla costruzione. Non è quindi da escludersi che l’edificio possa essere in qualche modo associato alla presenza di una piccola comunità rurale di cultura greca. In ogni caso, attesterebbe l’esistenza in loco di forme culturali e cultuali di provenienza bizantina, ancora ben radicate in epoca normanna.

Il primo Medioevo ha visto fiorire in Sicilia un certo numero di monasteri basiliani, concentrati soprattutto nella parte orientale dell’isola.  L’avvento dei normanni rese la sopravvivenza di queste comunità particolarmente difficile, data la propensione dei nuovi regnanti a favorire il monachesimo benedettino. Le piccole dimensioni della Cuba rendono plausibile l’ipotesi che il luogo di culto possa essere appartenuto ad un cenobio ortodosso il cui organico si fosse ormai notevolmente ridotto.

Attualmente visitabile, la Cuba di Santa Domenica è stata dichiarata monumento nazionale nel 1909 grazie alla campagna di studio e rivalutazione condotta dell’archeologo siracusano Sebastiano Agati.

Donatella Pezzino

Fonti:

Immagini

La prima foto è di Luigi Strano, da Flickr

tutte le altre sono tratte dal sito http://www.romanic.eu

L’antico tempio di S.Antonio Abate a Mascalucia

Guardandolo vengono in mente le chiesette medievali della Scozia o dell’Irlanda. Invece il tempio di Sant’Antonio Abate è siciliano, anzi sicilianissimo: sorge alle pendici dell’Etna, ed è attualmente inglobato all’interno del cimitero di Mascalucia.

La struttura, in pietra lavica e in stile gotico-normanno, è fra le più antiche del territorio etneo:  risale infatti al VI secolo. Una vera rarità, se si pensa a quante costruzioni antecedenti al 1693 siano state  qui completamente distrutte da terremoti ed eruzioni.

E’ possibile che la chiesetta, originariamente, facesse parte del monastero di San Vito citato da San Gregorio Magno ma di cui oggi non rimane traccia; ciò che si sa di certo è che per secoli ha rappresentato il punto di riferimento non solo per i cristiani del luogo, ma anche per quelli dei villaggi vicini che non avevano un edificio di culto proprio. 

Nel corso della sua storia, l’impianto ha subìto molti rimaneggiamenti. E’ stato cambiato l’orientamento: la facciata, originariamente rivolta a est, oggi guarda a sud, cioè verso il mare. La scalinata e il portico per i penitenti posti davanti all’ingresso principale, ancora esistenti agli inizi del XIX secolo, sono stati rimossi, come pure alcuni altari e alcune finestre. Tra gli elementi originari che sono stati mantenuti, invece, ci sono la porticina laterale – presumibilmente, l’ingresso per le donne – e il binario in pietra lavica che divide in due l’interno della chiesa e che, prima dell’avvento dei normanni, serviva a separare l’uditorio maschile da quello femminile.

Prima che a S.Antonio Abate, la chiesetta era dedicata a San Nicola di Bari: forse, l’altare di San Nicola occupava una cappelletta, oggi ancora visibile esternamente, che è stata murata dietro l’altare maggiore.

Durante le Crociate, la Sicilia ha rappresentato uno dei principali punti di imbarco verso la Terrasanta. Ciò ha portato nell’isola diversi Ordini monastico-militari, alcuni dei quali si sono avvicendati nel possesso del piccolo tempio: si ha notizia, a tal proposito, dei Teutonici e dei Cavalieri di Malta, ma molti rinvenimenti farebbero pensare anche ad una presenza templare.

Nei dintorni, infatti, sono state ritrovate monete dell’Ordine; inoltre, già nel XII secolo, esistevano in Sicilia molte case templari, ed è ipotizzabile che il tempio di S.Antonio Abate si sia trovato per un certo periodo proprio all’interno di una di esse. Lo confermerebbe la presenza, nella struttura, di diversi elementi caratteristici dell’edilizia sacra templare, come l’utilizzo ridondante dell’arco a sesto acuto, il rosone sulla parte alta del prospetto e lo stile del portale d’ingresso.

In un altare secondario, oggi è possibile notare un basamento contrassegnato con la croce dei cavalieri di Malta: nella parte superiore, questo misterioso arredo reca una lastra chiusa ermeticamente da un sigillo in metallo. Potrebbe trattarsi di un reliquiario, ma non è escluso che possa custodire reperti di altro genere.

Come già accaduto a tante chiese della cristianità, il tempio di S.Antonio Abate è stato progressivamente circondato da sepolture, fino a divenire parte integrante del cimitero locale. Alcune tombe si trovano al suo interno, murate nelle pareti e nel pavimento; altre sono nella cripta sotterranea, indicata da alcune fonti addirittura come l’ingresso di un passaggio segreto oggi inaccessibile.

Il passaggio avrebbe messo in comunicazione la chiesetta con il convento di Sant’Antuneddu, sito nella vicina Gravina di Catania. I monaci di Sant’Antuneddu erano abili intagliatori di legno: molti edifici religiosi dell’area etnea si sono avvalsi della loro arte. Alcune opere realizzate da questa comunità stupiscono per la singolarità dei motivi che le ornano: un simbolismo che potrebbe attestare l’aderenza a culti misterici o ad attività di stampo massonico.

Le storie locali, effettivamente, fanno spesso riferimento all’esistenza di logge massoniche e società segrete: è possibile che queste associazioni abbiano utilizzato ambienti sotterranei per le loro riunioni e le loro attività, e il cunicolo sottostante la chiesetta potrebbe essere stato uno di questi luoghi. Pertanto, alcune delle confraternite del paese non avrebbero scelto solo per ragioni estetiche gli strani simboli che ancora oggi si possono ammirare sulle loro cappelle funerarie.

Nella parte esterna della costruzione, i restauri più recenti hanno conservato il primitivo contrasto fra l’elemento indigeno (la pietra nera, in particolare) e l’atmosfera nordica; hanno però modificato in modo significativo l’interno, sostituendo alla pietra lavica ” a vista” la parete intonacata e rinnovando completamente alcuni elementi, come il binario divisorio e la piccola vetrata del rosone. Il soffitto, invece, è stato restituito al suo antico aspetto “rustico” con le travi di legno.

Donatella Pezzino

Tutte le foto sono dell’autrice, ad eccezione della prima ( opera di Giulio Pappa da Wikipedia)

Fonti:

  • Donatella Pezzino, I Templari alle pendici dell’Etna? su “Agorà” n.46 (Ottobre-Dicembre 2013) Catania, Editoriale Agorà, 2013, pp.50-53.
  • Antonino Somma, Sul Tempio gotico esistente in Mascalucia, denominato S.Antonio Abate, in Giornale di Scienze, Lettere e Arti, n.75, Palermo, 1841, pp.194-204.
  • Alfio Zappalà, Mascalucia, Storia di un secolo… attraverso l’occhio di una reflex, usanze e tradizioni del passato, Mascalucia, 2002.
  • Karen Ralls, I Templari e il Graal, Roma, Edizioni Mediterranee, 2004.

Il Villino Florio all’Olivuzza

Quando si parla di stile Liberty, non si può non pensare al Villino Florio. Ancora oggi, questo piccolo gioiello dell’Art Nouveau fa bella mostra di sé al n. 38 di Viale Regina Margherita a Palermo, nel quartiere dell’”Olivuzza” vicino alla Zisa,   dove crea una parentesi incantevole e fuori dal tempo a stretto contatto con la modernità. Circondato da un suggestivo giardino, l’edificio è un vero e proprio respiro di arte e di bellezza, capace di rendere più tollerabile l’aspetto – ben poco artistico – dei palazzoni che lo circondano.

Costruito tra il 1899 e il 1902, fu commissionato dai coniugi Florio all’insigne architetto Ernesto Basile, uno dei massimi esponenti del modernismo italiano e del Liberty, nonchè autore di edifici ed interni celebri (l’ala nuova di Montecitorio e il palazzo Bruno di Belmonte di Ispica, solo per fare qualche esempio). Desiderosi di regalare una dependance al giovane figlio Vincenzo, i facoltosi imprenditori palermitani, com’era loro costume, non badarono a spese, lasciando piena libertà al genio creativo di Basile.

Ispirandosi all’indole del futuro proprietario, uomo raffinato, cosmopolita e amante dei viaggi, l’architetto fuse con sapiente armonia una pluralità di stili, dal romanico al barocco, dal gotico al rinascimentale, reinterpretando motivi nordici e mediterranei alla luce del nuovo gusto Liberty.

All’esterno, i capitelli, i bassorilievi, le torrette, le scalinate, le vetrate, il loggiato e i dettagli artistici in ferro battuto danno vita ad un insieme dalle forme sinuose che accarezzano lo sguardo: qui, l’armonia è creata dalla diversità, l’eleganza dalla capacità di essere eclettici e originali senza mai spezzare l’equilibrio delle parti.

All’interno, il legno trasmette ovunque calore e intimità, creando un’atmosfera raccolta, avvolgente e al tempo stesso estremamente ricercata. Alcuni elementi decorativi, come il soffitto ligneo scolpito della scalinata, le pareti rivestite di stoffe a motivi floreali, gli intarsi sulle porte e sul camino, realizzano un perfetto connubio fra opulenza e squisito gusto artistico.

A dispetto degli anni che passano, l’interior design del Villino colpisce per la sua sorprendente attualità: le stanze e gli ambienti di passaggio, dai rivestimenti agli elementi decorativi, potrebbero tranquillamente uscire dall’ultimo numero di una moderna rivista di arredamento.

Altrettanto all’avanguardia era l’arredamento originario. Lo aveva progettato lo stesso Basile, conosciuto in tutta Europa non solo come architetto, ma anche per i suoi originali mobili di design. Purtroppo, oggi non possiamo più ammirare quelli dell’ Olivuzza: nel 1962, sono andati irrimediabilmente perduti in un incendio che ha devastato parte della struttura, insieme ai dipinti e gli affreschi di Ettore Maria Bergler e Giuseppe Enea e ad altre pregevoli opere d’arte.

Nel periodo di maggior splendore, ovvero durante la Belle Epoque, il Villino vide tra le sue stanze ricevimenti sfarzosi ed ebbe molti ospiti illustri, sia italiani che stranieri. Nel 1911, la giovanissima moglie di Vincenzo Florio morì di colera dopo soli pochi anni di matrimonio, e senza dargli alcun erede. Da allora, iniziò per il Villino la parabola discendente: l’immobile e il relativo parco furono quasi abbandonati finchè, nel 1922, i fratelli Florio li vendettero per far fronte a gravi problemi economici. La proprietà passò al principe di Fitalia e poi alla Curia Arcivescovile; negli anni Trenta e Quaranta, gran parte del parco venne lottizzato e adibito a nuove costruzioni.

Nel 1984, l’edificio è stato acquisito dalla Regione Siciliana, che lo ha sottoposto ad una serie di restauri e ne ha fatto una delle sue sedi di rappresentanza. Oggi, il Villino Florio è aperto al pubblico: è possibile visitarlo dal martedi al sabato e ogni prima domenica del mese dalle 9 alle 13.

Donatella Pezzino

Fonti:

Immagini:

Foto 1 – Vincenzo La Spesa da Flickr

Foto 2 – da Ioamolasicilia.com

Foto 3 – Mirko Li Greci da Flickr

Foto 4 – da Ioamolasicilia.com

Foto 5 – da Ioamolasicilia.com

Foto 6 – da Italialiberty.it

Foto 7 – Figline99 da Flickr

Foto 8 – da Ioamolasicilia.com

Foto 9 – Gigi Agostino da Flickr

 

 

Segesta

Il parco archeologico di Segesta sorge sul Monte Barbaro, una suggestiva zona collinare a nord-ovest di Calatafimi, in provincia di Trapani. Il paesaggio, che alterna alture, gole e vallate, si distingue per la straordinaria bellezza della sua natura incontaminata e per gli imponenti resti dell’antica città, fra i quali spiccano il teatro greco e il grande tempio dorico.

La città fu fondata dagli Elimi, gruppo indigeno del quale Tucidide segnala l’origine troiana. Sembra infatti che questo popolo sia la risultante della fusione tra i profughi scampati alla distruzione di Troia, alcuni emigrati focesi provenienti dal Mediterraneo orientale e la locale etnia sicana. Non si conosce con esattezza la data di fondazione, ma i reperti portano ad ipotizzare che il sito fosse già abitato nel IX secolo a.C.

La storia più antica di Segesta è strettamente legata a quella della vicina Selinunte. Le due comunità, infatti, rivaleggiarono costantemente per questioni di confine e a causa delle mire espansionistiche dei selinuntini verso l’entroterra. Il conflitto entrò nella sua fase più critica nel V secolo a C.,  quando le due città, nel tentativo di sopraffarsi l’un l’altra, cercarono potenti alleati nei greci, nei siracusani e nei cartaginesi. La lunga stagione di guerre che ne scaturì portò alla sconfitta e alla distruzione di Segesta da parte del tiranno di Siracusa Agatocle, che ne cambiò il nome in Diceopoli (307 a.C.). Successivamente, la città riuscì a risollevarsi e riprese il suo vecchio nome.

Durante la prima guerra punica (264-241 a.C.), la città si alleò con Roma, alla quale la univa il mito della comune discendenza troiana. I romani proclamarono Segesta “civitas libera et immunis”, assegnandole vasti territori, che comprendevano probabilmente anche la vicina Erice. La Segesta di età romana vide un progressivo spostamento del suo abitato verso la zona costiera settentrionale dell’isola, nei pressi dell’odierna Castellammare del Golfo, dove sgorgava una sorgente termale passata alla storia con il nome, appunto, di “Thermae segestanae”. Nell’alto Medioevo, Segesta venne poi definitivamente devastata – forse ad opera dei vandali – e mai più ricostruita. In seguito, i Normanni vi eressero un castello, intorno al quale si sviluppò un borgo medievale, e di Segesta si perdettero sia il nome che la memoria. La localizzazione dell’antica città avvenne solo alla fine del XVI secolo, ad opera di Tommaso Fazello. A partire dal Settecento, il sito attrasse studiosi, viaggiatori e archeologi provenienti da tutto il mondo; in questo periodo, il tempio venne sottoposto ai primi restauri.

Le strutture di Segesta che ancora oggi possiamo ammirare attestano l’elevato livello di ellenizzazione raggiunto dagli elimi in un lasso di tempo che, data la sua brevità, ne confermerebbe l’origine troiana o comunque greca. Già nel V secolo a.C., infatti, la monetazione segestana recava leggenda greca; di stretta influenza greca, inoltre, è il santuario i cui resti sono stati rinvenuti in contrada Mango, insieme a cocci di vasellame preistorico, ellenistico e romano. Il ritrovamento di alcune iscrizioni, che riportano in caratteri greci un idioma sconosciuto, ha costituito la chiave per la ricostruzione della lingua elima.

Il teatro, databile al III-II sec. a.C., è stato costruito con un insolito orientamento verso nord, forse per consentire agli spettatori di godere dello splendido panorama. E’ di piccole dimensioni, con una cavea dal diametro di appena 63 metri; i sedili sono stati ricavati operando direttamente sulla collina. Sotto la cavea è ancora accessibile una grotta naturale, che gli architetti vollero conservare in fase di costruzione e che forse fu adibita a luogo di culto. La scena, secondo le ricostruzioni degli esperti, era riccamente ornata da colonnine, pilastri e altri elementi decorativi; l’orchestra, come nel teatro siracusano, era fornita di un passaggio sotterraneo attraverso il quale gli attori potevano sbucare in scena “dal nulla”, sorprendendo il pubblico.

I lavori di costruzione del grande tempio dorico cominciarono nell’ultimo trentennio del V secolo a.C. La struttura, presumibilmente progettata da un architetto greco, si presenta incompleta: è infatti priva della cella interna e del tetto, oltre che delle rifiniture accessorie. Non si conosce quindi la divinità alla quale il tempio sarebbe stato dedicato, così come, allo stato attuale delle ricerche, non si è riusciti a formulare teorie certe sulla natura del suo peculiare aspetto. Secondo alcuni studiosi, la sua incompletezza sarebbe “voluta”, in quanto riconducibile ad un particolare tipo di santuario elimo. Diversi elementi smentirebbero tale possibilità, accreditando invece l’ipotesi che si tratti di un tempio greco in piena regola e che la sua costruzione sia stata interrotta per motivi bellici. Il periodo di inizio dei lavori, infatti, coincide con la lunga e tormentata stagione di guerre che impegnò Segesta contro la città rivale.

Quello di Segesta è un tempio “esastilo”(ovvero con sei colonne per ognuno dei lati corti) con quattordici colonne su ogni lato lungo, per un totale di trentasei imponenti colonne dell’altezza di dieci metri. Il colonnato della peristasi, perfettamente conservato, si presenta nella sua interezza, ed è completo di trabeazione (architrave, fregio e cornice). Il tetto e la cella interna sono mancanti, le colonne non sono scanalate; sul crepidoma (la piattaforma su cui poggia la costruzione) si notano ancora le “bugne”, ovvero le protuberanze che venivano apposte per proteggere il blocco durante la messa in opera e che sarebbero state poi eliminate in fase di rifinitura.

Tali dettagli hanno avvalorato la tesi secondo cui l’edificio era destinato ad essere completato, tanto più che, interrate all’interno, sono state ritrovate tracce di un abbozzo della cella. Gli scavi hanno portato alla luce anche resti di costruzioni precedenti: ciò ha fatto pensare che il tempio si ponesse in soluzione di continuità con un luogo di culto ancora più antico.

Donatella Pezzino

Fonti:

  • Wikipedia
  • Vincenzo Tusa, Segesta, Palermo, Sellerio, 1991
  • Margaret Guido, Guida Archeologica della Sicilia, Palermo, Sellerio, 2000
  • Moses J.Finley, Storia della Sicilia antica, Roma-Bari, Laterza, 2009

Foto:

1 – Alessandro Pezzato da Flickr

2 – Ecolalia da Flickr

3 – Angel TO da Flickr

4 – Luca Pradella da Flickr

5 – Ecolalia da Flickr

6 – Alessio da Flickr

7 – Valter Manetta da Flickr

8 – Mingo Hagen da Flickr

9 – Bjs da Wikipedia

Villa D’Ayala-Excelsior, il tesoro scomparso

E’ sempre triste quando una casa viene demolita. A cadere sotto i colpi delle ruspe non sono solo pietre senz’anima: viene spontaneo pensare a quante storie, a quanti momenti e a quanti sogni stanno scomparendo per sempre in quella devastazione. Se poi la casa in questione ha un particolare valore storico-artistico o, più semplicemente, è troppo bella, la tristezza si trasforma in un vuoto incolmabile, destinato a perpetuarsi nella memoria delle generazioni future. E’ il caso di Villa d’Ayala (poi Villa Excelsior), uno dei più splendidi tesori della Catania liberty.

Il progetto fu commissionato al rinomato architetto Paolo Lanzerotti dai facoltosi conti d’Ayala, decisi a realizzare una dimora principesca in un luogo non eccessivamente lontano dal centro cittadino ma che fosse al tempo stesso tranquillo e poco trafficato. Fu scelto un sito in zona Oliveto Scammacca, oltre la piazza d’Armi, sul quadrante sud-ovest dell’incrocio tra gli attuali Viale Libertà e Corso italia.

Nella costruzione, il conte – raffinato amante dell’arte e incantato dalle nuove tendenze del Liberty e dell’Art Decò –  profuse risorse praticamente illimitate: all’opera architettonica del Lanzerotti, infatti, si affiancò quella di decoratori, stuccatori e arredatori talentuosi e alla moda chiamati appositamente dalla Francia. Il risultato corrispose pienamente alle aspettative: così il quotidiano “La Sicilia” del 13 giugno 1914 commentava l’inaugurazione della villa:

Tutto arcanamente si armonizza in questa dimora di fate: dal vestibolo , in legno noce, da dove d’intravede l’ampio scalone che conduce al piano superiore, al grandioso salone, o hall, d’una magnificenza sovrana, che riceve un’illuminazione radiosa e fantastica da una miriade di lampade elettriche la cui disposizione è da sé sola un lavoro d’arte. Questo immenso salone è tutto bianco, a stucco, dalla indovinata altissima tettoia a superbi cristalli istoriati, stile veneziano, vezzosamente adorno di mobili rossi di pura fantasia moderna. Larghe colonne sorreggono una passerelle o galleria tutt’intorno al salone: galleria adibita per l’orchestrina nei grandi balli o nei sontuosi ricevimenti mondani. E in questo hall ogni cosa è vezzosamente disposta: mobili rossi sui moire e velluto verde, adattati ovunque fra vasellami d’argento e porcellane pregevoli tra statue e ninnoli leggiadri, tra cespi fragranti, tra piante ornamentali, tra palme e palmizi che vengono fuori da immensi, meravigliosi cache-pots, tra il pianoforte di mogano rosso, anch’esso armonizzante al mobilio modernissimo.

 

Alla magnificenza degli interni traboccanti di stucchi, volute, ornamentazioni, vetrate, colonne, loggiati, marmi, bronzi, arredi preziosi e oggetti di grande valore, faceva riscontro la straordinaria bellezza di un giardino con palmizi e piante rare. La casa aveva un piano terreno e due sopraelevati: lucernari e grandi finestroni la riempivano di luce, offrendo una splendida vista sull’Etna e sul mare. Si era in piena Belle Epoque: oltre a godersi la pace suggestiva del sito, i proprietari amavano quindi, come tutte le persone del loro ceto, condurre una vita mondana e sfarzosa.

Poi, un giorno, improvvisamente, la tragedia: la figlia minore dei conti, una bimba di appena quattro anni, sfugge alla sorveglianza della governante e si arrampica fino ad un lucernario. Il vetro cede e la piccola precipita nel salone sottostante, morendo nell’impatto. I genitori, sopraffatti dal dolore, trovano in fretta un compratore e abbandonano per sempre il luogo meraviglioso che aveva distrutto le loro vite.

Villa d’Ayala divenne così proprietà del barone Fisauli che la rivendette successivamente ai fratelli Pappalardo, esponenti della nuova borghesia catanese. I Pappalardo trasformarono l’edificio in un lussuoso caffè-ristorante-dancing. Negli anni Trenta, il piano terra del fabbricato fu ceduto al RACI (Reale Automobil Club d’Italia). Negli anni del secondo conflitto mondiale, la villa fu requisita dai tedeschi e dagli inglesi e subì, come è facilmente immaginabile, razzie e danneggiamenti di ogni tipo. Tornatone in possesso dopo la guerra, il dott. Alberto Pappalardo fece tutto il possibile per riparare i danni, attrezzando i saloni per feste e ricevimenti e cambiandole il nome in Villa Excelsior.

Ma questa rinascita era destinata a non durare. Negli anni successivi, la dimora passò all’Aeroclub, al Club Calcio Catania, al Circolo Rossazzurro; infine, nel 1958, fu consegnata alle ruspe e vergognosamente demolita, mentre la modernità avanzava a grandi passi trasformando il luogo ameno di un tempo nella trafficatissima zona che è oggi. Al suo posto fu eretto il palazzone di cemento armato destinato ad ospitare l’agenzia n.1 della Banca Commerciale Italiana.

Donatella Pezzino

Foto:

1 – Villa d’Ayala e villino Simili (oggi anch’esso non più esistente) da cataniagiovani.wordpress.com

2- Villa d’Ayala, interno, 1914 (da Vecchie foto di Catania, a cura di Salvatore Nicolosi)

3- Villa d’Ayala, ritratto della contessa nel salone, 1914 (da Vecchie foto di Catania, a cura di Salvatore Nicolosi)

4 – Villa d’Ayala, interno, da Wikipedia

5 – Villa d’Ayala vista da via Alberto Mario (da Catania romantica, di Lucio Sciacca)

6 – Villa d’Ayala, prospetto, 1914 (da Vecchie foto di Catania, a cura di Salvatore Nicolosi)

Fonti:

  • Salvatore Nicolosi (a cura di), Vecchie foto di Catania. Trecento immagini riprese da vari autori fra il 1865 e il 1915, Catania, Tringale Editore, 1985, vol.1
  • Lucio Sciacca, Catania romantica, Vito Cavallotto Editore, 1979.