Dieci poesie di Sibilla Aleramo

Ritmo

Ritrovata adolescenza,
gioia del colore,
occhi verdi di sole sul greto,
scheggiato turchese immenso de l’onde,
biondezza di cirri e di rupi,
rosea gioia di tetti,
colore, ritmo,
come una bianconera rondine
l’anima ti solca.

*

Son tanto brava

Son tanto brava lungo il giorno.
Comprendo, accetto, non piango.
Quasi imparo ad aver orgoglio quasi fossi un uomo.
Ma, al primo brivido di viola in cielo
ogni diurno sostegno dispare.
Tu mi sospiri lontano: «Sera, sera dolce e mia!»
Sembrami d’aver fra le dita la stanchezza di tutta la terra.
Non son più che sguardo, sguardo sperduto, e vene.

*

Nuda nel sole

Nuda nel sole
per te che dipingi sto immobile,
il seno soltanto ritmando
la vita gagliarda del cuore.
Come un cielo soave d’aurora
è per te questa mia forma lucente,
un prato un’acqua una solitaria fiorita di petali,
tralci di vigna in festività.
E adori, e fervente le dolci dita
su la tela conduci.
Nuda nel sole ed immobile,
frammento di natura,
ti miro orante ed oprante.
Da te invasa da te riassorbita,
sei tu che mi divinizzi
o la mia divinità è che ti crea,
artista, arte, spirito?
Tacitamente il seno respira.

*
Charità notturna

Chiarità notturna, volo d’ore bianche, disteso cielo,
tendo la mia mano che vi stringe, e v’offro, v’offro.
Ci veda qualcuno. Non me, ma sola la mia mano che vi tiene,
ore fruscianti, grande sereno, spiaggia d’astri.

*

Brucio la mia vita

S’io mi muovo, s’io mi sollevo,
tutto svanisce, tutto s’aggela.
Ma s’io resto così distesa,
gli occhi chiusi, le labbra aureolate di brace,
l’ardore della mia palma sul battito della mia gola,
io brucio la mia vita, brucio la mia vita,
il mio sangue si consuma nelle mie vene,
io sento che si consuma
solo nel ricordo d’un altro sangue,
d’una voluttà data e provata,
dell’amore lontano
che forse non ritroverò.

*

Morte, m’hai sentita?

Morte, m’hai sentita?
Nella notte ti ho invocata,
piangendo
e fors’anche ridendo
per sedurti t’ho chiamata,
ultima luce,
speranza di due braccia accoglienti,
un nome ancora da invocare,
morte, madre, sorella, amata,
una che mi prenda, una che mi voglia….
Ed eri lontana.
Bianca e bella s’io ti pensavo su altri reclina,
s’io t’imaginavo intenta a baciar altri,
altri certo non più di me dolenti,
oppur creature felici,
morte, m’hai sentita s’anche non sei accorsa?
Nessuno certo t’implorava quanto me,
o cara quanto fu cara la vita,
e tu chi sceglievi in vece mia?
Ma forse,
forse da lontano hai trasalito….
E ora non ti chiamo più.
Stormi mi ventano dietro la fronte,
aliante mondo inespresso del mio pensiero,
parole che furono visioni e ch’io ancora non dissi,
amore che tutti comprende i ruinati amori
e li risolleva….
Verità della mia vita,
incompiuta missione che nell’alba mi riappare,
ch’era il miracolo,
ed io forse l’ho tradita….
E forse, o morte, non venuta al mio richiamo delirante
mi raggiungerai nel fervore del ripreso canto,
troncherai nella mia gola il canto,
un giorno chiaro….
Ch’io mi rammenti allora,
ch’io mi rammenti
come eri bella,
come eri bella questa notte,
morte, su le fronti che invece di me baciavi.

*

Da Assisi

Sul colle una sta,
sola,
dinanzi a questo, nodo silente del mondo.
Vento scende verde d’argento.
Ode respiro d’assenti acque.
Cantici cari dissennati ascolta,
di sorrisi sorgivi, di baci ariosi,
volatili delizie,
e le tiene, quasi creature in grappolo,
sola ne lo svariar de le luci,
fra le braccia o tra l’ali,
rondine e sorella,
che nulla si sperda di nessuna primavera.

*

In quest’alba

In quest’alba,
ricche le vene di melodia e dolenti,
che tutti aduno e mesco i desideri eterni,
uno,
d’una rosa bianca sul cespo,
solo m’avanza incontro al giorno,
e il giorno è di gennaio,
oh giardino che non vedrò!

*

Anche quest’ore

Passeran quest’ore di spasimo
come passarono le mille di gioia.
O fiore che avrei voluto soltanto baciare,
o petto dolce dove imploravo festosamente la morte,
ma quest’ore che vivo di strazio
son più generose ancora
dell’altre gridanti felicità.
Mi tendo a te che ho colpito,
da lontano mi tendo
più pulsante di quando ridevamo nudi nel sole,
la fronte più affocata, insaziata.
Dono d’angoscia gemente
che pur anche si dissolverà,
lungo di febbre ansito verso la tua pena….
Tutti i miei capelli per addormirti da lungi!

*

Una risata

Una risata.
Forse un giorno
la sentirò prorompermi dalla gola:
giorno di gran sole,
risata sopra il mondo,
e poi
due braccia
che mi sollevino ansante
verso la prima stella della sera.

*

Sibilla Aleramo (pseudonimo di Rina Faccio) nacque ad Alessandria il 14 agosto 1876. Trascorse un’adolescenza molto triste a causa della malattia mentale della madre; ancora giovanissima, fu costretta ad un matrimonio “riparatore” con un collega di lavoro che l’aveva violentata. La nascita del figlio Walter (1895) sembrò portare un soffio di gioia nella sua infelice vita coniugale; tuttavia, non bastò a riempire i vuoti della sua esistenza. Dopo un tentativo di suicidio, Rina cominciò a cimentarsi nella scrittura, nella quale trovò, oltre alla sua vocazione, anche il riscatto dall’esistenza gretta e stereotipata a cui le convenzioni sociali l’avevano sempre costretta.

Su varie riviste – come Gazzetta letteraria, L’Indipendente, Vita modernaVita internazionale – pubblicò soprattutto articoli di argomento femminista e socialista: questo suo impegno la portò ad avvicinarsi a Giorgina Craufurd Saffi, con la quale tenne una fitta corrispondenza. Punti nodali del suo impegno per l’emancipazione femminile furono la lotta contro la prostituzione e la campagna per il diritto di voto alle donne; si attivò, in tal senso, per promuovere manifestazioni, sezioni di movimenti femminili ed altre iniziative. Diresse inoltre il settimanale milanese L’Italia femminile, nel quale tenne una rubrica di discussione con le lettrici e ricercò la collaborazione di intellettuali progressisti come Giovanni Cena, Maria Montessori, Ada Negri e Matilde Serao; nello stesso periodo conobbe Anna Kuliscioff e Filippo Turati.

Nel 1901 le tensioni familiari, ormai divenute insostenibili, la spinsero ad abbandonare il marito e il figlio. L’anno successivo si trasferì a Roma, dove si legò sentimentalmente a Giovanni Cena e cominciò a collaborare con la Nuova Antologia. Nel 1906 diede alle stampe il suo romanzo autobiografico Una donna, nel quale descrisse minutamente il suo difficile percorso di vita dall’infanzia fino alla rottura del matrimonio. L’opera mirava ad affermare il diritto di tutte le donne ad una vita libera e consapevole, contro le costrizioni e le umiliazioni imposte dall’ideologia del sacrificio, uno dei valori-cardine della società borghese dell’epoca. In quell’occasione, fu proprio Cena a suggerirle lo pseudonimo Sibilla Aleramo, che sarebbe poi diventato il suo nome nell’arte e nella vita.

Il successo del libro concise con un profondo cambiamento nell’autrice, che rivide progressivamente le sue posizioni sul femminismo. Più che sulla parità fra i sessi, infatti, il suo impegno si concentrò da quel momento in poi sulla rivendicazione e sull’espressione della diversità femminile.

Dopo la fine della relazione con Cena, Sibilla cominciò a condurre una vita errabonda e bohémien; si avvicinò al Movimento Futurista, nonché ad altre avanguardie artistiche e letterarie. Destarono scandalo le sue numerose relazioni amorose; una delle più complesse, quella con Dino Campana, incontrato durante la prima guerra mondiale. Indipendente e anticonformista, Sibilla sfidò non solo la società perbenista del tempo, ma anche molti ambienti intellettuali, che la tennero in dispregio per i suoi costumi sessuali eccessivamente disinvolti.

Nel 1936 sembrò trovare un punto di riferimento stabile in un giovane studente, a cui restò legata per un decennio. Nel secondo dopoguerra, si iscrisse al Partito Comunista Italiano e svolse un’intensa attività politica e sociale, collaborando, fra l’altro, all’Unità e alla rivista Noi donne. Morì a Roma il 13 gennaio del 1960, dopo una lunga malattia.

Sibilla Aleramo ci ha lasciato una ricca produzione letteraria tra romanzi, liriche, collaborazioni giornalistiche e diari. Tra gli scritti di maggior spicco, oltre al già citato Una donna, i romanzi Il passaggio (1919) e Il Frustino (1932), le raccolte poetiche Momenti (1921), Selva d’Amore (1947) e Luci della mia sera (1956). La sua figura di donna e di artista ha impresso solchi profondi nella cultura e nella memoria: lo testimoniano non solo le tante strade intitolate a suo nome in tutto il territorio italiano, ma anche l’interesse che la sua vicenda ha saputo ispirare a critici, studiosi, scrittori e artisti. Grande, in particolare, è stata nei suoi riguardi l’attenzione del cinema italiano, attraverso le due pellicole Inganni (1985) e Un viaggio chiamato amore (2002).

Le dieci poesie proposte sono tratte da Momenti, prima opera in versi della Aleramo. L’anelito alla libertà vi si esprime in uno stile innovativo, essenziale e nondimeno elegante, che intreccia in modo singolare carnalità e lirismo: una poesia di immagini, tutta fuoco e immediatezza, nella quale elementi del tardo Romanticismo, del Decadentismo e della Scapigliatura  vengono rielaborati alla luce della nuova coscienza femminista e antiborghese. Vi si avverte la propensione dell’autrice nei confronti delle avanguardie letterarie, che l’eterogeneità dei temi e la rottura con gli schemi tradizionali della metrica e del verso rendevano congeniali alla sua sensibilità nervosa e al suo anticonformismo.

Donatella Pezzino

Fonti:

– http://www.italialibri.net
– Wikipedia
– Sibilla Aleramo, Momenti, Firenze, Bemporad & figlio, 1921.

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Dieci poesie di Ada Negri

Pensiero d’autunno

Fammi uguale, Signore, a quelle foglie
moribonde, che vedo oggi nel sole
tremar dell’olmo sul piú alto ramo.
Tremano, sí, ma non di pena: è tanto
limpido il sole, e dolce il distaccarsi
dal ramo, per congiungersi alla terra.
S’accendono alla luce ultima, cuori
pronti all’offerta; e l’agonia, per esse,
ha la clemenza d’un mite aurora.
Fa ch’io mi stacchi dal piú alto ramo
di mia vita, cosí, senza lamento,
penetrata di Te come del sole.

*

Il risveglio

Senza sonno la notte e senza pace
fu. Pulsava alle tempie, ai polsi il sangue
torbido, in colpi sordi; e mi parea
rispondesse al mugghiar cupo del mare.
E tra il mugghio del mare e il martellìo
del sangue il mio dolor con le memorie
più fonde in cuor si rinnovava, tutta
addentandomi dentro: ero soltanto
quel dolor, quel dolore; e il resto nulla.
Ma venne, a un tratto, verso l’alba, il sonno.
Breve esso fu, come una morte breve;
e mi svegliai che il sol, già alto, in fasci
di raggi entrava dal quadrato azzurro
della finestra. Vi balzai. M’immersi
nella luce, non più vita pensante,
ma solo vita: bevvi la freschezza
del mattino nel salso odor del mare,
mare e cielo divenni, e immenso riso
senza memoria.

*

Orgoglio

Soffri in silenzio. Non chiamar nessuno
a numerar le lacrime degli occhi
tuoi. Sia pur grave il colpo che ti tocchi,
chieder coraggio ad altri è inopportuno.

Conta nel tuo segreto ad uno ad uno,
se vuoi, curva e prostrata sui ginocchi,
i singhiozzi del cor—ma non trabocchi
la piena mai, per la pietà d’alcuno.

È un’orribile cosa esser compianti.
Conquista in te, con la tua forza sola
di volontà, l’oblio del tuo cordoglio.

T’insegnerò, per disseccare i pianti
fiacchi e cangiarli in riso entro la gola,
un peccato magnifico: l’Orgoglio. Continua a leggere

Dieci poesie di Amalia Guglielminetti

Una voce

Una voce nell’ombra ha qualche volta
la morbidezza calda d’una cosa
tangibile. Non s’ode e non s’ascolta,

ma sul cuor che l’accoglie quasi posa
le sue parole ad una ad una come,
quando langue, le sue foglie una rosa.

Se invoca piano, in ansia, un caro nome
par che vi tremi il mal represso ardore
d’un bacio non osato fra le chiome.

E di soverchia intensità essa muore
soffocata ed il pianto che l’assale
sembra il principio dolce dell’amore

ed è l’inizio acerbo del suo male.

*

Le seduzioni

Colei che ha gli occhi aperti ad ogni luce
e comprende ogni grazia di parola
vive di tutto ciò che la seduce.

Io vado attenta, perchè vado sola,
e il mio sogno che sa goder di tutto,
se sono un poco triste mi consola.

In succo io ho spremuto ogni buon frutto,
ma non mi volli sazïare e ancora
nessun mio desiderio andò distrutto.

Perciò, pronta al fervor, l’anima adora
per la sua gioia, senza attender doni,
e come un razzo in ciel notturno ogni ora

mi sboccia un riso di seduzïoni.

*

Vortice

Noi ci fissammo, con un folgorio
d’occhi tenace. Io so che in quel momento
il cuore ti tremò del tremor mio.

Eravamo seduti con il mento
nella mano, in un’ombra di veranda,
in qual tempo, in qual giorno, io non rammento.

Rammento che giungeva a ondate, blanda,
una lontana musica e che spesso
ripeteva un motivo di domanda.

A un tratto ci trovammo così presso
da provarne vertigini, e smarriti
impallidimmo del pallore stesso

come su un buio vortice che inviti.

*

Pallore

Oggi mi trovi pallida, ma sai
che un poco sempre io son pallida. È strano
come il mio volto non s’accenda mai.

Solo la bocca un fior di melagrano
sboccia sotto il tuo bacio, e il cuore pulsa,
– oh così forte! – sotto la tua mano.

Ma goda o soffra l’anima convulsa,
il marmo della fronte non confessa
gioia di amore o strazio di ripulsa.

Quanto più sfatta io piego su me stessa,
più s’impietra la maschera del volto.
Ma quando cedo dall’angoscia oppressa,

piango non vista il mio pianto raccolto.

*

L’etèra

Io t’ho seguita, sotto i primi lumi
rossastri d’una sera cittadina,
pallida etèra grave di profumi.

E parvi la falena che s’ostina
intorno ad una lampada notturna,
sempre più attratta e sempre più vicina.

Curiosità di male, taciturna,
mi trascinò nell’orbita di quella
ch’era del male più goduto l’urna.

Colei che attira asseta arde e flagella,
l’ombre accendeva di sua rossa chioma,
e molle andando, alla falena snella

vampava della sua carne l’aroma.

*

Asprezze

Aspra son io come quel vento vivo
di marzo, il quale par crudo di geli
ma discioglie la neve su pel clivo.

Vento di marzo che agita gli steli
pigri, scopre vïole in mezzo all’erba,
scompiglia erranti nuvole pei cieli.

Asprigna io sono e rido un poco acerba.
Mordere più che accarezzar mi piace
ed apparir più che non sia superba.

Come il vento di marzo io non do pace.
Godo sferzare ogni anima sopita,
e trarne l’ire a un impeto vivace

per sentirla vibrar fra le mie dita.

*

La solitudine

Siamo soli nel mondo: ciascun vive in mezzo a un deserto.
Nulla per noi è certo fuorchè questo vuoto profondo.

E i contigüi casi degli uomini, e i sogni e le cose
son come ombre fumose vanenti su torbidi occasi.

Talvolta amor mezzano avvicina due solitari,
li illude un’ora e ignari e ignoti li avventa lontano.

Ciascun ch’ami il suo orgoglio la sua verità o il suo errore
è un mesto viaggiatore superstite sopra uno scoglio.

S’illude egli alle prime carezze dell’onde e del vento,
ma tosto lo sgomento dello spazio enorme l’opprime.

Né v’ha cosa più triste della non colmabil lacuna,
dell’ombra che s’aduna fosca fra chi esiste e chi esiste.

*

Sera di vento

Dolce salire nella chiara sera,
sola col vento che m’abbraccia, folle
più d’ogni amor, la strada erta del colle
fra un presagio lontan di primavera.

Dolce, s’io pur di un’ironia leggiera
mi punga, come chi desto da un molle
sogno, se quasi già doler si volle,
ride di sua stoltezza passeggiera.

O breve inganno, io ben di te mi spoglio.
Fatta serena, del destino il gioco
senza umiltà io seguo e senza orgoglio.

Ma mi figuro d’avanzar guardinga
e curiosa, per gioir fra poco
d’altra menzogna bella di lusinga.

*

La malinconia

Dentro le vene la malinconia
s’insinua, ed è un morbo sonnolento
cui giova non trovar medicamento,
uno stupor di morbida follìa.

Il desiderio più tenace svia,
smemora del più intenso sentimento,
quasi vapori un greve incantamento
d’oppio, in cui goda più chi più s’oblìa.

Essa è come un giaciglio, ove un’inerte
stanchezza ci abbandoni svigorite,
con le treccie disciolte e a braccia aperte.

Ed ha il torpor d’alcune notti estive,
in cui ci s’addormenta indolenzite
dallo spasimo oscuro d’esser vive.

*

L’antico pianto

Quindi prosegua per cammini ombrosi,
a fior di labbro modulando un canto
che per me l’altra notte mi composi.

Poichè talor non piango io il mio pianto,
lo canto, e qualche mia triste canzone
fu come il sangue del mio cuore infranto.

Tempo fu che le mie forze più buone
stremai in canti a’ piedi d’un Signore
che m’arse di ben vana passïone.

Io piangevo così note d’amore,
come la cieca in sul quadrivio, volta
al sole, canta il suo buio dolore

e non s’avvede che nessun l’ascolta.

*
Amalia Guglielminetti, poetessa e scrittrice, nacque a Torino nel 1881. Appartenente alla piccola borghesia industriale, ricevette un’educazione rigidamente cattolica per volere del nonno, uomo dai costumi molto austeri e acceso clericale.

La prima collaborazione letteraria di Amalia risale al 1901, quando iniziò a pubblicare le sue poesie sul supplemento domenicale della “Gazzetta del popolo”. Erano versi scolastici e di maniera, nei quali l’autrice non aveva ancora maturato moduli espressivi propri e originali; in tal senso bisognerà attendere il 1907, anno della pubblicazione di “Le vergini folli”. La silloge fu molto ben accolta dal pubblico e soprattutto dalla critica: Arturo Graf ne lodò l’impronta innovativa e il felice connubio di spontaneità e qualità; Dino Mantovani paragonò Amalia a Saffo e a Gaspara Stampa. Più sottile fu il giudizio di Guido Gozzano (con cui la poetessa ebbe una intensa relazione amorosa), che ravvisò nell’opera una sensibile dipendenza dai canoni dannunziani e l’espressione di un’anima “un poco amara, un poco inferma”.

Nella poesia di Amalia, infatti, c’è una malinconia soffusa, come un alone di nebbia che ammanta ogni cosa. Perfino guardando la bellezza di un fiore, i suoi occhi la vedono già appassita; quasi come se l’anima, ormai ammalata di disinganno, non sapesse fare a meno di strappare il velo e guardare oltre, per cogliere tutto il male che si cela dietro gli incanti e le dolcezze.

Con gli anni, la sua scrittura si svincolò progressivamente dalle influenze dannunziane, acquistando in forza e profondità; i versi si fecero più concisi, lo stile più essenziale, l’uso degli aggettivi sempre più limitato. Negli anni Trenta, Amalia fu per qualche tempo a Roma, dove tentò la via del giornalismo ma senza il successo sperato.

Nel 1937 tornò nella sua città natale, dove visse in solitudine gli ultimi anni della sua vita. Nel 1941, durante un bombardamento, cadde dalle scale mentre correva al rifugio antiaereo, procurandosi una brutta ferita che causò la sua morte per setticemia. E’ sepolta al Cimitero Monumentale di Torino.

Ha lasciato diverse opere degne di interesse fra raccolte poetiche, fiabe, romanzi e lavori teatrali. Di recente, la casa editrice Bietti ha ripubblicato le sue poesie e gli scambi epistolari con Guido Gozzano, di cui sono state successivamente realizzate anche versioni digitali.

Donatella Pezzino

Fonti:
– Amalia Guglielminetti, Le vergini folli, Torino-Roma, Società Tip. Ed. Nazionale, 1907
– Amalia Guglielminetti, Le seduzioni, Torino, S. Lattes e C., 1909
– Amalia Guglielminetti, I serpenti di Medusa, Milano, La Prora, 1934

Immagine da: Wikipedia (Di sconosciuto – Marcello Vannucci, Il mondo era in città: mezzo secolo in posa, Milano, Longanesi, 1977, p. 139, Pubblico dominio, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=71305893)

Dieci poesie di Giannina Milli

Un desiderio

Vorrei col vol dell’aquila
Levar lo spirto anelo
A spaziar pe’ lucidi
Campi del vasto cielo;
Libera al par dell’aria,
Un solo istante almen,
Vorrei slanciarmi a vivere
Dell’infinito in sen!

Se in una stella scegliere
Dovessi mai dimora,
Non sceglierei la splendida
Foriera dell’aurora;
Ma in grembo a un astro, incognito
Al mortal guardo ancor,
Vorrei romita accogliermi,
Vivervi ascosa ognor.

*

Romanza

E’ ver, doglioso e mesto è il canto
Che a me sul labbro sospinge il cor;
Una inesausta vena di pianto
De’ più begli anni m’attrista il fior.

Par, se mi chiedi da che deriva
Quello che m’ange crudo martir,
Dirò che ho pena segreta e viva,
Ma perché peno, io non so dir.

Perché sospira chiedi a l’auretta,
E perché mormora chiedi al ruscel,
Chiedi a che geme la colombetta
Mentre ha d’appresso il suo fedel.

Ch’è in lor natura, risponderanno,
Spirare, gemere e mormorar;
Così i miei versi altro non hanno
Senso gradito, che il lamentar.

*

Il mattino

Allor che il lume della bionda aurora
La tranquilla rischiara aria serena,
Di un verde colle sull’altura amena
Sola co’ miei pensier traggo talora.

E come veggio tutta emerger fuora
Da rosea nebbia l’incantevol scena,
Cui fa specchio la pura onda tirrena
Lieve increspata dalla placid’ora;

In un mar di dolcezza indefinita
S’immerge la commossa anima, e oblia
Tutte le cure della stanca vita.

E a te, cara e gentil Napoli mia,
Cui fu tanta beltà da Dio largita,
Un saluto di amor per me s’invia.

*

La quarta rosa

Tre rose io m’ebbi, tre pudiche rose
Conforto e premio alla difficil via,
E dissi al fato: or più dilette cose
Dai non puoi né più sacre all’alma mia.

Ma qual pregio, o gentil tra le vezzose
Che l’odorata aura di maggio aprìa,
Qual altro pregio il cielo in te ripose
Poi che il vate d’Arnaldo a me t’invia!

Oh no! non urna preziosa tanto
Che di te degna sia, possiedo, o fiore,
Ch’io bacio e spargo di devoto pianto.
Ma qui starai, qui, sull’ardente core;
E tu v’addoppia, se t’è dato, il santo
Foco dell’arte e il cittadino amore.

*

A Milano
Nel giugno 1859

E fia pur ver che l’aborrito estrano,
Percosso il sen da subita paura,
Volse le spalle alle tue sacre mura
Novellamente, o mia gentil Milano?

E fia pur vero che al leal Sovrano
Che il gran riscatto in suo valor matura,
Spoglia d’ogni rival discorde cura,
Recasti il fren delle tue sorti in mano?

Benedetta sii tu, che generosa
Prima ripudii le gare meschine
Che diviser la patria dolorosa!

Benedetta sii tu, che dài primiera
Il grande esempio alle Città latine
Di quel che Italia, in lor mirando, spera!

*

Da “Ciò che amo”

Amo l’albe serene e i tramonti,
E le notti dall’umido velo,
Amo i monti coperti di gelo,
E le valli olezzanti di fior.

Amo i boschi dall’ombra conserta,
Caro asil di quiete profonda;
Amo il mare, o flagelli la sponda,
O sia specchio all’azzurro del ciel.

Amo il rio, che qual striscia d’argento
Lambe, appena scorrendo, la ripa;
Amo il fiume, che gonfio traripa,
Come popol che il freno spezzò.

Amo i fiori, gli augelli, le stelle,
E gli amici, e i parenti, e un cortese
Angiol mesto, che forma sol prese
dai fantasmi dell’ansio pensier.

*

Da “L’iride”

Per ogni cosa vaga e gentile
Ha un suono il verso che diemmi il Ciel:
Io canto l’aura del nuovo aprile,
E i fior’ dischiusi in su lo stel.

Canto del mare l’onda tranquilla,
Ed il sospiro d’un vergin cor;
Canto la sacra devota squilla,
E la preghiera del viator.

E fino allora che più su l’alma
Del duolo il pondo sento aggravar,
Canto: succedere dovrà la calma
De la tempesta al furiar.

E a te, leggiadro arco celeste,
che l’etra abbelli co’ tuoi color’,
ora a te volgo le rime meste
Ne l’improviso de l’estro ardor:

A te, che simile a un invocato
Riso, che al pianto succeder suol,
Fra rotte nubi nel ciel turbato
Nunzio apparisci che torna il sol.

Di spirti eterei stuolo infinito
Lungo la tua curva talor
Mostrasi al mio sguardo, rapito
Ne’ la vaghezza de’ tuoi color’.

*

Da “Raffaello e Bellini”

A te men fausto, Cigno Sicano,
Ne l’ore estreme parve il destin;
Fra stranie genti, in suolo estrano
fornisti il breve mortal cammin.

Plaudiva il mondo del Pesarese
Al novatore vasto pensier,
Ed ei, co’ suoni, de l’alte imprese
Rendea lo strepito, l’urlo guerrier.

Ma, tu, trascorsi quei splendidi anni,
Spento de i Marzii ludi il fragor,
Sorgesti interpetre di dolci affanni,
De le nascose pene del cor.

E Amina, e Norma, e la Straniera
Per te sì care note snodar,
Che la più bella e splendid’Era
De la melodica arte segnar.

Oh! catanese cigno divino,
Certo ne l’ora del tuo morir,
Presso il tuo letto l’Angel d’Urbino
Vedesti in rosea nube venir;

Aperti i labbri a un riso pio,
Vieni, ti disse, vieni o fratel;
Vieni e armonizza l’Osanna a Dio,
Le tue melodi insegna al Ciel.

*

Romanza

Quando i silenzii e l’ombra
De l’alta notte bruna
Sorge la bianca luna
Pietosa ad allegrar,
D’ogni creata cosa
Ne la solenne calma
Mesto conforto l’alma
Ritrova al suo penar.

Una gentil la stringe
Necessità di pianto
Rapita ne l’incanto
D’indefinito amor.
E, il ciel mirando, parle
Che da ogni vaga stella
Un’anima sorella
Risponda al suo dolor.

*

Ad una giovinetta – sonetto

Quando sul dolce tuo pensoso aspetto
talor s’affisa la pupilla mia,
Un senso arcano di fraterno affetto
M’infonde al cor la tua melanconia.

Degli anni in sul mattin limpido e schietto,
Quando tutto il creato è un’armonia,
E in fantastiche forme l’intelletto
Un incognito ben sogna e desia;

Tu amor sol chiedi, ed ogni tua parola
Svela qual s’ha necessità di amore
L’alma tua pellegrina al mondo e sola.

O giovinetta. Bada!… A te che tanto
Pensi altamente ed hai sì ingenuo il core,
Forse l’amor non frutterà che pianto!

*

Giovanna Milli, detta Giannina, nacque a Teramo il 24 maggio 1825.

Dopo una primissima educazione ricevuta in famiglia, approfondì i suoi studi con maestri eminenti, fra cui il letterato Stefano de Martinis e il musicista Camillo Bruschelli. La sua vena poetica emerse in giovane età e con la rara abilità dell’improvvisazione: molto apprezzate e richieste furono le sue famose “serate”, che si svolsero in teatri e salotti di diverse città d’Italia e nelle quali ella declamava versi estemporanei animati da un acceso afflato patriottico.

Fu in rapporti di stima e di amicizia con diversi grandi del tempo, fra cui Manzoni, Aleardi, Settembrini e De Sanctis; una delle sue amiche più care fu la contessa Clara Maffei, che la accolse sovente nel suo rinomato salotto. Visse per molto tempo a Roma, dove ricoprì importanti incarichi ministeriali inerenti la pubblica istruzione; sposata con un provveditore agli studi, si spostò successivamente in varie città italiane per seguire il marito. Morì a Firenze l’ 8 ottobre del 1888.

La Milli ci ha lasciato una mole poderosa di componimenti poetici, pubblicati in varie raccolte e antologie. Poche le poesie di argomento intimo, tutte soffuse da un senso di rimpianto vago e indefinito che ben poco ci svela del suo vissuto interiore e della sua personale sensibilità.

Però, come fanciul che piange i fiori
Che il verno inaridì, piango ancor io
Le gioie dei vissuti anni migliori.

La maggior parte della produzione di questa autrice è composta da versi patriottici, poesie dedicate a personaggi illustri della storia, dell’arte e della cultura italiana – volte soprattutto a dimostrare la grandezza dell’ingegno italico e quindi da includere nel novero della scrittura patriottica – e da testi encomiastici scritti per ringraziare, celebrare, esternare stima o affetto verso una città o una persona in particolare.

Probabilmente, proprio questo carattere d’occasione, con poche concessioni allo sfogo intimistico, ha contribuito a svalutare l’importanza della sua poesia, relegandola fra le opere che non valga la pena ricordare in quanto troppo “di maniera” e quindi prive di valore intrinseco. A ciò si è aggiunta la dipendenza spesso pedissequa dai termini, dai temi e dai moduli tipici della poesia romantico-risorgimentale, cosa che non le ha permesso di brillare di luce propria, né di elaborare un tratto fortemente distintivo in grado di fare la differenza e di resistere al mutare dei tempi.

Ma se si va oltre questa visione di superficie, ci si accorge che Giannina non solo possedeva una cultura vasta e raffinata, ma che il suo universo emotivo era quanto mai ricco e pregnante. In tutti i suoi versi, da quelli patriottici a quelli più “colti” e impersonali, i sentimenti si avvertono vivi e vibranti: restano, però, volutamente in sordina, nascondendosi dietro a più elevati intenti espressivi, nella convinzione che il poeta abbia prima di tutto una missione da compiere verso il Cielo, la patria e l’umanità intera.

Non dimentichiamo che Giannina era una poetessa estemporanea, dote, questa, nella quale non si eccelle veramente quando la tecnica non è supportata da un sentire delicato e profondo. Vista in questa ottica, la poesia di Giannina Milli riacquista la sua giusta dimensione, restituendoci una delle più talentuose esponenti della poesia femminile italiana del periodo  romantico.

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Donatella Pezzino

Immagine da: http://www.abruzzoinmostra.it

Fonti:

– Wikipedia
– Poesie di Giannina Milli Volume Primo, Firenze, Le Monnier, 1862.
– Poesie di Giannina Milli Volume Secondo, Firenze, Le Monnier, 1863.
– Nuovi Canti di Giannina Milli, Napoli, Stamperia del Vaglio, 1855.

Dieci poesie di Vittoria Aganoor

Sotto le stelle

Dormono i campi, non s’ode una voce.
Solo un passo, che male
discerno ove sia vòlto,
un passo lieve, ritmico, veloce,
io nel silenzio della notte ascolto.

Va, va, va, quel notturno pellegrino,
e benchè mai non resti,
e benchè sempre a un modo
segua rapido e uguale il suo cammino,
io nella notte lontanar non l’odo.

Va, va, va, come mi passasse accosto
sempre, sempre, e fuggisse
sempre un persecutore;
va, va, il fantasma nell’ombre nascosto
che cammina col ritmo del mio cuore.

Io sento io sento che una qualche stilla
di vita, egli, passando,
mi beve; ai miei pensieri
ruba un sogno, al mio sguardo una scintilla,
lorda di polve i miei capelli neri.

Io sento ch’egli porta a dei lontani
cuori l’oblìo dei voti
che travolse il destino,
l’oblìo dei cari dì senza domani,
l’oblìo di me che a ricordar m’ostino.

*
Il treno

Va nella notte l’anelante spettro
tra le fragranze dei vigneti in fiore,
va nella notte e da conquistatore
schiavo il mio corpo si trascina dietro.

Solo il mio corpo, l’inerte persona;
ma dal possente che scintille esala
ratto si sciolse con un colpo d’ala
quel che laccio terren non imprigiona,

Ed a ritroso migra ad un alato
fratel che incontro cupido gli viene;
libere vie liberamente tiene
sui vinti gioghi e il mar signoreggiato.

Sì, lo spettro che torbido viaggia
lunge si porti il fremito degli ebbri
sensi, il tumulto, le maligne febbri,
gl’impeti della mia fibra selvaggia;

E a te venga, e di raggi e fior si valga
a parlarti d’amor senza parola
tutta l’anima mia, l’anima sola,
e la tua cerchi, e le si stringa, e salga!

*

Visione

So d’un palazzo dalle mura antiche
triste così ch’ha di sepolcro aspetto;
bruno di muschi dagli sproni al tetto,
ingombro l’atrio d’edere e d’ortiche.

Dentro, un’ava grinzosa, in sè raccolta
dinanzi al focolar deserto e spento,
segue a narrar con infantile accento
una leggenda che nessuno ascolta.

*

Pioggia

Piovea; per le finestre spalancate
a quella tregua d’ostinati ardori
saliano dal giardin fresche folate
d’erbe risorte e di risorti fiori.

S’acchetava il tumulto dei colori
sotto il vel delle gocciole implorate;
e intorno ai pioppi, ai frassini, agli allori
beveano ingorde le zolle assetate.

— Esser pianta, esser foglia, essere stelo
e nell’angoscia dell’ardor (pensavo)
così largo ristoro aver dal cielo! —

Sul davanzal protesa io gli arboscelli,
i fiori, l’erbe, guardavo, guardavo…
E mi battea la pioggia sui capelli.

*

O morti!..

I passanti s’indugiano ai cancelli
spiando delle verdi ombre i segreti;
ma son l’ombre deserte, e i muschi e l’erbe
parassite che allignan sugli avelli
veston la villa immersa tra gli abeti.

Io, qui seduta sotto il porticato
dove sovente al vespero veniva
il padre mio, guardo, e mi credo un’ombra,
l’ombra d’un lontanissimo passato
che solo ha forma di persona viva.

S’affaccia della Luna il bianco viso
tra pianta e pianta, ma la vaga scorta
dei sogni, più non è con lei; somiglia
un teschio adesso e con beffardo riso
sembra dirmi: — «Non vedi? anch’io son morta!» —

Ecco l’Ave, la squilla ch’egli udìa,
lo stesso suono… e tornano dell’ore
lontane le memorie: i giorni lieti,
le dolci sere; un’intima agonia
evocatrice che dilania il core.

O morti, dite una parola, dite
una parola!… Con l’orecchio io tendo
tutta l’anima mia… Passa una nube
e l’erba trema… Oh certo voi m’udite,
mi parlate… e son io che non v’intendo.

*

Canto d’Aprile

Canta una voce: — O genti dolorose
io vengo, io vengo! Aprite alle speranze
il core, aprite le rinchiuse stanze
alla giungente carica di rose.

Io vengo, io vengo! Ogni deserto ed ogni
rupe fiorisce; levate la testa
e sorridete; io vengo per la festa
meravigliosa, carica di sogni.

D’un più costante e luminoso Maggio
la promessa vi reco. O contristati
cuori, o negletti, o vinti, o disamati,
o vacillante umanità, coraggio! —

*

Tentazione

Sul fragor del torrente
protesi il capo dalla rupe scura,
ròsa da mille rivi,
e pensai: — Che ideale sepoltura
in quegli abissi, eternamente vivi
di vive onde di voci e di tempeste!
Così, così cantare
con voce più possente
dei turbini traverso alle foreste,
con l’impeto del mare!
Ma poi che invano cerca questa mia
anima, per irrompere in superbo
clamor, che scota i baratri e le cime,
la sua dirotta via
tra le scogliere altissime del verbo;
poi che il varco sublime
non s’apre, e in onde chiare
e forti, non prorompono le rime
ruggendo della gloria incontro al mare;
della sonante roccia
per le muscose spire
meglio come una goccia
cader nel fondo, perdersi, sparire!…

*

Per via

Mi andava innanzi, curva, con un bimbo
in collo, e il bimbo dietro a lei guardava,
proteso il volto paffutello e il nimbo
ricciuto, d’in su l’omero dell’ava.

O fresco volto, o vecchio omero! Tale
d’una muraglia antica e rovinosa
ai merli, su dal chiuso parco sale
e s’affaccia, ridente occhio, una rosa.

*

In automobile

Via! via! Salga con noi la vertigine
del trionfo! voliamo all’ignoto
malïoso dominio dei turbini,
noi, signori del tempo e del moto.

Dietro a noi, nella polve travolgasi
dell’attesa e del tedio la trista
ricordanza; via! via! no più limiti
alla nostra sovrana conquista.

Dietro a noi l’ore, lente di trepide
ansie, i ciechi fantasmi dei pigri
ozii, l’estasi vana. Via! l’anima
del futuro oltre i pelaghi migri.

La bufera ci sfida? Non timidi
ci vedrà nell’impàri cimento.
Vinceremo fuggendo più rapidi
delle nubi, dell’ora, del vento.

Su, più presto, più presto! c’ inseguono
spettrali ombre; io ne vedo le gialle
mani adunche levarsi, protendersi
sopra per noi per ghermirci alle spalle.

Respingetele, olà! son le pallide
cure, infeste alle valide tempre,
che ogni baldo vigore c’invidiano:
ne sarem gli schiavi per sempre?

No, sataniche larve! e se a vincervi
nostra possa non vale, la sorte
scherniremo, con noi trascinandovi
alla morte, alla morte, alla morte!

*

Dicembre

Qua e là per la campagna irti si drizzano
al cielo i rami delle piante esauste.
Piove; incombe sull’ampia solitudine
desolata, il silenzio.

Sulla deserta immensità dell’anima
talor mute così piovon le lagrime;
umane braccia così al ciel protendonsi
talora, emunte e supplici.

***

Vittoria Aganoor (Padova, 26 maggio 1855 – Roma, 8 maggio 1910) rappresenta una delle voci più interessanti del panorama poetico tra la fine dell’Ottocento e gli inizi del Novecento. In lei confluirono le istanze di diverse correnti letterarie, in particolare dell’ultimo Romanticismo, del Decadentismo e del Crepuscolarismo.

Allieva di Giacomo Zanella, si ispirò soprattutto a Giacomo Leopardi, Gabriele D’Annunzio e Domenico Gnoli. Rifiutò sempre di essere considerata una scrittrice spontanea e sentimentale, preferendo definire la sua una scrittura “di testa”, estremamente studiata e curata nell’aspetto formale; tuttavia, non potè impedire ai versi di svelare la sua natura inquieta e malinconica, insofferente alle costrizioni e alle regole sociali. Lungi dall’essere opere fredde e artificiose, le sue liriche si fanno quindi portavoce del suo mondo interiore: le prime, in particolare, esprimono un tormento dai toni quasi teatrali, un senso di impotenza, un bisogno di libertà che sfocia in un angoscioso desiderio di morte.

Tutto ciò conferì alla sua opera una musicalità particolare, che fu molto apprezzata dalla critica contemporanea. “Ella sa “scrisse Antonio Cippico sulla Rivista Dalmatica “ che tutte le cose nell’Universo, sotto il velo fallace della divina Apparenza, hanno una voce intima, un suono; ella sa ch’è del poeta soltanto rivelare coteste voci essenziali… Ella sa cogliere e infondere ne’ suoi versi tutte le note più tremule, tutte le tinte più diafane, i profili meno delineati, le sfumature e i toni più sottili imprecisi e misteriosi”. Di nobile famiglia (il padre era un conte di origine armena), fu assidua frequentatrice dei salotti e dei circoli culturali; visse per molti anni a Venezia e a Napoli, dove conobbe e frequentò alcuni fra i più importanti letterati del suo tempo. Fu molto schiva nei riguardi delle sue opere, che era sempre restia a pubblicare, forse per timore che non venissero comprese; solo su pressione dei suoi amici, nel 1900 si risolse a dare alle stampe la silloge “Leggenda eterna”.

Nel 1901 sposò a Napoli un deputato, il conte Guido Pompilj, con il quale si trasferì a Perugia. Tra i due nacque un legame profondo, che certamente dovette influire sulla scrittura di Vittoria. La raccolta “Nuove liriche”, pubblicata nel 1908, mostrò infatti uno spirito molto diverso dal precedente: non più teatralità, tormento, anelito alla rivolta, ma una poesia chiara, serena e ricca di armonia. La malattia e la morte sopravvennero a spezzare questa condizione di equilibrio, gettando i suoi cari nel più desolante sconforto: il marito stesso, non reggendo alla sua perdita, si uccise con un colpo di rivoltella poche ore dopo l’accaduto. All’epoca, questo fatto fece molto scalpore, rivestendo il personaggio di Vittoria di un’aura romantica e aumentando la risonanza dei suoi scritti. Negli ultimi anni, l’opera di Vittoria Aganoor – in parte ancora inedita – è stata oggetto di rivalutazione attraverso convegni, articoli e premi letterari.

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Donatella Pezzino

Fonti:

– Vittoria Aganoor, Leggenda eterna, Milano, Treves, 1900.
– Vittoria Aganoor, Nuove liriche, Roma, Nuova Antologia, 1908.
– Wikipedia
– Franco Mancini, La poesia di Vittoria Aganoor, Firenze, F. Le Monnier, 1959.
-Antonio Cippico, Vittoria Aganoor, articolo pubblicato su “Rivista Dalmatica”, anno II, fasc.1, Maggio 1900, Zara, Stab. Tip. Di S.Artale. pp. 94-98.

Elvira Mancuso

 

Elvira Mancuso nacque a Pietraperzia, in provincia di Enna (o, secondo alcune fonti, a Caltanissetta) nel 1867.

Scrittrice dimenticata per molti anni, è stata poi rivalutata da Italo Calvino e Leonardo Sciascia, che ne hanno riscoperta l’ opera più significativa, Annuzza la maestrina (1906), romanzo di impronta autobiografica fortemente ispirato al verismo di Verga e di Capuana.

Figlia di un avvocato penalista, fu incoraggiata fin da bambina a coltivare la sua attitudine allo studio; tuttavia, le convenienze sociali ponevano forti limiti anche all’ambiente altoborghese in cui viveva, ed Elvira dovette affrontare l’opposizione dell’intera famiglia di fronte alla sua decisione di iscriversi all’università. Nonostante le resistenze familiari, si laureò a Palermo, dedicandosi poi all’insegnamento nelle scuole elementari, attività che esercitò fino al 1935.

Estremamente sensibile alla delicata condizione femminile nell’Italia del suo tempo, la Mancuso ebbe a cuore i temi dell’emancipazione e della parità dei sessi, tanto da poter essere considerata una precorritrice del movimento femminista. A preoccuparla era soprattutto il ruolo dell’istruzione, ritenuta dalla società dell’epoca sconveniente e addirittura immorale per le donne, e che poteva invece costituire l’unico mezzo di affrancamento dalla subalternità sociale e culturale. Queste considerazioni portarono spesso la sua attività letteraria su posizioni di denuncia sociale, espresse attraverso una scrittura di forte stampo verista.

Nelle sue stesse scelte di vita, l’autrice diede prova di una rara coerenza: decise infatti di restare nubile e di consacrare alla causa in cui credeva tutte le sue energie. In lei la cultura diventava il principale mezzo di affermazione personale e, allo stesso tempo, il modo migliore per diffondere in tutte le donne la coscienza della propria dignità.

Questo suo impegno culminò nella pubblicazione del saggio Sulla condizione della donna borghese in Sicilia (1907): qui, mentre osserva che nel trattare i problemi della Sicilia i sociologi, gli statisti e gli economisti non hanno minimamente sfiorato la questione femminile, Elvira cerca di stimolare le stesse donne a scuotere il proprio giogo. Da donna che vive quotidianamente nel suo contesto, la scrittrice sa che le prime e più gravi resistenze al cambiamento vengono proprio dalle donne, vittime e al tempo stesso, paradossalmente, principali sostenitrici dei secolari stereotipi che le vogliono ignoranti, dipendenti e inferiori all’uomo.

Allo stesso modo, gli scritti di narrativa evidenziano la rassegnazione, la paura di sfidare le convenzioni sociali, l’ isolamento e le piccole ipocrisie di ogni giorno che caratterizzano l’universo femminile non solo siciliano, ma della società post-unitaria in generale. Per dare a tutti questi elementi il giusto risalto, la Mancuso attinge ai moduli espressivi del verismo, con uno stile molto vicino a quello della sua conterranea Maria Messina.

Oltre che del saggio e del romanzo sopra citati, Elvira Mancuso fu autrice di versi e di novelle, pubblicate nell’ultimo decennio dell’Ottocento con vari pseudonimi (come Lucia Vermanos e Ruggero Torres). Alcune delle più apprezzate, come “Storia vera”, risalgono alla sua collaborazione con la rivista femminile fiorentina Cornelia. Tra le altre, si ricordano “Serata in provincia”, “Sogno”, e “Sacrificio”. Morì nel 1958.

Nel 1990, la casa editrice Sellerio ha ripubblicato Annuzza la maestrina, cambiando il titolo in Vecchia storia… inverosimile. Nel romanzo, la tecnica verista e il “flusso di coscienza” tratteggiano una figura femminile – molto lontana dai canoni tradizionali del tempo –  tenacemente protesa alla conquista dell’indipendenza personale, professionale ed economica. Lungi dal rappresentare solo il protagonista di un’opera narrativa, questo singolare (per l’epoca) ritratto diventa, per la Mancuso, strumento di denuncia e di impegno a favore di tutte le donne. Leonardo Sciascia ha scritto in proposito: “In questo libro vi sono molte verità che non invecchiano.”

Donatella Pezzino

Fonti:

Immagine da Wikipedia : Di sconosciuto – http://www.editorialperiferica.com/?s=autores&aut=98, Pubblico dominio, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=47478357