Dieci poesie di Mariannina Coffa

La potenza della donna

A te la voce dell’ amor fu data,
A te la gloria, l’ armonia, l’ affetto,
Quando d’arcana speme inebriata,
Più sublime ti fai d’ ogni altro obietto.

E allor che di splendore irradiata
La bella chioma ti discende al petto
E di virtù favelli… oh, in te traslata
Veggio la possa dell’ eterno Detto!

E nei rai, nella voce, e nel sorriso
Fulge il gaudio di Dio che ti feconda,
Che congiunge la terra al paradiso!

Donna, che sei tu dunque?.. e Vita, e Morte. . .
E spesso adduci alla beata sponda,
E sovente del Ciel chiudi le porte!

*

Una sera d’està

L’aura che spira tra le verdi fronde
Pare un sospir di Dio;
Il pensiero si svolge, e si confonde
Di vita nell’ oblio;
Di speme un canto che le pene ammuta
Va lieve in sulla terra, e la saluta.

Il mormorio del fresco ruscelletto
Par l’ eco de la speme;
Ahi, la campagna, la foresta ha un tetto
Pel misero che geme,
Solo la terra più crudel, più dura
Nega un asilo ai giusti, alla sventura.

E il raggio della luna incerto e mesto,
Che imbianca i firmamenti,
Che vede? . . il mondo di sciagure infèsto,
E danni, e tradimenti,
E sotto il vago innamorato aspetto
Scopre in cor dei mortali, odio, e sospetto.

Qual dolcezza nell’ animo trabocca
Al mormorio del fonte!. .
Como l’ arpa che cessa d’ esser tòcca
Risponde amico il monte . . .
E dei mesti pensier l’ incerto volo
Si fa sublime nel pensier di un Solo.

*

I sogni

Tremante immago d’ un affetto estinto,
Ombra della speranza e dell‘ oblio,
Vieni al mio cor da tanti strazi avvinto,
Cui solo è guida… e l’ avvenire è Dio!

Vieni bell’ angiol mio!.. d’un lauro è cinto
Il tuo vergine capo… oh almen sei mio
Sei mio nei sogni.. . allor che a te sospinto
Si fa dolce e sublime ogni desio!!

Lieve come il sospir della speranza
Sì soave ti veggio in sulla sera,
Che tetra in sul mattino è la membranza

Forse disceso dall’ eterna sfera
Tu a me ti volgi… cui niun bene avanza…
Che la tua luce immaculata e vera!

*

Amore

Datemi un cor che all’alito
Dell’amor mio s’ispiri,
Che i suoi più dolci palpiti
Confonda ai miei sospiri,
Un cor che la sua vita
Senta al mio core unita,
Che ai miei segreti spasimi
Conceda il suo dolor!
Datemi un cor che intendere
Possa il mio spirto anelo,
Ch’abbia il candor degli angeli
Ch’ami qual s’ama in cielo.
Oh! Solo allor potrei
Credere ai sogni miei,
Viver potrei nell’estasi
Del canto e dell’amor.

*

A Luisa……
In un momento d’estasi magnetica

Bella, che il guardo appunti
Oltre il confin della mortale idea,
Che in un solo desio mostri congiunti
Il cor che piange e il core che si bea,
Dell’occhio onniveggente
Raggio disceso nell’argilla muta,
Miracol novo d’armonia tu sei!
D’un’armonia dolente
Che parla a’ mesti e l’anima trasmuta
In un sogno di luce a’ sogni miei.
Farfalla innamorata
Ch’ergi le penne oltre le vie del sole
Pel tuo foco medesmo inebrïata,
Sibilla arcana per le tue parole,
Se il mistico pensiero
Che di cielo ti veste opra è del Nume,
Anch’io piango… ti adoro… e grido anch’io:
Ecco un baleno dell’eterno vero,
Ecco una fiamma dell’etereo lume,
Ecco la creta che sospira a un Dio!
Se l’anima potesse
Varcar la meta che le diè natura,
E gir soletta a quelle plaghe istesse
Da cui ne venne immacolata e pura,
Per gli occhi onde riveli
Fiamma cotanta io la vedrei rapita
Peregrinante a le commosse sfere,
E direbbe al pietoso astro de’ cieli:
Deh riprendi i miei sogni e la mia vita,
Ma non torni a la terra il mio pensiere!
No, non fuggir… consenti
Che teco io sugga l’armonie passate,
E l’ebrezza dell’alma e i voli ardenti
Che mi fero in un gaudio amante e vate.
Lascia ch’io beva il riso
Di tue movenze allor che ti favella
Lo spirto accenso per virtù del core:
Lascia ch’io m’erga al sospirato eliso,
Ch’io voli in grembo a la perduta stella,
E gridi al mondo — l’anima non more!

*

Ombra adorata

Che mi valse l’ingegno,il core e l’arte
Se te perdendo ogni Ciel perdei?
Se il nume che fu vita ai sogni miei
Mi condanna tacendo e si diparte?
Oh se vedrai queste dolenti carte
Che d’un alito ignoto accendi e bei
Saprai ch’ove sospiri,e piangi e sei
Ivi piange il mio core a parte a parte.
Saprai ch’io t’amo,ed è miracol novo
La vita mia….perchè son morta e vivo,
E là dove non sei non ritrovo!
Saprai, ch’ombra adorata,a me d’accanto
Ti riveggio pur sempre o sogno o scrivo
E più che il labro tuo trovo il tuo pianto.

Da “San Luigi”
Fior solitario che in se stesso ha vita,
Astro gentil che la sua luce ignora,
Rondine senza posa, arpa ferita,
Cigno che fuor dell’onda incurvo plora,
Ghirlanda in su la tomba illanguidita,
Che perde il primo incanto e olezza ancora…
È desso!… è l’innocente peregrino,
È il vago raggio d’un pensier divino.
Bello come il fulgor dei firmamenti,
Chinato il volto all’ombra del mistero,
È l’angiol della speme e dei portenti
Che novi patti indice al mondo intero:
E fermo il vol su le smarrite genti
Ricongiunge ogni voto, ogni pensiero,
E meschini e pusilli e grandi e prodi
Tragge a l’amor con più possenti nodi…
Chè amor soltanto riconforta e sprona
E chiude in un accento e fede e speme;
E coi forti e coi deboli ragiona,
E la possanza e l’avvenir non teme.
Oh che vale lo scettro e la corona
Senza quei gaudî armonizzati insieme?!
All’ombra della croce e del dolore
È altare, è fiamma, è sacerdote, amore.

*

All’angelo mio

Angelo mio, che i sogni innamorati
Soavemente riconforti e bei,
Che sorridi pietoso a’ lagni miei
E ridesti la mente ai dì beati,

Nume che i miei pensier distruggi o crei
Sol che mi volga i lumi addolorati,
O mi fuggi, o t’involi… e tempi e fati
Mio ti disser nascendo, e mio tu sei!

Amarti!… Oh se potessi, angelo mio,
Un istante seguirti oltre le sfere
Che mi contende questa fral natura,

Perennemente assorta in tuo pensiere,
Ritornerei l’eletta creatura
Inebrïata all’alito di Dio!

*

Ricordi fantastici

Allor che al pallido — raggio di luna
Vagando immemori — per la laguna,
Di arcani tremiti — sommosso il core,
Mi offristi un candido — soave fiore…
Non ho più gaudii — non ho più speme,
Tutti i miei palpiti — svaniro insieme.
Verace imagine — del nostro amor
Quello sol restami — arido fior!
Or se ti veggio — pur da lontano
Mi trema il core — mi struggo invano;
Non so rivolgerti — amico un riso,
L’occulto foco — m’arde nel viso:
Vorrei fuggirti — ma piango e gemo,
Se a me ti appressi — deliro e temo;
Se mi favelli — del tuo dolor
Mi struggo invano — mi trema il cor!
Beata l’aura — dei tuoi sospiri,
Beato il raggio — cui sempre aspiri!
Quel vergin fiore — beato appieno
Che dolcemente — ti langue in seno,
Che mentre estatico — sorridi e pensi
Ti manda l’alito — dei brevi incensi,
E fra i tuoi baci — si curva e muor…
Beata l’aura — beato il fior!
Tu sei pur misero?… — Potessi almeno
L’anima affranta — versarti in seno,
Svelarti i gemiti — l’ansie, gli affanni,
Chiamarti l’angelo — de’ miei prim’anni!…
Ahi! ma quel povero — fiore appassito
Di caste lacrime — oggi è nutrito…
Nel petto lasso — lo serbo ancor,
Ultimo premio — del nostro amor!

*

A…

Chi… chi mi nega il sovrumano incanto
Onde ignota mi struggo, e m’innamoro?
È mia quest’arte, e me l’ha data il pianto,
Nè può comprarla ogni mondan tesoro.
Ma tu venduto alla malia dell’oro,
Ogni alto affetto ogni alto gaudio infranto,
Non sai che donna può levarsi al canto,
E ornar la fronte per sudato alloro!
Non sai che Amor favella al mio pensiero;
E sì l’alma sublima e sì la schiara,
Che i cieli abbraccia e l’universo intero!
Io ti compiango, ti perdono… e oblio —
È misero, non reo, chi non impara
Ch’arte è natura, e che natura è Dio.

*

Mariannina Coffa Caruso nacque a Noto ( SR ) il 30 settembre 1841.
Il padre, stimato avvocato, fu un patriota attivo nelle rivoluzioni del 1848 e 1860: da lui, Mariannina mutuò quel profondo e acceso “amor di patria” di cui sono pervasi tanti suoi componimenti. Inoltre, fu proprio lui a incoraggiare, per primo, le straordinarie doti della sua “bambina prodigio”, conducendola fin dalla più tenera età nei salotti e nelle accademie: qui, Mariannina improvvisava versi estemporanei fra lo stupore e l’ammirazione generale, dando prova di un talento precoce e di una sensibilità non comune. A soli 17 anni, faceva già parte di diverse accademie prestigiose, come quelle degli Zelanti di Catania e dei Trasformati di Noto.

Educata dapprima in collegio e poi sotto la guida di un precettore, apprese versificazione e francese. Per contenere il suo temperamento passionale, il padre le scelse come precettore un canonico, così da indirizzarla verso temi di carattere religioso: tuttavia, la sua scrittura resistette a qualsiasi tentativo di controllo, e restò di forte impronta romantica.

Ancora giovanissima, la poetessa si innamoro’, ricambiata, del suo maestro di pianoforte, il venticinquenne Ascenso Maceri. I genitori, però, le avevano trovato il classico “buon partito” in Giorgio Morana, un ricco proprietario terriero di Ragusa. Ascenso le propose di fuggire insieme: nonostante l’amore profondo che provava, Mariannina non ebbe la forza di lottare contro il volere dei genitori e si piegò al matrimonio di convenienza. Ascenso non glielo perdonerà mai.

Dopo le nozze (1860), la Coffa Caruso si trasferì a Ragusa, dove condusse un’esistenza triste e opprimente. Il marito era spesso assente da casa a causa dei suoi numerosi impegni politici (era il sindaco della città); in più, Mariannina doveva sopportare l’ostilità del suocero, un uomo gretto e pieno di pregiudizi che la criticava aspramente, ritenendo la cultura – e soprattutto la scrittura – un’attività scandalosa, assolutamente non adatta ad una donna perbene. Per evitare discussioni, l’autrice era costretta a leggere e a comporre nottetempo, di nascosto.

Mariannina era fragile e delicata non solo nell’animo, ma anche nel corpo: le gravidanze, la conduzione della casa, la continua pressione psicologica a cui era sottoposta e il dolore per la morte di una figlia finirono per indebolirla, intaccando pesantemente la sua salute. A ciò si aggiunse la ripresa dei contatti con Ascenso, con il quale tenne per un certo periodo una fitta corrispondenza. Questo evento avrebbe dovuto rappresentare un conforto alla sua vita tormentata; invece, le diede nuove amarezze, perché l’amato non perdeva occasione per recriminare sul passato. Mariannina tentò anche di incontrarlo, in segreto, a Ragusa: ma lui non si presentò, ponendo fine a qualsiasi possibilità di riappacificazione.

Dopo questa delusione, Mariannina si gettò a capofitto nella sua “doppia vita” di madre di famiglia e poetessa. Si iscrisse a diverse accademie e collaborò con riviste letterarie di tutta Italia; intrattenne rapporti epistolari e di amicizia con artisti e letterati (Mario Rapisardi, Giuseppe Macherione, Lionardo Vigo, solo per citarne alcuni). I suoi ideali romantici e patriottici, uniti alla crescente insofferenza verso una società ipocrita che sminuiva l’intelletto, i valori dello spirito e soprattutto le capacità della donna, la avvicinarono ad alcune logge massoniche. L’amicizia con il medico omeopata Giuseppe Migneco la iniziò allo spiritismo e al sonnambulismo, pratiche con le quali sperava di curare i mali del fisico e della psiche.

Col passare del tempo, la sua poesia inasprì i toni di denuncia verso le convenzioni sociali del suo tempo, alle quali venivano quotidianamente sacrificati gli affetti più sacri. Negli ultimi anni, l’infelicità e i rimpianti la portarono a nutrire un sordo rancore contro i genitori e i parenti, per averle impedito di vivere liberamente la sua vita e per la spietata insensibilità manifestata in tante occasioni. La sua decisione di lasciare il marito aggiunse nuovi motivi di attrito e di rancore: preoccupati per lo scandalo, infatti, i familiari le voltarono le spalle, abbandonandola al suo destino durante la malattia che doveva portarla alla morte. Mariannina si spense a Noto il 6 gennaio del 1878, a soli 36 anni.

Apprezzata dai suoi contemporanei che la chiamarono con ammirazione “Capinera di Noto” e “Saffo netina”, la Coffa Caruso è stata rivalutata ulteriormente negli ultimi anni, grazie a una più ampia diffusione delle sue opere e agli studi che le sono stati dedicati. I suoi versi, tecnicamente raffinati e al tempo stesso ricchi di una passione vibrante, hanno delineato intorno alla sua figura un’aura di “maledettismo” che contrappone alla Mariannina giovane, romantica e ingenuamente animata da un caldo afflato patriottico la Mariannina rabbiosa, sofferta e disillusa che emerge soprattutto nelle opere più mature. Una voce che si ribella, quasi con violenza, all’aridità sentimentale e intellettuale della buona società borghese del periodo post-unitario e soprattutto alle regole assurde imposte alle donne, costrette in un ruolo che spesso le soffoca e le mortifica.

Donatella Pezzino

Fonti:

– AA. VV., Antologia poetica siciliana del secolo XIX a cura di Francesco Guardione Palermo 1885
– Nuovi canti, di Mariannina Coffa Caruso da Noto, Noto, Stamperia Spagnoli 1859
– Nuovi canti, di Mariannina Coffa in Morana da Noto, Torino, Stamperia dell’Unione Tipografica Editrice 1863.

 

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Poesie di Mariannina Coffa Caruso

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Mariannina Coffa Caruso (  Noto, SR 1841-1878), detta la “Capinera di Noto” o la “Saffo netina”, ci ha lasciato vari scritti fra poesie, lettere e riflessioni, tutte percorse da una dolorosa vena intimista e da un forte anelito alla libertà di vivere e di amare. In questo articolo riporto alcune poesie tratte dal libro “Sibilla arcana” di Marinella Fiume edito da Lussografica ( 2000) e da varie fonti presenti sul web.

OMBRA ADORATA

Che mi valse l’ingegno, il core e l’arte
Se te perdendo ogni Ciel perdei?
Se il nume che fu vita ai sogni miei
Mi condanna tacendo e si diparte?
Oh se vedrai queste dolenti carte
Che d’un alito ignoto accendi e bei
Saprai ch’ove sospiri, e piangi e sei
Ivi piange il mio core a parte a parte.
Saprai ch’io t’amo, ed è miracol novo
La vita mia…perchè son morta e vivo,
E là dove non sei me non ritrovo!
Saprai, ch’ombra adorata, a me d’accanto
Ti riveggio pur sempre o sogno o scrivo
E più che il labro tuo trovo il tuo pianto.

Qualche anno fa, questo sonetto è stato splendidamente musicato da Carlo Muratori. Ascoltatelo, è davvero emozionante.

***
1.
Amo…che val se l’universo è muto
Alle più sante melodie del core?
Se in te l’anima mia tutto ha perduto
Vive,combatte,ed è gigante amore.
Diletto mio!…sai tu che i giorni e l’ore
Le lagrime e la prece ho rattenuto?
Che ho fidato a le stelle il mio saluto
Ed ha pianto natura al mio dolore?
Sai tu che mille volte in rotti accenti
Ho chiesto al Ciel di rivederti e indarno
Indarno sempre la mia prece uscia!
Che non pugnai coi disperati eventi?
Oggi vivrei fra l’armonie dell’Arno
Di te più degna e della cetra mia?
2.
Si…vivrei per amarti, e ignota e oscura
Morir vorrei sull’adorato petto!
Credi,amor mio, d’un solo unico affetto
Arde quest’alma nella sua sventura.
Te m’offrivo in un punto arte e natura
Te maggior d’ogni nume e d’ogni obietto.
Ah tu nol sai, la mesta creatura
Vive straniera nell’estraneo letto!
Senza amor, senza luce e senza speme,
Fra le memorie mie chiuso il pensiero.
Dimmi: il duol che mi strugge è morte,o vita?
Vivo, e del vover suo l’anima geme,
Moro, e pace non ha la mia ferita…
e viva e morta ti vagheggio, e spero!
3.
Che mi valse l’ingegno,il core e l’arte
Se te perdendo ogni Ciel perdei?
Se il nume che fu vita ai sogni miei
Mi condanna tacendo e si diparte?
Oh se vedrai queste dolenti carte
Che d’un alito ignoto accendi e bei
Saprai ch’ove sospiri,e piangi e sei
Ivi piange il mio core a parte a parte.
Saprai ch’io t’amo,ed è miracol novo
La vita mia….perchè son morta e vivo,
E là dove non sei non ritrovo!
Saprai,ch’ombra adorata,a me d’accanto
Ti riveggio pur sempre o sogno o scrivo
E più che il labro tuo trovo il tuo pianto.
4.
E invan m’è dato rivederti,invano
Le lunghe notti in un martir profondo
Me stessa impreco,e la natura e il mondo,
E il sogno onde mi piacqui,e il voto insano.
Terribil voto che a me stessa ascondo,
Che trasse al nulla un avvenir lontano,
Ch’estinse il raggio di un affetto arcano
Che m’ha lasciato d’ogni morte il pondo.
Oh potessi un istante il mio martire
Disvelarti,amor mio,potessi almeno
Udir che mi perdoni e poi morire.
Paga morrei pur che fia salvo il core
Paga morrei sull’adorato seno,
Il tuo sguardo sognare e il nostro amore.

***

A Luisa         

In un momento d’estasi magnetica

Bella, che il guardo appunti

Oltre il confin della mortale idea,

Che in un solo desio mostri congiunti

Il cor che piange e il core che si bea,

Dell’occhio onniveggente

Raggio disceso nell’argilla muta,

Miracol novo d’armonia tu sei!

D’un’armonia dolente

Che parla a’ mesti e l’anima trasmuta

In un sogno di luce a’ sogni miei.

 

 Farfalla innamorata

Ch’ergi le penne oltre le vie del sole

Pel tuo foco medesmo inebrîata,

Sibilla arcana per le tue parole,

Se il mistico pensiero

Che di cielo ti veste opra è del Nume,

Anch’io piango… ti adoro… e grido anch’io:

– Ecco un baleno dell’eterno vero,

Ecco una fiamma dell’etereo lume,

Ecco la creta che sospira a un Dio! –

 

Se l’anima potesse

Varcar la meta che le diè natura,

E gir soletta a quelle plaghe istesse

Da cui ne venne immacolata e pura,

Per gli occhi onde riveli

Fiamma cotanta io la vedrei rapita

Peregrinante a le commosse sfere,

E direbbe al pietoso astro de’ cieli:

Deh, riprendi i miei sogni e la mia vita,

Ma non torni alla terra il mio pensiere!-

 

No, non fuggir… consenti

Che teco io sugga l’armonie passate,

E l’ebrezza dell’alma e i voli ardenti

Che mi fero in un gaudio amante e vate.

Lascia ch’io beva il riso

Di tue movenze allor che ti favella

Lo spirito accenso per virtu del core:

Lascia ch’io m’erga al sospirato eliso,

Ch’io voli in grembo a la perduta stella,

                                       E gridi al mondo: – L’anima non more! –

 ***

Psiche

Datemi l’arpa: un’armonia novella

Trema sul labbro mio…

Vivo! Dal mio dolor sorgo più bella:

Canto l’amore e Dio!

 

Psiche è il mio nome: in questo nome è chiusa

La storia del creato.

Dell’avvenir l’immago è in me confusa

Coi sogni del passato.

 

Psiche è il mio nome: ho l’ale e son fanciulla,

Madre ad un tempo e vergine son io.

Patria e gioie non ho, non ebbi culla,

Credo all’amore e a Dio!

 

Psiche, chi mi comprende? Il mio sembiante

Solo ai profani ascondo;

E nei misteri del mio spirto amante

Vive racchiuso un mondo.

 

Nei più splendidi cieli e più secreti

Sorvolo col desio:

Nata ad amar, sul labbro dei Profeti

Cantai l’amore e Dio.

 

Psiche è il mio nome: un volgo maledetto

Pei miracoli miei fu mosso a sdegno,

E menzognera e stolta anco m’han detto,

Mentre sui mondi io regno!

 

Eppur le voci d’una turba ignara

Fra i miei concenti oblìo:

Nello sprezzo dei tristi io m’ergo un’ara

E amor contemplo e Dio.

 

Psiche! Ogni nato colle ardenti cure

Di madre io circondai,

E il supplizio dei roghi e le torture,

Figlia del ciel, provai.

 

Nell’infanzia dei tempi, il gran mistero

D’ogni legge fu servo al genio mio:

Di Platone e di Socrate al pensiero

Svelai l’amore e Dio!

 

L’arte, le scienze, le scoperte, i lenti

Progressi dell’idea, chi all’uomo offria?

Io sui ciechi m’alzai, fra oppresse genti

Schiusi al pensier la via.

 

 

Psiche è il mio nome… il raggio della fede

Rischiara il nome mio:

E, Umanità, chi al nome mio non crede

Rinnega amore e Dio!

 

Ogni lingua, ogni affetto, ogni credenza

Col mio potere sublimar tentai:

Serbando illesa la divina essenza,

Forma, idioma ed essere mutai.

 

Or vittoriosa, or vinta, or mito, or nume,

Or sobbietto di scherno, or di desio,

Col variar di lingua e di costume,

Svelai l’amore e Dio!

 

Pria che fosse la terra, io le nascose

Fonti del ver mirai:

Vissi immortale fra le morte cose,

Me nel creato amai.

 

Eppur la terra non comprese ancora

Le mie leggi, il mio nome, il senso mio:

Conosce il mio poter… sol perché ignora

Che Psiche è amore e Dio!

 

Dio, Psiche, Amor! si vela in tal concetto

Il ver, la forza, l’armonia, la vita:

Son tre mistiche fiamme e un intelletto

Che un nuovo regno addita.

 

O Umanità! La scola del passato

Copri d’eterno oblìo,…

Quel Bene che finora hai vagheggiato

È Psiche, è Amor, è Dio!

***

A Giuseppe Migneco

Tu dunque vuoi che da quest’arpa infranta
Si levi un suono di profondo affetto,
E mi gridi pietoso: Alzati e canta?…
Oh! Qual dal mesto petto
Voce io trarrei d’immenso gaudio aspersa,
Ove dato pur fosse all’alma mia
Oggi nel duolo immersa,
Vivere ancor di sogni e d’armonia!
No; se la mia parola
Spesso tra generosi impeti ha vita
Nobile esempio e scola
Trova sol negli affetti ond’è nutrita.
Ben io talor vorrei
Tentar la mesta voluttà del canto;
Ma confuso è lo sdegno ai versi miei
E l’arpa offesa non può dar che pianto!
Amico! Ah tu non sai
Qual duol racchiuda il mio severo accento!
Dimmi: provasti mai
La perfidia, l’inganno, il tradimento?
Mille rettili aurati in varia forma
Dimmi, vedesti mai strisciarti intorno,
E la pura schivando aura del giorno
Lasciar nell’ombra d’atra bava un’orma?
Il falso riso d’una gente abbietta
Provasti, amico, e l’invido furore?
Fra le gioie d’un’arte benedetta
Orribil piaga ti fu schiusa in core?
Fra quell’ore di pace in cui la vita
Si pasce d’armonia
Provasti il ghigno della colpa ardita
E il morso della fredda ipocrisia?…
Una stolta falange ha condannato
Le tue credenze, i palpiti, il desio,
E di negri sospetti ha maculato
Sin quella fede che ti lega a Dio?…
Sai tu, dal dì che per diversi lidi
Ci spinse il fato avverso
In quale acerbo disinganno io vidi
Il più bel sogno della vita immerso?…
O beate dolcezze! O breve e cara
Gioia, o lusinghe del natio paese,
Quando quest’alma della vita ignara
Di tua gran mente il gran concetto apprese!
Or mi ridesto e sento
Quasi un’eco di tomba, e intorno giro
Le stanche ciglia a un funebre lamento
Al mio verso risponde e al mio sospiro.
Molti vid’io, né il ver per odio ascondo,
Che un caro d’amistà pegno mi han dato
E con labbro mendace e inverecondo
Amicizia e coscienza han profanato.
Molti vid’io, si cui tutta l’impura
Tabe è conversa d’ogni reo pensiero,
Che son onta a se stessi e alla natura,
Son vergogna al creato, e insulto al vero.
E vidi poi quest’idoli ferali
Offrire al mondo una virtù mentita,
E avvelenar le fonti della vita
Nell’armonia dei casti penetrali!
Ma il terror della colpa e del delitto,
Quasi aspettando la condanna e il fio,
A ognun di loro sulla fronte è scritto
Qual marchio eterno che v’impose Iddio.
Dolor sì fero, inaspettato, immenso,
Ha distrutto il mio core a parte a parte;
Quando in me stessa mi racchiudo e penso,
Io non credo all’amor, non credo all’arte,
Ogni legge sprezzando ed ogni affetto
Io vorrei dentro al nulla inabissarmi,
E gridare al Signor dall’imo petto:
Perché, perché crearmi?…
E vuoi ch’io scriva?… e vuoi che mi ridesti
Alla virtù d’una parola amica,
E sdegnosa mi levi e manifesti
La possente del core ardua fatica?
Vuoi che rapita in quella sfera eletta
Che sublima le lagrime e il desio
L’arpa ritenti, e splendida vendetta
Faccia de’ miei dolori il genio mio?
T’intendo, amico: di compensi arcani
Si riconforta un genio intemerato:
E anch’io lo sento; e al riso dei profani
Una pagina d’onta ha consacrato.
Chè se un’etate acerba
Al più caro desio tarpato ha l’ale,
Chiudo in quest’alma indomita e superba
Una vivida fiamma ed immortale.
E s’oggi affido all’armonia del canto
Ogni pensier dell’anima ferita,
E per te, per l’affetto unico e santo
Ch’ai nostri cori è vita.
Oggi all’impulso d’una tua parola
Riedo all’altezza ch’obliar potei…
E a novo intento e a più sublime scola
Traggo le mie speranze e versi miei!…

***
Luce e tenebre

Non io fra’ lieti, in facili
Gioie sprecar consento
La vita mia, né arridono
Ai sogni miei la gloria e lo splendor:
È sì labile fiore il sentimento
Che tra i felici inaridisce e muor.
Farfalla solitaria
L’ali io rivolgo ove più bello è il sole;
Vivo nel mite effluvio
Che si solleva dalla terra al ciel,
Parlo cogli astri armoniche parole
L’immenso spazio è il mio dorato avel.
Fanciulla ancor, nei fremiti
D’una incompresa idea,
Quando il commosso spirito,
Un mondo nuovo e un nuovo cielo ambì,
D’una cara speranza io mi pascea
Ch’ahi!… troppo presto nel mio cor languì.
Oggi, un perenne esilio
Parmi la vita, e risalir vorrei
A quel sognato empireo
Fulgente ancora di malìa gentil,
E ritrovar la luce che perdei
Nella dolcezza di un eterno april.
Stanca così di gemere
Forse son io, che tutta
Di funerarie immagini
Si dipinge la terra al mio pensier;
Veggo ogni cara illusion distrutta
Ed ingombro di sterpi il mio sentier.
Che fia di me?! Quest’anima
Chiude un tesoro di supremi affetti,
Chiude un pensier sì splendido
Che mente umana indovinar non può:
Sorrido e passo fra i mortali obbietti,
Ma patria e meta ed avvenir non ho!
Quanto di bello accogliesi
Nell’universo, appena
Può sodisfar l’indocile
Cura ch’io porto dai prim’anni in sen;
Il desio che mi strugge e m’incatena
È maggior d’ogni gloria e d’ogni ben.
Detto mi fu che in lagrime
Trassi i begli anni dell’età fanciulla,
Che un indistinto gemito
Per lunghe notti dal mio labbro uscì.
Né pace io m’ebbi nella dolce culla,
Né mi diè pace il sen che mi nutrì.
Dunque l’età più tenera
Mi presagia l’affanno:
Agonizzai sul nascere
Qual fior divelto dal materno stel…
Pria del dolor conobbi il disinganno,
Pria della vita interrogai l’avel.
Nei lieti dì che l’anima
Schiusi all’arte, agli affetti, all’armonia,
Vidi nei sogni un essere
Che blandia coi suoi canti il mio dolor,
Poi temprava le corde all’arpa mia
E mi parlava d’un celeste amor.
D’amor che luce ed estasi,
Forza, principio e meta;
D’amor che i sensi inebbria
D’una sublime eterea voluttà…
Ch’ogni speranza ogni desio completa,
Ch’eterno regna e di regnar non sa.
D’amor che pochi intendono
Perché non vive di terrena ebbrezza,
Che dei veggenti è simbolo
Che terra e cielo in un pensier legò…
Ohimè! Quest’alma a tanto gaudio avvezza
Gioie mortali disiar non può.
Oh! Quante volte un alito
Di questo amor sognai!
Lo chiesi indarno agli uomini
Ché fu muto ogni core al mio desir…
Io non dovevo palpitar giammai
O dei palpiti miei dovea mori!!!
Pur quando riedo ai placidi
Giorni vissuti in compagnia diletta,
Ai primi studî, ai cantici,
A quei fantasmi ch’obbliar non so,
Dico a me stessa: un altro ciel mi aspetta,
In altro cielo le mie gioie avrò.
Talor mi è forza correre
Lungo il mortal cammino
Confusa ai cento speretri
Di cui sconosco la favella e il cor;
Ma nei riflessi d’un pensier divino
Io mi stringo gelosa al mio dolor.
Speranze inenarrabili
Traveggo unite a quel dolore istesso.
Ché l’alma solitudine
Fonte è di vita a chi contempla il ver:
Quanto ad occhio mortal non è concesso
Svelasi in quell’istante al mio pensier.
Nell’ombra e nel silenzio
Gl’idoli miei ritrovo;
Parlo al creato, interrogo
L’eccelsa fiamma che si asconde in me,
E in un incanto dilettoso e novo
Scordo i maligni che mi stanno al piè.
Armonizzare, astergere
Posso in quell’ora ogn’intimo desio;
Rendo al mio stanco spirito
La potenza, l’imperio e la beltà.
Frango i misteri tra la mente e Dio,
Sprezzo il sogghigno d’una cieca età.
Veggo il cozzar dei secoli
Scissi in tenzone orrenda;
Veggo agitarsi e fremere
E sacerdoti e novatori e re,
E i popoli seguir l’ardua vicenda
Chiedendo invano la cagion qual è…
Oh!… s’io dovea le misere
Lotte provar d’una genia caduta,
Perché di elette immagini
Si riconforta il memore pensier?
Perché rivivo in un’età perduta,
Perché sento in me stessa il Bello e il Ver!?
Perché mi è dato un palpito
Che l’universo abbraccia?
Chi parla in me? chi suscita
La mia fede, i miei canti, i miei desir?
Chi mi sospinge d’alti beni in traccia,
Chi m’offre un cielo, un mondo, un’avvenir?
No, non è ver che l’unica
Meta dell’uomo nella morte è chiusa,
Che l’infeconda polvere
S’agiti ad una breve aura vital;
Può la vita alla morte andar confusa
Se parla in noi lo spirito immortal?
Può nell’obblio travolgersi
Chi può sfidar l’obblio?
Farsi mendico e debole
Chi ricco e forte dall’empiro uscì?
Nume del mondo l’ha chiamato Iddio,
E un’alba eterna a questo nume offrì.
Un’alba a cui si legano
Godimenti perenni, alta speranza:
Un’alba in cui si effondono
Tutte le gioie che fan bello il ciel…
Chi… chi gli ha tolto il senno e la possanza,
Chi lo fe’ schiavo al tenebroso avel?
Pur questo inane scheletro
Bello e immortale da natura uscia;
Ma un’orrida macerie
Non bruttava in quell’ora il suo candor,
E un senso arcano col suo vel copria
Il figliuol della luce e dell’amor.
Ahi! nell’immondo pelago
Ch’ogni sciagura aduna,
Nel lezzo d’un convivio
Che eterne brame sodisfar non può,
Ha veduto rapirsi ad una ad una
Quelle dolcezze che l’amor creò.
Oggi che langue immemore
D’una possanza avita,
Si elevi al gran giudizio
L’orme segnando ad una nuova età;
O fra gli stenti d’una morta vita
Gli ultimi beni dileguar vedrà.
Dovrà sognar le glorie
Di un’èra a lui promessa,
Dei padiglioni eterei
Chiederà la bellezza e lo splendor…
Avrà la morte sulla fronte impressa
Avrà giudice eterno il suo dolor.
Alme vegg’io, che povere
Di fede e d’intelletto
Cercan bearsi al fascino
Di quell’amore che i credenti unì,
Ma non san che le fonti dell’affetto
L’ignoranza dell’uomo inaridì.
Io… sì, talor le cupide
Pupille ho fisso a la magion beata;
Ho visto i mille arcangioli
Farmi invito coi baci e coi sospir,
Ho visto i lembi d’una scala aurata
E l’alba d’uno splendido avvenir.
Indi… un fatal disordine
Sperde il sublime incanto,
Ed io straniera agli uomini
Una ignota armonia chiedo al mio cor!…
L’eco dell’alma mia forse è il mio canto,
L’eco della natura il mio dolor.
Chi mi comprende?… Un plauso
Fra quest’aure di morte io non aspetto.
Parlo ai venturi… e incolume
Traggo il mio spirto ai cantici del ver;
Finché m’inebbria un sovrumano affetto
Sarà nunzio di vita il mio pensier.
***
A Filippo Santocanale

Se degli anni senili il grave incarco
Fe’ in te più vivo il giovanile affetto,
E natura ed amor schiudono il varco
Ai forti sensi del tuo nobil petto,
Me, peregrina e ad altre sfere unita,
Per poco accogli nel tuo dolce amplesso:
Questo, o amico gentil, mi sia concesso
Ultimo vale ai sogni della vita!
Forse, più che nol credi, intima e pura
In me favella d’amistà la voce:
Fu il più bel dono che mi diè natura,
Eppur fu la mia tomba e la mia croce!
Chè fra tante cortesi alme incontrate
Nel cammin dell’esilio, una soltanto
Pur non trovai che fera ambascia e pianto
Non desse in cambio all’anima del vate.
Cantai l’amore? Ahi! fra sorrisi immondi
Il mio bel voto illanguidir vedea,
E agonizzar fra scheletri infecondi
La più sublime e creatrice idea.
Ché sempre al suo venir fra un mondo cieco
Non trova impulso un vergine pensiero,
E i dettami del nobile e del vero
Non hanno un plauso, una parola, un’eco!
L’uom fatto servo da princìpi ignavi
Sconosce il bene, o d’ignorar s’infinge,
Si studia i vanti ad eternar degli avi,
E la propria miseria il preme e stringe.
Questa rea debolezza è un fero oltraggio
Alla coscienza, alla natura, a Dio:
E lo svela commosso il canto mio
Or che m’appresto all’ultimo viaggio.
Senti! In un secol vanitoso e molle
Propizio ai bruti e a le bell’opre ostile,
Fra gente le cui brame odio ha satolle,
Che danna a morte ogni pensier gentile,
Qua fia compenso all’anima ferita,
Qual sacro istinto mi sospinge ancora?
Dovetti, a giorno a giorno, ad ora ad ora,
Fra morta gente mendicar la vita!
Nel duolo acerbo che fu strazio al core
Patria, amici, congiunti io non trovai:
Mi alimentai del mio celeste amore,
Quel che il mondo non vende, in me cercai!
E in questo lento lavorio, che tutta
La mia forza conquise e la baldanza,
Fra la morte, la vita e la speranza
Giacqui, viva non mai, non mai distrutta.
Sola, ignorata, ad ogni ben più caro
L’aspirar mi fu colpa! e in tanto affanno,
Io non so qual parlasse in me più amaro
O il cader dei miei giorni, o il disinganno!
Presso al diserto capezzal non una
Lacrimando inchinossi alma pietosa:
Madre, figlia, sorella, amica e sposa,
Pugnai col tempo e colla ria fortuna!
Che mi giovò dei dolci carmi in seno
Versare il germe d’un’idea novella,
E sul detto immortal del Nazareno
Schiudere un’era più feconda e bella?
Fu ben triste la prova! e intendo ormai
Che al Figliuolo dell’Uomo oggi non resta
Un nudo sasso ove poggiar la testa,
Un core a cui ridir gli ultimi lai!
Ed io… chi sa se al ritornar del maggio,
Quando natura i bei tesori effonde,
Quando d’amore il lusinghiero raggio
Parla ai fiori, agli augelli, ai campi e all’onde,
Chi sa, se stanca d’una inutil guerra,
Non poserò nella natìa vallata!
Questa, amico gentil, m’era serbata
Unica gloria, unica gioia, in terra!
A cor bennato è facile e secura
Scola il morir, ch’ogni delirio accheta;
Argomento è di lutto e di sciagura
Solo a quell’ente che smarria la meta.
Pace è il morir, se della morte il gelo
De’ rei ne asconde la volubil torma:
È il trapassar della visibil forma
A un’invisibil voluttà del cielo.
E sia così: dai facili diletti
L’uom non trasse la scienza e la grandezza;
E se ricco ne appar d’opre e di affetti,
Deve al proprio dolor la propria altezza.
E un dì, povero amico, a te fian vanto
Più che le glorie mie le mie sventure:
Farà pianger di me le età venture,
Questo ch’io ti rivolgo ultimo canto!
Pur m’affanna il pensier che un fato avverso
M’invola, o amico, ai tuoi dolenti sguardi,
E il cor nei sensi d’amistà converso
Ti conobbe nel mondo, ahi! troppo tardi.
Alziam le ciglia! Un’ineffabil sorte
Spesso è legata al più crudel dolore!
Che in animo gentil vive l’amore
Oltre i danni del tempo e della morte!
 ***
La mia patria
Oltre quei monti che il sol rischiara
Fra sogni aurati m’ebbi la culla;
Ma i primi canti della fanciulla
Cercavan sempre patria più cara.
Lungo le sere cogli occhi intenti
Chiedeva un raggio dei firmamenti,
E in debil suono cantar s’udìa:
No, non è questa la patria mia.
Dopo quell’ora passar molt’anni;
Straniera io vissi fra molti estrani;
Cercai l’amore de’ miei lontani;
Provai la lotta dei lunghi affanni.
Spezzato il core nell’aspra guerra,
No, la mia patria non cerco in terra.
Io nacqui ai sogni dell’armonia…
Io chiedo al cielo la patria mia!
***

Il giorno di Pasqua del 1860 fu giorno di lutto per la mia famiglia – sì di lutto; i volti sorridevano forzatamente, i cuori piangevano.

Io non potei piangere né cogli occhi né col cuore. Sposai all’alba – la chiesa era deserta – camminavo come trasognata e mi pareva di non essere più sulla terra. Mio Padre non mi accompagnò, non ebbi  accanto un amico – da un lato avevo mia madre confusa e dolente anch’essa, dall’altro lato mio suocero, che col suo viso arcigno mi faceva spavento come l’angelo del male….” ( da una lettera ad Ascenso Maceri in cui Mariannina descrive il giorno del suo matrimonio – 1860)

 ***

 ( 9 marzo 1870)

Avete mai pensato, Ascenso mio, a quel giorno in cui eravate in mia casa,
quando il cielo divenne nero e i tuoni ci facevano paura? Vi era anche mio
fratello Peppino, il solo che comprendesse il mio cuore. Io ricamavo un cuscino,
che dovevo donarvi- lo ricordate?-Oh! Ma non è possibile aver dimenticato
ciò che fa parte della vita. Quelle ore della tempesta furono le più belle del
nostro amore- perché mai, mai mi fu concesso dirvi una parola senza testimoni,
ma mi fu concesso stringere la vostra mano e aprirvi l’anima mia. Ma quel
giorno ebbi un istante di felicità, ed oggi l’ho scontata con perenni lagrime.
Eravamo soli; voi avevate scritto un sonetto che cominciava
Demone o spirto…
Volevate che facessi la risposta sulle stesse rime, e mi posi a scrivere. Eravate in
piedi dietro la mia sedia, e posaste la mano sulla carta che avevo innanzi, e su
quella mano appoggiai le mie labbra ardenti…O mio diletto- dopo dieci anni,
io palpito come palpitavo in quell’ora, e parmi nulla esser mutato; quel cuscino
che dovea servire pel vostro pianoforte, io lo conservo ancora: lo tolsi dal telaio,
non volli mai terminarlo ed è per me una preziosa reliquia- i colori delle rose
sono impalliditi come la mia vita…ma l’anima perché non muta?
***

Opere di Mariannina Coffa Caruso

  • Poesie in differenti metri di Mariannina Coffa Caruso da Noto, Siracusa, Stamperia Pulejo 1855
  • Nuovi canti di Mariannina Coffa Caruso da Noto, Noto, Stamperia Spagnoli 1859
  • Nuovi canti di Mariannina Coffa in Morana da Noto, Torino, Stamperia dell’Unione Tipografica Editrice 1863
  • Versi inediti di Mariannina Coffa Caruso in Morana da Noto, pubblicati per cura dell’affezionato ammiratore F. Santocanale, Palermo, Stabilimento Tipografico Lao 1876
  • Ultimi versi di Mariannina Coffa Caruso in Morana, Palermo, Tipografia Virzì 1878
  • Un sogno, versi inediti di Mariannina Coffa Caruso, per cura di Giuseppe Conforti, Noto, Zammit 1878
  • Lettere ad Ascenso, a cura di G. Raya, Roma, Ciranna 1957
  • Scritti inediti e rari di Mariannina Coffa, a cura di Miriam Di Stefano, Noto, Arti grafiche San Corrado 1996
  • L’epistolario amoroso Coffa–Mauceri, in Marinella Fiume, Sibilla arcana. Mariannina Coffa (1841–1878), Caltanissetta, Lussografica 2000

Immagine: Noto, Monumento a Mariannina Coffa Caruso – foto tratta dal blog https://marialuciariccioli.wordpress.com

Fonti: