Sperduti nel buio, il grande scomparso

Roma, 1943. Una pattuglia di soldati tedeschi agli ordini del tenente Van Daalen fa irruzione nei locali del Centro Sperimentale di Cinematografia e porta via quasi tutto il materiale custodito negli archivi. Nel bottino, un patrimonio di grandissimo valore culturale e artistico: la Cineteca, infatti, conservava pellicole di varie epoche, alcune delle quali rarissime. Fra queste, il capolavoro del muto Sperduti nel buio (1914), nell’unico esemplare ad oggi conosciuto.

Basato sull’omonimo dramma teatrale di Roberto Bracco (1901), Sperduti nel buio porta la firma di quel genio multiforme e avanguardista che fu Nino Martoglio. Attraverso l’opera di Bracco, Martoglio tradusse il verismo letterario in immagini di intenso impatto emotivo, con intuizioni che, secondo molti critici, hanno anticipato in modo sorprendente alcuni caratteri peculiari del cinema neorealista.

Merito dello scrittore e regista catanese fu l’aver compreso che ciò che rappresentava un limite in teatro poteva diventare un punto di forza sul grande schermo. Il lavoro teatrale di Bracco, infatti, era concepito con una struttura “a blocchi” che presentava alcune inevitabili difficoltà al momento di essere messo in scena: la vicenda non procedeva fluida e continua, ma “saltava” da uno scenario all’altro, spezzando l’uniformità del tessuto narrativo. Sul palcoscenico, dove è la parola a focalizzare l’attenzione, questo impianto poteva risultare statico e di difficile comprensione; nel film, invece, dove è la sequenza di immagini a farla da padrone, esso poteva rendere la narrazione più varia e dinamica, grazie soprattutto ad un espediente tecnico di grande efficacia: il montaggio. Di grande effetto, nel caso di Sperduti nel buio, fu il cosiddetto “montaggio di contrasto” che metteva bruscamente a raffronto gli ambienti lussuosi e quelli più miseri.

Il soggetto si prestava magnificamente, fra l’altro, ai gusti del grande pubblico di quell’epoca: la gente chiedeva emozioni forti, colpi di scena, rabbia, lacrime. Il sottotitolo del dramma di Bracco era già un manifesto di questa tendenza: “Gente che gode, gente che soffre”. Paolina, la protagonista, è il trait d’union di due mondi opposti, quello dei reietti e quello dell’opulenza. Figlia illegittima del Duca di Vallenza, la ragazza vive nei bassifondi una vita di stenti e di umiliazioni, a cui il suo nobile padre cerca di sottrarla quando, ormai anziano e malato, decide di riparare agli errori del passato e di lasciarla erede di tutti i suoi beni. Glielo impedisce la sua amante, Livia, una donna avida e malvagia, che riesce con l’inganno ad appropriarsi di ogni cosa. Paolina, nel frattempo, incontra Nunzio, un suonatore cieco, con cui finisce per condividere la vita e il destino.

Allo scopo di conservare la carica espressiva della finzione scenica, Martoglio selezionò i suoi attori fra i migliori talenti tragici dell’epoca: Virginia Balistrieri e Giovanni Grasso per le parti di Paolina e di Nunzio, nonché Maria Carmi e Dillo Lombardi (che l’anno dopo scelse come protagonisti del suo Teresa Raquin) quali interpreti di Livia e del duca. La forte personalità di Grasso e della Balistrieri diede alla vicenda – che nasceva ambientata a Napoli – una forte impronta di sicilianità.

Il film riscosse un buon successo – nonostante le difficoltà nella distribuzione dovute allo scoppio della guerra – ed ebbe fra i suoi estimatori lo stesso Roberto Bracco, inizialmente mal disposto verso il cinema e verso una trasposizione che avrebbe potuto snaturare il valore artistico della sua opera. Per assicurarsi che i caratteri originari del dramma non venissero alterati, Bracco collaborò personalmente con Martoglio alla preparazione della sceneggiatura. Negli anni Trenta, la pellicola cominciò ad attirare l’interesse degli studiosi, colpiti dalla sua evidenza documentaria e dalla sua atmosfera altamente drammatica.

Nonostante i ripetuti tentativi di recupero, di Sperduti nel buio e delle altre pellicole trafugate, ancora oggi, non c’è traccia. Dopo l’incursione di Van Daalen al Centro, si sa solo che il materiale è arrivato in Germania. Secondo alcune fonti, potrebbe essere stato rubato dai Russi e distrutto da un incendio nel corso delle operazioni di trasferimento. Secondo altre notizie, le pellicole sarebbero andate perdute nella devastazione del deposito di Stapen, dove erano state immagazzinate. Certo è che – se escludiamo l’ipotesi che siano in casa di qualche collezionista – non è difficile che un materiale come la pellicola, delicato e altamente infiammabile, possa, trattato senza le dovute cautele, essersi deteriorato irrimediabilmente durante gli spostamenti.

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Di Sperduti nel buio ci restano oggi la sceneggiatura originale e alcune fotografie, che il Centro Sperimentale di Cinematografia ha raccolto e pubblicato nel 1987 in un unico volume, in omaggio ad uno dei più preziosi gioielli della storia del nostro cinema.

Donatella Pezzino

Fonti:
– Wikipedia
Sperduti nel buio, a cura di Alfredo Barbina, Torino, Nuova ERI – Edizioni Rai, 1987.

Foto:

1 – 2 – 8 : Paolina e Nunzio (Virginia Balistrieri e Giovanni Grasso).

3:    Livia e il duca (Maria Carmi e Dillo Lombardi).

4:   Il duca abbandona Paolina e sua madre  (Vittoria Moneta, Dillo Lombardi e la bimba che impersona Paolina da piccola).

5: Primavera 1914, (da sin.) Giovanni Grasso, Maria Carmi. Dillo Lombardi, il regista Nino Martoglio, l’autore Roberto Bracco, Virginia Balistrieri a Napoli durante una pausa della lavorazione di Sperduti nel buio.

6: La locandina con l’annuncio dell’uscita del film.

7: Paolina (Virginia Balistrieri) in una scena del film.

Foto dal volume Sperduti nel buio, a cura di Alfredo Barbina, Torino, Nuova ERI – Edizioni Rai, 1987, ad eccezione delle foto 4 – 5 – 8, tratte da Wikipedia.

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Il Liberty a Catania: la Villa Cigno-Cocuzza

Al civico 209 di Corso Italia sorge una delle più belle espressioni del Liberty catanese: la Villa Cigno Cocuzza. Conosciuta anche come Villa del Grado, è stata eretta fra il 1903 e il 1908 su progetto degli architetti Agatino Atanasio e Benedetto Caruso Puglisi.

Si compone di un corpo centrale con quattro torrette agli angoli; la circonda un giardino di piante mediterranee che si apre su via vecchia Ognina.

L’ingresso, accessibile da una scalinata esterna, è situato sotto una loggia architravata sorretta da una coppia di colonne binate.

Abitata fino al 2005, la villa è stata poi acquistata da un imprenditore, che l’ha riportata agli antichi splendori attraverso un’accurata opera di restauro durata otto anni.

Nel progetto di questa villa, la luminosità ha giocato un ruolo di primaria importanza: tutto l’edificio, infatti, è costellato di lucernari e finestroni, così da essere attraversato in lungo e in largo dalla luce naturale. Una soluzione di ampio respiro che conferisce agli interni una eccezionale ariosità, quasi annullando la tradizionale distinzione tra dentro e fuori.

Il terrazzo della loggia, che affaccia sul Corso Italia, sembra catturare l’azzurro purissimo del cielo e l’aria frizzante che viene dal vicino mare: l’atmosfera perfetta per una signorile casa delle vacanze di inizio Novecento, dove tutto è proteso alla bellezza e l’osservanza dei canoni estetici si fonde alla ricerca di un profondo benessere fisico e spirituale.

Ovunque, desta stupore la cura dei dettagli, dai bassorilievi a motivi floreali che ornano la facciata alla elaborata manifattura delle ringhiere e dei cancelli. Per realizzare questi ultimi, i due architetti si avvalsero di esperte maestranze parigine.

La sua ricchezza, come già quella delle “vicine di casa” ovvero le altre splendide ville del Corso Italia, testimonia il clima di prosperità che si respirava a Catania nel periodo della Belle Epoque.

“Nei primi anni del Novecento” si legge sul sito ufficiale della Villa “Catania era divenuta la capitale dei commerci siciliani grazie a una borghesia vivace e intraprendente e a un entroterra intensamente coltivato. Favorita da un sito parzialmente pianeggiante e privo delle barriere montuose, la città avviò un vasto programma di espansione e innovazione urbanistica e recepì subito il vento di innovazione estetica ispirato dalla raffinatezza dell’Art Nouveau e dalle linee flessuose del Liberty.”

Le stanze non hanno un’estensione particolarmente grande, e comunicano direttamente l’una con l’altra, formando un intreccio di rara armonia.

Che una dimora simile potesse essere pensata e utilizzata per la villeggiatura in un sito che oggi è pieno centro cittadino non deve stupire: come confermano alcuni documenti, e in particolare la relazione storico-artistica dell’Assessorato ai Beni Culturali della Regione Siciliana, all’inizio del XX secolo l’area sulla quale sorgeva la villa era ancora aperta campagna.

Il restauro, di pregevole qualità, ha mostrato una grande attenzione all’aspetto originario dell’edificio nella sua totalità, mirando a rinnovarlo senza stravolgerlo. Massimo rispetto, quindi, non solo per l’assetto strutturale, ma anche per l’integrità degli stucchi, degli affreschi e delle pavimentazioni.

I sotterranei, com’è facilmente immaginabile, venivano usati da proprietari come cantine: qui, i lavori di restauro hanno rinvenuto resti di precedenti costruzioni e un antichissimo banco lavico risalente a diversi millenni fa, quando il sito era ancora occupato dal mare.

Attualmente, le stanze della villa ospitano le collezioni del marchio di abbigliamento femminile e di abiti da sposa “Soireve”.

*

Donatella Pezzino

Tutte le immagini sono dell’autrice.

Fonti:

https://it.wikipedia.org/wiki/Liberty_a_Catania

http://www.parcovilladelgrado.it/

https://www.vivienna.it/2017/05/18/catania-riaperta-al-pubblico-la-dimora-storica-villa-del-grado/

http://www.italialiberty.it/scheda/villadelgrado/

https://catania.liveuniversity.it/2018/05/18/catania-liberty-palazzi-ville-da-scoprire/

http://www.vdj.it/tag/soireve/

 

Maria Messina

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La narratrice verista Maria Messina nacque a Palermo (secondo altre fonti ad Alimena) il 14 marzo 1887.

Figlia di un ispettore scolastico e di una nobildonna appartenente all’antica casata baronale dei Traina, Maria visse fin dall’infanzia in una condizione di isolamento a causa della rigida mentalità dei genitori e delle ristrettezze economiche: la sua, infatti, era una famiglia della buona borghesia “distrutta da un cattivo vento di sfortuna” che l’aveva economicamente impoverita. Così come la dignità e le convenienze richiedevano, questi problemi dovevano essere rigorosamente celati: per questo, i genitori costrinsero Maria a condurre una vita molto appartata, priva di amicizie e di altri contatti sociali.

A questa vita malinconica e solitaria si aggiunse per la giovane Maria il disagio dei continui trasferimenti: il lavoro del padre, infatti, costringeva periodicamente l’intera famiglia a spostarsi. Dopo aver soggiornato per anni in città sempre diverse del Centro e del Sud Italia, nel 1911 Maria si stabilì finalmente con i suoi a Napoli.

Come molte ragazze dei suoi tempi, Maria non frequentò la scuola ma ricevette un’istruzione privata sotto la guida della madre e del fratello. Quest’ultimo, resosi conto della sua vocazione letteraria, la incoraggiò a leggere e a dedicarsi alla scrittura. La presenza del fratello fu per la giovane Maria un conforto e un appoggio, soprattutto considerando il suo rapporto problematico con i genitori: la futura scrittrice, infatti, crebbe in un clima di incomprensione e di chiusura che ebbe profonde ripercussioni sulla sua delicata sensibilità, segnando in modo significativo la sua produzione letteraria.

Poco più che ventenne, la Messina cominciò a pubblicare i suoi scritti: è del 1909 la sua prima raccolta di novelle intitolata “Pettini fini e altre novelle”, edita dalla casa editrice palermitana Remo Sandron; seguirono “Piccoli gorghi” (1911), “Le briciole del destino” (1918), “Il guinzaglio”, “Personcine” e “Ragazze siciliane” (1921). Dal 1920, alle novelle si affiancarono i romanzi “Alla deriva”, “Primavera senza sole”, “La casa nel vicolo”, “Un fiore che non fiorì”, “Le pause della vita” e “L’amore negato”. La sua produzione annoverò anche fiabe e racconti per l’infanzia.

Così la descrive la nipote Annie Messina, anche lei scrittrice:

“una giovane donna minuta con un visino pallido dai grandi occhi luminosi, incorniciato da una massa di fini capelli castani. La sua fragilità celava una forza d’animo non comune, la forza che le ci era voluta per denunciare, lei signorina di buona famiglia che avrebbe dovuto ignorare certe vergogne, quello che si celava dietro la facciata di case rispettabili, in cui la donna era tenuta in uno stato di soggezione prossimo alla schiavitù”.

Definita la “Mansfield siciliana”, Maria Messina tratteggiò nelle sue opere le ipocrisie e le convenienze del suo contesto sociale e la condizione di isolamento tipica di tante donne della sua epoca. Altri temi da lei trattati furono le relazioni fra uomo e donna e l’oppressione psicologica a cui era spesso sottoposto l’universo femminile. In tal senso le è valsa da più parti l’etichetta di femminista ante litteram, ma non sono mancati i critici che hanno scorto nella sua scrittura più un atteggiamento di quieta rassegnazione che non una vera e propria denuncia.

Timida, dolce e introversa, Maria Messina condusse fino alla morte un’esistenza solitaria: suo unico contatto al di fuori della cerchia familiare fu l’amico Giovanni Verga, con cui ella intrattenne una lunga corrispondenza.

Negli ultimi anni visse a Mistretta, in provincia di Messina, dove sono ambientati molti dei suoi racconti. Morì a Pistoia nel 1944 a causa della sclerosi multipla, malattia di cui soffriva da molti anni.

Fra i contemporanei, la fortuna di Maria Messina fu piuttosto modesta; dopo la morte fu rapidamente dimenticata. Finalmente, negli anni Novanta, la sua riscoperta da parte di Leonardo Sciascia ha spinto importanti case editrici (come la Sellerio) a ripubblicare i suoi scritti.

Oggi è possibile leggere Maria Messina anche sul web: Liber Liber, ad esempio, offre l’opportunità di scaricare gratuitamente alcune delle sue opere alla pagina: http://www.liberliber.it/online/autori/autori-m/maria-messina/

Eccone qualche stralcio:

da “La casa nel vicolo”:

Nicolina cuciva sul balcone, affrettandosi a dar gli ultimi punti nella smorta luce del crepuscolo. La vista che offriva l’alto balcone era chiusa, quasi soffocata, fra il vicoletto, che a quell’ora pareva fondo e cupo come un pozzo vuoto, e la gran distesa di tetti rossicci e borraccini su cui gravava un cielo basso e scolorato. Nicolina cuciva in fretta, senza alzare gli occhi: sentiva, come se la respirasse con l’aria, la monotonia del limitato paesaggio. Senza volerlo, indugiava a pensare alla casa di Sant’Agata; rivedeva il balconcino di ferro arrugginito, spalancato sui campi, davanti al cielo libero che pareva mescolare le sue nubi col mare, lontano lontano.
Era quella, per Nicolina, l’ora più riposata, benché la più malinconica, della giornata. Tutte le faccende erano sbrigate. Nella casa, come nell’aria, come dentro l’anima, si faceva una sosta, un accorato silenzio. Allora pareva che i pensieri, i rimpianti, le speranze, si facessero innanzi circonfusi della stessa luce incerta che rischiarava il cielo. E nessuno interrompeva i vaghi, incompiuti soliloqui.

da “Ragazze siciliane”:

— Festa grande, donna Bobò?
— Come Dio vuole, donna Mara.
— Son tutti arrivati, i parenti dello sposo?
— Sono arrivati tutti, da Palermo, carichi di regali. Il padre, la madre, la sorella…
— Figuriamo donn’Angela!…
Donna Bobò ammutolì, come se donn’Angela in persona si fosse mostrata per chiamarla. Si meravigliava un poco che la cognata non avesse già interrotto, come sempre, la conversazione con la vicina. Rientrò e chiuse la finestra adagio adagio per non fare rumore. Nel voltarsi, la luce d’argento dello specchio grande la investì tutta. Allora si guardò, timidamente. Ebbe una specie di pietà di se stessa, come se non si fosse mai guardata prima, e pensò, senza amarezza, che la cognata non aveva proprio alcun motivo di sorvegliarla, oramai. Si vide le spalle ad arco, la faccia piena di grinze come una piccola mela dimenticata, il petto più liscio d’una tavola, un po’ incavato.
Si scostò dallo specchio, quasi in fretta, e ripigliò a spolverare i mobili del salotto, passando il cencio fra i complicati fogliami delle spalliere, con regolata meticolosità, macchinalmente. Le piccole mani scure si affrettavano, ma il pensiero camminava per proprio conto.

Donatella Pezzino

Nella foto: Maria Messina ( da http://www.150anni.it )

Fonti:

 

 

 

Poesie di Graziosa Casella

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Biografia di Graziosa Casella

Graziosa Casella ( Catania, 1906-1959), poetessa sensibile e prolifica,  partecipò attivamente ai movimenti poetici della Catania del secondo dopoguerra: dal 1945 al 1959 collaborò con circoli e riviste culturali e intrattenne stretti rapporti con i maggiori poeti e intellettuali dell’epoca. Poetessa dell’amore e dell’amicizia, vera figlia dell’Etna, la Casella è stata spesso paragonata a Mariannina Coffa per la passione lacerante e dolorosa con cui cantò la sua sete d’amore. Nove suoi sonetti, in particolare, sviscerano il travaglio di un amore impossibile che lotta contro una società ipocrita e perbenista: il grande amore della sua vita, infatti, era un uomo molto più giovane di lei. Caduta ingiustamente nell’oblio dopo la sua morte, è stata recentemente riscoperta dal poeta e cantautore Alfio Patti che le ha dedicato il suo saggio critico e bio-bibliografico “Arsura d’amuri. Omaggio a Graziosa Casella” ( Bonanno Editore, 2013).

S’avissi diciott’anni

E’ veru sì, s’avissi diciott’anni

o puru vintott’anni, comu a tia,

non li patissi tanti disinganni

nè mi vinissi sta malincunìa.

 

Ragiuna, e vidi chi a tia stissu ‘nganni;

chissu ca chiami amuri è fantasia;

troppu d’amuri canuscìi l’affanni,

e sacciu siddu è prosa o è puisia.

 

Pirchì, dimmillu, si non mi vo’ beni,

voi mettiri ‘stu cori a la turtura

e ccu ssi labbra duci m’avvileni?

 

Ah, si ‘ssa vucca to non è sincera,

làssami stari pri la me svintura…

ccu autunnu non s’accoppia a primavera.

 

(Se avessi diciott’anni

 

E’ vero si, se avessi diciott’anni

oppure ventott’anni come te

non soffrirei tanti disinganni

nè mi verrebbe questa malinconia.

Ragiona, e vedi che te stesso inganni;

questo che chiami amore è fantasia;

troppo d’amore conobbi gli affanni

e so se è prosa o poesia.

Perchè, dimmelo, se non mi vuoi bene

vuoi mettere questo cuore alla tortura

e con queste labbra dolci mi avveleni?

Ah se questa bocca tua non è sincera

lasciami alla mia sventura…

con autunno non si accoppia la primavera.)

***

Ss’occhi

 

Su ss’occhi toi un mari senza funnu

‘n mari sirenu, duci e senza ‘ngannu.

‘Nta li so calmi abissi mi sprufunnu

quali trisori ammuccia m’addumannu.

Ma tanta luci viu ca mi cunfunnu

e chiudu l’occhi ca po’ fari dannu

li stissi non cci n’è ‘n tuttu lu munnu

mancu si giri ‘n gnornu, ‘n misi e ‘n’annu.

( Questi occhi

Sono questi occhi tuoi un mare senza fondo

un mare sereno, dolce e senza inganno.

Dentro i suoi calmi abissi mi sprofondo

quali tesori nasconde mi domando.

Ma tanta luce vedo da confondermi

e chiudo gli occhi perchè può farmi male

uguali non ce n’è in tutto il mondo

neanche a girare un giorno, un mese e un anno. )

***

Notti

Notti ca scinni cheta e silinziusa

disiata tu veni all’ arma mia!

Quannu si’ chiara o quannu si’ scurusa

sempri la benvinuta dugnu a tia.

 

Oh! Quantu tu ppi mia si’ priziusa

ca l’estru svigghi a la me fantasia

la to calma prufunna e maistusa

fidili e duci mi fa cumpagnia.

 

Amica notti, quantu mi piaci

na li to’ vrazza lu ‘nsunnari è duci

ca mi circunnu d’ummira e di paci.

 

Mi fai ‘nsunnari rosi e tanti ciuri

mentri c’all’alba ccula nova luci

trovu la vita ccu li so’ duluri!

( Notte

Notte che scendi quieta e silenziosa

desiderata tu vieni nell’anima mia!

Che tu sia chiara o che tu sia buia

sempre la benvenuta io dò a te.

Oh! Quanto tu per me sei preziosa

che l’estro svegli alla mia fantasia

la tua calma profonda e maestosa

fedele e dolce mi fa compagnia.

Amica notte, quanto mi piaci

nelle tue braccia sognare è dolce

perchè mi circondo di ombra e di pace.

Mi fai sognare rose e tanti fiori

mentre all’alba con la nuova luce

trovo la vita con i suoi dolori!)

***

Odiu

Odiu ‘sta vita mia fatta di chiantu

odiu ‘sta vita fatta di turmentu

odiu la gioia, lu risu, lu cantu

odiu la luna, lu suli, lu ventu.

 

Odiu l’amuri, ca pp’amari tantu

persi la paci e cchiu lu sintimentu

odiu tuttu, non avi cchiù ‘ncantu

ppi mia ‘sta vita ca morta mi sentu.

 

Si sti mura putissiru parrari

tutti li peni mei, lu me suffriri,

iddi suli putissiru cuntari.

 

Ma su’ muti e non parrunu li mura

e nuddu saprà mai lu me duluri

e inutilmenti st’arma si turtura.

(Odio

Odio questa vita fatta di pianto

odio questa vita fatta di tormento

odio la gioia, il riso, il canto

odio la luna, il sole, il vento.

Odio l’amore, perchè per amare tanto

persi la pace e più ancora il senno

odio tutto, non ha più incanto

per me questa vita perchè morta mi sento.

Se queste mura potessero parlare

tutte le mie pene, il mio soffrire,

loro sole potrebbero raccontare.

Ma sono mute e non parlano le mura

e nessuno saprà mai il mio dolore

e inutilmente l’anima si tortura.

***

Immagine da http://www.wikipedia.it

Nel video, le “Malmaritate” eseguono il brano “S’avissi diciott’anni” scritto da Alfio Patti sul testo della poesia di Graziosa Casella.

 

Fonti: