Su “Le certezze del dubbio” di Goliarda Sapienza

La scrittura di Goliarda Sapienza (1924-1996) potrebbe essere paragonata alla piena di un fiume: rapida, improvvisa, incontrollabile, eppure così ricca di fascino nella sua semplicità brutale; a volte discontinua, tutta salti e nervi, e proprio per questo con una sua intrinseca, naturale armonia. Parole come pietre, che un’acqua densa di voci, volti e sensazioni trascina con sé in modo quasi spasmodico; una lettura che segna, che scava solchi, che non si dimentica. Non mi riferisco, nello specifico, alla celebre “Arte della gioia”. Personalmente, a dispetto dell’ammirazione suscitata in tanti critici e lettori, quello che è comunemente ritenuto il capolavoro di Goliarda non mi ha particolarmente entusiasmata: vi ho percepito una certa forzatura, nei dialoghi e nelle situazioni. Forse per l’insistenza quasi morbosa sulla sensualità e la spregiudicatezza di Modesta, nella quale si avverte marcatamente l’intenzione di forgiare, più che un carattere, un simbolo dell’affermazione femminile che possa rappresentare la nuova donna del femminismo e della rivoluzione sessuale; o forse, più semplicemente, perché Goliarda è una di quelle voci che soffrono le costrizioni di certi tessuti narrativi, e che per brillare in tutta la loro potenza devono essere libere di fluire, di rompere gli argini, di tracimare. Di raccontarsi, prima che di raccontare. Nella “carusa tosta” c’è, naturalmente, una parte importante della sua creatrice; ma troppe impalcature ingombranti la soffocano. La Goliarda nata e cresciuta per parlare di sé stessa si svela altrove, come lo stesso Angelo Pellegrino, suo marito e curatore, non ha mancato di sottolineare: “Da una formazione così diversa e originale, e anche sconvolgente per una ragazza meridionale italiana, che letteratura poteva venir fuori? Sicuramente un genere segnato dall’autobiografia”. La Goliarda autentica, intima e spontanea che avevo cercato invano in Modesta, quindi, l’ho trovata nel flusso di coscienza travolgente e impietoso delle “Certezze del dubbio”, romanzo meno noto e senz’altro da rivalutare. L’autrice catanese lo scrive negli anni Ottanta, dopo un periodo di detenzione per furto nel carcere romano di Rebibbia. Nello scritto, dall’inizio alla fine, emerge il bisogno prepotente di mettersi a nudo, di scandagliarsi, di prendersi in giro e perché no? anche di odiarsi; c’è la sensazione di essere, per qualche strano scherzo del destino, sempre fuori posto. E c’è Roberta, la ragazza- specchio, e come ogni specchio che si rispetti, amica-nemica viscerale. Attraverso Roberta e le sue contraddizioni, Goliarda si osserva, si ascolta, si racconta, si immagina, trova la Goliarda che vorrebbe essere: un cumulo di fragilità dalla forza incrollabile, capace di fare del disagio un ideale per cui combattere e sentirsi viva; una donna capace di essere contemporaneamente figlia e madre, bambina e vecchia, spensieratezza incosciente e consapevolezza profonda. In più, Roberta rappresenta per l’autrice il legame con Rebibbia, che non si può e non si vuole spezzare: un po’ perché quella vita, coi suoi ritmi, le sue persone e i suoi rituali, ti marcisce dentro l’anima permeandone ogni fibra; un po’ perché a Rebibbia, da lontano, si ripensa come ad un mondo ovattato, al rifugio da una società divenuta estranea che, una volta che sei stata “dentro”, ti etichetta per sempre e ti rifiuta, facendoti pesare ad ogni istante la tua nuova, irrimediabile condizione di reietta. Ed è un rifugio anche la sopravvivenza di questo legame d’amicizia nato in cattività, tanto stretto e importante da assumere di volta in volta le forme della simbiosi, dell’ossessione, della gelosia, dell’attrazione fisica: forme che nascondono un unico desiderio disperato, quello di riappropriarsi della propria esistenza, di darle una direzione. L’erotismo che spesso si avverte, allora, si rivela con una complessità tutta cerebrale, in cui l’attrazione omosessuale che avvicina le due donne non è che la necessità di ristabilire un equilibrio, di ritrovare un’identità, di reimpossessarsi della parte di sé che sempre sfugge, e che non è possibile afferrare. Perché Roberta, palesando a parole quella tensione erotica, la interrompe bruscamente e la fa svanire; e poi perché Roberta stessa appare e scompare, e tutta la trama non è che un estenuante perderla e ritrovarla, un continuo rincorrerla per non raggiungerla mai.

Donatella Pezzino

Fonti:

  • Goliarda Sapienza, Le certezze del dubbio, a cura di Angelo Pellegrino, Einaudi, 2013.
  • Wikipedia
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Da “Ancestrale” di Goliarda Sapienza

Separare congiungere
spargere all’aria
racchiudere nel pugno
trattenere
fra le labbra il sapore
dividere
i secondi dai minuti
discernere nel cadere
della sera
questa sera da ieri
da domani

*

Goliarda Sapienza (Catania, 1924-Gaeta, 1996)

Fonte: “Ancestrale”, poesie scelte, Ed. La Vita Felice, 2013

Immagine: Il “Nascondiglio di Venere” di Salvatore Fiume (Comiso-RG 1915-Milano 1997) dal sito http://giovannibonanno.com/novecento-in-sicilia/

 

Goliarda Sapienza

goliarda sapienza

Goliarda Sapienza nacque a Catania il 10 maggio 1924.

Il padre era il sindacalista Giuseppe Sapienza, socialista “puro” turatiano noto a Catania come “l’avvocato dei poveri” e impegnato attivamente contro il fascismo e la mafia; la madre di Goliarda era Maria Giudice, prima dirigente donna della Camera del Lavoro di Torino. Goliarda crebbe quindi in un clima di grande libertà intellettuale e sociale; per sottrarla a qualsiasi condizionamento da parte del regime, anzi, il padre ritenne opportuno non farle frequentare la scuola.

Ancora adolescente, Goliarda si trasferì con la famiglia a Roma e qui, a soli sedici anni, si iscrisse all’Accademia di Arte Drammatica. Come attrice lavorò sia in teatro che al cinema: la sua carriera teatrale si concentrò soprattutto su personaggi pirandelliani, mentre al cinema, seppure con registi di grosso calibro ( Alessandro Blasetti, Luchino Visconti, Luigi Comencini), interpretò ruoli di scarsa rilevanza. Tra i film a cui prese parte si ricordano “Un giorno nella vita” (1946), “Senso” (1954), “Persiane chiuse” (1950), “Altri tempi” (1951) e “Gli sbandati”(1955) del regista Citto (Francesco) Maselli al quale sarà legata sentimentalmente per diversi anni.  Dopo la rottura con Maselli, la Sapienza sposerà l’attore e scrittore Angelo Pellegrino, di ventidue anni più giovane di lei, che sarà anche il curatore delle sue opere.

Negli anni Sessanta, Goliarda decise di lasciare la strada della recitazione per intraprendere la carriera di scrittrice. Esordì nel 1967 con il romanzo autobiografico “Lettera aperta”, incentrato sugli anni della sua infanzia trascorsi a Catania. Autobiografico è anche “Il filo di mezzogiorno”, scritto due anni dopo e basato sui referti della terapia psicoanalitica alla quale lei stessa si sottopose. Nel libro, la Sapienza si racconta senza remore, sviscerando i traumi, le paure e le sofferenze più intime e proponendo riflessioni nelle quali ogni anima può riconoscersi:

“Ogni individuo ha il suo segreto che porta chiuso in sé fin dalla nascita, segreto di profumo di tiglio, di rosa, di gelsomino […] non lo sezionate, non lo catalogate per vostra tranquillità […]. Ogni individuo ha il suo diritto al suo segreto ed alla sua morte. E come posso io vivere o morire se non rientro in possesso di questo mio diritto? […] se morirò per la sorpresa di qualche nuovo viso-incontro nascosto dietro un albero in attesa, […] se morirò svenata dalle ferite aperte di un amore perduto non più richiuse […] vi chiedo solo questo: non cercate di spiegarvi la mia morte, non la sezionate, non la catalogate per vostra tranquillità, per paura della vostra morte, ma al massimo pensate […]: è morta perché ha vissuto”.

Negli ultimi anni della sua vita, Goliarda Sapienza fu docente di recitazione presso il Centro Sperimentale di Cinematografia di Roma. E’ morta a Gaeta nel 1996.

I romanzi di Goliarda scritti dopo “Il filo di mezzogiorno” videro la luce dagli anni Ottanta in poi; alcuni vennero pubblicati postumi. Tra i più famosi, “L’Università di Rebibbia” (1983), “Le certezze del dubbio” (1987), “Destino coatto” (2002), “Io, Jean Gabin”(2010), “Appuntamento a Positano”(2015) e soprattutto “L’arte della gioia”, considerato il suo capolavoro.

L’opera uscì nel 1998, due anni dopo la morte dell’autrice. Questo romanzo, che ha avvicinato Goliarda Sapienza alle giovani d’oggi consacrandola icona femminista, narra le vicende di Modesta, “carusa tosta” e povera che, agli inizi del Novecento, passa attraverso varie esperienze “scandalose” e trasgressive, manifestando una grande libertà sessuale e una totale assenza di scrupoli: un personaggio “amorale” secondo la morale dei suoi tempi ma capace di sfidare il perbenismo e l’oppressione della cultura patriarcale e fascista.

Ripercorrendo la biografia e il percorso artistico di Goliarda Sapienza, la ricercatrice Alessandra Trevisan ha recentemente pubblicato un’interessante ed esaustiva monografia dal titolo “Goliarda Sapienza, una voce intertestuale” che consente di conoscerne in modo approfondito la personalità poliedrica, la prorompente vitalità e lo spirito indipendente.

Donatella Pezzino

Immagine: una foto giovanile di Goliarda Sapienza tratta da www.pinterest.com

Fonti: