L’anfiteatro romano di Catania

 

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Ancora oggi, l’anfiteatro romano di Catania non smette di affascinare. La porzione visibile sotto il piano stradale conferisce a piazza Stesicoro un aspetto unico, non riscontrabile in nessun altro centro urbano. Al visitatore che si affacci dalla balaustra per ammirarne i resti può risultare difficile immaginarne l’estensione originaria: con i suoi 309 metri di circonferenza esterna e un’arena di 192 metri, l’edificio è uno dei più grandi teatri di epoca romana ( il terzo dopo il Colosseo e l’arena di Verona; poteva ospitare circa 15.000 spettatori). Occupava infatti una zona molto ampia, compresa fra le odierne via Neve, via Manzoni e via Penninello, arrivando fino a ridosso delle collina Montevergine: si trovava quindi sul lato settentrionale della città, nei pressi della necropoli.

Fu costruito nel II secolo d.C.: la datazione è ancora incerta, ma le caratteristiche archtettoniche lo collocano verosimilmente fra l’età di Adriano e quella di Antonino Pio.  Nel corso del secolo successivo vennero eseguiti lavori di ampliamento che ne triplicarono le dimensioni. Fu quello, probabilmente, il periodo di massimo splendore durante il quale vi vennero rappresentati spettacoli di ogni genere: combattimenti fra gladiatori, lotte fra uomini e animali feroci e perfino battaglie navali. Tracce di materiali e sistemi idraulici ritrovati all’interno della struttura documentano infatti l’ occasionale adattamento di questo anfiteatro a naumachia: l’arena, in altre parole, veniva riempita d’acqua e trasformata n una vera e propria piscina dove si svolgevano spettacoli acquatici.

La singolarità della costruzione si esprimeva anche nell’estetica: come la maggior parte degli edifici catanesi, infatti, questo anfiteatro è stato interamente fabbricato in pietra lavica, mentre l’arena e gli spalti erano rivestiti in marmo. Il contrasto cromatico che ne derivava era davvero spettacolare: nero all’esterno, bianco abbagliante all’interno. Questa accurata ricostruzione in 3D consente di farsi un’idea:

http://catania.liveuniversity.it/2015/07/26/catania-living-lab-ecco-la-ricostruzione-in-3d-dellanfiteatro-di-piazza-stesicoro-video/

L’eruzione del 251 d.C. coprì una parte dell’edificio, assestando un primo, duro colpo alla sua integrità. Sotto l’impero di Costantino, l’anfiteatro di Catania andò incontro all’inesorabile declino di tutti gli anfiteatri del mondo romano: in questo periodo, infatti, l’influenza del cristianesimo portò le autorità a proibire i combattimenti dei gladiatori perchè ritenuti troppo violenti. Col diradarsi degli spettacoli, l’edificio cadde progressivamente in abbandono.

Alla fine del V secolo, il suo degrado era così avanzato che i catanesi chiesero a Teodorico il permesso di riutilizzarne il materiale per restaurare le mura cittadine. Solitamente restìo a consentire la demolizione dei monumenti della romanità, l’imperatore non potè far altro che prendere atto del cattivo stato della struttura. Il permesso fu accordato e l’anfiteatro, già molto malridotto, venne privato delle pietre e dei marmi.

Verso la fine del XVI secolo, la parte superiore venne demolita: la sua posizione adiacente alle mura, infatti, poteva essere sfruttata dai nemici per assediare la città. Il materiale rimosso servì da riempimento per i corridoi. Nello stesso periodo, l’edificio cominciò ad attirare l’attenzione di alcuni studiosi, come Lorenzo Bolano e Pietro Carrera, che formularono le prime ipotesi sulla sua origine. Secondo il Carrera, in particolare, la struttura sarebbe stata impiantata su un antico teatro greco; questa fonte fu poi smentita nel Settecento in seguito agli scavi dei principe di Biscari, che aiutarono a studiare l’anfiteatro in modo diretto e ad attestarne l’origine romana.

Il terremoto del 1693 danneggiò ulteriormente la costruzione riducendola a pochi ruderi; nel suo piano di riedificazione della città, il Duca di Camastra non contemplò il recupero dell’anfiteatro e lo seppellì completamente. Sopra, vi fu costruita una piazza d’armi. Il comportamento del Duca e dei suoi collaboratori non deve stupire: non esisteva ancora, all’epoca, una spiccata sensibilità verso le testimonianze del mondo classico.

Nel 1748 il principe di Biscari Ignazio Paternò Castello, archeologo e mecenate di grande prestigio, promosse i primi scavi a sue spese portando alla luce un intero corridoio e quattro archi della galleria esterna. L’ingresso di questo corridoio, visibile da via del Colosseo, alimentava nel popolo ogni sorta di leggende, spesso inquietanti: una delle più famose raccontava di una scolaresca che si era avventurata all’interno e non ne era più uscita.

Nel 1904, il sindaco De Felice assegnò all’archtetto Filadelfo Fichera il compito di effettuare uno scavo in piazza Stesicoro per riportare alla luce un settore cospicuo della struttura. Nel 1943, i suoi corridoi furono sfruttati come rifugio durante i bombardamenti; negli anni successivi rimase chiuso al pubblico per lunghi periodi a causa di alcuni presunti episodi tragici accaduti ai visitatori che tentavano di esplorarne i cunicoli. Danneggiato dalle infiltrazioni delle acque reflue delle fognature vicine, l’anfiteatro è stato poi sottoposto a risanamento e riaperto alle visite nel 1999.

Donatella Pezzino

Immagine: L’anfiteatro visibile da Piazza Stesicoro ( foto D.Pezzino)

Fonti:

-Cesare Sposito, L’anfiteatro romano di Catania. Conoscenza, recupero, valorizzazione, Palermo, Flaccovio, 2003

-AA.VV., Catania Antica, atti del convegno della SISAC ( Catania 23-24 maggio 1992) a cura di Bruno Gentili, Pisa-Roma 1996

 

 

 

 

 

La chiesa del Santo Spirito e i Vespri Siciliani

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La guerra dei Vespri Siciliani iniziò a Palermo con la rivolta del lunedi di Pasqua del 1282 ( 30 marzo), scoppiata in seguito alla perquisizione arbitraria di una gentildonna da parte di un soldato francese. L’episodio si svolse davanti alla chiesa normanna del Santo Spirito, che da allora è conosciuta anche con il nome di “Chiesa del Vespro”.

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L’edificio fu realizzato nel 1178 per iniziativa di Margherita di Navarra, consorte del re normanno Guglielmo il Malo,  e affidato all’Ordine cistercense; nel XVIII secolo vi sorse attorno il cimitero di Sant’Orsola ma ciò non ha reso meno suggestiva la sua bellezza.

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L’impianto è basilicale, a tre navate con sei colonne e otto archi; il cappellone maggiore porta la firma del celebre scultore palermitano Antonello Gagini  (1478 – 1536). Il pregiato soffitto ligneo e lo stupendo Crocifisso in legno risalente al XV secolo rendono questa chiesa ancora più preziosa.

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L’avvenimento più celebre legato a questa chiesa è stato scelto come soggetto da artisti del calibro di Francesco Hayez (Venezia, 1791 – Milano,1882), Michele Rapisardi (Catania, 1822 – Firenze, 1886) ed Erulo Eroli (Roma, 1854 –  1916 ). I loro dipinti ne hanno immortalato il momento cruciale: il soldato francese Drouet, forte dell’impunità di cui godono gli angioini nel compiere ogni sorta di angherie ( ragione che, insieme al fiscalismo eccessivo, li ha resi ormai odiosi ai siciliani), col pretesto di una perquisizione mette le mani addosso ad una gentildonna che sta uscendo dalla chiesa in compagnia del consorte. La signora sviene; il marito strappa la spada al francese e lo uccide.

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Dilagata rapidamente in tutta l’isola, l’insurrezione si trasformò in una vera e propria “caccia al francese”. Per identificare il nemico gli insorti facevano proferire ad ogni persona sospetta la parola “ciciri” ( in siciliano “ceci”), la cui corretta pronuncia era impossibile per i francesi.

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La rivolta assunse il volto di una vera e propria guerra quando i nobili siciliani offrirono la corona a Pietro III d’Aragona, che di lì a pochi mesi sbarcò nell’isola con la flotta.

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Fu una guerra lunghissima e sanguinosa , che vide contrapposti Angioini e Aragonesi per il possesso del meridione d’Italia e che si concluse definitivamente solo nel 1347 con la pace di Catania, firmata nelle sale del Castello Ursino ( sopra ) fra Giovanni D’Aragona e la regina Giovanna D’Angiò. L’accordo, messo in atto solo successivamente, alla fine del secolo, sancì di fatto il distacco fra Regno di Napoli e Regno di Sicilia.

Donatella Pezzino

Fonti:

  • Wikipedia
  • Michele Amari, La guerra del Vespro Siciliano o Un periodo delle storie siciliane del secolo XIII, Parigi, Baudry, Libreria Europea, 1843.

Immagini:

Foto 1 da Wikipedia ( Di Enzian44 – Opera propria, CC BY 3.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=2894921)

Foto 2-3-4 di Arturo Di Vita http://www.arturodivitafotografia.it

Foto 5: dipinto di Erulo Eroli (di Davide Mauro, da Wikipedia)

Foto 6: dipinto di Francesco Hayez (Di Francesco Hayez – The Yorck Project (2002) 10.000 Meisterwerke der Malerei (DVD-ROM), distributed by DIRECTMEDIA Publishing GmbH. ISBN: 3936122202., Pubblico dominio, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=152595)

Foto 7: dipinto di Michele Rapisardi (di Davide Mauro, da Wikipedia)

 

 

La pietra del malconsiglio

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Si trova a Catania ed è un reperto archeologico in pietra lavica di difficile interpretazione. Secondo alcuni storici è ciò che resta di un antico capitello in stile “tuscanico” o in una rielaborazione originale di un altro tipo di stile. Probabilmente apparteneva ad un tempio dell’antico centro cittadino, e la sua datazione non deve essere anteriore all’eruzione del 122 a.C.: sembra infatti che solo a partire da quell’anno i catanesi abbiano iniziato un uso massiccio della pietra lavica per le loro costruzioni. Oggi il manufatto ha l’aspetto di un macigno molto poroso e logorato, probabilmente a causa dell’erosione delle piogge: ha anche una scheggiatura molto vistosa, che fa pensare ad un grosso trauma “da impatto”, forse una caduta ( caso non infrequente a Catania data la frequenza dei terremoti).

La pietra ha acquistato una notevole popolarità in relazione ad un evento storico ben preciso, di molto posteriore alla sua origine. Attorno ad essa, infatti, nel 1516 ebbe luogo un convegno di ribelli durante i moti rivoluzionari che scossero la città di Catania alla morte di Ferdinando il Cattolico. L’isola, infatti, era passata dalle mani dei Trastamara a quelle del giovanissimo erede Carlo d’Asburgo ( il futuro imperatore Carlo V): il vicerè Ugo Moncada rifiutò di lasciare l’incarico e sobillò una parte della nobiltà contro la Corona, scatenando una vera e propria guerra civile.

Gli aristocratici isolani che sostenevano Moncada confidavano nella sua protezione per ottenere nuovi privilegi e forse anche per conquistare l’indipendenza dal Regno di Spagna: e Catania fu, in questo senso, tra le città siciliane più agguerrite. La lotta durò un triennio: durante questo periodo, i nobili catanesi si davano appuntamento presso il macigno posto al “Pian de Trixini”, luogo che allora si trovava accanto al convento di “S. Nicola dè Trixini” ( nei pressi degli odierni “Quattro Canti”, fra via Etnea e la salita di Sangiuliano).

Il nuovo vicerè, nominato da re Carlo, mandò intanto un esercito nell’isola a sopprimere la rivolta: i ribelli furono traditi da una spia che rivelò alle truppe reali il luogo delle riunioni clandestine. Ne seguì un vero massacro: i soldati piombarono a sorpresa sui cospiratori e ne fecero strage. La pietra, ancora sporca del sangue dei ribelli, venne esposta nella pubblica piazzaa perenne monito contro la città e contro chi aveva osato cospirare contro la Corona: fu a questo punto della vicenda che fu coniato il termine “pietra del malconsiglio”, in quanto tale pietra aveva “mal consigliato” i ribelli nel darsi l’appuntamento fatale.

Alla fine dell’Ottocento la pietra fu posta nel punto esatto dove si trovava ai tempi della rivolta, che venne a coincidere con il secondo cortile del palazzo del Palazzo Paternò Castello di Carcaci, ai Quattro Canti. Qui è rimasta fino al 2009, anno in cui è stata spostata nel giardino antistante il Castello Ursino.

Donatella Pezzino

Fonte Immagine: Wikipedia

Le Terme della Rotonda a Catania

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La “Rotonda” è uno dei pochi edifici catanesi dell’antichità rimasto in piedi dopo il terribile terremoto del 1693. La struttura originaria è quella di uno stabilimento termale di epoca romana, databile fra il I e il II secolo D.C. La grande sala absidata apparteneva al frigidarium, mentre il calidarium si trovava in un ambiente attiguo sul lato est, dove sono state rinvenute tracce di un pavimento mosaicato.

Intorno al VI secolo, come accadde a molti edifici di età pagana, le terme furono trasformate in chiesa bizantina.Furono apportate diverse modifiche, fra cui il frazionamento dell’ampio calidarium in più ambienti di ridotte dimensioni. In quel periodo, uno degli splendidi pavimenti a mosaico fu demolito per far posto ad alcune sepolture. Altre modifiche furono effettuate nel corso dei secoli successivi: la chiesa, intitolata alla Vergine, fu chiamata “S.Maria della Rotonda” e divenne un ampio locale quadrangolare con due aperture, dotate di altrettanti portali.

Sulla grande cupola venne posizionato un particolare lucernario ad archetto, forse con funzione di campanile.A seguito del terremoto del 1693, l’edificio subì molti danni, ma rimase miracolosamente in piedi. Durante i lavori di ritrutturazione vennero effettuati altri rimaneggiamenti: tutt’intorno, venne eretto un muretto di cinta, e le absidi interne furono abbellite con affreschi e dipinti di pregio. I più antichi di cui oggi si abbia traccia sono databili fra il XII e il XIV secolo e raffigurano i santi Leone e Nicola e una Madonna in Trono col Bambino; sei -settecenteschi sono invece quelli raffiguranti S.Agata, S.Lucia, S.Pietro, S.Paolo e gli Evangelisti.

Prima dei lavori degli anni 50 del Novecento erano visibili anche altre figure lungo le arcate, fra cui S.Omobono.Alla base della cupola corre in circolo un’iscrizione, a tutt’oggi visibile,  che recita:« Ciò che la pietà dei Catanesi aveva eretto all’inutile superstiziosa venerazione di tutti gli dei questo stesso tolto l’errore della falsa religione negli stessi primordi della nascente fede San Pietro Principe degli Apostoli consacrò nell’anno di grazia 44 a Dio Ottimo Massimo e alla sua genitrice ancora vivente nell’anno II di Claudio Imperatore »Gli ultimi scavi, effettuati fra il 2004 ed il 2008, hanno riportato una gran quantità di tombe e ben nove ambienti termali, che hanno fatto supporre la presenza di altre stanze sotto le adiacenti via della Mecca e via Rotonda. Ciò significa che le terme originarie avevano un’estensione molto più ampia di quanto si sia sempre pensato.

Donatella Pezzino