Maria Costa, la poetessa del mare

Maria Costa è nata a Messina il 12 dicembre 1926.

Nata e cresciuta a Case Basse di Paradiso, un rione di pescatori, la poetessa comincia a scrivere molto presto, verso gli 11 anni di età: con la passione per la cultura trasmessagli da suo padre e il talento per la scrittura ereditato da una sua antenata, la giovane Maria fa della poesia lo strumento privilegiato per dar voce al mare, alla sua gente e alle antiche memorie della sua terra. Fra queste, un posto di rilievo ha sicuramente il dramma del terremoto del 1908; ma la poesia di Maria si spinge ancora più lontano nel tempo, affondando le sue radici nel patrimonio di miti e leggende che da secoli viene tramandato oralmente, come la leggenda di Colapesce. Ma è il mare, soprattutto, ad ispirare il cuore di Maria: nei suoi versi, la donna e il mare diventano una cosa sola, uniti in un canto eterno che trascende il tempo e lo spazio.

Il suo stesso quartiere d’origine, Case Basse, gli fornisce materia preziosa per molte composizioni, come era già successo ad un altro grande della poesia, Giovanni Pascoli: durante il suo soggiorno messinese, infatti, Pascoli era stato ispirato dalla vista dei ragazzini del rione che giocavano sulla spiaggia e aveva scritto la poesia “L’aquilone”.

Per Maria la gente e la terra, la storia e il mito, la spiaggia e lo Stretto sono al tempo stesso abbraccio materno e tesoro da custodire, ispirazione e rifugio: sarà per questo, probabilmente, che la poetessa non sentirà l’urgenza di crearsi una propria famiglia e si donerà interamente, per la vita, alla sua Messina, di cui diventerà l’emblema e l’orgoglio.

Nella sua poesia si mescolano, come nella stessa natura del siciliano, il dolce e l’amaro, il veleno e il nettare, la lama che ferisce e il fiore che accarezza. Nel suo linguaggio c’è una straordinaria freschezza: ricco di declinazioni lessicali tipiche e quasi ruvide nella loro genuinità, il dialetto di Maria è tutt’ora al centro di studi accurati non solo per la sua valenza semantica ma soprattutto per il suo carattere antropologico, per la sua espressività potente, per l’intensità con cui sa farsi portatore della spiritualità e della cultura che lo ha visto nascere. Ma Maria non si è limitata a scriverli, i suoi versi: grande affabulatrice, splendida interprete, è rimasta celebre per il suo eccezionale modo di “raccontare” la poesia, forte di una mimica e di una gestualità ancora oggi uniche nel loro genere.

Energica, sensibile e combattiva, Maria incarnava in pieno la vera donna sicula, dotata di inesauribile linfa vitale e di un fascino irresistibile: un carisma quasi sacrale, che rimanda ai legami misteriosi e indissolubili fra l’anima e il cosmo. Nel suo caso, erano legami che la stringevano al mare, del quale cantò per tutta la vita le storie e i segreti.

Famosa e apprezzata anche fuori dalla Sicilia, più volte premiata, la Costa ha partecipato nell’arco della sua lunga vita a innumerevoli manifestazioni culturali, festival di poesia, spettacoli teatrali; le sono stati dedicati servizi, interviste, tesi di laurea e perfino un documentario, firmato dal regista messinese Fabio Schifilliti ( “Come le onde” – 2012 ). Fra i suoi volumi di poesie più celebri si ricordano Farfalle serali (1978), Mosaico (1980), ‘A prova ‘ill’ovu (1989), Cavaddu ‘i coppi (1993), Scinnenti e muntanti (2003), Abbiru maistru (2013). Nel 2006 è stata inserita nel registro dei “Tesori Umani Viventi” dall’Unità Operativa XXVIII – Patrimonio UNESCO, Registro Eredità Immateriali della Regione Siciliana. Si è spenta a Messina il 7 settembre del 2016.

Alcune poesie di Maria Costa

Donatella Pezzino

 

Nella foto: Maria Costa in una foto giovanile ( da http://pti.regione.sicilia.it)

Fonti:

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Santa Rosalia

vandycksrosalia162227Rosalia Sinibaldi nacque a Palermo intorno al 1128. Secondo la tradizione il padre Ruggero, signore dei feudi della Quisquina e del Monte delle Rose, apparteneva ad una nobile famiglia che discendeva addirittura da Carlo Magno. Maria Guiscardi, la madre di Rosalia, era anch’ella di origini illustri ed era imparentata con le casate più in vista dell’entourage del sovrano. In virtù di questo altissimo lignaggio, Rosalia visse la sua giovinezza a stretto contatto con la corte dove fu probabilmente damigella della regina Margherita, moglie del re normanno Guglielmo I il Malo.

Quando Rosalia era appena adolescente, il sovrano ordinò a suo padre di darla in sposa al conte Baldovino: la fanciulla, però, si ribellò con decisione manifestando il fermo proposito di prendere il velo. Rosalia lasciò quindi la casa paterna ed entrò nel monastero delle monache basiliane di Palermo: qui, però, i parenti e il promesso sposo la visitavano in continuazione cercando di farle cambiare idea e di convincerla ad accettare il matrimonio. Esasperata da tanta insistenza e desiderosa di vivere intensamente la sua vocazione, Rosalia abbandonò dunque la vita monacale per vivere da eremita in una grotta nei pressi di Bivona.

Ben presto la fama della sua santità si sparse attirando pellegrini da ogni parte dell’isola: per questo, dopo 12 anni di romitaggio Rosalia fu costretta a lasciare anche questo luogo cercando isolamento e raccoglimento prima nella casa paterna, poi in una grotta sul Monte Pellegrino. In questo rifugio, la giovane trovò una fonte d’acqua e un altare pagano, che fu poi consacrato alla Madonna. Rosalia vi dimorò otto anni: è possibile che nell’ultimo periodo del suo eremitaggio ella vi si sia fatta murare dentro, come avevano fatto prima di lei altri eremiti particolarmente ferventi. Nel settembre del 1165 fu trovata morta da un gruppo di pellegrini.

Le sue ossa furono rinvenute a distanza di anni da un cacciatore, che le estrasse dalla roccia e le consegnò al clero cittadino. Ai tempi del ritrovamento, però, non si era del tutto certi che queste ossa appartenessero alla santa: fu proprio Santa Rosalia a fugare ogni dubbio. Nel 1625, quando a Palermo infuriava la peste, la santa apparve ad un povero saponaro di nome Vincenzo Bonelli ordinandogli di riferire all’arcivescovo che le reliquie ritrovate sul Monte Pellegrino erano proprio le sue e che portandole in processione la peste sarebbe cessata.

In questo modo, Santa Rosalia salvò Palermo dalla terribile epidemia: in suo onore, i cittadini esautorarono gli altri patroni della città riconoscendole il primato assoluto. Nello stesso periodo fu rinvenuta nella grotta di Bivona questa scritta: “EGO ROSALIA SINIBALDI QUISQUINE ET ROSARUM DOMINI FILIA AMORE D/NI MEI JESU CRISTI IN HOC ANTRO HABITARI DECREVI”.

Nel 1630, Santa Rosalia è stata inclusa ufficialmente nel martirologio romano da papa Urbano VIII. In tutte le icone che la raffigurano, la santa è ritratta con alcuni simboli particolari, come il saio penitenziale, la corona di rose ma soprattutto il teschio, che testimonia il suo distacco dalla vita terrena.

Donatella Pezzino

Immagine: Van Dyck, Santa Rosalia ( 1622-27) Palermo, Palazzo Abbatellis ( da http://www.tanogabo.it )

Fonti:

http://www.wikipedia.it

http://www.santarosalia.info

http://www.santuariosantarosalia.it

http://www.santiebeati.it