“C’era la luna” di Giuseppe Nicolosi Scandurra

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Ntra lu silenziu di la notti funna
sulu pri la campagna caminava;
c’era la luna ccu la facci tunna;
chi li munti e li chiani inargintava.

Non si muvia di l’arvuli na frunna,
ogni filiddu d’erva ripusava,
di lu mari durmia placida l’unna
e l’aura di la notti triunfava.

Ntra lu funnu vadduni, alluntanatu,
sintia lu cantu di lu rusignolu
ca duci si spargìa di pratu in pratu.

Lu passanti cantava pri la via
ccu la cadenza a l’usu campagnolu,
e la luna la scena si vidìa.

*

Giuseppe Nicolosi Scandurra (Catania 1877-1966)

Immagine: “Chiaro di luna”, dipinto di Giuseppe Gandolfo (Catania, 1792 – 1855) dal sito http://www.gandolfosfamilyarts.com

(Traduzione: Dentro il silenzio della notte fonda/ solo per la campagna camminavo;/ c’era la luna con la faccia tonda;/ che i monti e i piani inargentava./Non si muoveva degli alberi una fronda,/ogni filino d’erba riposava,/del mare dormiva placida l’onda/ e l’aria della notte trionfava./ Nel profondo vallone, da lontano,/sentivo il canto dell’usignolo/che dolce si spargeva di prato in prato./ Il passante cantava per la via/ con la cadenza all’uso campagnolo/ e la luna si guardava la scena.)

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“Dopo il ballo” di Maria Ricci Paternò Castello

Bello sedermi fino all’alba al foco,
Sola, pensando e ripensando a lui!
Tornare in sogno nello stesso loco,
Ove beata di sua vista fui!

Strano miraggio, veggo a poco a poco
Larve formarsi negli angoli bui
E – della illusïone estremo giuoco! –
Mista la sua con le figure altrui.

Gli dico allor, resa, nell’ombre, audace:
«Non te ne accorgi che ti voglio bene?
Non te ne accorgi che non ho più pace?»

Egli sorride. Ma rinasce il giorno
E, grave il cor di sconosciute pene,
Come non fosse, in sua presenza torno.

*

Maria Ricci Paternò Castello di Carcaci (Catania, 1845 -?) da “Nuove Poesie”, Firenze, Le Monnier, 1885.

Immagine: un dipinto di Luigi di Giovanni (Palermo,1856-1938) dal sito http://www.arcutifineart.com

“Teatro” di Giuseppe Villaroel

 

La veste di tulle rosa avvolge come una nuvola
estiva il tuo corpo di giunco. E il batuffolo biondo della chioma
ha una raggiante letizia di sole autunnale e un aroma
di ginepri fioriti all’alba sotto il cielo puro di viola.

Gli occhi ti brillano all’ombra delle lunghe ciglia oscure
e la mano bianca s’abbandona sul velluto rosso del palco.
Fiammeggiano i lumi. E con morbida profondità di ricalco
si staglia nello sfondo la sagoma delle tue linee pure.

Oh, semplicemente guardarti così come gli ebri che sognano,
occultamente amarti con l’anima che non spera
e tornare soli a casa per vie deserte ogni sera
con la luce dei tuoi occhi dentro le vene che bruciano!

E poi ne la stanza aperta, in una tristezza estrema,
vinti dal grande silenzio dei neri spazii profondi
che vibrano dell’infinito addio luminoso dei mondi,
cascare pallidi e stanchi sul letto, col cuore che trema.

E morire di desiderio così lentamente avvolti
in un torpore dolcissimo di sogni vago e lontano
e credere di sentire nella mano la carezza della tua mano
e sull’arida bocca il profumo dei tuoi capelli disciolti.

*

Giuseppe Villaroel (Catania, 26 ottobre 1889 – Roma, 10 luglio 1965) – poesia tratta dalla raccolta “La tavolozza e l’oboe”, ed. Taddei, Ferrara, 1918.

Immagine: un quadro di Francesco Longo Mancini (Catania,1880 – Roma,1954) dal sito http://www.antoniorandazzo.it/galleriaromasiracusa/www.galleriaroma.it

Donatella Pezzino

La “Serenata araba” del Frontini

La “Serenata araba”, opera del compositore e direttore d’orchestra catanese Francesco Paolo Frontini (1860-1939), fu composta negli ultimi anni dell’Ottocento su un testo poetico di Calcedonio Reina (Catania, 1842-1911). Divenne in breve tempo molto popolare, anche come pezzo da eseguire per pianoforte. “Essa” scrisse Domenico Danzuso nel 1953 “rappresenta un gioiello di impareggiabile valore e dimostra la genialità di un artista il quale, pur non conoscendo l’Oriente, ne seppe rendere appieno lo spirito, scrivendo la più bella musica araba.”

Donatella Pezzino

Su Francesco Paolo Frontini:

 

 

 

Da “Partenza” di Mario Rapisardi

Italy, Sicily, Catania, Town Hall. Whole artwork view. Portrait of a betrayed woman with curly hair. Her blouse is drawn open on the left side of the body. She wears a long, dark-coloured skirt. She sits on a floral sofa; behind her, can be seen a curtain. At her left, the sheet of a letter with inscriptions is posed on a drape. Black, white and dark tones are the predominant colours of the painting, characterized by light and shadow.

Quando ne le tacenti
Rigide notti un timoroso affetto,
Come a trepida lampa aura che fugge
Ad agitar ti vien l’anima in petto,
E tutta paurosa ne le custodi coltrici ti stringi,
E al vigile pensier schermo non trovi,
Io sonno esser vorrei:
Come farfalla in giglio
Io l’ala poserei
Sovra il tuo roseo ciglio.

Mario Rapisardi ( Catania, 1844-1912) da “Partenza”, in “Le ricordanze”, 1872.

Immagine: “La tradita” di Giuseppe Sciuti (Zafferana Etnea, CT, 1834- Roma, 1911) da http://www.gettyimages.it/

Da “Ancestrale” di Goliarda Sapienza

Separare congiungere
spargere all’aria
racchiudere nel pugno
trattenere
fra le labbra il sapore
dividere
i secondi dai minuti
discernere nel cadere
della sera
questa sera da ieri
da domani

*

Goliarda Sapienza (Catania, 1924-Gaeta, 1996)

Fonte: “Ancestrale”, poesie scelte, Ed. La Vita Felice, 2013

Immagine: Il “Nascondiglio di Venere” di Salvatore Fiume (Comiso-RG 1915-Milano 1997) dal sito http://giovannibonanno.com/novecento-in-sicilia/

 

L’epigrafe di Iulia Florentina

220px-Epigrafe_di_Iulia_Fiorentina

« Iuliae Florentinae infan[t]i dulcissimae atq(ue) in-

nocentissimae, fideli factae, parens conlocavit

quae pridie nonas martias ante lucem pacana

nata Zoilo corr(ectore) p(rovinciae), mense octavo decimo et vices[i]-

ma secunda die completis fidelis facta, hora no-

ctis octava ultimum spiritum agens supervixit

horis quattuor ita ut consueta repeteret, ac de-

[f]uncta Hyblae hora die[i] prima septimum kal(endas)

octobres. […] Cuius corpus pro foribus martXP(orum) cua X

loculo suo per prosbiterum huma-

tu[m] e[st], IIII non(as) oct(o)br(es). »

(IT)« A Iulia Florentina, infante dolcissima e

innocentissima, divenuta fedele, il padre pose; lei,

il giorno prima delle none di marzo prima del far

del giorno, nata pagana, mentre Zoilos era correttore

della provincia, a 18 mesi e a 22 giorni compiuti

divenuta fedele, all’ora ottava della notte rendendo

l’ultimo sospiro, sopravvisse quattro ore sì da

ripetere gli atti consueti, e morì a Ibla la prima ora

del giorno, sette giorni prima delle calende di

ottobre. […] Il suo corpo [si trova]

davanti alle porte dei martiri dove nel proprio loculo

è stato inumato per mezzo del presbitero 4 giorni

prima delle none di ottobre[1]. »

Sicilia, ultimi decenni del III secolo d.C. La piccola Iulia Florentina, nativa di Ibla ( probabilmente, l’odierna Paternò, in provincia di Catania), è stata da poco battezzata quando muore, a poco più di 18 mesi, lasciando in famiglia un vuoto doloroso, reso ancor più disperato dal ricordo della sua dolcezza e della sua innocenza. Per darle una sepoltura degna di lei, il padre la porta a Catania e la fa inumare nel cimitero del Martyrium, dedicato al culto dei martiri, nel quale riposano le spoglie dei grandi martiri catanesi Agata ed Euplio e, con loro, altri cristiani passati attraverso il “battesimo” del martirio.

Questa epigrafe funeraria, rinvenuta a Catania nel 1730 e attualmente conservata al Museo del Louvre, rappresenta un documento  fondamentale per lo studio delle prime comunità cristiane in Sicilia. Il ritrovamento è avvenuto nella zona tra le odierne Via Androne e via Dottor Consoli. Qui, sotto la pavimentazione stradale, ci sono ancora numerosi resti di tombe e di due basiliche paleocristiane: la prima è una trichora, ovvero una basilichetta triabsidata,  databile al IV secolo, mentre la seconda, molto più grande e abbellita da splendidi mosaici, risalirebbe al VI secolo. All’epoca, quest’area si trovava al di fuori del centro cittadino (localizzato fra l’attuale piazza Duomo e Piazza Dante) ed era quindi nella posizione ideale per stabilirvi una necropoli. L’iscrizione, che indica davanti alle porte dei martiri il sepolcro della piccola, fa chiaramente comprendere che proprio in questa necropoli abbiano trovato il loro primo luogo di sepoltura e di culto i santi patroni Agata ed Euplio, morti rispettivamente nel 251 e nel 304 d.C. In questo stesso cimitero, gli scavi hanno portato alla luce le tombe di altri martiri meno conosciuti: è il caso di Theodule, una ragazza vissuta ai tempi delle grandi persecuzioni e il cui epitaffio ne lascia chiaramente intendere il martirio quale causa della morte.

Ma, al di là dei suo valore storico, l’epigrafe di Iulia Florentina è preziosa perchè ci mostra un frammento di quotidianità, di usanze e di affetti familiari che, anche se appartenenti ad un mondo ormai molto diverso dal nostro, rivela come immutabili alcuni tratti della sensibilità umana: l’amore per la figlioletta, la disperazione per la sua prematura scomparsa, il bisogno di credere in una sopravvivenza dopo la morte; ma soprattutto l’attenzione, scrupolosa e amorevole, nella scelta del luogo di inumazione, quasi che sapere la propria bambina “in buone mani”, accanto agli adorati martiri, potesse in qualche modo lenire il dolore della sua perdita.

Donatella Pezzino

Immagine e testo latino/italiano da Wikipedia

Fonti:

  • Giovanni Rizza, Un martyrium paleocristiano di Catania e il sepolcro di Iulia Florentina, Catania, Centro di Studi sull’antico cristianesimo, Università di Catania, 1964.
  • Francesca Trapani, il complesso cristiano extra moenia di via Dottor Consoli a Catania in Archivio Storico per la Sicilia Orientale, Fasc.I-III, Anno XCV, Catania, Società di Storia Patria per la Sicilia Orientale, Ente Morale Istituto Universitario, 1999, pp.77-124.
  • Irma Bitto, Catania Paleocristiana: L’epitaffio di Theodule, in AA.VV., Catania Antica. Atti del convegno della S.I.S.A.C.(Catania 23-24 maggio 1992), Roma, Istituti Editoriali e Poligrafici Internazionali, 1996, pp.279-292.
  • Antonio Tempio, Agata Cristiana e martire nella Catania romana, Catania, Giuseppe Maimone Editore, 2003.
  • Carmelo Ciccia, il mito d’Ibla nella letteratura e nell’arte, Cosenza, Pellegrini Editore, 1998.