Girolama Lorefice Grimaldi

Girolama Lorefice Grimaldi nacque a Modica (RG) il 27 settembre 1681.

Figlia del principe Enrico Grimaldi e della gentildonna Agnese Scalambro Valseca, ebbe come precettore il celebre medico, filosofo e letterato Tommaso Campailla (1668-1740), suo illustre concittadino. Campailla le si affezionò in modo particolare, colpito dalla sua propensione per le lettere e dalla sua curiosità per gli studi scientifici.  I due strinsero un affettuoso rapporto di stima e di amicizia, come testimoniano gli scambi epistolari e letterari. Lo scienziato mantenne sempre nei confronti della sua discepola e amica un ruolo di guida e di protezione.

Ancora giovane, Girolama andò sposa al barone di Camemi, Blasco Castilletti (zio di Campailla); rimasta vedova, si risposò con Giacinto Lorefice. Gli obblighi familiari non la allontanarono dalla poesia, che continuò sempre a coltivare con impegno e passione. Si affiliò a diverse accademie (De’ Geniali, Del Buon Gusto, Degli Occulti di Trapani, Dei Vaticinanti di Marsala, Degli Ardenti di Modica; dei Pastori Ereini di Palermo, con il nome di Cloe Florestilla), probabilmente introdotta dallo stesso Campailla.

In Girolama, Tommaso Campailla ritrovò il suo ideale di donna virtuosa: colta, intelligente, dai costumi morigerati e con un lodevole attaccamento alla famiglia. Era dotata anche di una notevole forza d’ animo, come dimostrò in occasione di gravi perdite familiari (come quella della madre, morta nel terremoto del 1693).  Un atteggiamento serio e discreto, quello della poetessa, che si mostra in modo evidente nell’aspetto estetico: come si nota nel ritratto pubblicato su “La Dama in Parnaso”, Girolama era bella, signorile, ricercata e al tempo stesso squisitamente sobria.

In un periodo in cui le dame ostentavano scollature, gioielli vistosi e acconciature elaborate, la Grimaldi indossava abiti ricchi ma castigati e si pettinava con un semplice chignon dietro la nuca, offrendo l’immagine di una bellezza fresca e spontanea nella quale rifulgevano soprattutto le doti interiori. Celebre, in proposito, è una sua “risposta poetica” ad un sonetto del Campailla sul rapporto fra bellezza e sapere:

Pocu mi curiria di la biddizza,

s’avissi veramenti lu sapiri;

pirchì la vera, e stimata biddizza,

è l’essir’arricchita di sapiri.

Nel 1723, Girolama pubblicò il volume “La Dama in Parnaso”, che raccoglieva alcune fra le sue migliori composizioni. Nonostante gli apprezzamenti entusiasti del Campailla e di altri arcadi, non mancarono le critiche, soprattutto negli anni successivi: nel suo Prospetto, ad esempio, Domenico Scinà scrisse che l’opera “non manca, è vero, di forza ne’ concetti, ma sempre va in traccia di bisticci, di esagerazioni, e di false arguzie.”

La silloge è composta per lo più da sonetti dedicati a familiari e amici: è quindi normale che risenta della scarsa originalità tipica dei componimenti d’occasione. Non mancano i versi di argomento sacro, storico e biblico, nonchè i testi dedicati a sé stessa.

Nella scrittura di Girolama emerge già quel movimento di reazione agli eccessi del barocco promossa dall’Accademia del Buon Gusto; lo stile attinge in larga misura al petrarchismo idillico, filtrato attraverso la fredda correttezza dell’Arcadia, secondo un canone proprio di tanta poesia del tempo. L’impronta petrarchesca è particolarmente vivida in questa poesia, intitolata Gode della solitudine:

Là, dove l’ombra fa mesta, ed oscura
selva di tronchi, e d’alberi frondosi,
drizzo le piante, e da’ ruscelli ondosi
traggo le linfe a dissetar l’arsura.

Quivi gl’ arcani occulti di natura
contemplo, ed i Fenomeni più ascosi,
e a le mie cure, a’ miei pensier nojosi
cerco di rallentar la sua tortura.

Piacemi di saper, come al suo Polo
la magnetica pietra ogn’or s’agiri,
e come tremi impaurito il suolo.

E d’ond’escono i venti, e d’onde l’Iri
rapporta i suoi color. Ma intender solo
la natura non sò de’ miei martiri.

Nonostante gli intensi contatti con accademie e letterati di ogni parte della Sicilia, la poetessa – esattamente come il suo maestro – non si allontanò mai dalla sua città d’origine, dove morì nel 1762.

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Donatella Pezzino

Fonti:

 

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La “Bibbia dei siciliani”

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Così fu chiamata la Centona, la celebre raccolta di poesie in dialetto catanese pubblicata per la prima volta nel 1905.

Il suo autore, Nino Martoglio ( Belpasso-CT 1870-Catania 1921 ), fu poeta, commediografo, giornalista e regista. Molti dei suoi lavori teatrali –  alcuni dei quali scritti in collaborazione con Pirandello –  continuano ad essere rappresentati con successo ancora oggi, come “San Giovanni Decollato” (famoso il film con Totò ) e “L’aria del continente.

Come regista, dal 1915 diresse film che ebbero un grande successo e per i quali fu tra i primi ad adoperare tecniche d’avanguardia che anticiparono il neorealismo. Morì in circostanze misteriose ” aprendo per isbaglio una porta che dava in un baratro” scrive in proposito Pirandello; e, vista la gran quantità di inimicizie che gli aveva procurato il suo settimanale satirico “D’Artagnan”, restano dubbi se si sia trattato o meno di un incidente.

Nelle poesie della Centona, Martoglio fa del parlato il veicolo attraverso il quale si esprime l’assoluta unicità della sua gente, e crea una ricca e varia galleria di quadretti con i quali  fotografa fedelmente il popolo catanese dei suoi tempi. Il quotidiano popolare dei cortili, dove si viveva praticamente insieme ai propri vicini;  le appassionate chiacchiere di politica ai giardini pubblici; gli sguardi furtivi dei giovani innamorati;  l’acredine della serva per la propria padrona;  certi mestieri ormai scomparsi e infine la miseria, raccontata con un realismo amaro e disincantato. L’opera ha avuto nel tempo innumerevoli ristampe, con recite teatrali e perfino incisioni discografiche.

 Oggi purtroppo molta di quella unicità è perduta, così come la freschezza di quel parlato. Ciò rende l’opera ancor più preziosa, perché le attribuisce anche un importante valore documentario al quale ogni siciliano, e in particolare il catanese, può guardare per riscoprire la sua tipicità.

“Chi siti bedda! … Non vi nni trasiti! …

Sugnu pitturi e cca lu muru è chianu:

lassativi addipinciri, a lu scuru.

‘Ccussì la notti, quannu non ci siti,

‘sti vasuni ca mannu ccu la manu,

ju vi li lassu cca, ‘mpinti a lu muru!…”

( Trad: Che siete bella! Non rientrate! Sono pittore e qua il muro è piano: lasciatevi dipingere, al buio. Così di notte, quando non ci siete, questi baci che vi mando con la mano io li lascio qua, dipinti al muro ).

( da “Vanna “, Centona, I )

Donatella Pezzino

Mariannina Coffa Caruso

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Farfalla solitaria

L’ali io rivolgo ove più bello è il sole;

 Vivo nel mite effluvio

 Che si solleva dalla terra al ciel,

Parlo cogli astri armoniche parole

L’immenso spazio è il mio dorato avel.

Mariannina Coffa Caruso nacque a Noto ( SR ) il 30 settembre 1841.

Fu una bambina sensitiva e precocemente ispirata che il padre, rinomato avvocato e patriota, impegnato nelle rivoluzioni del 1848 e 1860, si compiaceva di far esibire nei salotti e nelle accademie con le sue poesie improvvisate su temi dettati estemporaneamente.

Istruita prima in collegio e poi sotto la guida di un precettore, imparò versificazione e francese. Nonostante il padre le avesse scelto come precettore un canonico, affinchè la indirizzasse nelle letture e nell’attività poetica verso temi religiosi tenendo a freno il suo temperamento focoso, la poesia di Mariannina restò di impronta romantica.

Poesie di Mariannina Coffa Caruso

  Ohimè!….quest’alma a tanto gaudio avvezza

 Gioie mortali desiar non può.

 Oh quante volte un alito

Di questo amor sognai!

Lo chiesi indarno agli uomini

Chè fu muto ogni core al mio desir!…

Io non dovevo palpitar giammai

  O dei palpiti miei dovea morir!….

A soli 14 anni, si innamora perdutamente del suo maestro di pianoforte, il venticinquenne Ascenso Maceri.

Ascenso la ricambia e i due si fidanzano: ma è una felicità di breve durata per Mariannina. A 18 anni, il giorno di Pasqua del 1860, i genitori le impongono di sposare un ricco proprietario terriero di Ragusa. Lei non riesce a ribellarsi al volere dei genitori e non accetta neanche la proposta di Ascenso di una fuga insieme.

La sua nuova vita si svolge a Ragusa, nel palazzo di famiglia del marito che è spesso assente in quanto sindaco della città:Mariannina trascorre una esistenza triste, costretta a scrivere le sue poesie di nascosto e di notte a causa dell’ostilità del suocero, uomo gretto e insensibile, per il quale scrivere era cosa “per donne disoneste”.

In più le continue gravidanze e i lavori domestici tormentavano il suo gracile corpo; ad aggravare le cose un lutto, la morte di una figlia, la gettò in uno stato di profonda prostrazione. Nello stesso periodo Mariannina riallacciò i contatti con Ascenso, con cui iniziò una fitta corrispondenza: ma ciò invece di darle sollievo le diede nuove amarezze, perchè il suo antico innamorato non le perdonava di aver assecondato il volere dei genitori. Desiderosa di vederlo e di parlargli, fra mille rischi Mariannina gli diede perfino un appuntamento a Ragusa, ma lui non si fece vedere.

Dopo questa delusione, Mariannina continuerà la sua esistenza sdoppiata di moglie/madre e poetessa, iscritta a diverse accademie e collaboratrice di diversi giornali e riviste letterarie, come “La donna e la famiglia” di Genova. Corrisponde con artisti e letterati ( famose il suo carteggio con Mario Rapisardi), si iscrive a logge massoniche e stringe amicizia con il medico omeopata Giuseppe Migneco che la introduce allo spiritismo e al sonnambulismo, pratiche esecrate dalla Chiesa cattolica ma che a lei danno per un attimo la speranza di poter curare i mali del proprio corpo e della propria psiche.

Cantai l’amore? Ahi! fra sorrisi immondi

  Il mio bel voto illanguidir vedea,

E agonizzar fra scheletri infecondi

La più sublime e creatrice idea.

Ché sempre al suo venir fra un mondo cieco

Non trova impulso un vergine pensiero,

E i dettami del nobile e del vero

  Non hanno un plauso, una parola, un’eco!

 Lascia il marito per tornare dai suoi dove spera di trovare un di serenità:ma i suoi la respingono per non essere coinvolti dallo scandalo della sua separazione. Mariannina è gravemente malata di tumore all’utero e solo un chirurgo catanese potrebbe salvarla:ma i suoi si rifiutano anche di pagarle le cure.

Sola, ignorata, ad ogni ben più caro

  L’aspirar mi fu colpa! e in tanto affanno,

  Io non so qual parlasse in me più amaro

  O il cader dei miei giorni, o il disinganno!

Presso al diserto capezzal non una

Lacrimando inchinossi alma pietosa:

Madre, figlia, sorella, amica e sposa,

Pugnai col tempo e colla ria fortuna!

Nella sua poesia i toni si fanno di aspra denuncia verso una società ipocrita che sacrifica alle convenzioni sociali anche gli affetti più sacri: soprattutto, Mariannina urla tutto il suo dolore e la sua rabbia contro i genitori che le portano via anche il figlio, unico suo conforto nella solitudine e nella malattia. Si spegne così a soli 36 anni Mariannina Coffa Caruso, la “poetessa maledetta” che aveva amato e scritto tanto, e il cui ardente amor di patria, rimasto vivo ancor oggi in alcune sue bellissime liriche, è allo stesso tempo anelito alla libertà di vivere e di amare.

Si…vivrei per amarti,e ignota e oscura

 Morir vorrei sull’adorato petto!

Donatella Pezzino