Alcune poesie di Maria Costa

Conosciuta come “la poetessa del mare”, “la poetessa dello Stretto” o “la poetessa di Case Basse”, Maria Costa ( 1926-2016) ha dato voce all’anima della città di Messina e in particolare al suo mare, cantandone per tutta la vita le memorie, i colori e i profumi. Tra le sue più belle raccolte poetiche spiccano “Farfalle serali” (1978), Cavaddu ‘i coppi”(1993) e Abbiru maistru (2013). Quest’ultima comprende anche dieci racconti.

Dal 2006 il suo nome è iscritto nel registro dei “Tesori Umani Viventi” dall’Unità Operativa XXVIII – Patrimonio UNESCO, Registro Eredità Immateriali della Regione Siciliana.

Alla sua splendida figura di donna e di autrice, il regista messinese Fabio Schifilliti ha dedicato il cortometraggio Come le onde.

Vedi la biografia di Maria Costa

28 dicembre 1908
Cambiò di spalla
Colapesce,
quel nefando mattino

Sussultò la terra,
in ruina infernale,
flagello,
giudizio universale.

Tu, prostrata,
sventurata,
naufragasti in macerie,
gemiti, smarrimento,
lamento,miasmi,
e fu schianto e fu pianto;
Madonna di dolore.

Pianse il Tamigi,
il Don e l’Eufrate;
oh Messana.
Città di Fata Morgana,
miti e leggende.

L’alba spettrale,
ti fasciò di gramaglie,
dai picchi alla marina,
ma dai mari glaciali,
primiera salpò la schiera,
dai pompon rosso corallo e
solini azzurro intenso.

Voi, russi fratelli,
foste balsamo, malva,
unguento, linimento,
infuso e decotto,
alle ferite dell’anima,
di quel Dicembre
milenovecentotto!

Messina, 2006

*

Sigesta ( da “Abbiru Maistru”)

‘Ntaccunavi, “Sigesta”, ‘nta scurata

cu ‘dda scia ‘i maretta mirlittata.

Puntiava d’oru vecchiu già Missina.

‘Ntrasattu ‘na prua, putenti, azzariata

ti trapassàu ‘u cori e fu ruina.

O fotti naviganti

sbattuti di li venti,

vui fustu eroi e santi

su bacchi e bastimenti.

Segesta

Correvi, “Segesta” , all’imbrunire

con quella scia di maretta merlettata.

Luccicava d’oro vecchio già Messina.

Improvvisamente una prora, potente, d’acciaio

ti trapassò il cuore e fu rovina.

Oh forti naviganti

sbattuti dai venti,

voi foste eroi e santi

sopra barche e bastimenti.)

Messina, 2012

*

In questo video il cuore di Maria e la voce del mare, insieme, danno vita a un momento di pura poesia.

Colapisci

So matri lu chiamava: Colapisci!
sempri a mari, a mari, scura e brisci,
ciata ‘u sciroccu, zottiati sferra,
o Piscicola miu trasi ntera!
Iddu sciddicava comu anghidda
siguennu ‘u sò distinu, la sò stidda.
Annava fora, facia lagghi giri,
e Canzirri, ‘o Faru e Petri Niri.
Un ghionnu sò maistà ‘u vinni a sapiri,
e si pprisintau a iddu cù stu diri:

Iò sacciu chi si l’incantu da’ rivera
e di lu Faru potti la bannera,
scinni ‘o funnu a metri, passi e milia
e dimmi com’è cumposta la Sigilìa,
sè supra rocchi, massi o mammurina
e qual’è la posa di la tò Missina.
E Colapisci, figghiolu abbidienti
mpizzau ‘o funnu, rittu tempu nenti.
‘U Re facìa: chi beddu asimplari
e figghiu a Cariddi e non si nigari.

Sulligitu nchianau Colapisci
comu murina chi so’ canni lisci,
dicennu: “maistà ‘a bedda Missina
vessu punenti pari chi ssi ‘ncrina.
Sù tri culonni cà tenunu mpedi,
una è rutta, una è sana e l’autra cedi.

Ma ‘u Re tistazza ‘i gemmanisi
‘u rimannau pi’ n’autri centu stisi.
Iddu ssummau e ci dissi: Maistà
è tutta focu ‘a basi dà cità.
‘U Re ‘llampau e ‘n ‘coppu i maretta
‘i sgarru ci sfilau la vigghetta.

Giovi, Nettunu, dissi a vuci china,
quantu fu latra sta ributtatina.
Oh Colapisci, scinni lupu ‘i mari
e vidi si mi la poi tu truvari!
Era cumprimentu dà rigina,
l’haiu a malaggurio e ruina.

E Colapisci, nuncenti, figghiu miu,
‘a facci sa fici ianca dù spirìu
dicennu: Maistà gran dignitari
mi raccumannu sulu ‘o Diu dù mari.
e tempu nenti fici a gira e vota
scutuliau a cuta e a lena sciota
tagghiau ‘i centru e centru a testa sutta
e si ‘ndirizzau pà culonna rutta.

Ciccava Colapisci ‘i tutti i lati
cu di mani russi Lazzariati,
ciccau comu potti ‘ntò funnali
ma i boddira ‘nchianavanu ‘ncanali.
‘U mari avia ‘a facci ‘i viddi ramu
e allura ‘u Re ci fici ‘stu richiamu:
Colapisci chi fai, dimurasti?
e a vint’una i cavaddi foru all’asti.

E Cola cecca e cecca ‘ntà lu strittu
‘st ‘aneddu fattu, ‘ntà l’anticu Agittu.
Sò matri, mischinedda ancora ‘u chiama
cà mani a janga e ‘ncori ‘na lama.
Ma Colapisci cecca e cicchirà
st’aneddu d’oru pi l’atennità.

Colapesce (traduzione del poeta Antonio Cattino)

Sua madre lo chiamava: Colapesce!
sempre a mare, a mare, da mattino a sera,
soffia lo Scirocco, frustate sferra,
o Pescecola mio, vieni a terra!
Lui scivolava come un’anguilla
seguendo il suo destino, la sua stella.

Andava fuori, faceva larghi giri,
a Ganzirri, al Faro e alle Pietre Nere.
Un giorno sua Maestà venne a sapere,
e si presentò a lui con questo dire:

Io so che tu sei l’incanto della riviera
e del Faro porti la bandiera,
scendi al fondo per metri,passi e miglia
e dimmi com’è composta la Sicilìa,
s ‘è sopra rocce, massi  o marmorina
e qual’è  l’appoggio della tua Messina.

E Colapesce ragazzo ubbidiente
raggiunse il fondo, dritto tempo niente.
Il Re diceva: Che bell’esemplare!
è figlio a Cariddi, non si può negare.

In breve tempo risalì Colapesce
come murena dalle sue carni lisce,
dicendo: “maestà la  bella Messina
verso Ponente pare che s’inclina.
Sono tre colonne che la tengono in piedi,
una è rotta, una è intera e l’altra cede.”

Ma il Re testaccia di tedesco
lo rimandò per altre cento misure.
Lui risalì e gli disse: Maestà
è tutta fuoco la base della città.
Il re trasecolò ed un’ondata repentina
di soppiatto gli sfilò la sua fedina.

Giove, Nettuno, disse a voce piena,
quanto è stata ladra quest’onda riversata.
Oh Colapesce, scendi  lupo di mare
e vedi se me la poi tu ritrovare!
Era un regalo della regina,
ce l’ho a malaugurio e rovina.

E Colapesce, innocente, figlio mio,
La faccia se la fece bianca dall’angoscia
dicendo: Maestà gran dignitari
mi raccomando solo al Dio del mare.
E immediatamente fece un tuffo all’indietro
vibrando le gambe e a lena sciolta
tagliò  preciso a testa sotto
e s’indirizzò verso la colonna rotta.

Cercava Colapesce da ogni parte
con quelle mani rosse ,scorticate,
cercò come potette nel fondale
ma le bolle risalivano su al canale.
Il mare aveva la faccia verde rame
e allora il Re gli fece questo richiamo:
Colapesce che fai, ti stai attardando?
e immediatamente i cavalli furono alle aste.*

E Cola cerca cerca nello Stretto
quest’anello fatto nell’antico Egitto
Sua madre poveretta ancora lo chiama
con la mano alla guancia ed in cuore una lama.
Ma Colapesce cerca e cercherà
quest’anello d’oro per l’eternità.

*(“i cavalli furono alle aste”: espressione idiomatica per dire che
il destino si compì)

Foto da http://www.costajonicaweb.it

Fonti:

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Nina Siciliana

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Nina Siciliana è passata alla storia come la prima poetessa in lingua volgare. Questa singolare figura di donna vissuta nel tardo Medioevo è a tutt’oggi avvolta nel mistero: non esistono infatti notizie certe riguardo alla sua nascita, alla sua biografia e perfino al suo vero nome. Conosciuta anche come “Nina da Messina”,  “Nina di Danti” e “Monna Nina”, Nina era probabilmente originaria di Messina o, secondo alcune fonti, di Palermo. Queste ipotesi, però, non hanno alcun fondamento scientifico: gli storici, infatti, le hanno formulate in base alla diffusione del nome “Nina” nelle diverse zone dell’isola alla fine del XIII secolo.

L’appellativo di “Nina di Danti” scaturì dall’interesse, artistico e sentimentale, che il poeta toscano Dante da Maiano manifestò senza neppure conoscerla personalmente: fra i due si instaurò una relazione amorosa di tipo platonico, basata essenzialmente su scambi di componimenti poetici, soprattutto sonetti.

Alcuni studiosi sono propensi a considerare Nina un personaggio inventato, creato ad arte nella tipografia Giunti verso il 1527; ad avvalorare ulteriormente questa teoria, alla fine dell’Ottocento si arrivò perfino a teorizzare l’inesistenza dello stesso Dante da Maiano, ipotesi poi smentita dal ritrovamento di un manoscritto quattrocentesco contenente due testi del poeta toscano.

Recenti scoperte sul possesso di un certo grado di cultura da parte di alcune donne dell’epoca consentono  oggi di rivalutare la possibilità che Nina sia realmente esistita. Lo scetticismo di alcuni critici dei secoli passati di accettare la verità storica di questo personaggio è nata infatti dalla convinzione che fosse impossibile per una donna comporre versi di elevata finezza in un periodo di analfabetismo femminile estremamente diffuso.

In particolare, è stata rilevata un’affinità significativa tra lo stile dei sonetti di Nina e quelli di Alamanda de Castelnau, autrice francese coeva facente parte di un gruppo di circa venti poetesse ( le “Trobairitz”) cantrici della fin’amors al femminile e la cui esistenza costituisce ormai un fatto certo.

Sonetti di Nina Siciliana

Di Nina Siciliana restano due componimenti inclusi nella raccolta “Sonetti e canzoni di diversi antichi autori toscani”, edita da Giunti nel 1527 a Firenze e denominata anche “Giuntina di Rime Antiche”. Questa antologia racchiude anche i sonetti di Dante da Maiano.

 

Donatella Pezzino

Fonti:

Foto tratta dal blog http://palingenesicom.blogspot.it.