Elisa Cegani, l’antidiva dei telefoni bianchi

 

Close up of Italian actress Elisa Cegani, with a dark fur hat secured by a foulard, portrayed in the role of the young Countess Speranza of Frasseneto in Goffredo Alessandrini’s Cavalleria; the noblewoman, due to the economic difficulties that her family is going through, is compelled to give up on love. Italy, 1936. (Photo by Mondadori Portfolio via Getty Images)

Delicata, signorile, un po’ altera. Un fascino magnetico e decisamente femminile, ma senza la carnalità esasperata e le pose tanto di moda fra le sue colleghe. Elisa Cegani, torinese di origine veneziana, era una bellezza semplice e luminosa; in un cinema che ereditava dal muto la tendenza all’espressività marcata e quasi caricaturale, il suo stile recitativo si distingueva per linearità, intelligenza e moderazione.

Con Amedeo Nazzari in “Cavalleria” (1936)

Nata nel 1911, la Cegani apparve per la prima volta sul grande schermo in Aldebaran (1935) con lo pseudonimo di Elisa Sandri; la dirigeva Alessandro Blasetti, regista a cui sarebbe rimasta per sempre legata, anche nella vita.

In “La corona di ferro” (1941)

Elegante e controllata, l’attrice piacque subito sia al grande pubblico che agli “addetti ai lavori”, tanto da acquisire risonanza anche all’estero; in breve, divenne una delle star più quotate di quel genere cinematografico noto come “cinema dei telefoni bianchi”.

Con Luisa Ferida in “La cena delle beffe” (1942)

Fra gli anni Trenta e Quaranta lavorò in numerose pellicole e per i più importanti registi dell’epoca (Alessandrini, Camerini, Palermi, Gallone, solo per citarne alcuni). Blasetti ne fece la sua musa, assegnandole ruoli di spicco in quelle che oggi vengono considerate pietre miliari del cinema italiano: tra i film più celebri, La corona di ferro (1941), La cena delle beffe(1942), Un giorno nella vita (1946), Tempi nostri – Zibaldone n.2 (1954), La fortuna di essere donna (1956).

Con Frank Latimore nel film “La nemica” (1952)

Probabilmente, fu proprio grazie alla sua recitazione garbata e priva di artifici che l’attrice piemontese potè resistere al mutare dei tempi.

Con Fosco Giachetti in “Casa Ricordi” (1954)

Così, mentre molte stelle sue coetanee diventavano “datate” e tramontavano, una Cegani ormai matura continuava a lavorare in film sia italiani che stranieri, da La nemica (1952) di Giorgio Bianchi a Casa Ricordidi Carmine Gallone (1954), dal Giudizio universale (1962) di Vittorio De Sica fino ai più recenti Il clan dei siciliani (1969) di Verneuil e Al di là del bene e del male (1977) di Liliana Cavani.

Con Vittorio De Sica in “Tempi nostri- Zibaldone n.2” (1954)

Durante tutta la sua carriera, Elisa Cegani è apparsa solo occasionalmente in teatro. E’ stata quindi prevalentemente un’attrice di cinema e, successivamente, anche di televisione.

In “La contessa di parma” (1937)

Nel successo del mezzo televisivo ha creduto fortemente come, a suo tempo, aveva creduto in quello cinematografico: ciò l’ha portata, dalla nascita della TV italiana fino ai primi anni Ottanta, ad accettare diversi ruoli in sceneggiati e miniserie tratti da soggetti famosi come Le due orfanelle(1959), David Copperfield (1965), Luisa Sanfelice (1966), Anna Karenina (1974) e L’esclusa (1980). E’morta a Roma nel 1996.

Donatella Pezzino

Foto:
– Prima foto da https://www.gettyimages.co.uk
– tutte le successive: Wikipedia, ad eccezione dell’ultima (casa ricordi),  tratta da http://operagiuliano.blogspot.com

Fonti:
– Wikipedia
– http://www.treccani.it

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Giacinta Pezzana

Giacinta Pezzana nacque a Torino il 28 gennaio 1841.

Attrice teatrale e cinematografica, fu attiva fra l’Unità Italiana e la prima guerra mondiale: di questo periodo, la sua figura incarnò pienamente la sensibilità e gli ideali, esprimendoli attraverso una recitazione innovativa e  anticonformista. Fu una vera pioniera: e, non di rado, le sue coraggiose sperimentazioni suscitarono scalpore, urtando la società perbenista dell’epoca e fruttandole appellativi come attrice garibaldina, petroliera (ovvero incendiaria), grande vagabonda. Trasformista, ardita, sanguigna, la Pezzana provocava sulla scena le reazioni più disparate, dall’ammirazione senza riserve alle critiche feroci. Insomma, le sue esibizioni non passavano mai inosservate.

La sua vocazione artistica si manifestò precocemente, e la portò ad iscriversi, appena sedicenne, all’Accademia Filodrammatica di Torino, dalla quale però un anno dopo fu respinta perché – così la valutò, fin troppo sbrigativamente, l’avvocato Giuseppe Garberoglio – ritenuta del tutto priva di attitudini. Come in tante altre occasioni, Giacinta diede prova di grande determinazione continuando i suoi studi nella scuola di Carolina Gabusi Malfatti, che la introdusse in alcuni circoli di fede mazziniana; accanto a lei, Giacinta conobbe patriote di grande valore, come Giuditta Sidoli (la cospiratrice compagna di Mazzini), Laura Mantegazza e Giulia Calame.

Dal 1859, l’apprendistato di Giacinta proseguì direttamente “sul campo” nella Prina-Boldrini, sua compagnia d’esordio; passò poi alla compagnia dialettale piemontese di Giuseppe Toselli (già allievo dell’intellettuale-attore Gustavo Modena), con la quale riscosse i primi successi. Qualche anno dopo (1862) era già prima attrice nella compagnia Dondini, accanto ad Ernesto Rossi. All’epoca, aveva ancora un repertorio di tipo tradizionale, incentrato prevalentemente su Shakespeare, Goldoni e la drammaturgia romantica.

Ma la tradizione, così come la staticità, non erano nelle sue corde: Giacinta amava il movimento, la varietà, la trasformazione, l’innovazione. In pochi anni cambiò più volte compagnia, passando da quella di Luigi Bellotti Bon (1865) a quella del Teatro dei Fiorentini di Napoli (1868), fino a crearne una propria; sempre in viaggio, recitò nei teatri di tutta Italia, da Nord a Sud. Partì poi per una lunga tournèe che toccò vari paesi dell’Europa e del Sudamerica. Con il tempo, il suo repertorio si arricchì, assumendo quell’aspetto multiforme e sfaccettato che era anche una delle principali caratteristiche della sua recitazione.

Elegante, sofisticata e dotata di un fisico statuario, Giacinta Pezzana non si limitava a interpretare i suoi personaggi: li creava ex novo, rimodellandoli secondo canoni inediti e d’effetto. Passava con disinvoltura dalla tragedia (sia shakespeariana che neoclassica, come la Maria Stuarda di Schiller, ma anche la tragedia storica italiana di Cossa ) alla commedia goldoniana, alla farsa, ai drammi sentimentali di Luigi Camoletti, alla nuova commedia borghese di Ferrari e Giacometti, ai drammi di Scribe, Sardou, Dumas figlio.

Questa eterogeneità nella scelta degli autori e dei generi corrispondeva alle molteplici forme espressive che la Pezzana sperimentava nell’utilizzo della gestualità e della voce: quest’ultima, in particolare, era un vero e proprio strumento che l’attrice modulava a suo piacimento a seconda delle situazioni sceniche, con effetti di melodia o di cavernosità davvero sorprendenti. L’imprevisto – nelle pause, nei balbettamenti, nei ritmi di scena – era uno dei cardini su cui la Pezzana basava la sua capacità di avvincere e di far riflettere. La sua volontà di innovare giunse fino all’interpretazione dell’ Amleto en travesti, durante la tournée del 1878 in America.

Dopo la metà degli anni Settanta, lo stile di Giacinta Pezzana giunse alla sua piena maturità, con un “modulo recitativo straniante e quasi brechtiano”, come lo ha definito la studiosa Giulia Tellini, che implicava “una distanza critica fra attore e personaggio”.

Nel 1879 portò per la prima volta sulla scena a Napoli la pièce che sarebbe diventata il suo “cavallo di battaglia”: la Teresa Raquin di Emile Zola. Con lei, Giovanni Emanuel e una giovane Eleonora Duse. Ritiratasi dall’attività regolare alla fine del decennio successivo, l’attrice non smise mai, di fatto, di calcare le scene: anche se sempre più sporadicamente, continuò a recitare, sia in Italia che all’estero. Si dedicò, oltre che al teatro, anche al cinema: nel 1915, interpretò una delle parti principali nel film Teresa Raquin di Nino Martoglio, portando anche sul grande schermo il soggetto che l’aveva resa celebre.

La sua vita privata fu segnata da alterne vicende a cui, fortunatamente, seguì un lieto fine. Dopo il fallimento del matrimonio con lo scrittore Luigi Gualtieri (da cui ebbe la figlia Ada) e alcune delusioni sentimentali, Giacinta trovò in età avanzata il suo compagno ideale: l’amico Pasqualino Distefano, garibaldino e repubblicano catanese, con cui visse per il resto dei suoi anni dopo il ritiro ufficiale dalle scene. “Un essere selvaggio di carattere” lo definì “ma buono più d’un angelo”. Con lui si ritirò ad Acicastello, in provincia di Catania, dove morì il 4 novembre del 1919.

Dal Piemonte alla Sicilia, con un’attività di respiro internazionale, Giacinta aveva vissuto palcoscenici, luoghi, storie e successi che erano stati, alla fine, la materia con cui la sua personalità creativa ed eclettica aveva trovato modo di esprimersi. Anche se le sue simpatie per Mazzini e Garibaldi non si sono concretizzate in un vero e proprio impegno patriottico, questo suo vagabondaggio da un capo all’altro della penisola l’hanno resa, già ai suoi tempi, uno dei simboli più efficaci dell’Italia unita. Decisiva la sua influenza sul teatro femminile: per la successiva generazione di attrici – a partire dalla già menzionata Eleonora Duse – la recitazione di Giacinta Pezzana è stata infatti un punto di riferimento fondamentale.

Ancor oggi presente nella memoria del teatro italiano, è ricordata con grande affetto ad Acicastello e in tante altre località del territorio etneo, dove le sono stati dedicati strade e monumenti.

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Donatella Pezzino

Immagine da: https://www.150anni.it

Fonti:
• Wikipedia
• Giacinta Pezzana, di Franca Bellucci, su http://www.enciclopediadelledonne.it/
https://acicastelloonline.wordpress.com/2018/07/14/giacinta-pezzana/

Goliarda Sapienza

goliarda sapienza

Goliarda Sapienza nacque a Catania il 10 maggio 1924.

Il padre era il sindacalista Giuseppe Sapienza, socialista “puro” turatiano noto a Catania come “l’avvocato dei poveri” e impegnato attivamente contro il fascismo e la mafia; la madre di Goliarda era Maria Giudice, prima dirigente donna della Camera del Lavoro di Torino. Goliarda crebbe quindi in un clima di grande libertà intellettuale e sociale; per sottrarla a qualsiasi condizionamento da parte del regime, anzi, il padre ritenne opportuno non farle frequentare la scuola.

Ancora adolescente, Goliarda si trasferì con la famiglia a Roma e qui, a soli sedici anni, si iscrisse all’Accademia di Arte Drammatica. Come attrice lavorò sia in teatro che al cinema: la sua carriera teatrale si concentrò soprattutto su personaggi pirandelliani, mentre al cinema, seppure con registi di grosso calibro ( Alessandro Blasetti, Luchino Visconti, Luigi Comencini), interpretò ruoli di scarsa rilevanza. Tra i film a cui prese parte si ricordano “Un giorno nella vita” (1946), “Senso” (1954), “Persiane chiuse” (1950), “Altri tempi” (1951) e “Gli sbandati”(1955) del regista Citto (Francesco) Maselli al quale sarà legata sentimentalmente per diversi anni.  Dopo la rottura con Maselli, la Sapienza sposerà l’attore e scrittore Angelo Pellegrino, di ventidue anni più giovane di lei, che sarà anche il curatore delle sue opere.

Negli anni Sessanta, Goliarda decise di lasciare la strada della recitazione per intraprendere la carriera di scrittrice. Esordì nel 1967 con il romanzo autobiografico “Lettera aperta”, incentrato sugli anni della sua infanzia trascorsi a Catania. Autobiografico è anche “Il filo di mezzogiorno”, scritto due anni dopo e basato sui referti della terapia psicoanalitica alla quale lei stessa si sottopose. Nel libro, la Sapienza si racconta senza remore, sviscerando i traumi, le paure e le sofferenze più intime e proponendo riflessioni nelle quali ogni anima può riconoscersi:

“Ogni individuo ha il suo segreto che porta chiuso in sé fin dalla nascita, segreto di profumo di tiglio, di rosa, di gelsomino […] non lo sezionate, non lo catalogate per vostra tranquillità […]. Ogni individuo ha il suo diritto al suo segreto ed alla sua morte. E come posso io vivere o morire se non rientro in possesso di questo mio diritto? […] se morirò per la sorpresa di qualche nuovo viso-incontro nascosto dietro un albero in attesa, […] se morirò svenata dalle ferite aperte di un amore perduto non più richiuse […] vi chiedo solo questo: non cercate di spiegarvi la mia morte, non la sezionate, non la catalogate per vostra tranquillità, per paura della vostra morte, ma al massimo pensate […]: è morta perché ha vissuto”.

Negli ultimi anni della sua vita, Goliarda Sapienza fu docente di recitazione presso il Centro Sperimentale di Cinematografia di Roma. E’ morta a Gaeta nel 1996.

I romanzi di Goliarda scritti dopo “Il filo di mezzogiorno” videro la luce dagli anni Ottanta in poi; alcuni vennero pubblicati postumi. Tra i più famosi, “L’Università di Rebibbia” (1983), “Le certezze del dubbio” (1987), “Destino coatto” (2002), “Io, Jean Gabin”(2010), “Appuntamento a Positano”(2015) e soprattutto “L’arte della gioia”, considerato il suo capolavoro.

L’opera uscì nel 1998, due anni dopo la morte dell’autrice. Questo romanzo, che ha avvicinato Goliarda Sapienza alle giovani d’oggi consacrandola icona femminista, narra le vicende di Modesta, “carusa tosta” e povera che, agli inizi del Novecento, passa attraverso varie esperienze “scandalose” e trasgressive, manifestando una grande libertà sessuale e una totale assenza di scrupoli: un personaggio “amorale” secondo la morale dei suoi tempi ma capace di sfidare il perbenismo e l’oppressione della cultura patriarcale e fascista.

Ripercorrendo la biografia e il percorso artistico di Goliarda Sapienza, la ricercatrice Alessandra Trevisan ha recentemente pubblicato un’interessante ed esaustiva monografia dal titolo “Goliarda Sapienza, una voce intertestuale” che consente di conoscerne in modo approfondito la personalità poliedrica, la prorompente vitalità e lo spirito indipendente.

Donatella Pezzino

Immagine: una foto giovanile di Goliarda Sapienza tratta da www.pinterest.com

Fonti:

 

 

 

 

Virginia Balistrieri

SenzanomeVirginia Balistrieri ( o Balestrieri, secondo alcune fonti) nacque a Trapani il 15 gennaio 1888.

Cominciò a recitare giovanissima in teatro nella compagnia di Giovanni Grasso Jr., che sposò agli inizi degli anni ’10. Nella sua famiglia, Virginia non era l’unica a calcare le scene: anche sua sorella Desdemona, moglie di Angelo Musco, era un’attrice molto apprezzata.

Virginia può essere considerata una vera e propria “antidiva” del cinema muto grazie alla sua particolare recitazione intrisa di un crudo e struggente realismo. Dotata di un grande talento drammatico, fin dall’età di 19 anni ricoprì ruoli da protagonista in importanti lavori teatrali  e fu diretta da Nino Martoglio in quelli che oggi sono riconosciuti veri e propri capolavori del muto, come l’indimenticabile “Sperduti nel buio” (1914) considerato il precursore del neorealismo italiano, francese e russo. Nel film, tratto dall’opera ( 1901) del drammaturgo napoletano Roberto Bracco, Virginia interpreta con straordinaria intensità il ruolo di Paolina, la figlia illegittima di un nobile che un suonatore cieco ( interpretato da Giovanni Grasso) salva dal baratro della prostituzione. Fino ai primi anni Quaranta, l’unica copia esistente della pellicola era conservata al Centro Sperimentale di Cinematografia di Roma. Da qui, i tedeschi la trafugarono nel corso del secondo conflitto mondiale: da allora non è stata più ritrovata.

Per chi volesse farsi un’idea del film, su youtube è disponibile una interessante ricostruzione effettuata utilizzando le fotografie originali:

Recentemente ne è stata realizzata anche una versione animata: https://www.youtube.com/watch?v=3nPOjkAXjVk

Sebbene la celebrità di Virginia sia in gran parte legata all’importanza di “Sperduti nel buio”, la sua carriera è stata costellata di successi, sia al cinema che nei teatri di tanti paesi del mondo. Impareggiabile nel ruolo di Santuzza nella versione cinematografica della “Cavalleria Rusticana” (1924), Virginia ha lavorato con attori del calibro di Vittorio de Sica, Angelo Musco, Umberto Spadaro, Virna Lisi, Amedeo Nazzari, Anthony Quinn e Nino Taranto partecipando ad una ventina di film dal 1914 al 1958. Nella sua filmografia spiccano “Capitan Blanco” (1914), “Terra di nessuno” (1939), “Mare” (1940), “I fuorilegge” (1949), “Anni facili” (1953), “Maruzzella” (1956), “Onore e sangue” (1957), “I mondo dei miracoli” (1958). L’attrice si è spenta a Roma il 3 agosto del 1960.

Donatella Pezzino

Immagine: Virginia Balistrieri in “Sperduti nel buio” ( 1914)

Fonti: