Da “Partenza” di Mario Rapisardi

Italy, Sicily, Catania, Town Hall. Whole artwork view. Portrait of a betrayed woman with curly hair. Her blouse is drawn open on the left side of the body. She wears a long, dark-coloured skirt. She sits on a floral sofa; behind her, can be seen a curtain. At her left, the sheet of a letter with inscriptions is posed on a drape. Black, white and dark tones are the predominant colours of the painting, characterized by light and shadow.

Quando ne le tacenti
Rigide notti un timoroso affetto,
Come a trepida lampa aura che fugge
Ad agitar ti vien l’anima in petto,
E tutta paurosa ne le custodi coltrici ti stringi,
E al vigile pensier schermo non trovi,
Io sonno esser vorrei:
Come farfalla in giglio
Io l’ala poserei
Sovra il tuo roseo ciglio.

Mario Rapisardi ( Catania, 1844-1912) da “Partenza”, in “Le ricordanze”, 1872.

Immagine: “La tradita” di Giuseppe Sciuti (Zafferana Etnea, CT, 1834- Roma, 1911) da http://www.gettyimages.it/

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Da “Ancestrale” di Goliarda Sapienza

Separare congiungere
spargere all’aria
racchiudere nel pugno
trattenere
fra le labbra il sapore
dividere
i secondi dai minuti
discernere nel cadere
della sera
questa sera da ieri
da domani

*

Goliarda Sapienza (Catania, 1924-Gaeta, 1996)

Fonte: “Ancestrale”, poesie scelte, Ed. La Vita Felice, 2013

Immagine: Il “Nascondiglio di Venere” di Salvatore Fiume (Comiso-RG 1915-Milano 1997) dal sito http://giovannibonanno.com/novecento-in-sicilia/

 

L’epigrafe di Iulia Florentina

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« Iuliae Florentinae infan[t]i dulcissimae atq(ue) in-

nocentissimae, fideli factae, parens conlocavit

quae pridie nonas martias ante lucem pacana

nata Zoilo corr(ectore) p(rovinciae), mense octavo decimo et vices[i]-

ma secunda die completis fidelis facta, hora no-

ctis octava ultimum spiritum agens supervixit

horis quattuor ita ut consueta repeteret, ac de-

[f]uncta Hyblae hora die[i] prima septimum kal(endas)

octobres. […] Cuius corpus pro foribus martXP(orum) cua X

loculo suo per prosbiterum huma-

tu[m] e[st], IIII non(as) oct(o)br(es). »

(IT)« A Iulia Florentina, infante dolcissima e

innocentissima, divenuta fedele, il padre pose; lei,

il giorno prima delle none di marzo prima del far

del giorno, nata pagana, mentre Zoilos era correttore

della provincia, a 18 mesi e a 22 giorni compiuti

divenuta fedele, all’ora ottava della notte rendendo

l’ultimo sospiro, sopravvisse quattro ore sì da

ripetere gli atti consueti, e morì a Ibla la prima ora

del giorno, sette giorni prima delle calende di

ottobre. […] Il suo corpo [si trova]

davanti alle porte dei martiri dove nel proprio loculo

è stato inumato per mezzo del presbitero 4 giorni

prima delle none di ottobre[1]. »

Sicilia, ultimi decenni del III secolo d.C. La piccola Iulia Florentina, nativa di Ibla ( probabilmente, l’odierna Paternò, in provincia di Catania), è stata da poco battezzata quando muore, a poco più di 18 mesi, lasciando in famiglia un vuoto doloroso, reso ancor più disperato dal ricordo della sua dolcezza e della sua innocenza. Per darle una sepoltura degna di lei, il padre la porta a Catania e la fa inumare nel cimitero del Martyrium, dedicato al culto dei martiri, nel quale riposano le spoglie dei grandi martiri catanesi Agata ed Euplio e, con loro, altri cristiani passati attraverso il “battesimo” del martirio.

Questa epigrafe funeraria, rinvenuta a Catania nel 1730 e attualmente conservata al Museo del Louvre, rappresenta un documento  fondamentale per lo studio delle prime comunità cristiane in Sicilia. Il ritrovamento è avvenuto nella zona tra le odierne Via Androne e via Dottor Consoli. Qui, sotto la pavimentazione stradale, ci sono ancora numerosi resti di tombe e di due basiliche paleocristiane: la prima è una trichora, ovvero una basilichetta triabsidata,  databile al IV secolo, mentre la seconda, molto più grande e abbellita da splendidi mosaici, risalirebbe al VI secolo. All’epoca, quest’area si trovava al di fuori del centro cittadino (localizzato fra l’attuale piazza Duomo e Piazza Dante) ed era quindi nella posizione ideale per stabilirvi una necropoli. L’iscrizione, che indica davanti alle porte dei martiri il sepolcro della piccola, fa chiaramente comprendere che proprio in questa necropoli abbiano trovato il loro primo luogo di sepoltura e di culto i santi patroni Agata ed Euplio, morti rispettivamente nel 251 e nel 304 d.C. In questo stesso cimitero, gli scavi hanno portato alla luce le tombe di altri martiri meno conosciuti: è il caso di Theodule, una ragazza vissuta ai tempi delle grandi persecuzioni e il cui epitaffio ne lascia chiaramente intendere il martirio quale causa della morte.

Ma, al di là dei suo valore storico, l’epigrafe di Iulia Florentina è preziosa perchè ci mostra un frammento di quotidianità, di usanze e di affetti familiari che, anche se appartenenti ad un mondo ormai molto diverso dal nostro, rivela come immutabili alcuni tratti della sensibilità umana: l’amore per la figlioletta, la disperazione per la sua prematura scomparsa, il bisogno di credere in una sopravvivenza dopo la morte; ma soprattutto l’attenzione, scrupolosa e amorevole, nella scelta del luogo di inumazione, quasi che sapere la propria bambina “in buone mani”, accanto agli adorati martiri, potesse in qualche modo lenire il dolore della sua perdita.

Donatella Pezzino

Immagine e testo latino/italiano da Wikipedia

Fonti:

  • Giovanni Rizza, Un martyrium paleocristiano di Catania e il sepolcro di Iulia Florentina, Catania, Centro di Studi sull’antico cristianesimo, Università di Catania, 1964.
  • Francesca Trapani, il complesso cristiano extra moenia di via Dottor Consoli a Catania in Archivio Storico per la Sicilia Orientale, Fasc.I-III, Anno XCV, Catania, Società di Storia Patria per la Sicilia Orientale, Ente Morale Istituto Universitario, 1999, pp.77-124.
  • Irma Bitto, Catania Paleocristiana: L’epitaffio di Theodule, in AA.VV., Catania Antica. Atti del convegno della S.I.S.A.C.(Catania 23-24 maggio 1992), Roma, Istituti Editoriali e Poligrafici Internazionali, 1996, pp.279-292.
  • Antonio Tempio, Agata Cristiana e martire nella Catania romana, Catania, Giuseppe Maimone Editore, 2003.
  • Carmelo Ciccia, il mito d’Ibla nella letteratura e nell’arte, Cosenza, Pellegrini Editore, 1998.

Il Duomo di S.Agata, uno scrigno di bellezza

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Dedicata alla patrona S.Agata, la cattedrale di Catania sorge su Piazza del Duomo, nel cuore del centro storico della città. Il sito era un tempo noto come “piano di S.Agata” e, più anticamente, “Platea Magna”. La costruzione originaria risale al 1094 e si deve ai normanni, che la edificarono sulle rovine delle Terme Achilliane (III-V sec. d.C.), ancor oggi visitabili nel livello sotterraneo.  Per costruirla furono utilizzati molti materiali provenienti dal vecchio edificio termale e da altre strutture di epoca romana (soprattutto l’anfiteatro di Piazza Stesicoro). All’esterno, la struttura era quella di una “ecclesia munita”, dotata di torri di avvistamento e fortificazioni di tipo militare. A quell’epoca, infatti, l’odierna Piazza Duomo si affacciava direttamente sul mare; era quindi prioritario poter disporre di un efficace sistema di sorveglianza e difesa.

Duomo

Nel corso dei secoli, la Majuri Ecclesia di Catania è stata ripetutamente danneggiata da terremoti e incendi; il danno più importante, però, è stato prodotto dal disastroso sisma dell’11 gennaio 1693, che ne ha causato il crollo quasi totale. In quell’occasione, infatti, restarono in piedi solo le tre absidi esterne e parte del muro fortificato. Agli inizi del Settecento, quindi, la cattedrale è stata ricostruita con un impianto completamente nuovo, dalla forte impronta barocco-neoclassica, che si è fuso agli antichi resti in stile gotico-normanno.

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La vecchia cattedrale era una tipica chiesa medievale: di dimensioni più modeste rispetto all’attuale basilica, aveva il tetto spiovente ed era dotata di un campanile altissimo e stretto, fatto costruire nel Trecento dal vescovo Simone del Pozzo. Dopo il terremoto, la riedificazione del corpo e dell’interno venne curata da un religioso, fra Liberato (al secolo Girolamo Palazzotto). Successivamente, fra il 1734 e il 1761, Giovan Battista Vaccarini aggiunse la splendida facciata barocca, occupandosi sia del progetto che dei lavori. La cupola, il campanile e l’attuale allestimento del sagrato furono eseguiti nel corso del XIX secolo.

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Sulla facciata, come in tutto il resto del’edificio, tutto parla di S.Agata. I due portali laterali, in particolare, portano scolpite le iniziali dei due motti agatini: “Noli Offendere Patriam Agathae Quia Ultrix Iniuriarum Est” (non offendere la patria di Agata perché è vendicatrice delle ingiurie, portale di sinistra, foto sopra) e “Mens Sanctam Spontaneam Honorem Deo et Patriae Liberationem” ( mente santa, spontanea, onore a Dio e liberazione della patria, portale di destra). Al centro, il grande ingresso principale ha uno splendido portale ligneo scolpito, realizzato nel 1736. In una nicchia sulla parte più alta della facciata troneggia una grande statua della santa. Il Duomo ha anche un piccolo ingresso laterale, ornato da un portale cinquecentesco.

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O sacra campana del Duomo

Che al vespro d’autunno con lenti

Rintocchi sui vènti lamènti

L’audace miseria dell’uomo,

Nell’ombra solinga raccolto

Feconda di mesti pensieri,

Dolente dell’oggi, del jeri,

Intènto al domani, io t’ascolto.

La fine del pallido giorno

Lamenta, o campana romita:

Io canto dell’alba il ritorno,

L’amor, la giustizia, la vita.

(Mario Rapisardi)

Navata

Mentre all’esterno la pietra lavica dell’Etna è il materiale prevalente, l’interno è un tripudio di marmi policromi, di affreschi e di opere d’arte di pregio. Sugli altari delle navate sono presenti tele di Filippo Paladini, Guglielmo Borremans, Giovanni Tuccari e Pietro Abbadessa. I dipinti sono in gran parte settecenteschi, anche se non mancano opere risalenti al periodo pre-terremoto come il San Giorgio di Girolamo La Manna (1624) e il “Martirio di Sant’Agata” del Paladini (1605).

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Gli affreschi del pittore romano Giovan Battista Corradini, risalenti alla prima metà del Seicento, decorano l’altare maggiore con scene tratte dalla vita dei santi patroni, ovvero S.Agata, San Berillo, S.Euplio e S.Stefano protomartire.

F.Zivillica (www.ziperit.com)

Sulla controfacciata della navata centrale c’è l’imponente organo a canne in stile neoclassico; sotto, sulla navata di destra, si trova il monumento funebre a Vincenzo Bellini.

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Nella stessa navata si trovano il monumento funerario al Beato Cardinale G.B.Dusmet e l’urna con le sue spoglie. In fondo, in corrispondenza dell’abside, si trovano diverse sepolture di vescovi e il prezioso sacello con le reliquie di S.Agata. Nell’adiacente cappella della Vergine sono collocati i sarcofagi dei reali aragonesi. Dalla parte opposta, sulla navata sinistra, è posizionata la Cappella del Crocifisso, che ospita un grande Crocifisso, una Via Crucis e diversi reliquiari.

Dusmet

Ancora oggi si possono ammirare i resti dell’antico duomo medievale: dal porto e dalla via Dusmet è visibile una parte del muro fortificato ( foto sopra), mentre nel cortile della curia arcivescovile, sul retro del Duomo, le absidi esterne ci danno un’idea dello stile originario (foto sotto).

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La sagrestia della cattedrale, inoltre, custodisce un documento di importante valore storico: si tratta dell’affresco del pittore Giacinto Platania, raffigurante l’eruzione dell’Etna del 1669.

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Oltre ad essere uno degli arredi sopravvissuti al terremoto del 1693, il dipinto è una rara “fotografia” degli istanti drammatici vissuti dalla città durante una delle sue eruzioni più devastanti.

Donatella Pezzino

***

Immagini dell’autrice, ad eccezione delle seguenti:

Fonti:

  • Il restauro degli affreschi di Giovan Battista Corradini nel presbiterio della Cattedrale di Catania. Una testimonianza pre-terremoto 1693″ a cura della Dott.ssa Luisa Paladino, Regione Siciliana, Assessorato dei beni culturali e dell’identità siciliana, 2016
  • Guglielmo Policastro, Catania prima del 1693, SEI, Torino, 1952
  • http://www.wikipedia.org
  • Giuseppe Rasà Napoli, Guida alle chiese di Catania e sobborghi, Catania, tipografia M. Galati, 1900

 

 

 

 

 

 

Gammazita

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La figura di Gammazita appartiene a quel nutrito gruppo di leggende fiorite intorno ad antichi siti dei quali non si conosce l’origine. La sua storia è legata in particolare al celebre “Pozzo di Gammazita”, una cavità naturale che si trova nel cuore del centro storico di Catania.

Sebbene la sua storicità non sia un fatto accertato, non è da escludere che Gammazita sia realmente esistita. La sua vicenda si colloca nella Catania del 1280, in piena dominazione angioina:  in quel periodo, i siciliani erano frequentemente oggetto di angherie e soprusi da parte dei francesi dominatori. In questo clima di oppressione, che culminerà nella Guerra del Vespro (1282), le donne erano esposte di frequente a molestie e abusi di ogni genere.

Giovane, virtuosa e di rara bellezza, Gammazita aveva attratto l’attenzione di Droetto, un soldato francese violento e corrotto. Nonostante la fanciulla fosse già fidanzata e promessa sposa, Droetto cominciò a corteggiarla con molta insistenza. Di fronte alla ferma resistenza di Gammazita, l’uomo si fece sempre più pressante: per lei diventò una vera e propria persecuzione tanto che, per motivi di sicurezza, prese la precauzione di uscire sempre accompagnata.

Un giorno, però, un’urgenza la costrinse a recarsi da sola al pozzo per attingere acqua. Mentre era sul posto ecco arrivare Droetto: Gammazita tentò di fuggire, di chiamare aiuto, ma il posto era isolato e nessuno poteva sentirla. L’uomo l’aggredì con violenza e lei, pur di non cedergli, decise di gettarsi nel pozzo.

Questa coraggiosa fanciulla che aveva preferito la morte al disonore divenne presto l’emblema della fierezza e dell’onestà femminile ( “l’unuri di i fimminini siciliani”), ispirando romanzieri e cantastorie. La tragica scena della sua morte è effigiata in uno dei lampioni di Piazza Università a Catania (foto in alto).

Il sito nel quale sono stati identificati i resti del pozzo di Gammazita si trova in un cortile di via San Calogero, nei pressi del Castello Ursino. Il pozzo, in parte ricoperto dalla lava del 1669, è stato molto ricco di acqua fino al XIX secolo; poi, si è progressivamente inaridito.

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Sul suo fondo esistevano delle incrostazioni di colore rossastro, lasciate probabilmente dai residui di ferro e magnesio: il popolo, però, le credeva tracce dell’autentico sangue di Gammazita e vi trovava una conferma della storicità dei fatti.

Donatella Pezzino

Immagine del lampione di Gammazita da http://catania.meridionews.it

Immagine dell’accesso al pozzo da http://www.wikipedia.org

Fonti:

Graziosa Casella

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E’ veru sì, s’avissi diciott’anni

o puru vintott’anni, comu a tia,

non li patissi tanti disinganni

nè mi vinissi sta malincunìa.

La poetessa Graziosa ( Grazia ) Casella nacque a Catania il 20 novembre del 1906.

Catanese purosangue, Graziosa ebbe una vita sentimentale difficile e chiacchierata: madre di cinque figli, partorì la sua primogenita Tommasa all’età di soli 19 anni ( cui seguirono, diversi anni dopo, Salvatore e Maria Adele; ma dalla sua lirica “Li me figghi” pubblicata nel 1956 apprendiamo di altre due nascite) ma si sposò solo nel 1946 con l’insegnante Rodolfo Puglisi, di 15 anni più anziano di lei.

In questo periodo, Graziosa cominciò ad affacciarsi sulla scena poetica catanese che, nel secondo dopoguerra, costituiva uno dei substrati più fiorenti e stimolanti del panorama culturale italiano. Nel corso della sua attività, interagì con poeti illustri come Boley, Giuseppe Nicolosi Scandurra e Vito Marino, con i quali instaurò una pluriennale relazione fatta di scambi, provocazioni, “botta e risposta” e discussioni su argomenti di vario genere.

Di ampia e raffinata cultura, si fece notare per un uso ricercato della lingua italiana e per la sua grande ricchezza espressiva. Conosceva approfonditamente la storia antica e la mitologia, parlava correntemente l’inglese e scriveva abitualmente sia in italiano che in dialetto. Curiosa ed eclettica, mostrò in svariate occasioni una eccellente capacità nel padroneggiare i temi più disparati, dall’amore al tormento esistenziale, dall’amicizia all’insofferenza verso i canoni imposti da una società ipocrita e benpensante.

Quest’ultimo tema, in particolare, costituisce il filo conduttore di tanta produzione poetica della Casella: molte delle sue liriche, infatti, raccontano delle sofferenze procuratele dalle malelingue e dalle calunnie in diversi momenti della sua vita e soprattutto a causa del suo amore, tanto intenso quanto impossibile, per un uomo di parecchi anni più giovane di lei.

A questo legame, Graziosa dedicò nove splendidi sonetti e in particolare “S’avissi diciottanni”, componimento poetico dove l’amarezza del disinganno si unisce ad una straziante sete d’amore. Altri temi ricorrenti nella sua produzione furono la descrizione della natura, la devozione a S.Agata, la passione viscerale per la sua terra e gli affetti personali interpretati con una vena intimista di eccezionale profondità.

Le sue liriche, pubblicate su diversi giornali dell’epoca e soprattutto sulla celebre rivista di satira, politica e cultura “Lei è lariu”, riscossero molto successo e le regalarono una grande notorietà nonostante la quale ella mantenne sempre un contegno umile, serio e dignitoso, sia davanti ai suoi estimatori che nei confronti di chi la denigrava.

Prima della morte, avvenuta nel dicembre del 1959, Graziosa consegnò ai suoi colleghi poeti due manoscritti, “Ciuri di spina” e “Autunnu e primavera”: queste raccolte, mai pubblicate, racchiudevano poesie vibranti di tutta la sensualità, la passione e il dolore di cui l’animo sensibile della poetessa era stata capace.

Nonostante il successo e la popolarità raggiunte in vita, Graziosa Casella è oggi poco conosciuta e del tutto dimenticata. Recentemente, il poeta e musicista Alfio Patti ne ha ricostruito il profilo ed il percorso culturale, raccogliendo alcune delle sue più belle liriche nel suo saggio “Arsura d’amuri. Omaggio a Graziosa Casella” edito da Bonanno (2013).

Donatella Pezzino

Poesie di Graziosa Casella

Fonti:

 

 

Poesie di Graziosa Casella

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Biografia di Graziosa Casella

Graziosa Casella ( Catania, 1906-1959), poetessa sensibile e prolifica,  partecipò attivamente ai movimenti poetici della Catania del secondo dopoguerra: dal 1945 al 1959 collaborò con circoli e riviste culturali e intrattenne stretti rapporti con i maggiori poeti e intellettuali dell’epoca. Poetessa dell’amore e dell’amicizia, vera figlia dell’Etna, la Casella è stata spesso paragonata a Mariannina Coffa per la passione lacerante e dolorosa con cui cantò la sua sete d’amore. Nove suoi sonetti, in particolare, sviscerano il travaglio di un amore impossibile che lotta contro una società ipocrita e perbenista: il grande amore della sua vita, infatti, era un uomo molto più giovane di lei. Caduta ingiustamente nell’oblio dopo la sua morte, è stata recentemente riscoperta dal poeta e cantautore Alfio Patti che le ha dedicato il suo saggio critico e bio-bibliografico “Arsura d’amuri. Omaggio a Graziosa Casella” ( Bonanno Editore, 2013).

S’avissi diciott’anni

E’ veru sì, s’avissi diciott’anni

o puru vintott’anni, comu a tia,

non li patissi tanti disinganni

nè mi vinissi sta malincunìa.

 

Ragiuna, e vidi chi a tia stissu ‘nganni;

chissu ca chiami amuri è fantasia;

troppu d’amuri canuscìi l’affanni,

e sacciu siddu è prosa o è puisia.

 

Pirchì, dimmillu, si non mi vo’ beni,

voi mettiri ‘stu cori a la turtura

e ccu ssi labbra duci m’avvileni?

 

Ah, si ‘ssa vucca to non è sincera,

làssami stari pri la me svintura…

ccu autunnu non s’accoppia a primavera.

 

(Se avessi diciott’anni

 

E’ vero si, se avessi diciott’anni

oppure ventott’anni come te

non soffrirei tanti disinganni

nè mi verrebbe questa malinconia.

Ragiona, e vedi che te stesso inganni;

questo che chiami amore è fantasia;

troppo d’amore conobbi gli affanni

e so se è prosa o poesia.

Perchè, dimmelo, se non mi vuoi bene

vuoi mettere questo cuore alla tortura

e con queste labbra dolci mi avveleni?

Ah se questa bocca tua non è sincera

lasciami alla mia sventura…

con autunno non si accoppia la primavera.)

***

Ss’occhi

 

Su ss’occhi toi un mari senza funnu

‘n mari sirenu, duci e senza ‘ngannu.

‘Nta li so calmi abissi mi sprufunnu

quali trisori ammuccia m’addumannu.

Ma tanta luci viu ca mi cunfunnu

e chiudu l’occhi ca po’ fari dannu

li stissi non cci n’è ‘n tuttu lu munnu

mancu si giri ‘n gnornu, ‘n misi e ‘n’annu.

( Questi occhi

Sono questi occhi tuoi un mare senza fondo

un mare sereno, dolce e senza inganno.

Dentro i suoi calmi abissi mi sprofondo

quali tesori nasconde mi domando.

Ma tanta luce vedo da confondermi

e chiudo gli occhi perchè può farmi male

uguali non ce n’è in tutto il mondo

neanche a girare un giorno, un mese e un anno. )

***

Notti

Notti ca scinni cheta e silinziusa

disiata tu veni all’ arma mia!

Quannu si’ chiara o quannu si’ scurusa

sempri la benvinuta dugnu a tia.

 

Oh! Quantu tu ppi mia si’ priziusa

ca l’estru svigghi a la me fantasia

la to calma prufunna e maistusa

fidili e duci mi fa cumpagnia.

 

Amica notti, quantu mi piaci

na li to’ vrazza lu ‘nsunnari è duci

ca mi circunnu d’ummira e di paci.

 

Mi fai ‘nsunnari rosi e tanti ciuri

mentri c’all’alba ccula nova luci

trovu la vita ccu li so’ duluri!

( Notte

Notte che scendi quieta e silenziosa

desiderata tu vieni nell’anima mia!

Che tu sia chiara o che tu sia buia

sempre la benvenuta io dò a te.

Oh! Quanto tu per me sei preziosa

che l’estro svegli alla mia fantasia

la tua calma profonda e maestosa

fedele e dolce mi fa compagnia.

Amica notte, quanto mi piaci

nelle tue braccia sognare è dolce

perchè mi circondo di ombra e di pace.

Mi fai sognare rose e tanti fiori

mentre all’alba con la nuova luce

trovo la vita con i suoi dolori!)

***

Odiu

Odiu ‘sta vita mia fatta di chiantu

odiu ‘sta vita fatta di turmentu

odiu la gioia, lu risu, lu cantu

odiu la luna, lu suli, lu ventu.

 

Odiu l’amuri, ca pp’amari tantu

persi la paci e cchiu lu sintimentu

odiu tuttu, non avi cchiù ‘ncantu

ppi mia ‘sta vita ca morta mi sentu.

 

Si sti mura putissiru parrari

tutti li peni mei, lu me suffriri,

iddi suli putissiru cuntari.

 

Ma su’ muti e non parrunu li mura

e nuddu saprà mai lu me duluri

e inutilmenti st’arma si turtura.

(Odio

Odio questa vita fatta di pianto

odio questa vita fatta di tormento

odio la gioia, il riso, il canto

odio la luna, il sole, il vento.

Odio l’amore, perchè per amare tanto

persi la pace e più ancora il senno

odio tutto, non ha più incanto

per me questa vita perchè morta mi sento.

Se queste mura potessero parlare

tutte le mie pene, il mio soffrire,

loro sole potrebbero raccontare.

Ma sono mute e non parlano le mura

e nessuno saprà mai il mio dolore

e inutilmente l’anima si tortura.

***

Immagine da http://www.wikipedia.it

Nel video, le “Malmaritate” eseguono il brano “S’avissi diciott’anni” scritto da Alfio Patti sul testo della poesia di Graziosa Casella.

 

Fonti: