Recensione a “Lo sguardo velato” di Felice Serino

Quando ci si accosta all’opera di Felice Serino, è difficile non notare il dinamismo della dimensione interiore: nonostante sia interamente incentrata sull’anima, infatti, la sua poesia è ben lungi dal ripiegarsi in sé stessa, poiché l’essenza umana è continuo movimento. La parola “ondivago”, presente in diverse composizioni seriniane, esprime in modo pieno e immediato questo anelito al volo, quest’ansia di scrollarsi di dosso un’immobilità che è congeniale solo alla materia inerte. L’anima di Serino è un agglomerato di particelle che, pur restando unite, sciamano in tutte le direzioni, nella brama di riunirsi al loro elemento naturale: il Tutto. Ma, per seguire quell’ordine che appare insito nella stessa struttura del creato, quest’anima tenta di ravvisare nell’esistenza terrena un percorso logico e coerente, in cui il dispiegamento delle forze interiori possa dipanarsi in linea retta: salvo poi rendersi conto, alla fine di questo lungo cammino, di aver sempre cercato il proprio cerchio perfetto. La vita, allora, acquista un senso in qualità di processo dialettico, in cui l’opposizione tra corpo e anima trova un suo superamento nella morte, vista non come la fine di tutto, ma come una vera e propria risurrezione, da cui scaturirà nuova linfa vitale:

dal Tutto
ritrovarsi nell’uno
a vivere il sogno della carne

il sangue che cavalca il vento dove
crescono i passi

lacerato dalle lancette
d’un orologio interiore
un Lazzaro a sollevarsi da cento morti

In questa raccolta di liriche, il poeta giunge ad una nuova tappa del suo viaggio: al termine del percorso, si apre finalmente la porta di comunicazione tra il mondo sensibile e quello trascendente. Ma ciò che appare non è ancora ben visibile: sul ciglio dell’oltre, lo sguardo è ancora velato (da qui il titolo) e non può nitidamente distinguere gli oggetti della trascendenza.

ma a te presente
il Sé -il celeste- l’esistere
specchiato: vita che si guarda
vivere

un mondo in un altro

In tale contesto, risalta la volontà di non voltarsi mai indietro: contrariamente a quanto il senso comune vorrebbe, in Serino la maturità non è tanto il momento del ricordo, delle nostalgie, dei rimpianti, quanto più un’occasione per interrogarsi su cosa lo aspetta. Questa tendenza a proiettarsi in avanti non nasce dal desiderio di negare il proprio passato: ciò che è stato vissuto, tuttavia, è ormai alle spalle e non può tornare. Questa ferma intenzione di vivere nel presente sembra annullare il tempo: e, dove la dimensione temporale non esiste, la stessa età dell’uomo si appiattisce, e il poeta può attingere a piene mani dal bambino che dorme in lui.

scoprire in me il bimbo
accoccolato nella mente

Di quando in quando, il flusso di coscienza è intervallato da riflessioni sui tanti drammi che segnano il nostro vissuto: il corpo di un migrante abbandonato su una spiaggia, le laceranti incomprensioni dei rapporti affettivi, la sofferenza dello scrivere; come a voler ricordare che morendo ci si lascia alle spalle un mondo fatto di sequenze dolorose. Da qui il tema del sogno, visto come momentaneo rifugio dalle tempeste della vita:

c’è un donnone nei miei sogni
mi perdo fra le sue grandi mammelle
piccolo piccolo mi faccio e
come scricciolo
mi c’infilo
nel suo caldo grembo

al riparo degli tsunami del mondo

Il tono dell’intera raccolta accentua quella ricerca di essenzialità già distintiva della produzione precedente: il verso è breve, asciutto, simile ad un legno prosciugato; l’anima, in procinto di distaccarsi, guarda già al corpo come ad un involucro che ha perso la sua sostanza.

l’anima spando sulla terra
a ricambiarmi una solitudine
ampia come il cielo

mi appresto a gran passi agli ottanta
e ancor più poesia ti canto
-del mio sangue azzurra ala

ai confini della sera in quel
farneticare che richiama la morte

il tuo volare alto
come preghiera

Tanti i quesiti che si leggono fra le righe. Una volta riassorbito dal Tutto, l’uomo conserverà una scintilla della sua individualità? Il suo bagaglio di ricordi, le sue colpe, i suoi “scheletri” insomma: lo seguiranno o si dissolveranno?

sì onorarli
i morti che
ci perdonano con un velo di pietà

quelli che sognarono
il loro eldorado
ragazzi degli anta presto
dipartiti

ora di qualcuno
d’essi verrà detto
era un pezzo di pane
-anche se di certo avrà
portato con sé i suoi scheletri

o si saranno nell’altra
dimensione dissolti

Domande probabilmente destinate a restare senza risposta; ma, in mezzo a tanti dubbi, c’è comunque una certezza. Qualsiasi cosa saremo, siamo stati amore, ed è questo ciò che potrebbe sopravviverci. L’amore, eterno e ubiquo, ha una forza pari soltanto a quella della fede.

falesie di pensieri
tesse ragno di luce

vertigine: come
sarà senza il corpo
-serbata la vita
nella Pietà del sangue

solo espanso
pensiero saremo?

ci consoli certezza
di portare in salvo brandelli
d’amore

I due temi, l’amore e la fede, si trovano da sempre strettamente intrecciati nella poetica di Serino: qui, tuttavia, la fede non sembrerebbe avere il ruolo preponderante che ha rivestito altrove. Ma è solo un’impressione superficiale: ad un certo punto della lettura, infatti, ci si accorge che la presenza di Dio ha in questa opera una valenza molto più forte, tanto da poterla respirare in ogni verso. Ovunque, nel libro, c’è un silenzio pieno di Dio; e questa pienezza, così tacita e così viva, incarna il desiderio quasi tormentoso di anticipare la fusione con il sommo Bene, per trovare finalmente quella felicità che sembra preclusa alla condizione umana.

tocco in sogno la fiorita
riva delle tue braccia:
è una dolce pena questo lieve
sfiorare la tua vaga essenza
a un lunare complice chiarore

Fenomeni psichici come il dormiveglia o il sogno prefigurano in tal modo il trapasso, aiutandoci a distinguere con più chiarezza ciò che i sensi ci impediscono di vedere:

si concentra ed espande
l’amore in quel vivere-morire
delle prensili braccia
sospensione apparente carne e cielo

Un “vivere-morire”, appunto: una vela spiegata verso altri approdi, dove lo spirito può finalmente trovare conforto al suo perenne cercarsi.

dove ti porta il filo
dell’immaginario o del
sognare

dove
questa strana ma feconda
inquietudine
serpeggiante nel sangue
tutti i libri letti i mari
solcati – odisseo tu
nello spirito- dove
questo cuore nomade
d’amore
ti porta

Ma in fondo, la vita del poeta si è sempre svolta in una dimensione dualistica: da un lato, quel “paese interiore” dove l’anima può pienamente espandersi:

nel paese interiore
eiaculo i miei sogni –
vivo una stagione
rubata al tempo -mimesi
icariana sul vetro del cielo-

nel paese interiore
brucia il mio daimon
di febbre e di luce

Dall’altro, una realtà sempre più dominata dai falsi idoli, magistralmente descritta in “Un dio cibernetico?”:

vita asettica: grado
zero del divino Onniforme
-ma la notte del sangue
conserva memoria di volo

vita
sovrapposta alla sfera celeste
regno d’immagini
epifaniche

emozioni
elettroniche

eclissi dell’occhio-pensiero

In questa esistenza bifronte, la morte fisica viene vista come un evento che ci strappa il velo dagli occhi, consentendoci di riappropriarci di quella dignità ormai sconosciuta alla società degli uomini. Liberi dalle pastoie del mondo sensibile, ridiventiamo ciò che avevamo dimenticato di essere: mondi di pura luce, completi nella loro unicità e, allo stesso tempo, in quanto parte del Tutto.

dell’ indicibile essenza
noi sostanza e pienezza

solleva l’angelo un lembo
di cielo:

in questa vastità soli
non siamo: miriadi
di mondi-entità ognuno
in una goccia
di luce
*

Donatella Pezzino

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“Mare” di Anna Maria Bonfiglio

Il mare era ai miei piedi
un passo appena
e l’anima lavata si dissolveva
verso l’orizzonte
Via dall’antro bruno di terra e sassi
dalle mura sconnesse
dall’edicola votiva
a ricordo dei caduti del mare
L’acqua azzurra come gli occhi
che mai m’hanno incontrato
mi diceva vieni riposati
in questo letto che dondola
come la culla dell’infanzia
Qui è la gioia e l’oblio
il silenzio che non grava il cuore
è il velo che ti ha avvolto
nel ventre della madre
Ti sarà nuvola sponsale
ti addolcirà la curva delle pene.

*

Anna Maria Bonfiglio (Siculiana – AG, 1942)

Fonte: Quaderni di Arenaria Vol XIV – Collana a cura di Lucio Zinna – Palermo, 2018 https://www.quadernidiarenaria.it/volumi/quadernidiarenaria-volume14.pdf

Immagine: Un quadro di Francesco Lojacono ( (Palermo, 1838 –  1915)

letture amArgine: poesie di Donatella Pezzino — almerighi

La poesia di Donatella Pezzino non prescinde certo dal suo essere donna e dai luoghi in cui vive. Il poeta può essere vagabondo e sognatore, ma identità e radici rimangono fuori discussione, questo rende ogni autore che si rispetti, è il caso di Donatella, unico e sincero. La sua bella poesia prende il lettore per […]

via letture amArgine: poesie di Donatella Pezzino — almerighi

I “dialoghi dell’anima” di Giovanni Formisano

 

Di Giovanni Formisano (1878-1962) non è del tutto esatto dire che ha fatto poesia. Il grande poeta e commediografo catanese è stato egli stesso poesia: poesia era il suo modo di vedere e sentire le cose, di viverle, di raccontarle. La poesia in lui nasceva da un preciso e spontaneo bisogno, quello di interagire con un mondo non certo perfetto, ma di cui egli sapeva cogliere – e cercava in ogni momento di farlo – gli accenti positivi. E lo si vede bene nei suoi versi, dove aleggia un’atmosfera trasognata, incantata, stupita quasi di riconoscere continuamente nel microcosmo umano la bellezza dei valori più semplici, il buono degli animi e soprattutto la dolcezza dell’amore.

La donna e l’amore sono cantate da Formisano con un rapimento ed una passione che riecheggia il dolce stil novo, ma senza per questo relegare l’essere femminile ad uno stereotipo di bellezza algida e passiva. Il nostro ammira infinitamente la donna, e la stima per quello che è con i tempi nuovi: madre di famiglia e lavoratrice, battagliera nel rivendicare i propri diritti e consapevole delle proprie capacità di affermazione. Una poetica della donna e dell’amore, quella di Formisano, non retrograda e misogina, quindi, ma tutta permeata dei nuovi fermenti di una società in trasformazione.

Melodie struggenti sgorgano da un cuore sensibile ai richiami della vita e della morte: la lontananza degli affetti più cari, il rimpianto della giovinezza perduta, l’intima sofferenza per le calamità umane e la meditazione dinanzi alle lapidi commemorative al camposanto di Catania. L’esistenzialismo vi si sposa ad un lirismo tipico della tradizione più alta della poesia italiana ma non scevro da quella vena di ironia agrodolce che è poi un tratto comune a tanti catanesi (basti pensare a Martoglio). Da qui nascono capolavori come E vui durmiti ancora (celeberrimo canto d’amore, poi musicato da Emmanuel Calì), le epigrafiche Lapidi a lu campusantu di Catania, i versi crepuscolari di Una storia vera! e A la me vecchia casa! Senza dimenticare le opere teatrali tra cui Matrimoni e Viscuvati…, rappresentato con successo ancor oggi.

Il dialetto, più che uno strumento linguistico, diventa qui talmente vivo e palpitante da costituire parte integrante ed inscindibile di quel lirismo struggente che eleva la quotidianità ad arte: non un siciliano crudo e rustico, ma un parlato aulico, in una perfetta simbiosi con il dialogo interiore. Non semplicemente versi, ma dialoghi, dialoghi fra sé e sé e fra il suo animo ed il mondo: riscoprire questo grande poeta significa oggi accettare l’invito di un cuore bonario, aperto e senza superbia, appagato delle semplici gioie quotidiane, ed entrare ad ascoltare questi dialoghi. Sembra quasi di vederlo, Formisano, aprire la porta del suo animo e con un sorriso invitarci ad entrare….

Ed entrando nel vivo della sua poesia si ha l’impressione che tutto ciò che di bello egli riusciva a cogliere e cantare nella sua realtà fosse però di una caducità estrema: non esiste verso del catanese in cui non si afferri questo continuo rimpianto per le cose più belle che sfuggono fra le dita lasciando appena il tempo di gustarle, come per un sogno quasi sfiorato e mai appagato, e perciò ancor più bruciante nel suo desiderio di essere raggiunto. I sogni di Formisano si sfiorano e poi sfuggono: ciò che resta è l’eterna malinconia di aver perduto qualcosa che non verrà mai più.
*
Donatella Pezzino

Articolo pubblicato su “Punto di Vista” n.40  – Libraria Padovana Editrice – 2004 (http://www.literary.it/dati/pdv/pezzino/giovanni_formisano.html)

E vui durmiti ancora

Lu suli è già spuntatu di lu mari
e vui, bidduzza mia, durmiti ancora,
l’aceddi sunnu stanchi di cantari
e affriddateddi aspettanu ccà fora,
supra ‘ssu balcuneddu su’ pusati
e aspettanu quann’è cca v’affacciati!
Li ciuri senza vui nun ponnu stari,
su tutti ccu’ li testi a pinnuluni,
ognunu d’iddi nun voli sbucciari
si prima non si grapi ‘ssu balcuni,
dintra li buttuneddi su’ ammucciati
e aspettanu quann’è ca v’affacciati!
Lassati stari, non durmiti chiùi,
ccà ‘mmenzu a iddi, dintra a ‘sta
vanedda
ci sugnu puru iù, ch’aspettu a vui,
pri vidiri ‘ssa facci accussi bedda,
passu ccà fora tutti li nuttati
e aspettu puru quannu v’affacciati.
 *
Traduzione
Il sole è già spuntato in mezzo al mare
e voi bellezza mia dormite ancora,
gli uccelli sono stanchi di cantare
e infreddoliti aspettano qua fuori,
sopra questo balconcino sono poggiati
e aspettano quand’è che vi affacciate!
I fiori senza di voi non possono stare
sono tutti con la testa penzolante
ognuno di essi non vuole sbocciare
se prima non si apre questo balcone
dentro il bocciolo sono nascosti,
e aspettano quand’è che vi affacciate!
Lasciate stare, non dormite più,
che in mezzo a loro in questo vicolo
ci sono pure io che aspetto voi
per vedere questo volto così bello
passo qui fuori tutte le notti
e aspetto anche quando vi affacciate.
 *

Nella foto: Il monumento a Giovanni Formisano in piazza Maiorana a Catania (da http://www.vivict.it)

Fonti

Alcuni versi di Antonio Veneziano

1-

Quannu pri viva forza tutti dui,

Donna, a la vostra frunti l’occhi jsai,

Vitti dui Suli unni abbagghiatu fui,

E ccu duppia cagiuni arsi, e addumai.

Chi si Natura da un Suli, e non chiùi

Tutta si ‘nciamma, e non s’astuta mai,

In cinniri si fa, cui vidi in vui

Dui lucid’Astri d’infucati rai.

2-

Amanu alcuni, e patinu turmenti,

Ma nò turmenti simili a lu miu;

Patinu, è veru, ma a li loru stenti

Cangiannu vogghia trovanu disviu.

Sulu a mia nun riposa mai la menti,

Pirchi la prima ciamma ca m’ardiu,

M’arsi, e m’ardità sempri eternamenti,

E criscirà ccu l’anni lu disiu.

*

Antonio Veneziano (Monreale, 1543  – Palermo, 1593)

Immagine: Ore felici, di Michele Rapisardi (Catania, 1822 – Firenze, 1886)

(Trad: Quando a viva forza tutti e due, Donna, alla vostra fronte alzai gli occhi, vidi due Soli da cui fui abbagliato, e doppiamente bruciai, e mi accesi. Così come Natura da un Sole, e non di più, s’infiamma tutta, e non si spegne mai, si riduce in cenere, così vidi in voi due luminose stelle dai raggi infuocati. Alcuni amano, e patiscono tormenti, ma non tormenti simili al mio; patiscono, è vero, ma dalle loro sofferenze, cambiando oggetto del loro desiderio, trovano una distrazione. Solo a me non riposa mai la mente, perché la prima fiamma che mi ha acceso mi arse e mi arderà sempre eternamente, e crescerà con gli anni il desiderio.)

Carmelina Naselli

Carmelina Naselli nacque a Catania il 4 novembre 1894.

Nonostante fosse siciliana solo per metà (la madre era di Treviso), Carmelina fu una vera catanese DOC, sia nell’accento, sia nell’amore per la sua terra natale. Fin da giovane, questo attaccamento alle origini sicule si manifestò in lei sotto forma di una forte inclinazione verso gli studi etnografici, letterari e antropologici: studiosa appassionata, seguì le orme di Giuseppe Pitrè, del quale raccolse e continuò l’attività di ricerca. Non si sposò mai; la sua vita fu dedicata interamente alla ricerca, alla scrittura e all’insegnamento.

Laureatasi in Lettere nel 1919  all’Università di Catania, proseguì gli studi a Firenze conseguendo il diploma di specializzazione presso la scuola di Guido Mazzoni (1921). Dapprima insegnante di lettere alle scuole medie, passò dal 1936 alla Facoltà di Lettere dell’Università di Catania, dove fu docente di Storia della Letteratura Italiana, Filologia romanza, Letteratura delle tradizioni popolari, Storia della lingua italiana e Storia delle tradizioni popolari; nell’ateneo catanese continuò ad insegnare fino al pensionamento (1966). Nel corso della sua carriera universitaria, fu particolarmente apprezzata per le sue doti umane, oltre che professionali: dolcissima e paziente, spiccava per  la sensibilità quasi “materna” con cui si mostrava sempre disponibile a comprendere e aiutare i suoi allievi.

Anche al di fuori dell’ateneo, Carmelina ebbe una vita culturale molto attiva: partecipò a convegni e conferenze, collaborò a giornali e riviste, fu presidente del comitato catanese della Società Dante Alighieri e della Società di Storia Patria per la Sicilia Orientale (di quest’ultima fu anche segretaria e bibliotecaria); diresse inoltre la rivista “Archivio Storico per la Sicilia Orientale”. Fervente cattolica, fu priora provinciale del Terz’ordine domenicano femminile.

Nella sua casa catanese di via Enrico Pantano –  dove abitava con la sorella Concetta, anche lei insegnante – spiccava, oltre alla impressionante quantità di libri, una singolare raccolta di oggetti molto caratteristici, che Carmelina aveva messo insieme nel corso della sua attività di ricerca e che custodiva per il valore delle tradizioni e degli usi popolari dei quali erano testimonianza.

E’ morta a Catania il 13 novembre del 1971.

Tante sono le pubblicazioni che Carmelina Naselli ci ha lasciato e che rappresentano ancora oggi un punto di riferimento prezioso nel campo degli studi sulla letteratura, l’arte e le tradizioni popolari, sia siciliane che di altre parti d’Italia: tra le opere più importanti in tal senso ricordiamo Il martirio di S. Agata di un drammaturgo del seicento: Jacopo Cicognini (1927), Recite goldoniane di filodrammatici catanesi nel sec. XVIII (1927), Terremoti etnei e storie di popolo (1931), Arte sacra popolare siciliana (1932), La vita a Catania nell’Ottocento (1934), Satira di popolo nel Risorgimento siciliano (1935), Diavoli bianchi e diavoli neri nei leggendari medievali  (1943), Saggio sulle ninne-nanne siciliane (1948), Le donne nella festa di Sant’Agata a Catania, ossia Delle ’ntuppateddi (1952), Le maschere lignee della Val D’Aosta (1956), Usanze relative al lutto in Sicilia (1960), Aggiunte alle tradizioni popolari nella Divina Commedia raccolte dal Pitré (1966), Giuseppe Pitré, la musica popolare e il carteggio inedito col maestro F. P. Frontini (1968), Lingua parlata e lingua scritta nel pensiero del Foscolo (1970).

Donatella Pezzino

Immagine dal sito: http://www.aib.it

Fonti:

– Wikipedia

http://www.literary.it

“C’era la luna” di Giuseppe Nicolosi Scandurra

A 34241

Ntra lu silenziu di la notti funna
sulu pri la campagna caminava;
c’era la luna ccu la facci tunna;
chi li munti e li chiani inargintava.

Non si muvia di l’arvuli na frunna,
ogni filiddu d’erva ripusava,
di lu mari durmia placida l’unna
e l’aura di la notti triunfava.

Ntra lu funnu vadduni, alluntanatu,
sintia lu cantu di lu rusignolu
ca duci si spargìa di pratu in pratu.

Lu passanti cantava pri la via
ccu la cadenza a l’usu campagnolu,
e la luna la scena si vidìa.

*

Giuseppe Nicolosi Scandurra (Catania 1877-1966)

Immagine: “Chiaro di luna”, dipinto di Giuseppe Gandolfo (Catania, 1792 – 1855) dal sito http://www.gandolfosfamilyarts.com

(Traduzione: Dentro il silenzio della notte fonda/ solo per la campagna camminavo;/ c’era la luna con la faccia tonda;/ che i monti e i piani inargentava./Non si muoveva degli alberi una fronda,/ogni filino d’erba riposava,/del mare dormiva placida l’onda/ e l’aria della notte trionfava./ Nel profondo vallone, da lontano,/sentivo il canto dell’usignolo/che dolce si spargeva di prato in prato./ Il passante cantava per la via/ con la cadenza all’uso campagnolo/ e la luna si guardava la scena.)