Recensione a “Solo una virgola piegata sull’asfalto” di Massimiliano Moresco

Per comprendere la realtà, dovremmo sognare di più. Perché solo l’occhio dell’immaginazione riesce a cogliere la vera consistenza del reale, che in sostanza risiede più in ciò che non si vede. E’ questo il messaggio di Massimiliano Moresco, ligure, classe 1976, mente filosofica e al tempo stesso sognatore convinto, a tal punto da ricercare, attraverso una poesia fatta di voli, il centro in cui convergono e si annullano tutti gli opposti.

Ho questo strano vizio
di coltivare galassie
lì, sotto le spinte del giorno,
appena chiudo gli occhi.

Per Massimiliano, il poeta “vede ciò che esiste lontano dalla comprensione logica perché si immerge nella realtà immaginale”: la poesia, per lui, coincide con la scoperta che questa realtà esiste e che può aiutarci a ritrovare il filo di noi stessi. Anzi: la poesia, in tal senso, è la scoperta. Rappresenta la via inaspettata che ad un certo punto del percorso si apre al nostro occhio, evitandoci di cadere nel baratro della disillusione, degli orizzonti che si sfaldano, di una precoce vecchiaia interiore. Lungi quindi dal proporsi unicamente come mezzo espressivo, la poesia ci offre la chiave per una decodifica scevra da preconcetti, ma ricca di tutta la linfa vitale che solo le illusioni – foscolianamente – sono da sempre in grado di infonderci. Queste illusioni, questi sogni: ma cosa sono, alla fine? Non certo un mezzo per sfuggire la realtà: nei versi di Moresco non si ritrova alcuna voglia di scappare dal mondo circostante. Semmai, ciò che preme al poeta è trascendere questa realtà per meglio comprenderla: dall’alto, infatti, ogni piccolo dettaglio acquista la sua giusta prospettiva, e ogni fiore, ogni corteccia, ogni goccia di pioggia trovano la loro esatta collocazione all’interno di un Tutto che è prima di tutto armonia.

Quando sono calmo
ho una luce rossa
che mi avvolge
e una semantica di ciclamini,
la driade
nel bosco mi dice tutto
ciò che c’è da sapere
sul cantico dei fiori.

Ecco il cuore della sensibilità di Massimiliano: questa costante ricerca di accordo nelle differenze, nei contrasti, fin nelle piccole pieghe apparentemente disarmoniche della natura. Questa natura che lui, da uomo prima ancora che da poeta, osserva e ama per sé stessa, godendone con occhio semplice e primitivo, riveste un ruolo fondamentale nel processo di scavo interiore: contemplandola, infatti, l’anima riconosce in essa una parte di sé, portando alla luce le emozioni più riposte, sotterranee, incomprensibili perfino a noi stessi.

Ricordare di essere tundra
ma italico con le foreste, le giogaie,
il fienile col tetto di erba impermeabile.
Ricordare di essere derma e un invito
alle capriole del vento, di essere mare,
campagna, alture e fessure necessarie
a far entrare quanto basta.
Dicevo un luogo, il valico della memoria
dove si trova il meandro della fioritura,
indossare uno scafandro per alitarci dentro
per ricordare meglio l’icona del sorriso,
per disegnarci un pesco con la lingua
mentre il bulbo affina i denti per l’inverno

In questo fine lavoro si inserisce, viva e pulsante più che mai, la parola. La parola ricercata è stata spesso indicata come il punto nodale della poesia di questo autore, e non sempre in senso positivo: il frequente ricorso ad un lessico desueto, infatti, è stato visto da alcuni unicamente nelle sue implicazioni più rischiose, ovvero come tentativo di privilegiare la forma a discapito dei contenuti. Ma ad un’attenta disamina, e soprattutto ad un occhio disinteressato (e torniamo ancora, così, all’importanza di valutare senza pregiudizi) questo particolare aspetto della poesia moreschiana obbedisce solo in parte alla volontà di creare un linguaggio poetico; la sua principale funzione è quella di riprodurre nella semantica la complessità del reale e, di conseguenza, di trovare una chiave interpretativa di ogni fenomeno – fisico o psichico – che caratterizza il nostro vissuto.

La guaina in cui custodisco falesie
è il follicolo dove smorza
l’ipersensibilità al cadere
è così che allevo la dentizione
per sottrazione di membrane
per tornare disadorno e terracqueo.

In questa ottica, la parola elaborata cela un estremo bisogno di ridurre all’essenziale ogni cosa, e di raggiungere quel profondo stato di consapevolezza che richiede la totale libertà da tutte le sovrastrutture e le costrizioni del nostro quotidiano. Anche l’amore non si sottrae a questo desiderio di semplicità, di immediatezza, di libertà da regole e orpelli:

Ti saluto con occhi senza veli
che cento parole non basterebbero
ad evocare l’incanto di un silenzio.

E ancora:

Questo è l’amore:
ricoprirsi di petali
in modo da potersi sfogliare
e, nella sospensione dell’ultimo strappo,
sapere se ardere o scindere lo sterno:
per strappare il cuore come fosse uno sterpo.

E non c’è che un modo per sfrondarsi, per ricondursi e ricondurre tutto all’essenziale: farsi bambini, ritrovare, appunto, la nostra essenzialità primordiale.

nutro il bimbo che gracchia dentro,
è quest’anima e quest’anima
assomiglia a un corvo, svenuto,
dove sgorgano alfabeti sconosciuti

Attingere a quella parte che in noi non è mai scomparsa, anche quando l’avremmo voluto. Il bambino di Massimiliano Moresco, però, è anche in questo caso sui generis: non ingenuo, non inconsapevole, non al di fuori della realtà. E’ un bambino maturo, che torna alle sue favole, ai suoi animali fantastici e a quelli reali con un senso della magia che ha del forte e del concreto. Convinto della necessità di portare la poesia nel sogno e il sogno nella realtà: mai il contrario.

Mi piaceva sognare sopra una nuvola
Per fare un cerchio con la bocca
lo stupore di vedere in successione
unicorni, ippopotami, ippocastani
partoriti dalla stesso gambo di cielo
fecondati da me, dal grembo
della mia immaginazione
e le prendevo in braccio
solo un momento, un milione di anni
il tempo necessario perché il vento
cambiasse la forma, la dimensione

E’ inevitabile, però, che ad un certo punto sorga l’imprevisto, è che la parola-poesia-sogno, fin nella più piccola interpunzione, possa perdere l’equilibrio e cadere rovinosamente: eccola, la virgola che si piega sull’asfalto, precipitata forse con troppa violenza dalla nuvola più alta. Eppure, anche così, quella virgola non cambia il suo orientamento: continua a guardare in su, verso il cielo. Verso la prossima nuvola.

Donatella Pezzino

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I “dialoghi dell’anima” di Giovanni Formisano

 

Di Giovanni Formisano (1878-1962) non è del tutto esatto dire che ha fatto poesia. Il grande poeta e commediografo catanese è stato egli stesso poesia: poesia era il suo modo di vedere e sentire le cose, di viverle, di raccontarle. La poesia in lui nasceva da un preciso e spontaneo bisogno, quello di interagire con un mondo non certo perfetto, ma di cui egli sapeva cogliere – e cercava in ogni momento di farlo – gli accenti positivi. E lo si vede bene nei suoi versi, dove aleggia un’atmosfera trasognata, incantata, stupita quasi di riconoscere continuamente nel microcosmo umano la bellezza dei valori più semplici, il buono degli animi e soprattutto la dolcezza dell’amore.

La donna e l’amore sono cantate da Formisano con un rapimento ed una passione che riecheggia il dolce stil novo, ma senza per questo relegare l’essere femminile ad uno stereotipo di bellezza algida e passiva. Il nostro ammira infinitamente la donna, e la stima per quello che è con i tempi nuovi: madre di famiglia e lavoratrice, battagliera nel rivendicare i propri diritti e consapevole delle proprie capacità di affermazione. Una poetica della donna e dell’amore, quella di Formisano, non retrograda e misogina, quindi, ma tutta permeata dei nuovi fermenti di una società in trasformazione.

Melodie struggenti sgorgano da un cuore sensibile ai richiami della vita e della morte: la lontananza degli affetti più cari, il rimpianto della giovinezza perduta, l’intima sofferenza per le calamità umane e la meditazione dinanzi alle lapidi commemorative al camposanto di Catania. L’esistenzialismo vi si sposa ad un lirismo tipico della tradizione più alta della poesia italiana ma non scevro da quella vena di ironia agrodolce che è poi un tratto comune a tanti catanesi (basti pensare a Martoglio). Da qui nascono capolavori come E vui durmiti ancora (celeberrimo canto d’amore, poi musicato da Emmanuel Calì), le epigrafiche Lapidi a lu campusantu di Catania, i versi crepuscolari di Una storia vera! e A la me vecchia casa! Senza dimenticare le opere teatrali tra cui Matrimoni e Viscuvati…, rappresentato con successo ancor oggi.

Il dialetto, più che uno strumento linguistico, diventa qui talmente vivo e palpitante da costituire parte integrante ed inscindibile di quel lirismo struggente che eleva la quotidianità ad arte: non un siciliano crudo e rustico, ma un parlato aulico, in una perfetta simbiosi con il dialogo interiore. Non semplicemente versi, ma dialoghi, dialoghi fra sé e sé e fra il suo animo ed il mondo: riscoprire questo grande poeta significa oggi accettare l’invito di un cuore bonario, aperto e senza superbia, appagato delle semplici gioie quotidiane, ed entrare ad ascoltare questi dialoghi. Sembra quasi di vederlo, Formisano, aprire la porta del suo animo e con un sorriso invitarci ad entrare….

Ed entrando nel vivo della sua poesia si ha l’impressione che tutto ciò che di bello egli riusciva a cogliere e cantare nella sua realtà fosse però di una caducità estrema: non esiste verso del catanese in cui non si afferri questo continuo rimpianto per le cose più belle che sfuggono fra le dita lasciando appena il tempo di gustarle, come per un sogno quasi sfiorato e mai appagato, e perciò ancor più bruciante nel suo desiderio di essere raggiunto. I sogni di Formisano si sfiorano e poi sfuggono: ciò che resta è l’eterna malinconia di aver perduto qualcosa che non verrà mai più.
*
Donatella Pezzino

Articolo pubblicato su “Punto di Vista” n.40  – Libraria Padovana Editrice – 2004 (http://www.literary.it/dati/pdv/pezzino/giovanni_formisano.html)

E vui durmiti ancora

Lu suli è già spuntatu di lu mari
e vui, bidduzza mia, durmiti ancora,
l’aceddi sunnu stanchi di cantari
e affriddateddi aspettanu ccà fora,
supra ‘ssu balcuneddu su’ pusati
e aspettanu quann’è cca v’affacciati!
Li ciuri senza vui nun ponnu stari,
su tutti ccu’ li testi a pinnuluni,
ognunu d’iddi nun voli sbucciari
si prima non si grapi ‘ssu balcuni,
dintra li buttuneddi su’ ammucciati
e aspettanu quann’è ca v’affacciati!
Lassati stari, non durmiti chiùi,
ccà ‘mmenzu a iddi, dintra a ‘sta
vanedda
ci sugnu puru iù, ch’aspettu a vui,
pri vidiri ‘ssa facci accussi bedda,
passu ccà fora tutti li nuttati
e aspettu puru quannu v’affacciati.
 *
Traduzione
Il sole è già spuntato in mezzo al mare
e voi bellezza mia dormite ancora,
gli uccelli sono stanchi di cantare
e infreddoliti aspettano qua fuori,
sopra questo balconcino sono poggiati
e aspettano quand’è che vi affacciate!
I fiori senza di voi non possono stare
sono tutti con la testa penzolante
ognuno di essi non vuole sbocciare
se prima non si apre questo balcone
dentro il bocciolo sono nascosti,
e aspettano quand’è che vi affacciate!
Lasciate stare, non dormite più,
che in mezzo a loro in questo vicolo
ci sono pure io che aspetto voi
per vedere questo volto così bello
passo qui fuori tutte le notti
e aspetto anche quando vi affacciate.
 *

Nella foto: Il monumento a Giovanni Formisano in piazza Maiorana a Catania (da http://www.vivict.it)

Fonti

Recensione a “Le voci remote” di Felice Serino

In ogni mondo esiste una porta di comunicazione con tutto il resto. Conoscerne l’esatta ubicazione, aprirla e attraversarla non presuppone capacità medianiche, ma solo un umile atto di fede: una fede qualsiasi, in Dio, nell’amore, nelle energie della natura, in sé stessi. Credere, semplicemente. Ecco, leggere Felice Serino è un po’ come riappropriarsi della consapevolezza che quello stargate esiste, e che possiamo attraversarlo in qualsiasi momento, spinti dalla forza degli eventi, da un desiderio di trascendenza o dalla riflessione sull’oltre che ci attende alla fine dei nostri giorni. In “Le voci remote”, l’anima del poeta ha raggiunto la sua dimensione ideale, meta di un lungo viaggio che lo ha visto percorrere a piedi nudi i vasti deserti umani alla ricerca del sé più puro, nel quale la grandezza dell’uomo sta nella sua valenza infinitesimale e il buio è solo assenza di Dio.

tu sei l’ombra

del Sé: l’alterego o se vuoi

l’angelo che

ti vive a lato nei

paradossi della vita

La lanterna di questo instancabile Diogene non si affida al lume ma al suono: un suono interiore, fatto di silenzi costantemente modulati allo scopo di rievocare i dolori, le gioie e perfino le insipidezze della vita trascorsa. E fra i suoni che questo silenzio è in grado di intercettare ci sono, appunto, le “voci remote”: appena udibili alcune, più chiare e distinte altre. Un titolo niente affatto casuale, come casuale non è, in apertura, la scelta dei versi del poeta greco Ghiorgos Seferis sulle “voci remote/ delle anime in sogno” che riassumono in un certo senso la cifra dell’intera opera. Ma cosa sono queste voci remote, e a chi appartengono?

nell’oltre

non ci son porte e chiavi

è tutto -in trasparenza-

un fondersi di sguardi

Sguardi; anime; vite. Si, perché la dimensione “altra” non è un luogo solitario; al contrario, è un humus fertile d’amore a nutrire mani, volti e profumi che dalla realtà visibile, come tutti noi, sono passati; e che ora, abbandonati i pesanti costumi teatrali della quotidianità terrena, ci guardano e ci giudicano.

eccoti un ectoplasma ovvero

un antenato

a sentenziare da un aldilà

-non sapete neppure vestirvi

-bella forza: voi con i vostri

doppiopetti

vi credevate dio in terra o guappi

noi

casual-cibernetici

della libertà siamo bandiera

grida il rosso

del nostro sangue nelle piazze

per le ginocchia aria di primavera

Ma più spesso, in queste entità ultraterrene è l’amore a vincere: una pietas che non è -come si potrebbe pensare- l’atteggiamento compassionevole di chi, già in salvo sulla riva, cerca di portare conforto ai naufraghi ancora in mare; piuttosto, il contrario. A dispetto di tutti i luoghi comuni sul paranormale, Serino ci propone l’idea di un interscambio dove le barriere tra morte e vita si annullano e dove il bisogno di contatto non è univoco:

m’invitano i miei morti

a una uscita fuori porta

amano

farmi partecipe del loro mondo

m’avvedo

dagli occhi lucenti e i sorrisi complici

ch’è molto molto gradita

indispensabile quasi la mia presenza

ché senza orfani sarebbero

e tristi forse

pur essendo estraneo al loro mondo

di luce

Ma voci remote sono anche il frutto della nostra mente: i pensieri, le riflessioni, i sogni e tutte quelle immagini che non sappiamo spiegare e che tante volte ci sconcertano per la loro potenza, ovvero

visioni aleggianti nelle

stanze del tuo sangue

che spesso restano sepolte per anni prima di riaffiorare dal nostro sottosuolo e che conoscono tutte le nostre debolezze, perché in esse abbiamo creato l’unico specchio in grado di afferrarci quando rischiamo di perderci:

vedi: se

qualcuno è a spiarti

non sei che tu

da un altrove

E poi, ci sono i sogni. In questo labirinto di immagini che si stendono come un ponte tra il visibile e l’ultraterreno, la dimensione onirica si configura come la materia che ci plasma e dalla quale, al tempo stesso, veniamo plasmati. In questo contesto, la poesia è l’unico linguaggio che rende accessibile il mistero, consentendo all’anima di ritrovare la strada:

in questo minuscolo essere

smarritosi

nella sua realtà-sogno

vedi te stesso se lasci che la vita

ti conduca lungo

i labirinti viola della mente

Il sogno è la culla, il rifugio. E’ la linea di confine che rende possibile il momentaneo distacco dell’anima dal corpo; è, in ultima analisi, quel punto di contatto tra il nostro sé terreno e “l’altro” che prefigura il passaggio da questa vita a quella che ci attende.

il sogno è proiezione? o

sei tu in veste onirica

uscito dal corpo?

sognare è un po’

essere già morti

Eccola la porta, lo stargate: il valico che, in qualsiasi momento, ci mette in comunicazione con “l’altrove” consentendo alla nostra anima di espandersi e vivere, anche solo per pochi istanti, la vita che le è congeniale.

di notte sto bene con me e l’altro

sono io l’altro che -c’hai mai

pensato?- non proietta ombra

ombra di me è il sogno

come un bambino

avvolto dal regno delle ombre

affido tutto me stesso alla notte

E su tutto, come un velo impalpabile ma sempre presente, domina il pensiero della morte, intesa non come la fine di un ciclo, ma piuttosto come l’ennesima tappa di un viaggio: un nuovo giorno che si schiude e dove il peso delle cose di questo mondo è un fardello che si abbandona volentieri. Perché la vita che abbiamo sempre voluto non è che leggerezza, e la leggerezza viene dalla libertà, e la libertà è possibile solo sciogliendo le corde che ci legano alla materia:

confidare

nelle cose che passano

è appendere la vita

al chiodo che non regge

è diminuirsi la vera ricchezza

-arrivare all’essenza

lo scheletro la trasparenza

L’essenza, lo scheletro, la trasparenza: tutto qui tende allo spoglio, al nocciolo, allo sfrondo. Perché solo togliendo le sovrastrutture con cui spesso la vita ci inganna è possibile strappare il velo che ci copre gli occhi e arrivare alla verità. Un’esigenza, questa, che emerge sempre più forte nella matura poesia di Serino e che si riflette anche nell’impianto strutturale: nei componimenti brevi, nella crudità delle riflessioni, nei versi nudi fino alla scarnificazione. “Invettive”, dedicata a Padre Pio, ne è un esempio eloquente:

una parola un fendente

minimizzi

l’orgoglio un ordigno

inesploso

carità

ti accompagnerà nella polvere

Parola che scarnifica, dunque; che si fa, come la morte, strumento di scavo, liberazione, palingenesi, dando un nuovo significato agli anni che avanzano. Vincendo, soprattutto, l’atavica paura del nulla, con un fatalismo capace, talvolta, di sconfinare nello humour nero:

ho a volte il pallino

-farneticare dell’età-

che d’improvviso qualcuno mi spari

da un’auto che rallenta e poi via

-come in una scena da gangsters

-è fantasioso ma

freddamente reale

Sorridendo: si, perché uno degli aspetti più tipici della poesia seriniana è il sorriso, declinato in tutte le sue sfumature. Dolce nel rimpianto, feroce nel dolore, sereno nel pensiero di Dio; sornione a volte, mai cinico. Il sorriso del giusto, pronto a consegnarsi nelle mani di Dio con tutta la sua miseria, le sue cicatrici, la propria inesorabile condizione di uomo.

ricorda: sei parte

dell’Indicibile – sua

infinita Essenza

pure

nato per la terra

da uno sputo nella polvere

La religiosità di Felice Serino: cristiana, ma non solo. C’è, nella sua fede, qualcosa di universale, di applicabile a qualsiasi credo: un sentimento che è soprattutto apertura, anelito. Più che limitarsi ad essere credente, l’uomo di Serino guarda oltre, desidera oltre: e nel farlo, il suo sguardo incontra Dio.

una farfalla è una farfalla ma

tutto un mondo nella sua essenza

la natura

riflesso del cielo è preghiera

ogni respiro ogni sangue

vòlto verso l’alto è lode

l’anima nel suo profondo

in segreto s’inginocchia e piange

*

Donatella Pezzino

Recensione a “Terra bruciata di mezzo” di Mirko Servetti

“Terra bruciata di mezzo” è il viaggio di un’anima attraverso le pieghe dei ricordi, le malinconie insondate, i vapori esalati dalle dolci correnti di un vento ormai passato, la cui stanchezza è negli anni e non nella capacità di sentire e amare. Rifugiarsi in quegli

Anfratti di cucina

dove i tuoi parlari

furono scaldico diletto,

fabulae inventate alle finestre

bratte di piovaschi

cumulati per anni

solo per indugiare al gioco

come metafisica dozzinale

diventa quasi una meta obbligata per espiare con le struggenti gioie della rievocazione una sofferenza congenita e mai del tutto vinta. Sofferenza che aleggia come una nebbia, un profumo, un male sottile ed invisibile; che permea ogni angolo di questa terra avara di carezze e prodiga di solitudini, il cui paesaggio è più quello che ci si lascia alle spalle piuttosto che un orizzonte al culmine della sua pienezza.

Ma fu misura dell’esser solitudini,

un confronto col quartiere

che gradualmente

si riscuote dal sopore.

Ogni verso, un respiro: è questa la poesia di Servetti che, lontana da artifici tecnici emotivamente paralizzanti, segue il fluire delle sensazioni, il sapore cangiante dell’aria, il silenzio ovattato dove tutto parla e dove tutto vive e palpita. Palpita, è vero: ma lo fa con un battito antico che segna il passo alla caducità delle cose, filtrando l’eternità attraverso il tempo con la sensibilità profonda di chi si aggrappa all’istante senza dimenticare le proprie radici, consapevole che solo in esse sta il senso che l’uomo ha cercato da sempre:

Una sfilata di morti anonime

con gl’intervalli degli spot

mozzature spettacolari

colaticci di bava mantecata

alle lacrime;

e qui si pensa d’essere al sicuro,

le percezioni alterate,

le nubi storpiate

dal frastuono e dal calore.

Tutto, in questa terra di mezzo, nasce dall’intreccio del presente con un passato assai più remoto di quello che ognuno di noi ha vissuto: ecco perché stringendo nel pugno anche una sola zolla di quella terra si prova forte la sensazione di restare avvinti al proprio sé, e soprattutto a quel sé che non si è mai conosciuto e al quale tende il lungo cammino dell’autocoscienza. E, “poichè l’inganno è nel dire/ che il mondo è situato qui/ e il dolore altrove”, la terra di mezzo si rivela nel suo doloroso compito di traghettarci verso un risveglio brusco ma necessario che spalanca i nostri occhi con forza e li mette di fronte alla morte di tutte le illusioni. E cosa sono le illusioni se non la vita stessa?

Il risveglio permane incerto

e chi in maniche di camicia

inizia a rastrellare vuoti d’aria,

chi per burla ridisegna

i profili delle colline rosicate

e brunite dalle vampe della notte.

Una vena di esistenzialismo emerge potente quando l’obiettivo si sposta dalla realtà alla dimensione individuale: e, anche in quel caso, la profonda sensibilità dell’autore gratta dalla superficie gli ultimi residui di antropocentrismo per scoprire nell’essere umano l’estremo brandello di una creazione che resta quasi indifferente al suo destino:

Sono specchiato dove non nasco,

spettro e residuo

d cateratta solare

quasar perduta nell’arsura

dei muri e dei vetri,

illuso d’esser figurato sdrucitura

di questa veduta patinata,

strappo e ferita fino al nadir

che come un tracciato si stende

sulle lenzuola ancor zuppe;

e il sentore delle mandorle

abbandonate dopo le feste d’inverno

persevera molle

prima di struggersi

tra i pensili e nei fondi

delle tazze sbeccate.

L’uomo, ombra malata che nel frastuono crede di trovare un balsamo alle ferite del suo nulla, si staglia sullo sfondo di una commedia quotidiana dove anche l’amore ha un retrogusto crepuscolare, e dove un sottofondo di morte lo tiene avvinto come un tralcio:

le manopole del gas

perigliosamente schiuse

i bicchieri implosi

il rintrono del cuore tuo

rasente il mio silenzio.

In questo amore, le parole taciute sembrano il vero e unico collante che salda le anime nel conforto di un tormento continuo e senza scampo, un veleno sottile che inebria mentre uccide lentamente:

L’indifferenza forse,

quella che come un ricatto

succede all’angoscia,

fu sospesa nel vento

che spirava dal fontanile di mare;

eppure sembrava tenerci al sicuro.

La fugacità degli ardori più sensuali potrebbe offrirsi come antidoto alla cancrena dello spirito , ma ancora una volta tutto sfuma in un silenzio carico d’inconsistenza dove l’infelicità ha le sembianze di una donna fragile e inesplorabile:

Il giorno seguita nell’indugio,

si proroga tra biancheria intima

e odori di poc’anzi

e il bricco del tè

tace sull’ebollizione

e non ne sapremo più nulla.

Ma sarebbe stato il primo

dei doveri da assolvere

dopo esserti rivestita

un po’ tremante d’agitazione

o per l’umidità esterna.

Anche quando le mani colgono le gioie dell’amore, è come quel substrato d’infelicità esistenziale negasse loro la pienezza, regalando solo la scintilla fuggevole di un piacere a lungo sognato. E da questo istante fiorisce quel rimpianto che, al tramonto della vita, si ribella all’immobilità alla ricerca di un ultimo, forsennato anelito di bellezza :

… verrai da un viaggio

di vent’anni fa

i polsi incatenati

a ragnatele splendenti,

priva del senno

che la senilità infligge.

E ci ostineremo a non credere

che il mondo continui da qui

e che l’arte sia ben più breve

della vita. Ci rivedremo,

conviviali di ore vespertine,

per ravvisare bellezza

negli spazi senza colori

col lessico d’amore sulle labbra,

lontani dal centro del cosmo.

Questo verseggiare onirico e al tempo stesso fortemente permeato di crudo realismo sfiora l’amore come una brezza nostalgica, consapevole che tutto si riduce ad un lento decomporsi. Eppure, il nichilismo di Servetti non è mai fine a sé stesso, prelude ad una ricerca sempre nuova che germoglia dalle sue stesse disillusioni. Ciò si riflette, oltre che nel suo sentire, anche nella sua stessa poetica, che parte dall’amore per la tradizione per metterne in discussione uno dei presupposti fondamentali, ovvero la consequenzialità spazio-temporale. Il suo è un poetare che segue il libero fluire del pensiero, spesso disomogeneo e discontinuo ma sempre profondamente autentico, intuitivo e ricco di spontaneità. A questo librarsi della mente, “Terra bruciata di mezzo” associa una forza emotiva dirompente che esonda da ogni verso per oltrepassare tutte le barriere e farsi cuore, pelle e respiro: una fusione totale con l’animo del fruitore che ne diventa parte integrante più che spettatore.

*

Donatella Pezzino