La Cuba di Santa Domenica

La Cuba di Santa Domenica sorge nel territorio di Castiglione di Sicilia, in prossimità del fiume Alcantara. Ricca di fascino e di mistero, questa antica cappella rustica combina in sé diversi stili architettonici, dal bizantino all’arabo.

La Cuba è stata ritenuta per tutto il Novecento una costruzione di età bizantina, databile fra il VII e il IX secolo; successivamente, studi approfonditi hanno portato a stabilirne una datazione più tarda. Oggi, infatti, gli studiosi sono concordi nel collocarla in un periodo compreso fra il X e l’XI secolo.

Nonostante sia di epoca normanna, l’impianto presenta moltissimi aspetti dell’architettura e dell’arte bizantina, ai quali sono mescolati elementi di ispirazione islamica.

Allo stato attuale delle ricerche, non se ne conosce ancora con certezza l’originaria destinazione d’uso. Il suo contesto è fra gli aspetti che destano le maggiori perplessità: ci si chiede infatti quale possa essere stata la motivazione che ha portato a costruire un edificio tanto particolare in un luogo così isolato e ameno. Oggi come allora, infatti, la Cuba campeggia solitaria in mezzo al paesaggio agreste.

L’interno riproduce in piccolo una basilica a tre navate, divise da pilastri quadrangolari; oltre che in questa tipologia di impianto, l’aderenza allo stile delle chiese paleocristiane è evidente dalla tipica T formata dal transetto e dal cappellone absidale.

Molto vari i materiali impiegati per la costruzione: roccia calcarea, pietra lavica, malta. Originariamente, i pavimenti e il tetto erano in cotto. Le pareti, come testimoniano alcune tracce ancora presenti, erano decorate con affreschi di fattura bizantina.

Il termine “Cuba” (cubbula, in siciliano) ha un’etimologia controversa: potrebbe derivare dall’ arabo “qubba” (cupola) o dal latino “cupa” (botte); oppure, più semplicemente, potrebbe riferirsi alla forma cubica dell’edificio.

 

La facciata, a due ordini, è rivolta a oriente e presenta l’aspetto tipico delle chiese basiliane; secondo alcuni rilievi, sarebbe stata originariamente preceduta da un portico per penitenti e catecumeni, di cui oggi restano solo i contrafforti.

L’arco, di forma rotonda, ricorre in tutta la struttura, dal portale alle volte a crociera, caratterizzando anche le finestre e la grande trifora.

A dispetto della sua datazione, la Cuba di Santa Domenica presenta quindi una pluralità di aspetti che ne attestano la forte dipendenza dalla cultura bizantina. In più, il rinvenimento di due scheletri di età bizantina durante i restauri degli anni Novanta ha fatto ipotizzare l’esistenza di un attiguo cimitero preesistente alla costruzione. Non è quindi da escludersi che l’edificio possa essere in qualche modo associato alla presenza di una piccola comunità rurale di cultura greca. In ogni caso, attesterebbe l’esistenza in loco di forme culturali e cultuali di provenienza bizantina, ancora ben radicate in epoca normanna.

Il primo Medioevo ha visto fiorire in Sicilia un certo numero di monasteri basiliani, concentrati soprattutto nella parte orientale dell’isola.  L’avvento dei normanni rese la sopravvivenza di queste comunità particolarmente difficile, data la propensione dei nuovi regnanti a favorire il monachesimo benedettino. Le piccole dimensioni della Cuba rendono plausibile l’ipotesi che il luogo di culto possa essere appartenuto ad un cenobio ortodosso il cui organico si fosse ormai notevolmente ridotto.

Attualmente visitabile, la Cuba di Santa Domenica è stata dichiarata monumento nazionale nel 1909 grazie alla campagna di studio e rivalutazione condotta dell’archeologo siracusano Sebastiano Agati.

Donatella Pezzino

Fonti:

Immagini

La prima foto è di Luigi Strano, da Flickr

tutte le altre sono tratte dal sito http://www.romanic.eu

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Villa Cerami

Villa Cerami, oggi sede della Facoltà di Giurisprudenza di Catania, è una delle dimore antiche più belle e sontuose del capoluogo etneo. Situata alla fine della suggestiva via Crociferi, in una posizione stupenda dal punto di vista storico e panoramico, fu costruita pochi anni dopo il catastrofico terremoto del 1693 sullo “sperone del Penninello”, accanto agli antichi quartieri di Montevergine e Santa Marta; da lì si dominava tutta la città e, cosa ancora più interessante, le antiche rovine di epoca romana. Sembra che il primo proprietario sia stato addirittura il duca di Camastra, personaggio di primo piano nella ricostruzione catanese post-terremoto. Camastra avrebbe poi venduta la villa al duca di San Donato.

L’edificio prende il nome dalla famiglia dei principi Rosso di Cerami, che nei primi decenni del Settecento lo acquistarono dagli eredi del San Donato e lo sottoposero a lavori di ampliamento e abbellimento. Così come lo vediamo oggi, il complesso è la risultante della stratificazione di diversi stili: dal barocco iniziale (evidente soprattutto nello scalone esterno e nel portale d’ingresso, forse opere di Giovan Battista Vaccarini) al neoclassico, fino ai rimaneggiamenti tardo-ottocenteschi del milanese Carlo Sada, uno degli architetti “alla moda” della Catania Liberty.

Completamente immersa in un giardino caratterizzato da una straordinaria varietà di specie vegetali, la villa è ancora oggi un piccolo polmone verde nel cuore del centro cittadino.

Tra i suoi angoli più suggestivi, la grande terrazza dalla quale si può godere di una stupefacente vista sulla città e sul mare. Nel 1881 la villa ospitò re Umberto e la regina Margherita: in loro onore si diede un ricevimento con un ballo, riconvertendo allo scopo una sala adibita a cappella (oggi, l’Aula Magna della Facoltà). Per l’occasione, il grande affresco di Olivio Sozzi sulla volta – raffigurante un soggetto religioso – fu coperto con una cappa di gesso, sulla quale venne riprodotta l'”Aurora” di Guido Reni.

Agli inizi del Novecento cominciò per Villa Cerami un progressivo degrado. Negli anni Trenta, alcuni locali della villa furono occupati da un istituto scolastico: i preziosi arredi ne furono irreparabilmente danneggiati e molte inestimabili opere d’arte andarono perdute. Agli inizi degli anni ’50, una parte del giardino fu alienata e vi fu costruito un edificio a più piani. Nel 1957, l’intero complesso fu acquistato dall’Università di Catania che ne iniziò il restauro. Molte delle sue parti sono state conservate e sistemate, altre sono state modificate: tra le opere rimaste c’è lo scalone interno a due rampe realizzato dal Sada.

E’ interessante notare come, a dispetto delle modifiche che ne hanno stravolto l’aspetto originario, l’esterno e gli ambienti interni riescano ancora a mantenere intatta l’atmosfera di lusso e di sontuosità.

Tracce dell’antica maestosità sopravvivono, in particolare, nella bellezza del portale d’ingresso, nel quale l’abbondanza di fregi e decori culmina nel grandioso stemma della casata Rosso sulla sommità.

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Donatella Pezzino

Tutte le foto sono dell’autrice.

Fonti:

Il convento di Santa Maria del Gesù a Modica

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Il convento di Santa Maria del Gesù con l’annessa chiesa costituisce oggi uno dei poli culturali più importanti della città di Modica.

In stile gotico-catalano, il complesso monastico fu eretto fra il 1478 e il 1481; la chiesa invece ha origini molto più antiche. Fu infatti costruita restaurando un preesistente edificio religioso che risaliva alla fine del XIV secolo: dei lavori si interessò la contessa Giovanna Ximenes de Cabrera, che vi volle celebrare le nozze della propria figlia con un cugino del re di Spagna Ferdinando il Cattolico. 

Fin dalla sua fondazione, il convento appartenne all’Ordine Francescano; dopo l’Unità d’Italia, ed esattamente nel 1865, il complesso fu trasformato in carcere.

L’architettura è in stile tardo-gotico ed ha un bellissimo chiostro a due ordini  caratterizzato da tante colonnine tortili, a spiga, romaniche o arabo-normanne, finemente scolpite con fregi e ricami, una diversa dall’altra. 

l complesso è stato dichiarato monumento nazionale: tuttavia, in quanto sede carceraria, non è visitabile se non in occasione di particolari eventi e giornate dedicate alla cultura.

Donatella Pezzino

Foto tratta dal sito http://www.italia.it

La Badia di S.Agata

Si affaccia su via Vittorio Emanuele II, di fronte al giardino del Duomo di Catania: è la splendida Badia di S.Agata, chiesa dell’omonimo monastero di benedettine e autentico gioiello dell’architettura barocca.

L’edificio è stato costruito fra il 1735 e il 1767 sulle rovine del vecchio complesso monastico originario ( 1620) distrutto dal terribile terremoto del 1693. Si racconta che al completamento dei lavori, il suo autore, l’architetto palermitano Giovan Battista Vaccarini abbia rifiutato il compenso che gli spettava.

Egli era infatti, particolarmente legato a S.Agata, e decise di offrire la Badia alla Santuzza in segno di devozione. Perciò non volle accettare, a nessun titolo, denaro dalle benedettine del convento.

La Badia di S.Agata è una chiesa piuttosto piccola ma molto aggraziata nelle proporzioni ed estremamente raffinata nel decoro interno. Per il progetto, Vaccarini si ispirò alla chiesa romana di S.Agnese in Agone: in origine l’edificio era tutto in pietra lavica nerissima. Oggi, dopo l’ultimo restauro, appare d’un bianco candido che contrasta fortemente con il tipico nero “catanese” dei palazzi circostanti.

L’interno è un unico ambiente di forma circolare sormontato da una ampia cupola, con cinque altari: il maggiore e altri quattro ornati da statue di santi in stucco lucido e marmo. Una grande cappella laterale dedicata al SS.Mo Crocifisso ha alla base una grande grata metallica: qui un tempo si apriva la ruota di comunicazione col monastero.

Da queste grate di metallo ( “gelosie” ) immediatamente sotto la cupola, le monache di  S.Agata potevano seguire la messa secondo i dettami imposti dalla clausura. Come la quasi totalità delle benedettine catanesi, esse appartenevano a casate nobiliari ricche e prestigiose, ed entravano in convento in giovane età.

Dopo la soppressione degli Ordini monastici decretata dalla legge del 7 luglio 1866, la Badia venne, insieme al monastero, confiscata dal nuovo Stato Italiano. Le monache che non avevano una famiglia alla quale tornare poterono restare, ma ad alcune condizioni. Potevano, ad esempio, abitare solo alcuni locali del convento: il resto era occupato da uffici dell’amministrazione comunale. Private dei loro beni e delle loro rendite, le suore vissero da quel momento in condizioni di estrema indigenza: l’ultima di loro morì, poverissima, nel 1929.

Donatella Pezzino

La prima foto ( facciata) è di Giovanni Dall’Orto; le due che ritraggono l’interno sono di Studio Ellenia+3 ( www.tribenet.it)