L’epigrafe di Iulia Florentina

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« Iuliae Florentinae infan[t]i dulcissimae atq(ue) in-

nocentissimae, fideli factae, parens conlocavit

quae pridie nonas martias ante lucem pacana

nata Zoilo corr(ectore) p(rovinciae), mense octavo decimo et vices[i]-

ma secunda die completis fidelis facta, hora no-

ctis octava ultimum spiritum agens supervixit

horis quattuor ita ut consueta repeteret, ac de-

[f]uncta Hyblae hora die[i] prima septimum kal(endas)

octobres. […] Cuius corpus pro foribus martXP(orum) cua X

loculo suo per prosbiterum huma-

tu[m] e[st], IIII non(as) oct(o)br(es). »

(IT)« A Iulia Florentina, infante dolcissima e

innocentissima, divenuta fedele, il padre pose; lei,

il giorno prima delle none di marzo prima del far

del giorno, nata pagana, mentre Zoilos era correttore

della provincia, a 18 mesi e a 22 giorni compiuti

divenuta fedele, all’ora ottava della notte rendendo

l’ultimo sospiro, sopravvisse quattro ore sì da

ripetere gli atti consueti, e morì a Ibla la prima ora

del giorno, sette giorni prima delle calende di

ottobre. […] Il suo corpo [si trova]

davanti alle porte dei martiri dove nel proprio loculo

è stato inumato per mezzo del presbitero 4 giorni

prima delle none di ottobre[1]. »

Sicilia, ultimi decenni del III secolo d.C. La piccola Iulia Florentina, nativa di Ibla ( probabilmente, l’odierna Paternò, in provincia di Catania), è stata da poco battezzata quando muore, a poco più di 18 mesi, lasciando in famiglia un vuoto doloroso, reso ancor più disperato dal ricordo della sua dolcezza e della sua innocenza. Per darle una sepoltura degna di lei, il padre la porta a Catania e la fa inumare nel cimitero del Martyrium, dedicato al culto dei martiri, nel quale riposano le spoglie dei grandi martiri catanesi Agata ed Euplio e, con loro, altri cristiani passati attraverso il “battesimo” del martirio.

Questa epigrafe funeraria, rinvenuta a Catania nel 1730 e attualmente conservata al Museo del Louvre, rappresenta un documento  fondamentale per lo studio delle prime comunità cristiane in Sicilia. Il ritrovamento è avvenuto nella zona tra le odierne Via Androne e via Dottor Consoli. Qui, sotto la pavimentazione stradale, ci sono ancora numerosi resti di tombe e di due basiliche paleocristiane: la prima è una trichora, ovvero una basilichetta triabsidata,  databile al IV secolo, mentre la seconda, molto più grande e abbellita da splendidi mosaici, risalirebbe al VI secolo. All’epoca, quest’area si trovava al di fuori del centro cittadino (localizzato fra l’attuale piazza Duomo e Piazza Dante) ed era quindi nella posizione ideale per stabilirvi una necropoli. L’iscrizione, che indica davanti alle porte dei martiri il sepolcro della piccola, fa chiaramente comprendere che proprio in questa necropoli abbiano trovato il loro primo luogo di sepoltura e di culto i santi patroni Agata ed Euplio, morti rispettivamente nel 251 e nel 304 d.C. In questo stesso cimitero, gli scavi hanno portato alla luce le tombe di altri martiri meno conosciuti: è il caso di Theodule, una ragazza vissuta ai tempi delle grandi persecuzioni e il cui epitaffio ne lascia chiaramente intendere il martirio quale causa della morte.

Ma, al di là dei suo valore storico, l’epigrafe di Iulia Florentina è preziosa perchè ci mostra un frammento di quotidianità, di usanze e di affetti familiari che, anche se appartenenti ad un mondo ormai molto diverso dal nostro, rivela come immutabili alcuni tratti della sensibilità umana: l’amore per la figlioletta, la disperazione per la sua prematura scomparsa, il bisogno di credere in una sopravvivenza dopo la morte; ma soprattutto l’attenzione, scrupolosa e amorevole, nella scelta del luogo di inumazione, quasi che sapere la propria bambina “in buone mani”, accanto agli adorati martiri, potesse in qualche modo lenire il dolore della sua perdita.

Donatella Pezzino

Immagine e testo latino/italiano da Wikipedia

Fonti:

  • Giovanni Rizza, Un martyrium paleocristiano di Catania e il sepolcro di Iulia Florentina, Catania, Centro di Studi sull’antico cristianesimo, Università di Catania, 1964.
  • Francesca Trapani, il complesso cristiano extra moenia di via Dottor Consoli a Catania in Archivio Storico per la Sicilia Orientale, Fasc.I-III, Anno XCV, Catania, Società di Storia Patria per la Sicilia Orientale, Ente Morale Istituto Universitario, 1999, pp.77-124.
  • Irma Bitto, Catania Paleocristiana: L’epitaffio di Theodule, in AA.VV., Catania Antica. Atti del convegno della S.I.S.A.C.(Catania 23-24 maggio 1992), Roma, Istituti Editoriali e Poligrafici Internazionali, 1996, pp.279-292.
  • Antonio Tempio, Agata Cristiana e martire nella Catania romana, Catania, Giuseppe Maimone Editore, 2003.
  • Carmelo Ciccia, il mito d’Ibla nella letteratura e nell’arte, Cosenza, Pellegrini Editore, 1998.
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Il Sangiorgi

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Il Sangiorgi è uno splendido teatro in stile Liberty che racchiude in sé l’atmosfera elegante e mondana della Catania di fine Ottocento. Il centro cittadino, in quel periodo, mostrava un volto fastoso e gaudente con i suoi café chantants, i suoi lussuosi ritrovi in stile parigino, le raffinate vetrine dei negozi e la spettacolare illuminazione di via Etnea: fu questo contesto ad ispirare l’imprenditore Mario Sangiorgi nella costruzione di un locale innovativo che riunisse in sé un teatro all’aperto, un albergo, un caffé-bar, un ristorante e una sala di pattinaggio. A partire dal 1906 si aggiunse al complesso anche una sala cinematografica.

Il complesso fu eretto su un terreno di proprietà dello stesso Sangiorgi sito in via Antonino di Sangiuliano, dove ancora oggi si trova. Piccolo capolavoro del liberty, la sua estetica fu il risultato del lavoro sinergico fra l’architetto Giuffrida, il pittore De Gregorio e il decoratore Florio.

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Nella foto sopra, la hall del teatro ( foto da http://www.citymapsicilia.it).

L’inaugurazione del locale avvenne il 7 Luglio 1900 con la Boheme di Giacomo Puccini; solo dieci anni prima era stato inaugurato il vicino Teatro Massimo Bellini (31 maggio 1890). Due erano le singolarità rispetto agli altri undici teatri cittadini: prima di tutto, l’accorpamento di più tipologie di locali all’interno della stessa struttura; in più, il Sangiorgi nasceva come teatro all’aperto, cosa che dava finalmente l’opportunità di seguire anche durante la stagione estiva vari tipi di spettacoli, dall’opera lirica al teatro di prosa, fino alla rivista e al cabaret.

Nei suoi primi cinquant’anni di vita, il palcoscenico del Sangiorgi fu calcato da artisti di prim’ordine fra cui Eleonora Duse, Sarah Bernhard, i Grasso, Angelo Musco, Irma Gramatica, Totò, Renato Rascel, Josephine Baker, Ettore Petrolini, Vanda Osiris, Alberto Rabagliati e Natalino Otto. Questo primo cinquantennio rappresentò il suo periodo di massimo splendore.

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Nella foto sopra è possibile ammirare il dettaglio delle decorazioni liberty ( foto dal sito http://www.italialiberty.it )

Molti sono gli aneddoti sul Sangiorgi rimasti celebri: uno dei più famosi riguarda un fatto accaduto nel 1913, durante la rappresentazione del dramma “La cena delle beffe”. In quell’occasione Giovanni Zannini, l’attore che doveva impersonare Giannetto Malespini, ebbe un malore e non potè andare in scena. Per salvare lo spettacolo, quindi, la prima attrice Paola Pezzaglia prese il suo posto interpretando mirabilmente la parte di Giannetto e riscuotendo un successo strepitoso. Da quel momento in poi la Pezzaglia impersonò volontariamente quel personaggio maschile che le aveva dato una grande notorietà.

Verso gli inizi degli anni Sessanta, il Sangiorgi cominciò a risentire della crisi del varietà e fu convertito da teatro in cinema. Con il tempo, le altre strutture furono lasciate in abbandono: rimase in funzione la sola sala cinematografica che, nel corso degli anni Settanta, per fronteggiare le crescenti difficoltà economiche divenne cinema a luci rosse.

Dopo un periodo di chiusura, l’intero edificio fu acquistato dall’Ente Autonomo Teatro Massimo Bellini (1988) che procedette al restauro e alla riapertura (2002). I locali dell’albergo vennero riadattati ad uffici dell’Ente, mentre il teatro fu adibito a seconda sala del Teatro Massimo. Oggi, il Sangiorgi è utilizzato soprattutto come sala concerti.

Donatella Pezzino

Fonti:

Il capolavoro incompiuto: la Chiesa di San Nicolò La Rena a Catania

facciata chiesa

La chiesa di San Nicolò la Rena è una delle basiliche monumentali più grandi della Sicilia. Sita in piazza Dante a Catania, nel cuore del centro storico cittadino, fu eretta nel corso del Settecento dai ricchi padri benedettini dell’omonimo convento, considerato ancora oggi il secondo complesso monastico più grande d’Europa.

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I lavori per la costruzione dell’edificio cominciarono alcuni decenni dopo il terremoto del 1693 sullo stesso sito della preesistente chiesa cinquecentesca, prima danneggiata dalla colata lavica del 1669 e poi completamente distrutta dal sisma. Per la riedificazione di chiesa e monastero, i padri benedettini non badarono a spese: dotato di enormi ricchezze e popolato da membri di illustri casate nobiliari, il monastero di San Nicolò la Rena potè avvalersi dell’opera di artisti e architetti di pregio, come Antonio Amato, Stefano Ittar e Francesco Battaglia.

facciata

Sulla facciata colpiscono soprattutto le proporzioni gigantesche delle otto colonne che affiancano i portali. Per questa parte dell’edificio, il progetto venne cambiato per ben cinque volte prima della sospensione dei lavori, avvenuta nel 1797 a causa di un contenzioso fra i monaci e il fornitore dei laterizi. Nel 1866, a seguito della legge di soppressione delle comunità religiose, lo Stato Italiano confiscò l’intero complesso e la facciata della chiesa rimase incompiuta.

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Durante la seconda guerra mondiale la chiesa venne sconsacrata e subì ingenti danni a causa dei bombardamenti. Riconsacrata e restituita ai padri benedettini a partire dal 1989, è stata oggetto di diverse opere di ristrutturazione ed è attualmente visitabile.

interno

L’intera chiesa misura ben 105 m di lunghezza; ognuna delle tre navate è larga circa 50 m. La quasi totale assenza di arredi sacri fa risaltare i volumi architettonici e i giochi di luce creati dai finestroni e dalla cupola.

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La bellissima cupola, posizionata all’incrocio tra navata e transetto, risale al 1780 ed è opera dell’insigne architetto Stefano Ittar, che all’epoca si occupò anche dell’assetto della piazza antistante.

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Ispirati alla basilica vaticana, gli interni sono ampi e luminosi, con grandi cappelle laterali rivestite in marmi pregiati provenienti da ogni parte d’Italia. Le pale d’altare furono dipinte fra il XVIII e il XIX secolo da vari artisti di scuola romana: Bernardino Nocchi, Mariano Rossi, Vincenzo Camuccini, Ferdinando Boudard e Stefano Tofanelli.

Navata centrale

L’altare maggiore ospita gli stalli lignei dello scultore palermitano Nicolò Bagnasco e il celebre organo di Donato del Piano.

Altare maggiore organo

L’organo conta ben 2.378 canne in legno e lega di stagno, sei mantici, cinque tastiere e settantadue registri. Poteva riprodurre qualsiasi strumento musicale ed essere suonato in contemporanea da tre organisti. L’organaro Donato del Piano (Grumo Nevano, 7 settembre 1704 – Catania, 12 giugno 1785) lavorò per ben 12 anni alla realizzazione di questo monumentale strumento, che rimase in funzione fino ai primi decenni del XX secolo prima di attraversare una lunga fase di abbandono e degrado. Danneggiato dai bombardamenti del 1943, lo strumento è stato restaurato solo in epoca recente.

meridiana

Altro dettaglio degno di nota è la splendida meridiana che percorre il transetto, realizzata fra il 1839 e il 1841 da due celebri astronomi, il tedesco Wolfgang Sartorius von Waltershausen e il danese Christian Peters. Ciò che ha reso famosa questa meridiana non sono solo le sue dimensioni e i pregevoli materiali di cui è composta: ancora oggi, essa desta meraviglia per la sua straordinaria precisione.

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Grandi cultori delle scienze, delle arti e della tecnologia, i benedettini vollero per la loro chiesa uno strumento che “spaccava il secondo”. Lo gnomone, ossia il foro che si trova sulla volta del transetto, è posto a 23 metri, 91 centimetri e 7 millimetri di altezza. La fascia marmorea si estende per circa 40 metri tra le due cappelle di San Benedetto e San Nicola di Bari alle due estremità del transetto: qui sono segnate le ore, i giorni, i mesi, i segni zodiacali e varie iscrizioni che forniscono notizie sull’opera e sui suoi autori, nonchè una “legenda” di tutti i dati e dei rapporti tra le varie unità di misura dell’epoca.

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Attraverso la navata sinistra si accede alla sacrestia e al Sacrario dei Caduti, ricavato da alcuni locali dietro l’abside maggiore e sotto alcune aule del convento. Ornato da bellissimi affreschi di Alessandro Abate, il Sacrario ospita le le lapidi a ricordo dei caduti della Grande Guerra.

Donatella Pezzino

Fonti:

Il Duomo di S.Agata, uno scrigno di bellezza

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Dedicata alla patrona S.Agata, la cattedrale di Catania sorge su Piazza del Duomo, nel cuore del centro storico della città. Il sito era un tempo noto come “piano di S.Agata” e, più anticamente, “Platea Magna”. La costruzione originaria risale al 1094 e si deve ai normanni, che la edificarono sulle rovine delle Terme Achilliane (III-V sec. d.C.), ancor oggi visitabili nel livello sotterraneo.  Per costruirla furono utilizzati molti materiali provenienti dal vecchio edificio termale e da altre strutture di epoca romana (soprattutto l’anfiteatro di Piazza Stesicoro). All’esterno, la struttura era quella di una “ecclesia munita”, dotata di torri di avvistamento e fortificazioni di tipo militare. A quell’epoca, infatti, l’odierna Piazza Duomo si affacciava direttamente sul mare; era quindi prioritario poter disporre di un efficace sistema di sorveglianza e difesa.

Duomo

Nel corso dei secoli, la Majuri Ecclesia di Catania è stata ripetutamente danneggiata da terremoti e incendi; il danno più importante, però, è stato prodotto dal disastroso sisma dell’11 gennaio 1693, che ne ha causato il crollo quasi totale. In quell’occasione, infatti, restarono in piedi solo le tre absidi esterne e parte del muro fortificato. Agli inizi del Settecento, quindi, la cattedrale è stata ricostruita con un impianto completamente nuovo, dalla forte impronta barocco-neoclassica, che si è fuso agli antichi resti in stile gotico-normanno.

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La vecchia cattedrale era una tipica chiesa medievale: di dimensioni più modeste rispetto all’attuale basilica, aveva il tetto spiovente ed era dotata di un campanile altissimo e stretto, fatto costruire nel Trecento dal vescovo Simone del Pozzo. Dopo il terremoto, la riedificazione del corpo e dell’interno venne curata da un religioso, fra Liberato (al secolo Girolamo Palazzotto). Successivamente, fra il 1734 e il 1761, Giovan Battista Vaccarini aggiunse la splendida facciata barocca, occupandosi sia del progetto che dei lavori. La cupola, il campanile e l’attuale allestimento del sagrato furono eseguiti nel corso del XIX secolo.

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Sulla facciata, come in tutto il resto del’edificio, tutto parla di S.Agata. I due portali laterali, in particolare, portano scolpite le iniziali dei due motti agatini: “Noli Offendere Patriam Agathae Quia Ultrix Iniuriarum Est” (non offendere la patria di Agata perché è vendicatrice delle ingiurie, portale di sinistra, foto sopra) e “Mens Sanctam Spontaneam Honorem Deo et Patriae Liberationem” ( mente santa, spontanea, onore a Dio e liberazione della patria, portale di destra). Al centro, il grande ingresso principale ha uno splendido portale ligneo scolpito, realizzato nel 1736. In una nicchia sulla parte più alta della facciata troneggia una grande statua della santa. Il Duomo ha anche un piccolo ingresso laterale, ornato da un portale cinquecentesco.

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O sacra campana del Duomo

Che al vespro d’autunno con lenti

Rintocchi sui vènti lamènti

L’audace miseria dell’uomo,

Nell’ombra solinga raccolto

Feconda di mesti pensieri,

Dolente dell’oggi, del jeri,

Intènto al domani, io t’ascolto.

La fine del pallido giorno

Lamenta, o campana romita:

Io canto dell’alba il ritorno,

L’amor, la giustizia, la vita.

(Mario Rapisardi)

Navata

Mentre all’esterno la pietra lavica dell’Etna è il materiale prevalente, l’interno è un tripudio di marmi policromi, di affreschi e di opere d’arte di pregio. Sugli altari delle navate sono presenti tele di Filippo Paladini, Guglielmo Borremans, Giovanni Tuccari e Pietro Abbadessa. I dipinti sono in gran parte settecenteschi, anche se non mancano opere risalenti al periodo pre-terremoto come il San Giorgio di Girolamo La Manna (1624) e il “Martirio di Sant’Agata” del Paladini (1605).

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Gli affreschi del pittore romano Giovan Battista Corradini, risalenti alla prima metà del Seicento, decorano l’altare maggiore con scene tratte dalla vita dei santi patroni, ovvero S.Agata, San Berillo, S.Euplio e S.Stefano protomartire.

F.Zivillica (www.ziperit.com)

Sulla controfacciata della navata centrale c’è l’imponente organo a canne in stile neoclassico; sotto, sulla navata di destra, si trova il monumento funebre a Vincenzo Bellini.

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Nella stessa navata si trovano il monumento funerario al Beato Cardinale G.B.Dusmet e l’urna con le sue spoglie. In fondo, in corrispondenza dell’abside, si trovano diverse sepolture di vescovi e il prezioso sacello con le reliquie di S.Agata. Nell’adiacente cappella della Vergine sono collocati i sarcofagi dei reali aragonesi. Dalla parte opposta, sulla navata sinistra, è posizionata la Cappella del Crocifisso, che ospita un grande Crocifisso, una Via Crucis e diversi reliquiari.

Dusmet

Ancora oggi si possono ammirare i resti dell’antico duomo medievale: dal porto e dalla via Dusmet è visibile una parte del muro fortificato ( foto sopra), mentre nel cortile della curia arcivescovile, sul retro del Duomo, le absidi esterne ci danno un’idea dello stile originario (foto sotto).

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La sagrestia della cattedrale, inoltre, custodisce un documento di importante valore storico: si tratta dell’affresco del pittore Giacinto Platania, raffigurante l’eruzione dell’Etna del 1669.

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Oltre ad essere uno degli arredi sopravvissuti al terremoto del 1693, il dipinto è una rara “fotografia” degli istanti drammatici vissuti dalla città durante una delle sue eruzioni più devastanti.

Donatella Pezzino

***

Immagini dell’autrice, ad eccezione delle seguenti:

Fonti:

  • Il restauro degli affreschi di Giovan Battista Corradini nel presbiterio della Cattedrale di Catania. Una testimonianza pre-terremoto 1693″ a cura della Dott.ssa Luisa Paladino, Regione Siciliana, Assessorato dei beni culturali e dell’identità siciliana, 2016
  • Guglielmo Policastro, Catania prima del 1693, SEI, Torino, 1952
  • http://www.wikipedia.org
  • Giuseppe Rasà Napoli, Guida alle chiese di Catania e sobborghi, Catania, tipografia M. Galati, 1900

 

 

 

 

 

 

L’anfiteatro romano di Catania

 

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Ancora oggi, l’anfiteatro romano di Catania non smette di affascinare. La porzione visibile sotto il piano stradale conferisce a piazza Stesicoro un aspetto unico, non riscontrabile in nessun altro centro urbano. Al visitatore che si affacci dalla balaustra per ammirarne i resti può risultare difficile immaginarne l’estensione originaria: con i suoi 309 metri di circonferenza esterna e un’arena di 192 metri, l’edificio è uno dei più grandi teatri di epoca romana ( il terzo dopo il Colosseo e l’arena di Verona; poteva ospitare circa 15.000 spettatori). Occupava infatti una zona molto ampia, compresa fra le odierne via Neve, via Manzoni e via Penninello, arrivando fino a ridosso delle collina Montevergine: si trovava quindi sul lato settentrionale della città, nei pressi della necropoli.

Fu costruito nel II secolo d.C.: la datazione è ancora incerta, ma le caratteristiche archtettoniche lo collocano verosimilmente fra l’età di Adriano e quella di Antonino Pio.  Nel corso del secolo successivo vennero eseguiti lavori di ampliamento che ne triplicarono le dimensioni. Fu quello, probabilmente, il periodo di massimo splendore durante il quale vi vennero rappresentati spettacoli di ogni genere: combattimenti fra gladiatori, lotte fra uomini e animali feroci e perfino battaglie navali. Tracce di materiali e sistemi idraulici ritrovati all’interno della struttura documentano infatti l’ occasionale adattamento di questo anfiteatro a naumachia: l’arena, in altre parole, veniva riempita d’acqua e trasformata n una vera e propria piscina dove si svolgevano spettacoli acquatici.

La singolarità della costruzione si esprimeva anche nell’estetica: come la maggior parte degli edifici catanesi, infatti, questo anfiteatro è stato interamente fabbricato in pietra lavica, mentre l’arena e gli spalti erano rivestiti in marmo. Il contrasto cromatico che ne derivava era davvero spettacolare: nero all’esterno, bianco abbagliante all’interno. Questa accurata ricostruzione in 3D consente di farsi un’idea:

http://catania.liveuniversity.it/2015/07/26/catania-living-lab-ecco-la-ricostruzione-in-3d-dellanfiteatro-di-piazza-stesicoro-video/

L’eruzione del 251 d.C. coprì una parte dell’edificio, assestando un primo, duro colpo alla sua integrità. Sotto l’impero di Costantino, l’anfiteatro di Catania andò incontro all’inesorabile declino di tutti gli anfiteatri del mondo romano: in questo periodo, infatti, l’influenza del cristianesimo portò le autorità a proibire i combattimenti dei gladiatori perchè ritenuti troppo violenti. Col diradarsi degli spettacoli, l’edificio cadde progressivamente in abbandono.

Alla fine del V secolo, il suo degrado era così avanzato che i catanesi chiesero a Teodorico il permesso di riutilizzarne il materiale per restaurare le mura cittadine. Solitamente restìo a consentire la demolizione dei monumenti della romanità, l’imperatore non potè far altro che prendere atto del cattivo stato della struttura. Il permesso fu accordato e l’anfiteatro, già molto malridotto, venne privato delle pietre e dei marmi.

Verso la fine del XVI secolo, la parte superiore venne demolita: la sua posizione adiacente alle mura, infatti, poteva essere sfruttata dai nemici per assediare la città. Il materiale rimosso servì da riempimento per i corridoi. Nello stesso periodo, l’edificio cominciò ad attirare l’attenzione di alcuni studiosi, come Lorenzo Bolano e Pietro Carrera, che formularono le prime ipotesi sulla sua origine. Secondo il Carrera, in particolare, la struttura sarebbe stata impiantata su un antico teatro greco; questa fonte fu poi smentita nel Settecento in seguito agli scavi dei principe di Biscari, che aiutarono a studiare l’anfiteatro in modo diretto e ad attestarne l’origine romana.

Il terremoto del 1693 danneggiò ulteriormente la costruzione riducendola a pochi ruderi; nel suo piano di riedificazione della città, il Duca di Camastra non contemplò il recupero dell’anfiteatro e lo seppellì completamente. Sopra, vi fu costruita una piazza d’armi. Il comportamento del Duca e dei suoi collaboratori non deve stupire: non esisteva ancora, all’epoca, una spiccata sensibilità verso le testimonianze del mondo classico.

Nel 1748 il principe di Biscari Ignazio Paternò Castello, archeologo e mecenate di grande prestigio, promosse i primi scavi a sue spese portando alla luce un intero corridoio e quattro archi della galleria esterna. L’ingresso di questo corridoio, visibile da via del Colosseo, alimentava nel popolo ogni sorta di leggende, spesso inquietanti: una delle più famose raccontava di una scolaresca che si era avventurata all’interno e non ne era più uscita.

Nel 1904, il sindaco De Felice assegnò all’archtetto Filadelfo Fichera il compito di effettuare uno scavo in piazza Stesicoro per riportare alla luce un settore cospicuo della struttura. Nel 1943, i suoi corridoi furono sfruttati come rifugio durante i bombardamenti; negli anni successivi rimase chiuso al pubblico per lunghi periodi a causa di alcuni presunti episodi tragici accaduti ai visitatori che tentavano di esplorarne i cunicoli. Danneggiato dalle infiltrazioni delle acque reflue delle fognature vicine, l’anfiteatro è stato poi sottoposto a risanamento e riaperto alle visite nel 1999.

Donatella Pezzino

Immagine: L’anfiteatro visibile da Piazza Stesicoro ( foto D.Pezzino)

Fonti:

-Cesare Sposito, L’anfiteatro romano di Catania. Conoscenza, recupero, valorizzazione, Palermo, Flaccovio, 2003

-AA.VV., Catania Antica, atti del convegno della SISAC ( Catania 23-24 maggio 1992) a cura di Bruno Gentili, Pisa-Roma 1996

 

 

 

 

 

Alla scoperta delle Terme Achilliane

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Le Terme Achilliane costituiscono una delle più imponenti testimonianze dell’importanza e dell’opulenza della Catania romana. Questa splendida struttura termale occupava un’area molto estesa compresa fra le odierne piazze Duomo, Università e San Placido ; non si conosce l’anno esatto della sua costruzione ma, sulla base di alcuni riferimenti architettonici, gli storici stabiliscono una datazione approssimativa fra il III e il V secolo d.C.

E’ possibile visitarle qui:

L’ambiente attualmente accessibile sotto la cattedrale è stato identificato come il frigidarium: si tratta di una stanza con il soffitto a crociere sostenuto da quattro pilastri a pianta quadrangolare. Vi si accede tramite un corridoio lungo 2,50 metri con volta a botte che va da est a ovest e che sbocca in un locale composto da diverse vasche parallele e destinato alla canalizzazione, al filtraggio e al drenaggio dell’acqua. Queste vasche sono visibili anche dalla stanza principale attraverso tre arcate. Gli ambienti del calidarium, invece, secondo Adolfo Holm dovevano trovarsi sotto il Seminario dei Chierici e sotto via Garibaldi: nel1856, infatti, lo scavo di una galleria che conduceva fino alla pescheria rivelò i resti di alcuni pavimenti ad ipocausto, tipici dei sistemi di riscaldamento dell’età romana.

La pavimentazione originaria era in marmo, mentre le pareti e i soffitti erano ornati da stucchi raffiguranti tralci di vite, foglie e putti. Alcuni capitelli coevi utilizzati nel XI secolo per la costruzione della cattedrale potrebbero provenire proprio da questo edificio. All’interno delle terme è possibile osservare lo scorrere dell’Amenano, il fiume sotterraneo che ancora oggi sbocca nella omonima fontana a pochi passi dal Duomo.

L’appellativo “Terme Achilliane”, probabilmente, deriva da un’antica iscrizione greca su lastra di marmo frammentata in sei parti, oggi conservata al Museo Civico del Castello Ursino. L’epigrafe reca il termine “Achillianai”; alcuni esperti, però, sono poco propensi a stabilire un nesso fra questo documento e il nome delle terme, che potrebbe invece attribuirsi alla presenza in loco di  un’antica statua di Achille ( mai ritrovata) oppure al nome del costruttore.

Le Terme erano un edificio a più piani: recenti lavori di restauro, infatti, hanno portato alla luce due rampe di scale che conducevano ad un livello superiore. Oggi le Terme Achilliane sono visitabili e rappresentano per catanesi e visitatori un’esperienza molto suggestiva.

Donatella Pezzino

Immagine: Terme Achilliane, interno ( foto D.Pezzino).

Fonti:

http://www.wikipedia.it

http://www.vivict.it

Adolfo Holm, Catania Antica, Catania 1925.

AA.VV. Catania Antica. Atti del convegno della S.I.S.A.C ( Catania, 23-24 maggio 1992), Pisa-Roma, 1996, pp.168-169.

 

 

 

 

 

 

Palazzo Biscari

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Palazzo Biscari è la splendida residenza catanese dei principi Paternò Castello, fatta costruire alla fine del Seicento da Ignazio, terzo esponente di una delle casate nobiliari più potenti di Catania.

L’edificio sorge alla marina: dopo il terremoto del 1693 fu tra i primi palazzi della città ad essere riedificato. Grazie alle loro ricchezze e al loro prestigio, i Paternò Castello ottennero dal re il privilegio di costruirlo sopra le cinquecentesche mura di Carlo V.

Ignazio III ne affidò la costruzione al celebre architetto Alonzo di Benedetto: i lavori furono continuati dagli eredi del principe, ovvero Vincenzo e Ignazio V, e terminarono solo nel 1763. La decorazione scultorea dei finestroni e gli splendidi affreschi dei soffitti vennero commissionati ad alcuni dei più grandi maestri dell’epoca.

Fra le stupende stanze del palazzo spicca il “salone delle feste”, vero e proprio capolavoro dallo squisito gusto artistico: in stile rococò, si fregia di una complessa decorazione con specchi, marmi e stucchi.

Questa sontuosa residenza accolse, nel corso del Settecento, numerosi ed illustri visitatori, come Johann Wolfgang Goethe, che fu ospite del principe Ignazio V nel maggio del 1787.

La bellissima scala decorata a stucco immette in una cupola che i principi utilizzavano come alloggiamento dell’orchestra.

Altre sale degne di nota sono gli “appartamenti della principessa”, fatti costruire da Ignazio V appositamente per la moglie ed impreziositi da boiseries di legni intarsiati e pavimenti in marmo di epoca romana.

Ignazio V era un grande studioso, ma soprattutto un appassionato archeologo: fu lui ad eseguire i primi scavi destinati a portare alla luce l’anfiteatro romano di Piazza Stesicoro ( II sec. d. C. )

A questo esponente della dinastia, uomo illuminato e colto, si deve la fondazione di uno dei musei archeologici più importanti della storia di Catania: oggi le sue preziose collezioni sono visitabili presso il Museo Civico del Castello Ursino.

Oggi il palazzo è gestito dalla famiglia Moncada Paternò Castello: le sue sale, oltre ad essere aperte ai visitatori, accolgono meetings, ricevimenti e banchetti.

Nel 2008, Palazzo Biscari è stato anche la location di una videoclip dei Coldplay ( “Violet Hill”).

Donatella Pezzino

Foto dal sito http://www.destinationsicily.it