Recensione a “Quarto giorno” di Marcello Comitini

Non esiste distinzione più classica di quella che oppone il vivere al morire. In Marcello Comitini, invece, la vita e la morte sono sorelle, in quanto figlie della stessa insoddisfazione; e adesso, al crepuscolo dell’esistenza, è il tedio della vita a restituire senso ad una morte forse da sempre, più o meno segretamente, vagheggiata. Ma in questo “Quarto giorno”, più un moleskine che una silloge in senso stretto, il naufrago di tutti gli altri giorni approda al pensiero di una morte che non è, come per molti altri della sua generazione, la meta finale di un percorso lineare, seppur sofferto; la morte, qui, è un tutt’uno con il desiderio del nulla, dell’annichilamento totale. Niente oltre, niente aldilà; di Dio non si nega l’esistenza, ma lo si percepisce distaccato, quasi ostile. Dio non parla, non condanna e non assolve: a giudicare Marcello è solo Marcello, e il verdetto, in questo caso, non lascia scampo. Comitini è il demiurgo scontento di ciò che ha plasmato, l’artista che distoglie lo sguardo dall’opera di tutta una vita che, nonostante le tante correzioni, si ostina a restare un abbozzo, un incompiuto: sé stesso.

I miei capelli hanno il colore dell’erba inaridita.
Si sciolgono i miei piedi, tornano nel fango.
Dal polso spezzato la mia mano pende
come un frutto rinsecchito.

Giaccio incompiuto nell’alito di Dio che
ha distolto lo sguardo dal suo terribile errore.

Tornare al fango, essere niente; è questo, probabilmente, il destino di chi ha troppo desiderato? Un desiderio che ha assunto moltissime forme, lambito città, corpi, voci; che ha creduto di trovare nella bellezza femminile, nell’arte, persino nella solitudine, l’appagamento edonistico dei sensi e dell’anima, per poi incontrare invece, alla fine, solo la sua stessa immagine riflessa? Ma è dunque solo un relitto quest’uomo, al termine della sua lunga ricerca infruttuosa? Un pezzo di legno fradicio abbandonato sulla spiaggia, in attesa di riassorbirsi nell’impietoso ciclo della materia? Sono queste le domande che stanno alla base di tutta la raccolta, e che vedono l’uomo e il poeta a colloquio con l’amico-nemico di sempre: il tempo. La creazione del tempo (il “quarto giorno” che dà appunto il titolo al libro) viene qui vista come l’inizio, per l’essere umano, di una condizione di schiavitù e di alienazione tanto più insidiosa se si considera che per la maggior parte degli uomini essa è un asservimento sotterraneo, inconsapevole e sempre più brutale con l’avanzare del progresso.

l’andare lento delle auto come animali rassegnati
che fiatano sospinti da una mano

La perdita dei valori, della semplicità genuina di cui ancora la memoria del poeta conserva gelosamente traccia, ha portato al trionfo della città tentacolare, e di una non-vita dove l’uomo si ritrova ad essere strumento delle cose; e dove ogni giorno è una corsa cieca nella quale l’anima soffoca e svilisce.

Un altro giorno di vita – una ferita –
che leggermente sanguina e sfiorisce
rinchiudendo in sé stesso i colori della sera.

In questo sordido vuoto di cemento e di rumore, aprire gli occhi significa ritrovare e al tempo stesso smarrire la propria identità, toccarsi e non sentirsi, cercare invano un punto del fondale dove poggiare il piede.

Trascino le mie ali lungo il mio deserto
di polvere e di gesso.
– Io poeta sordo al mio stesso canto.

Comitini è uno di quegli spiriti delicati e inquieti che restano ai bordi delle strade, respinti da una folla di occhi tutti uguali, a guardare impotenti lo sfacelo del mondo e dei propri sogni.

In questa città stipata di uomini e di auto
che ingolfano le strade e ci spingono contro i muri
c’è spazio per le mie mani e i tuoi capelli?
Ci lascerà toccare le nubi oltre le case,
tenere fermo il sole nell’azzurro che s’imbruna?
Vedo le nostre bocche ferite dal frastuono
i nostri corpi insanguinati stendersi
nell’erba dolorosa di rugiada.
Con le mie mani consolerò i tuoi occhi.
Tu offrimi la notte dei tuoi capelli.

La donna, in particolare, ha sempre rappresentato per questo autore la terra promessa, la catarsi che salva. Eppure, nonostante le sue mani l’abbiano sfiorato tante volte, il corpo femminile resta una riva lontana, che il possesso fugace del sensi rende ancor più irraggiungibile.

L’amore straziato dal silenzio
di sorrisi, da tutti i fiori sparsi
dai cuori sui sentieri deserti
sa che alla fine scenderà
la pioggia sulle parole
e non sapremo mai chi siamo
quando tengo le tue mani
bianche e inquiete tra le mie

La donna, per Marcello, è come l’amore: una felicità che sfugge nello stesso istante in cui si afferra. Tutto ciò che ne rimane è un sapore di cose perdute, quello “stupore doloroso del vuoto” dal quale germoglia, veleno e al tempo stesso antidoto alla precarietà del tutto, il disinganno. Ci si aspetterebbe, a questo punto, di scorgere tra i versi di Comitini i segni di quella avanzata vecchiaia che deriva dalla rinuncia a tutte le illusioni; ma così non è. Marcello è giovane: è un Dorian Gray che vede invecchiarsi intorno luoghi e persone, scontando la sua insoddisfazione con un’atroce, eterna giovinezza. Una giovinezza che è solo un replicarsi all’infinito delle stesse angosce, delle stesse solitudini, delle stesse attese deluse. Scrive infatti ne I vagabondi:

Resta il disordine delle sedie intorno alla tavola
il cibo lasciato a metà dentro i piatti
e un vivo calore di dita sul metallo delle posate.
Il bagliore bianco della tovaglia
tra i calici rossi di vino come gelidi fiori d’anemoni
alle carezze del vento
attende che tornino gli ospiti verso quel sogno
più vasto e vano del consumarsi dei giorni.

Giorni come petali che un fiore perde lentamente, uno dopo l’altro, attendendo anche per sé una caduta che non arriva. Spoglio di tutte le vite che ha amato, di tutti i sogni che ha inseguito, il poeta resta solo con sé stesso e con i suoi ricordi, due ostacoli che gli impediscono di convivere non solo con il passato, ma anche con il presente:

Qualcosa nel cuore ci dice ricorda
e le nuvole tornano a oscurare il cielo.

Venga allora la morte: ma com’è, poi, questa liberatrice? Che aspetto ha? Non di porta che si apre, gentilmente, per accogliere il viandante stremato dalle tempeste della vita; non di braccia divine che s’aprono per consolare, promettendo la pace. Qui la morte è uno specchio: e ha lo stesso volto dell’uomo, per una volta arbitro del suo destino.

Facoltà di lapidazione da esercitare con un colpo
secco, con un qualcosa che si spezza. E l’ideale
sarebbe che il corpo divenisse rigido in pochi attimi
e grigio come una statua di pietra.
Intanto siamo qui in attesa che la morte si avvalga,
se le va, della facoltà di lapidazione. Non con pietre
colte intorno, come vorrebbe il rituale, ma
con brandelli del nostro stesso corpo trasformato in
sassi.

Il nulla del dopo vuol dire nessun rimpianto: del resto, ognuno di noi è, dalla nascita alla morte, semplicemente un frutto acerbo. Aver vissuto, aver amato, aver lasciato memoria nei figli o nei nipoti, non ci assegneranno alcun ruolo in questo gigantesco paradosso. Particelle confuse e irrilevanti, scompariremo come siamo apparsi: senza le giuste risposte.

Inutilmente ci chiediamo
con le mani al viso in che stagione siamo.
La sentiamo in fondo al cuore
la stagione dei morti
la stagione dei cadaveri scoperti
dalla pietà dei vivi sotto enormi pietre bianche
e il pallido lucore di lumini indifferenti e inerti.
La stagione in cui guardiamo al mondo
nell’afrore umido del vento
come se non ci appartenesse,
come se non avessimo
altre stagioni che ci attendono.
*
Donatella Pezzino

Annunci

Recensione a “La vita nascosta” di Felice Serino

Il poeta: sognatore, visionario, angelo caduto. Nel caso di Felice Serino, anche viandante. La cui strada sta in quella sottile zona intermedia tra il mondo sensibile e la dimensione trascendente. Per questo viandante, la vita stessa è viaggio; una ricerca continua e instancabile, un afflato spirituale, prima ancora che lirico, verso quell’oltre che ogni realtà sembra sempre celare in sé. Non a caso, “La vita nascosta” è il titolo della pluriennale raccolta di liriche nelle quali, dal 2014 al 2017, l’anima del viandante si è voluta raccontare, riversare, svelare: nelle dolcezze dell’attimo, negli inciampi sotto la pioggia battente, nei vuoti incolmabili, nelle domande senza risposta; nei lunghi dialoghi con sé stessa e con Dio. Questo è Felice Serino, fine artigiano di sogni reali e di realtà sognante, aedo di una dimensione parallela in cui tutto parla con il linguaggio perfetto, intellegibile solo all’anima: il silenzio. E in Serino il silenzio racconta i ricordi, le lotte, gli affanni segreti; facendosi racconto di un lungo percorso verso  quel punto luminoso e vitale che, lungi dall’essere il punto d’arrivo, diventa abbandono catartico. In questo percorso, l’anima errante si fa parola, e parola silenziosa; in quella contemporaneità di passato, presente e futuro che è, in fondo, la vera estensione del nostro vissuto. Come ogni silenzio, anche la parola silenziosa di Serino è coincidenza di opposti: tutto e niente, vita e morte, trascendenza e immanenza, carne e spirito. In quanto tale, ogni parola è un infinito: di voci, di suoni, di odori; di ricordi, di percezioni; di gioie incontenibili e di dolori laceranti. Quante cose quindi potrà raccontare? Quante potrà fare emergere dal cuore di chi sa ascoltare? Per questo, in Serino l’autore si fa, più che creatore, scultore del verso: uno scultore sensibile e amorevole, che rivela, sbozza, combina forme e sfumature; senza mai eccedere, perché la bellezza, così come la verità, sta sempre nel giusto, nell’armonico, mai nell’eccesso. Ecco perché ogni poesia di questo autore spicca per la sua moderazione: nei colori soffusi, quasi un bianco e nero appena rosato; nel numero dei versi, pochi e intrisi di dolcezza, anche quando in essi è il grido dirompente, lo strazio esistenziale, la malinconia che corrode. Un fiore esangue, spampanato già al suo sbocciare: perché nei suoi colori, l’occhio dell’anima vede già come fatto compiuto quel trascolorare che della morte ha solo l’apparenza, ma che in realtà manifesta la vera essenza della vita. Lo spirito: ecco la dimensione nella quale tutta la poesia di Serino si fa carne e sangue, per sublimare poi nella fede ciò che per altri è destinato a rimanere puro male di vivere. In Serino, la coscienza del dolore è ferita aperta: viva, bruciante, inguaribile. Eppure, il dolore è luce. Che ci guida, che ci sostiene. E che pure è possibile amare:

pure
ami la luce
ferita:

chiedile
delle infinite crocifissioni

fattene guanciale
in notti di pianto

Una fine che è dentro ogni inizio: perché andare avanti è un guardarsi indietro, dove uno specchio moltiplica all’infinito le nostre contraddizioni:

Luce ed ombra rebus in cui siamo
impronte di noi oltre la memoria
forse resteranno o
risucchiati saremo
ombre esangui nell’imbuto
degli anni

guardi all’indietro ai tanti
io disincarnati
attimi confitti nel respiro
a comporre infinite morti

C’è ovunque, in questo voltarsi indietro, un forte senso delle cose perdute: non puro e semplice rimpianto, ma quasi una cancrena, cresciuta nella parte più nascosta del cuore per poi radicarsi  in ogni punto della carne, fino a creare un velo tra noi stessi e la nostra capacità di rapportarci al presente:

pensando a te vedo
il vuoto di una porta
e dietro la porta ricordi
a intrecciare sequenze indistinte
sogni e pensieri asciugati
mentre un sole
di sangue s’immerge nel mare

Il presente, in questo senso, si configura come una lunga sequenza di deja-vu, intrecciando il vissuto alla memoria, e le immagini dei luoghi sognati a profumi realmente accaduti:

del luogo sente quasi il profumo
salire dalla terra
lo spirito che si piega
a contemplare

gli sembra di esserci già stato
o forse l’ ha sognato
… e quell’albero vetusto
sopravvissuto
a suo padre a fargli ombra
a occultargli
in parte l’ampia veduta
del mare quello stesso mare
che vide i suoi verdi anni

e il vissuto
(come in sogno) divenuto
lontana memoria

Il mare, la terra, la giovinezza; la visione, il ricordo, e poi, più profondamente, la coscienza di sé, nuda, scarna. Un sé da cui la morte, prima ancora che la vita ci abbia detto chi siamo, ci separa, ci libera, stemperandoci amnioticamente nelle acque di un cielo in cui la rinascita è al tempo stesso un ritorno.

alla fine del tempo
è come ti separassi da te stesso
in un secondo ineluttabile strappo
simile alla nascita
quando
ti tirarono fuori dal mare
amniotico
luogo primordiale del Sogno
stato che
è casa del cielo

Nella morte tutto, forse, sembra acquisire un senso nuovo: perché in quel distacco, paradossalmente, il mondo ci possiede come mai quando eravamo in vita:

ritenere antinomia
la morte – la tua

come un abbaglio o un
trapassare di veli

e nel distacco
quando
il mondo senza più te sarà
impregnato della tua essenza

” leggerai” il tuo
necrologio
pagato un tanto a riga

Non manca, in queste liriche, l’appello al sogno come via di salvezza dalla più scabra disillusione: ma lo scandaglio, minuzioso e severo, sembra non avere esito certo. La domanda resta appesa; gli anni a tremare, indistinti, nella loro stessa ombra. E’ l’indefinito, uno dei motivi più forti e pregnanti di tutta l’opera: quel punto cartesianamente evidente, chiaro e distinto, l’unica verità delle cose che, in ultima analisi, ci è data di conoscere.

è nello spazio delle attese
nel bianco del foglio
nel buco nero del grido di munch

l’indefinito
è nell’aprirsi del fiore
nel fischio del treno in un lancinante addio
nell’intaglio
dello scalpello su un marmo abbozzato

l’indefinito è in noi
sin dallo strappo
di sangue della nascita

Non esiste antidoto alla nostra piccolezza, alla nostra finitezza: tutte le riflessioni, anche le più raffinate, ci portano sempre allo stesso vicolo cieco, alla stessa prigione di carne e sangue dove lo spirito soffre, ricorda, ama. Per questo il viaggio, seppure inquieto e periglioso, è preferibile alla quieta stasi di una stanza chiusa: “forse meglio l’attesa/a dipanare e sdipanare le ore/che l’appagamento/senza più desideri”, perché il bisogno di desiderare è insito nella stessa condizione umana; quasi come l’atto del respirare, in cui un respiro ne attende un altro, e poi un altro ancora, per permettere al corpo di continuare a vivere. E’ questa attesa che rende l’uomo, pur nella sua limitatezza, arbitro del suo destino; all’interno, però, di un disegno più grande da cui Serino, in quanto uomo di spirito e di fede, non può prescindere:

chi mai ti toglierà quel posto
da Lui riservato
secondo i tuoi meriti
altro è la poltrona
accaparrata a
sgomitate
trespolo che pur traballa
come in un mare mosso
finché uno tsunami
non la rovescia la vita

Chi è il Dio di Felice Serino? Da un filosofo, costantemente proteso al fine lavoro speculativo, potremmo forse aspettarci qualcosa di complesso, di aristotelico, che ci spieghi in qualche modo i grandi quesiti dell’esistenza. Invece, il Dio di Serino è amore. Solo e semplicemente amore, e conoscibile in quanto la nostra anima ne costituisce il riflesso:

noi siamo proiezione di Dio
e come angeli incarnati
del nostro Sé
similmente di noi
i nostri figli

-frecce scoccate oltre
il corpo
dall’arco teso dell’amore

E’ il Dio dell’infanzia, della semplicità: dei lunghi colloqui del bambino con il proprio angelo custode, della vita dopo la morte, dell’eternità di quella Luce che culla e conforta l’anima alla fine del viaggio:

la Tua luce
abita la mia ferita
che trova
un lieto solco
nel suo risplendere

Tu
a farti bambino ed ultimo

per accogliere
il nomade d’amore
dalle aperte piaghe

Piaghe che rimandano ad altre, più profonde e traboccanti: le piaghe della Passione, il cui rosso sangue diventa, come l’ultima luce del cielo al tramonto, faro di salvezza per le anime disperse nei marosi della vita:

acqua mutata in vino
perché continui la festa

così al banchetto del cielo
con l’Agnello sacrificato
acqua e sangue dal Suo costato
dal sacro cuore vele
le vele rosse della Passione
nella rotta del Sole
per gli erranti della terra

E, seguendo questa rotta, si arriva; come è accaduto alle anime piccole che hanno creduto, e che chiudendo gli occhi hanno visto, attraversando il fango del mondo senza restarne macchiati, come espresso in questi versi dedicati a Madre Teresa:

la verità è il tuo sangue
che vola alto
planando
su celestiali lidi

oltre

le sere che chiudono le palpebre
sul cerchio opaco del male

*

Donatella Pezzino