Verismo al femminile, le donne “invisibili” di Maria Messina

La recente riscoperta dell’opera di Maria Messina ha portato alla luce i caratteri di una particolare formula stilistico-narrativa che attinge dal Verismo per descrivere la reale condizione della donna nella società borghese del primo Novecento. Nata nel 1887, Maria Messina dà voce al dramma di un universo femminile che si vede relegato ad uno stato di penosa segregazione e sottomissione, celato dietro all’ideale ottocentesco di angelo del focolare.

Il periodo in cui nascono gli scritti più significativi di Maria Messina è compreso fra il 1920 e il 1928: in questo momento della sua attività letteraria, tutte le istanze assorbite nel corso dei due decenni precedenti giungono alla loro completa maturazione. La risultante di questa evoluzione è un particolare “adattamento” del Verismo in cui la scrittura appare semplice, sommessa e fortemente autobiografica.

Nella prosa di Maria Messina, manca quel netto distacco psicologico che rappresenta il tratto più tipico dell’opera verghiana; la scrittrice, infatti, si ispira spesso al proprio vissuto per plasmare ambienti, vicende e personaggi. L’aderenza ai canoni veristi, inoltre, imponeva di imprimere alla narrazione un tono incisivo, con l’inserimento di termini e modi di dire tratti dalle parlate locali e con la descrizione di ambienti e comportamenti ben riferibili ad una determinata tipicità culturale.

In Maria Messina, al di là di una ben precisa scelta stilistica, l’assenza di questi elementi è coerente con i lunghi anni trascorsi lontano dalla propria terra d’origine, a dispetto di un profondo senso di appartenenza più volte dichiarato (nelle sue lettere, la Sicilia è definita “grande Madre lontana”). Originaria di Palermo, Maria Messina visse infatti la sua giovinezza spostandosi da una città all’altra a causa delle necessità lavorative del padre: abitò quindi con la famiglia in località diverse e spesso molto distanti fra loro, fra cui Messina, Ascoli Piceno, Arezzo, Napoli e Mistretta.

Agli anni giovanili (1909-1919) risale la sua lunga corrispondenza con il “maestro” Verga, destinata a lasciare un solco profondo sulla sua esperienza di donna e di letterata. L’autore dei Malavoglia non fu il suo unico contatto epistolare: esistono notizie di carteggi con Ada Negri, Giuseppe Antonio Borgese e l’editore Benporad, tramite i quali ella, probabilmente, conobbe le avanguardie letterarie dell’epoca . Oltre a mitigare la sua penosa condizione di isolamento, questi contatti la aiutarono ad assorbire elementi nuovi e più consoni alla sua personale scrittura “del vero” mirata al disvelamento dei soprusi, delle ipocrisie e degli abusi di cui era intrisa la vita femminile fra le pareti domestiche, “sepolcri imbiancati” di dolore e “non vita”.

Tutte le case “perbene” descritte da Maria Messina hanno dentro questo grigiore, questo perenne odore di fiori appassiti. Mistretta, nella quale l’autrice trascorre un periodo significativo della sua vita, è il luogo dove più spesso si svolgono le vicende dei suoi scritti. La società che vi è ritratta è quella alla quale lei stessa appartiene: il mondo della piccola borghesia provinciale, contraddistinto da tratti, comportamenti e valori che ritroviamo ovunque, in Sicilia come nel resto d’Italia.

E’ una società di facciata, dove ogni evento, anche il più insignificante, è costantemente sotto una lente d’ingrandimento ed è destinato ad ingigantirsi nella spirale del pettegolezzo; un universo chiuso e restio ad ogni cambiamento, dove ogni condotta deve conformarsi ad un rigido codice di regole e convenzioni. In questo contesto, la donna consuma fra le pareti domestiche un’esistenza incolore, nella quale la sottomissione ad una figura maschile rappresenta l’unica via per uno status rispettabile e legittimo.

Per focalizzare al massimo l’attenzione sui personaggi femminili e sulla loro reale condizione di “sconfitti”, Maria Messina scelse uno stile narrativo semplice che partiva dai moduli espressivi tipici del Verismo, di fatto ormai obsoleti ma molto più adeguati al fine che la sua scrittura si prefiggeva.

Nei romanzi di Maria Messina, il tema verghiano dei “vinti” racchiude in sé un germe di femminismo che, pur non confluendo in un’aperta ribellione, si esprime nella forte presa di coscienza dell’ingiustizia. Le donne messiniane soffrono profondamente nel vedersi rubata la vita, l’amore, la libertà di essere e di scegliere: allo stesso tempo, però, lasciano fare, rese incapaci da un sistema che le ha plasmate e al di fuori dal quale esse non saprebbero trovare una qualsiasi identità. Parallelamente, le loro vicende servono all’autrice per svelare la miseria morale di un’umanità che vive di apparenze, di menzogne e di pregiudizi; una società arida e impietosa dove tutto è codificato e dove perfino i sentimenti sono sacrificati alle regole della “rispettabilità” e del “decoro”.

Dopo un esordio di spiccata aderenza alle tematiche e ai canoni verghiani, la Messina finisce per immedesimarsi con i suoi personaggi, “tradendo” uno dei motivi chiave della tecnica veristica. Dalla raccolta di novelle “Pettini fini” (1909), fino al suo romanzo di maggior successo “La casa nel vicolo” (1921) e all’ultima opera “L’amore negato” (1928), scritta prima del definitivo sopravvento della sclerosi multipla, la scrittura di Maria Messina si snoda attraverso racconti brevi, romanzi e perfino fiabe per bambini dove in primo piano è sempre il mondo dei più deboli, dei poveri e degli sconfitti.

Nelle storie di donne, in particolare, il canovaccio seguito è simile in quasi tutti i casi: una svolta si inserisce improvvisamente in una quotidianità triste e ripetitiva, portando con sé la speranza (che si rivela poi del tutto illusoria) di una via d’uscita. Eppure, in “Casa paterna”, Maria Messina dà finalmente alla protagonista la possibilità di ribellarsi: Vanna, infatti, trova la sua via di fuga nel suicidio. L’autodistruzione, quindi, diventa l’unica rivalsa possibile in un mondo che non riconosce alcun diritto a vivere secondo le proprie inclinazioni.

Per la capacità di tratteggiare struggenti ritratti di figure femminili lasciando emergere la solitudine e la irrilevanza delle loro vite, la Messina è stata spesso accostata ad una sua grande contemporanea, la neozelandese Katerine Mansfield. Ciò che accomuna le due autrici è soprattutto il risalto dato alle “cosiddette piccole cose perché davvero tutto sia significativo”; in entrambe, l’intreccio narrativo è ridotto all’essenziale e la scrittura indugia sull’atmosfera, sui dettagli dell’ambiente e sugli stati d’animo per lasciar affiorare l’abissale distanza fra il mondo esterno e l’intima sofferenza delle coscienze. La psicologia è svelata da minuziose descrizioni di gesti e comportamenti. Il corpo diventa linguaggio: il disagio trapela da un tremito delle mani, dal pallore del viso, dal morso sulle labbra che soffoca le lacrime. In Maria Messina, inoltre, il frequente ricorso al discorso indiretto serve ad evidenziare il lavorìo sottile del pettegolezzo, in un crescendo sordido e distruttivo che isola la protagonista e la condanna.

Da qui scaturisce una delle tematiche più ricorrenti nell’opera della scrittrice, ovvero “l’impotenza”. Le sue donne non possono scegliere liberamente in quanto prive di cultura, affetti solidi e risorse finanziarie: di questa totale nullità esse vivono il peso come una colpa. Rese inutili dalla malattia, dall’invidia altrui o dalle strategie familiari, sono portate ad accettare il proprio destino perché “vinte” in partenza. L’intento di denuncia, qui, è indubbio: tuttavia, non consente di collocare Maria Messina tra le femministe dell’epoca. Esattamente come lei, le sue donne trovano la forza di guardare in faccia la propria condizione. Eppure, fra le sue righe non esiste possibilità di riscatto: i suoi personaggi soccombono all’infelicità e, dopo un breve palpito di speranza, si rassegnano. Tornano ad essere ombre, invisibili.

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Donatella Pezzino

(Fonte: D.Pezzino, Tra Verismo e denuncia: le donne “invisibili” di Maria Messina”, su “Agorà” n.57 , Catania, Editorale Agorà, pp.44-47.)

Immagine da http://www.liberliber.it

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Dieci poesie di Ada Negri

Pensiero d’autunno

Fammi uguale, Signore, a quelle foglie
moribonde, che vedo oggi nel sole
tremar dell’olmo sul piú alto ramo.
Tremano, sí, ma non di pena: è tanto
limpido il sole, e dolce il distaccarsi
dal ramo, per congiungersi alla terra.
S’accendono alla luce ultima, cuori
pronti all’offerta; e l’agonia, per esse,
ha la clemenza d’un mite aurora.
Fa ch’io mi stacchi dal piú alto ramo
di mia vita, cosí, senza lamento,
penetrata di Te come del sole.

*

Il risveglio

Senza sonno la notte e senza pace
fu. Pulsava alle tempie, ai polsi il sangue
torbido, in colpi sordi; e mi parea
rispondesse al mugghiar cupo del mare.
E tra il mugghio del mare e il martellìo
del sangue il mio dolor con le memorie
più fonde in cuor si rinnovava, tutta
addentandomi dentro: ero soltanto
quel dolor, quel dolore; e il resto nulla.
Ma venne, a un tratto, verso l’alba, il sonno.
Breve esso fu, come una morte breve;
e mi svegliai che il sol, già alto, in fasci
di raggi entrava dal quadrato azzurro
della finestra. Vi balzai. M’immersi
nella luce, non più vita pensante,
ma solo vita: bevvi la freschezza
del mattino nel salso odor del mare,
mare e cielo divenni, e immenso riso
senza memoria.

*

Orgoglio

Soffri in silenzio. Non chiamar nessuno
a numerar le lacrime degli occhi
tuoi. Sia pur grave il colpo che ti tocchi,
chieder coraggio ad altri è inopportuno.

Conta nel tuo segreto ad uno ad uno,
se vuoi, curva e prostrata sui ginocchi,
i singhiozzi del cor—ma non trabocchi
la piena mai, per la pietà d’alcuno.

È un’orribile cosa esser compianti.
Conquista in te, con la tua forza sola
di volontà, l’oblio del tuo cordoglio.

T’insegnerò, per disseccare i pianti
fiacchi e cangiarli in riso entro la gola,
un peccato magnifico: l’Orgoglio. Continua a leggere

Giacinta Pezzana

Giacinta Pezzana nacque a Torino il 28 gennaio 1841.

Attrice teatrale e cinematografica, fu attiva fra l’Unità Italiana e la prima guerra mondiale: di questo periodo, la sua figura incarnò pienamente la sensibilità e gli ideali, esprimendoli attraverso una recitazione innovativa e  anticonformista. Fu una vera pioniera: e, non di rado, le sue coraggiose sperimentazioni suscitarono scalpore, urtando la società perbenista dell’epoca e fruttandole appellativi come attrice garibaldina, petroliera (ovvero incendiaria), grande vagabonda. Trasformista, ardita, sanguigna, la Pezzana provocava sulla scena le reazioni più disparate, dall’ammirazione senza riserve alle critiche feroci. Insomma, le sue esibizioni non passavano mai inosservate.

La sua vocazione artistica si manifestò precocemente, e la portò ad iscriversi, appena sedicenne, all’Accademia Filodrammatica di Torino, dalla quale però un anno dopo fu respinta perché – così la valutò, fin troppo sbrigativamente, l’avvocato Giuseppe Garberoglio – ritenuta del tutto priva di attitudini. Come in tante altre occasioni, Giacinta diede prova di grande determinazione continuando i suoi studi nella scuola di Carolina Gabusi Malfatti, che la introdusse in alcuni circoli di fede mazziniana; accanto a lei, Giacinta conobbe patriote di grande valore, come Giuditta Sidoli (la cospiratrice compagna di Mazzini), Laura Mantegazza e Giulia Calame.

Dal 1859, l’apprendistato di Giacinta proseguì direttamente “sul campo” nella Prina-Boldrini, sua compagnia d’esordio; passò poi alla compagnia dialettale piemontese di Giuseppe Toselli (già allievo dell’intellettuale-attore Gustavo Modena), con la quale riscosse i primi successi. Qualche anno dopo (1862) era già prima attrice nella compagnia Dondini, accanto ad Ernesto Rossi. All’epoca, aveva ancora un repertorio di tipo tradizionale, incentrato prevalentemente su Shakespeare, Goldoni e la drammaturgia romantica.

Ma la tradizione, così come la staticità, non erano nelle sue corde: Giacinta amava il movimento, la varietà, la trasformazione, l’innovazione. In pochi anni cambiò più volte compagnia, passando da quella di Luigi Bellotti Bon (1865) a quella del Teatro dei Fiorentini di Napoli (1868), fino a crearne una propria; sempre in viaggio, recitò nei teatri di tutta Italia, da Nord a Sud. Partì poi per una lunga tournèe che toccò vari paesi dell’Europa e del Sudamerica. Con il tempo, il suo repertorio si arricchì, assumendo quell’aspetto multiforme e sfaccettato che era anche una delle principali caratteristiche della sua recitazione.

Elegante, sofisticata e dotata di un fisico statuario, Giacinta Pezzana non si limitava a interpretare i suoi personaggi: li creava ex novo, rimodellandoli secondo canoni inediti e d’effetto. Passava con disinvoltura dalla tragedia (sia shakespeariana che neoclassica, come la Maria Stuarda di Schiller, ma anche la tragedia storica italiana di Cossa ) alla commedia goldoniana, alla farsa, ai drammi sentimentali di Luigi Camoletti, alla nuova commedia borghese di Ferrari e Giacometti, ai drammi di Scribe, Sardou, Dumas figlio.

Questa eterogeneità nella scelta degli autori e dei generi corrispondeva alle molteplici forme espressive che la Pezzana sperimentava nell’utilizzo della gestualità e della voce: quest’ultima, in particolare, era un vero e proprio strumento che l’attrice modulava a suo piacimento a seconda delle situazioni sceniche, con effetti di melodia o di cavernosità davvero sorprendenti. L’imprevisto – nelle pause, nei balbettamenti, nei ritmi di scena – era uno dei cardini su cui la Pezzana basava la sua capacità di avvincere e di far riflettere. La sua volontà di innovare giunse fino all’interpretazione dell’ Amleto en travesti, durante la tournée del 1878 in America.

Dopo la metà degli anni Settanta, lo stile di Giacinta Pezzana giunse alla sua piena maturità, con un “modulo recitativo straniante e quasi brechtiano”, come lo ha definito la studiosa Giulia Tellini, che implicava “una distanza critica fra attore e personaggio”.

Nel 1879 portò per la prima volta sulla scena a Napoli la pièce che sarebbe diventata il suo “cavallo di battaglia”: la Teresa Raquin di Emile Zola. Con lei, Giovanni Emanuel e una giovane Eleonora Duse. Ritiratasi dall’attività regolare alla fine del decennio successivo, l’attrice non smise mai, di fatto, di calcare le scene: anche se sempre più sporadicamente, continuò a recitare, sia in Italia che all’estero. Si dedicò, oltre che al teatro, anche al cinema: nel 1915, interpretò una delle parti principali nel film Teresa Raquin di Nino Martoglio, portando anche sul grande schermo il soggetto che l’aveva resa celebre.

La sua vita privata fu segnata da alterne vicende a cui, fortunatamente, seguì un lieto fine. Dopo il fallimento del matrimonio con lo scrittore Luigi Gualtieri (da cui ebbe la figlia Ada) e alcune delusioni sentimentali, Giacinta trovò in età avanzata il suo compagno ideale: l’amico Pasqualino Distefano, garibaldino e repubblicano catanese, con cui visse per il resto dei suoi anni dopo il ritiro ufficiale dalle scene. “Un essere selvaggio di carattere” lo definì “ma buono più d’un angelo”. Con lui si ritirò ad Acicastello, in provincia di Catania, dove morì il 4 novembre del 1919.

Dal Piemonte alla Sicilia, con un’attività di respiro internazionale, Giacinta aveva vissuto palcoscenici, luoghi, storie e successi che erano stati, alla fine, la materia con cui la sua personalità creativa ed eclettica aveva trovato modo di esprimersi. Anche se le sue simpatie per Mazzini e Garibaldi non si sono concretizzate in un vero e proprio impegno patriottico, questo suo vagabondaggio da un capo all’altro della penisola l’hanno resa, già ai suoi tempi, uno dei simboli più efficaci dell’Italia unita. Decisiva la sua influenza sul teatro femminile: per la successiva generazione di attrici – a partire dalla già menzionata Eleonora Duse – la recitazione di Giacinta Pezzana è stata infatti un punto di riferimento fondamentale.

Ancor oggi presente nella memoria del teatro italiano, è ricordata con grande affetto ad Acicastello e in tante altre località del territorio etneo, dove le sono stati dedicati strade e monumenti.

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Donatella Pezzino

Immagine da: https://www.150anni.it

Fonti:
• Wikipedia
• Giacinta Pezzana, di Franca Bellucci, su http://www.enciclopediadelledonne.it/
https://acicastelloonline.wordpress.com/2018/07/14/giacinta-pezzana/