Elvira Mancuso

 

Elvira Mancuso nacque a Pietraperzia, in provincia di Enna (o, secondo alcune fonti, a Caltanissetta) nel 1867.

Scrittrice dimenticata per molti anni, è stata poi rivalutata da Italo Calvino e Leonardo Sciascia, che ne hanno riscoperta l’ opera più significativa, Annuzza la maestrina (1906), romanzo di impronta autobiografica fortemente ispirato al verismo di Verga e di Capuana.

Figlia di un avvocato penalista, fu incoraggiata fin da bambina a coltivare la sua attitudine allo studio; tuttavia, le convenienze sociali ponevano forti limiti anche all’ambiente altoborghese in cui viveva, ed Elvira dovette affrontare l’opposizione dell’intera famiglia di fronte alla sua decisione di iscriversi all’università. Nonostante le resistenze familiari, si laureò a Palermo, dedicandosi poi all’insegnamento nelle scuole elementari, attività che esercitò fino al 1935.

Estremamente sensibile alla delicata condizione femminile nell’Italia del suo tempo, la Mancuso ebbe a cuore i temi dell’emancipazione e della parità dei sessi, tanto da poter essere considerata una precorritrice del movimento femminista. A preoccuparla era soprattutto il ruolo dell’istruzione, ritenuta dalla società dell’epoca sconveniente e addirittura immorale per le donne, e che poteva invece costituire l’unico mezzo di affrancamento dalla subalternità sociale e culturale. Queste considerazioni portarono spesso la sua attività letteraria su posizioni di denuncia sociale, espresse attraverso una scrittura di forte stampo verista.

Nelle sue stesse scelte di vita, l’autrice diede prova di una rara coerenza: decise infatti di restare nubile e di consacrare alla causa in cui credeva tutte le sue energie. In lei la cultura diventava il principale mezzo di affermazione personale e, allo stesso tempo, il modo migliore per diffondere in tutte le donne la coscienza della propria dignità.

Questo suo impegno culminò nella pubblicazione del saggio Sulla condizione della donna borghese in Sicilia (1907): qui, mentre osserva che nel trattare i problemi della Sicilia i sociologi, gli statisti e gli economisti non hanno minimamente sfiorato la questione femminile, Elvira cerca di stimolare le stesse donne a scuotere il proprio giogo. Da donna che vive quotidianamente nel suo contesto, la scrittrice sa che le prime e più gravi resistenze al cambiamento vengono proprio dalle donne, vittime e al tempo stesso, paradossalmente, principali sostenitrici dei secolari stereotipi che le vogliono ignoranti, dipendenti e inferiori all’uomo.

Allo stesso modo, gli scritti di narrativa evidenziano la rassegnazione, la paura di sfidare le convenzioni sociali, l’ isolamento e le piccole ipocrisie di ogni giorno che caratterizzano l’universo femminile non solo siciliano, ma della società post-unitaria in generale. Per dare a tutti questi elementi il giusto risalto, la Mancuso attinge ai moduli espressivi del verismo, con uno stile molto vicino a quello della sua conterranea Maria Messina.

Oltre che del saggio e del romanzo sopra citati, Elvira Mancuso fu autrice di versi e di novelle, pubblicate nell’ultimo decennio dell’Ottocento con vari pseudonimi (come Lucia Vermanos e Ruggero Torres). Alcune delle più apprezzate, come “Storia vera”, risalgono alla sua collaborazione con la rivista femminile fiorentina Cornelia. Tra le altre, si ricordano “Serata in provincia”, “Sogno”, e “Sacrificio”. Morì nel 1958.

Nel 1990, la casa editrice Sellerio ha ripubblicato Annuzza la maestrina, cambiando il titolo in Vecchia storia… inverosimile. Nel romanzo, la tecnica verista e il “flusso di coscienza” tratteggiano una figura femminile – molto lontana dai canoni tradizionali del tempo –  tenacemente protesa alla conquista dell’indipendenza personale, professionale ed economica. Lungi dal rappresentare solo il protagonista di un’opera narrativa, questo singolare (per l’epoca) ritratto diventa, per la Mancuso, strumento di denuncia e di impegno a favore di tutte le donne. Leonardo Sciascia ha scritto in proposito: “In questo libro vi sono molte verità che non invecchiano.”

Donatella Pezzino

Fonti:

Immagine da Wikipedia : Di sconosciuto – http://www.editorialperiferica.com/?s=autores&aut=98, Pubblico dominio, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=47478357

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Louise Hamilton Caico

Louise Hamilton nacque a Nizza l’ otto febbraio del 1859 (secondo altre fonti, del 1861).

Il padre Federico discendeva dal ramo irlandese degli Hamilton, casato antico e illustre; la madre, Pilatte Zulmà, proveniva da una famiglia di mercanti marsigliesi. Questa fusione dell’elemento irlandese con quello francese conferì al carattere di Louise una eccezionale sensibilità, che si espresse con una multiforme ricchezza di interessi e una grande curiosità verso le altre culture.

Ultima di sei figli, Louise crebbe in un clima familiare culturalmente stimolante. La famiglia abitava a Firenze, nell’antica residenza signorile denominata “La Canovaia” che Federico aveva acquistato nel 1863.

A Firenze,  la giovane Louise conobbe e sposò Eugenio Caico, un giovane e ricco proprietario terriero siciliano nativo di Montedoro. I parenti di Eugenio, e in particolar modo il fratello maggiore Cesare, non approvarono il matrimonio, forse temendo che l’ingresso in famiglia di una straniera portasse ad una dispersione del patrimonio familiare. Per questo, Louise ed Eugenio vissero i loro primi anni di matrimonio a Bordighera, dove nacquero anche i loro cinque figli.

Nel 1897, in seguito alla morte di Cesare Caico, ad Eugenio fu consentito di rientrare a Montedoro e di portare con sè la moglie e i figli: ebbe quindi inizio per Louise quella nuova e importante fase che, come donna Luisa Caico,  doveva condurla alla stesura del suo Sicilian Ways ad Days (tradotto in italiano con il titolo di Vicende e Costumi siciliani).

Rispetto ai celebri viaggiatori del Grand Tour (Goethe, Von Riedesel, Brydone, Houel, ecc.) che cercavano nella Sicilia soprattutto le vestigia di un glorioso passato, Louise scende nella viva realtà del costume e del sentire del luogo, descrivendoli in modo particolareggiato per averli vissuti da vicino giorno per giorno. A ciò si unisce in lei la curiosità per le radici etnico-storiche del linguaggio, dei riti e di alcune usanze, che ella riconduce al paganesimo e a influenze greche o africane.

Il suo verismo e la sua volontà di attinenza al fatto, però, non sono scevri da un sottile e pungente humor inglese, come è evidente in questo passo del libro in cui viene descritto il modo di spolverare delle donne del posto:

Si comincia coll’accertarsi se la finestra è ben chiusa, e, se non lo è, la si chiude, specialmente se è una bella giornata. Prendete poi una frusta dal manico corto – una specie di gatto a nove code fatto di strisce di panno e di flanella e di cenci in generale: con lo strumento ben saldo in mano, cominciate a menar colpi a destra e a sinistra, sulle sedie, sui mobili, sulle pareti, sulle casse verdi – ce n’è sempre qualcuna – in aria, sul pavimento, da tutte le parti, e, mentre voi dedicate le vostre entusiaste energie a questa specie di danza di guerra domestica, la polvere, disturbata, tenta la fuga e s’alza in piccole nuvole al di fuori del raggio d’azione del gatto a nove code vendicatore.

Tuttavia, quel sarcasmo con cui spesso sembra snobbare usi e costumi “barbari” ed estremamente lontani dalla sua mentalità costituisce solo in apparenza l’espressione di un orgoglioso senso di superiorità. Più profondamente, infatti, segnalano il suo forte coinvolgimento nelle vicende di una razza a tratti selvaggia e cruda, ma ricca di una poesia amara e struggente. Ne nascono alcune pagine commosse, come quella che descrive la cerimonia di benedizione dei campi, o di un realismo quasi violento, come quelle dedicate ai minatori:

In silenziosa fila corrono agili giù per le scale e senza emettere suono scompaiono nel nero abisso, che inghiotte le giovani vite, deforma i corpi, e suscita, nei loro cuori di fanciulli, istinti che li portano alla malvagità e all’immoralità. 

Spirito indipendente e intellettualmente aperto, Louise prende molto a cuore la delicata situazione della donna del luogo, che i tempi e lo spazio chiuso di un piccolo paese rurale costringono ad una atroce subalternità sociale e culturale. Nella società maschilista di Montedoro, la prima virtù muliebre sembra essere l’invisibilità: lo scomparire del tutto in un ruolo predefinito (figlia, moglie, madre) senza alcuna concessione alla persona, ai suoi desideri e alla sua dignità.

Illustrato da un nutrito corredo di immagini –  creato dalla stessa Louise ritraendo personaggi e scene ordinarie di Montedoro con la sua piccola Kodak a soffietto –  il libro si articola in varie sezioni che si soffermano su vari aspetti della vita quotidiana del paese: dalle stanze di casa Caico (di cui ella si trovò, in un certo senso, a rivoluzionare l’assetto e i ritmi) alle miniere di zolfo, dalle cerimonie private (matrimoni, battesimi, funerali) alle feste religiose nelle quali il sacro si mescola a reminiscenze pagane e al gusto del macabro. Colpiscono i ritratti dei vari personaggi del posto, tratteggiati con vivido realismo: il personale di servizio e i frequentatori di casa Caico, alcuni paesani, la sposa-bambina, i minatori ma soprattutto il soprastante Alessandro, sua preziosa guida e guardia del corpo. Grande assente il marito: Eugenio Caico, infatti, non viene mai menzionato nelle pagine del libro. La mancanza di un riferimento così importante non è casuale: l’argomento, infatti, era un tasto dolente per Louise.

Il matrimonio di Louise ed Eugenio aveva risentito negativamente della permanenza a Montedoro: il contesto metteva in evidenza la loro appartenenza a mondi diversi, rendendo problematica la convivenza (soprattutto dopo la partenza dei figli, attratti dalla mondanità moderna e lussuosa di Palermo). Fra i due si crearono, a lungo andare, conflitti insanabili, fino alla definitiva separazione.

Louise lasciò Montedoro nel 1923 per trasferirsi a Palermo, dove andò a vivere con i figli. Qui frequentò i migliori ambienti della cultura, dedicandosi alla stesura dei suoi scritti.

Aveva una perfetta padronanza del francese, dell’italiano e dell’inglese: oltre a Sicilian Ways and days , uscito per la prima volta a Londra nel 1910, pubblicò quindi diverse traduzioni, fra cui  Come essere felici pur essendo sposati di Hardy e Il tempo sepolto di Maeterlinke. Il suo interesse verso l’educazione della donna, vista come strumento di dignità e di emancipazione, la portò a pubblicare nel 1906 l’opuscolo Per un nuovo costume della donna in Sicilia. Tuttavia, Louise non può ancora essere considerata una femminista in senso stretto: la sua opera, infatti, è fortemente permeata dei tradizionali valori della tarda società vittoriana, in una sorta di ibrido tra femminismo e antifemminismo.

Morì il 7 marzo del 1927. E’ sepolta nella tomba di famiglia dei Caico accanto al marito e ai figli, presso il cimitero di S.Orsola a Palermo.

*

Donatella Pezzino

Immagini

  • Il ritratto in apertura è tratto dalla copertina del libro “Vicende e costumi siciliani”, trad. Renata Pucci Zanca,  Edizioni Lussografica, 1996;
  • la foto della villa “La Canovaia” è da wikimedia commons;
  • la foto di Louise a cavallo è da wikipedia;
  • le ultime due foto, da http://www.castelloincantato.it/2017/06/18/louise-hamilton-e-il-nostro-piccolo-mondo-antico-a-cura-del-prof-salvatore-vaccaro/ .

Fonti

“Dopo il ballo” di Maria Ricci Paternò Castello

Bello sedermi fino all’alba al foco,
Sola, pensando e ripensando a lui!
Tornare in sogno nello stesso loco,
Ove beata di sua vista fui!

Strano miraggio, veggo a poco a poco
Larve formarsi negli angoli bui
E – della illusïone estremo giuoco! –
Mista la sua con le figure altrui.

Gli dico allor, resa, nell’ombre, audace:
«Non te ne accorgi che ti voglio bene?
Non te ne accorgi che non ho più pace?»

Egli sorride. Ma rinasce il giorno
E, grave il cor di sconosciute pene,
Come non fosse, in sua presenza torno.

*

Maria Ricci Paternò Castello di Carcaci (Catania, 1845 -?) da “Nuove Poesie”, Firenze, Le Monnier, 1885.

Immagine: un dipinto di Luigi di Giovanni (Palermo,1856-1938) dal sito http://www.arcutifineart.com

Poesie di Concettina Ramondetta Fileti

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Considerata fino ai primi decenni del Novecento una delle più illustri poetesse d’Italia, Concettina Ramondetta Fileti ( Palermo, 1829-1900) manifestò fin da giovanissima uno spiccato spirito patriottico. Di nobile famiglia ( il padre era Francesco Sammartino Ramondetta dei duchi di Montalbo), partecipò attivamente al clima risorgimentale non soltanto con i suoi scritti dichiaratamente antiborbonici, ma anche con intrepidi atti di ribellione: nel 1849, non ancora ventenne, fuggì di casa per andare a scavare a Sant’ Erasmo i fossati che avrebbero dovuto ostacolare il rientro delle truppe borboniche. “Esitai al pensiero di mia madre” raccontò in seguito ripensando a quell’evento ” ma mi feci coraggio all’idea che la patria vuol questo servizio da me; e la patria è pur madre: voliamo!” Si sposò nel 1850 con il cavalier Domenico Fileti, fu madre di otto figli ed ebbe una vita familiare serena e appagata. Dopo l’Unità d’Italia, le sue poesie smisero di cantare il sentimento patriottico per concentrarsi proprio sugli affetti domestici: fu il periodo artistico più intenso della sua vita, denso di tenere composizioni molto apprezzate dai critici e dai letterati del tempo. “Poetessa dal core materno” la definì l’importante letterato Ugo Antonio Amico, che nel 1906 scrisse riguardo alla sua poesia: “Poche volte mi è avvenuto legger versi così belli, casti, soavemente malinconici». Nel 1877, la morte della figlia ventiquattrenne le inflisse un duro colpo inaridendole per sempre la vena poetica. I componimenti che seguono sono tratti dal libro “Poesie di Concettina Ramondetta Fileti” pubblicato nel 1876 a Imola dalla Tipografia Ignazio Galeati E Figlio.

Donatella Pezzino

***

Un bel giorno d’inverno

Bella natura! E qui tu sei la sola

Che ne sorridi ancor pietosamente;

Ogni aura d’altro ben per noi s’invola

Rapidamente.

 

Quando rombava il tuon sulla pendice

Ed era il ciel di nubi ottenebrato,

Fra me dicea: tale stagion s’addice

Al nostro fato.

 

Allor commosso e sospirando almanco

Il pellegrin pel duol grave che n’ange:

In questo suolo, dir potea, sinanco

Natura piange.

 

Ma già ride la terra, e un sovrumano

Senso or si spande d’armonia, d’amore;

Nè tutti san che ogni conforto è vano,

Se geme il core.

 

Chi lo seren del nostro ciel rimira

e le opime campagne e il sol che ferve,

Non sa che sotto sì bel ciel sospira

Gente che serve.

 

Per noi che vale, o Dio! l’etra ridente,

e l’arcana bellezza del creato,

se a piangere e a servir miseramente

N’hai condannato!

( febbraio 1850)

***

Ad un uccello fuggito dalla gabbia

 

Vola, trascorri i liberi

campi dell’etra, e godi.

Vola, più dolci e facili

Sciorrai le tue melodi.

A’ vivi raggi, al tepido

Rezzo, tra’ fior’, sui rami,

Ovunque amor ti chiami

Presto il tuo vol sarà.

 

D’ali fregiato, al carcere

Non ti creava Iddio;

Sol t’ opprimea degli uomini

L’orgoglio insano e rio.

Che val se a te la folgore

Del cacciator sovrasti?

Un’ora almen provasti

Di gaudio e libertà.

(Maggio 1850)

***

Per l’albo di Marietta Piccolomini

 

Figlia d’Italia, che trasfondi al canto

L’italo foco, un ciel puro e sereno

Del tuo primo sorriso

E del cor salutavi;

Ma qui t’inebria, nel sican terreno.

Più miti e più soavi

Spiran l’aure fra noi; del sol più pura

L’eterea luce splende;

Qui primavera eterna

Di fiori e di verzura

Riveste il colle, il prato;

E il genio e la virtude

Degli avi, ancor l’alme sicane accende.

Il prisco onore, i fasti

Tu cerchi invan: li tolse a noi sventura.

Ma il cor che bolle e freme,

Le memorie, la speme,

Di natura il sorriso interminato,

Rapir non ci potrà l’avverso fato.

(Marzo 1854)

***

A una madre che ha perduto il figlioletto

–Tergi le ciglia: quel leggiadro fiore

Volò fra gli angeletti in grembo a Dio,

Ignaro d’ogni mal, d’ogni dolore.–

Così direi, se madre non foss’io;

Ma l’angoscioso strazio del tuo core,

Cui conforto non val, sente il cor mio,

Che ti comprende appieno, e oppresso e affranto,

Di carmi invece, versa amaro pianto.

(Ottobre 1855)

***

Fonti:

http://www.enciclopediadelledonne.it/biografie/concettina-ramondetta-fileti

https://musicaemusicologia.wordpress.com/2014/09/01/una-poco-nota-famiglia-di-nobili-meridionali-e-risorgimentali/

http://comecreaturaeternamentediveniente.blogspot.it/p/che-cose-la-poesia.html

 

Lucia Migliaccio

10930944893_ea05d153a4_bLucia Migliaccio nacque a Siracusa il 18 gennaio del 1770.

Figlia unica del duca di Floridia Vincenzo Migliaccio e dellla nobildonna Doretta Borgia, Lucia si distinse fin da giovanissima per la sua straordinaria bellezza: diversi poeti, come Goethe e Giovanni Meli, ne subirono l’incanto e ne cantarono le lodi in versi. A soli 11 anni fu promessa al principe di Partanna Benedetto Grifeo, del quale divenne sposa a tutti gli effetti dieci anni dopo. I due ebbero ben nove figli, dei quali tre morirono in tenera età: nonostante le numerose gravidanze, però, la bellezza di Lucia restò praticamente intatta tanto che, dopo la morte del marito avvenuta nel 1812, Lucia si risposò quasi immediatamente.

Nel 1814, all’età di 44 anni, la bella gentildonna sposò in seconde nozze il suo amante, ovvero re Ferdinando di Borbone. Da tempo, la sua singolare avvenenza suscitava voci malevole riguardo ad una sua presunta condotta immorale e libertina: sembra però che queste voci fossero del tutto infondate. Per escludere dalla successione i suoi figli di primo letto, Lucia fu consorte a tutti gli effetti ma non ebbe il titolo di regina e, a differenza della prima moglie di Ferdinando, Maria Carolina d’Austria ( morta nel settembre del 1814), ebbe un peso politico molto esiguo.

Le si riconoscono però alcuni meriti riguardo al compito del suo regale consorte: Lucia, infatti, esercitò un’influenza molto positiva sul carattere e sulle convinzioni di Ferdinando, indirizzandolo verso la tutela delle arti e della cultura e smussando alcune sue particolari fissazioni, come quella di considerare rivoluzionari tutti i sudditi che non si incipriavano i capelli e che portavano i favoriti al posto del codino. Alla fine, su esortazione della duchessa, fu il re stesso ad abbandonare il codino e a farsi crescere i favoriti.

Lucia fu una moglie elegante, riservata e discreta: non amava i pettegolezzi, si teneva a distanza dalle trame di corte e non mostrava mai di voler approfittare della sua posizione per ottenere privilegi o intromettersi nelle decisioni politiche del re. Si preoccupava, anzi, di migliorare i rapporti fra la Corona e i suoi sudditi (in particolare l’antica nobiltà napoletana) facendo in modo che il re non commettesse gaffes o cattiverie. Fu quindi molto diversa dalla defunta Maria Carolina, nota per la sua pesante ingerenza negli affari del Regno e per la sfrenata passione per gli intrighi, due atteggiamenti che ne avevano provocato l’allontanamento e l’esilio già prima della morte.

Per la sua bellissima seconda moglie, Ferdinando fece costruire a Napoli fra il 1817 e il 1819 una suggestiva villa sul Vomero: questa villa, che da lei prese il nome di “La Floridiana” è oggi sede del Museo Nazionale della Ceramica Duca di Martina. Lucia si innamorò di questa sontuosa residenza e vi soggiornò spesso, accogliendovi ospiti illustri da tutto il mondo e tenendovi ricevimenti memorabili. La sua delicatezza e il suo senso della misura le attirarono la benevolenza di tutti, anche di chi inizialmente le era stato ostile; alla morte di Ferdinando ( 1825), fu trattata con ogni riguardo anche dai sovrani successori, Francesco I ed Elisabetta. Ancora bellissima, si spense a Napoli il 26 aprile del 1826 dopo una lunga malattia.

Donatella Pezzino

Immagine dal sito: https://www.flickr.com

Fonti:

Giuseppina Turrisi Colonna

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Giuseppina Turrisi Colonna nacque a Palermo il 2 aprile 1822, secondogenita del barone di Buonvicino, Marco Turrisi Colonna, e della nobildonna Emilia Colonna Romano. Fu sempre molto legata alla sorella maggiore, la pittrice Annetta, di due anni più grande di lei.

Giuseppina crebbe in un clima familiare sereno e rispettoso delle sue inclinazioni, come di quelle di sua sorella e dei suoi tre fratelli Nicolò, Giuseppe e Antonio. La stessa madre, donna di raffinata cultura e di larghe vedute, incoraggiò, in particolare, il talento artistico delle figlie ed il loro sentimento patriottico. Mentre Annetta mostrava una spiccata propensione alle arti figurative e pittoriche, Giuseppina, fin da giovanissima, rivelò una eccezionale attitudine alla poesia.

Giuseppina ed Annetta ricevettero quindi una scrupolosa educazione ed una accurata istruzione: a tale scopo i genitori le affidarono a maestri di grande levatura culturale. Molto peso sulla formazione delle due ragazze ebbero a questo proposito, le lezioni di Giuseppe Borghi, in seguito alle quali Giuseppina compose i suoi primi Inni sul modello di quelli manzoniani. Ad appena 14 anni, la giovanissima poetessa mostrava già di possedere talento ed una forte personalità: i suoi componimenti, infatti, erano ben lontani da qualsiasi sentimento di cristiana rassegnazione. La nobile giovinetta preferiva raccontare, con una passione vibrante, di Giuditta liberatrice del suo popolo, anticipando quello che sarebbe diventato poi uno degli aspetti fondamentali della sua poetica: il ruolo delle donne nella liberazione della Sicilia dal giogo straniero e nel processo di unificazione italiana.

In questo senso, Giuseppina Turrisi Colonna può a buon diritto essere considerata una pioniera del femminismo:

 

Né trastullo, né servo il nostro sesso

 col forte salga a dignità conforme!

 E non è un caso che la “Reale Scuola Normale Femminile” fondata a Catania con Regio decreto nel 1861 ( oggi è un istituto magistrale statale) le sia stata, a suo tempo,  intitolata. Così recitava la sua “Ode alle donne siciliane”, composta nel 1843 e pubblicata a Parigi, nel celebre “Parnaso italiano dei poeti contemporanei”:

 Sorgete o care, e nella patria stanza

 per voi torni l´ardire e la speranza

 

E se pensiamo che il femminismo italiano si svilupperà nel Nord Italia solo alla  fine dell’Ottocento grazie all’opera di
donne come Anna Maria Mozzoni e Marchesa Colombi ( Maria Antonietta Torriani) , ci rendiamo conto che Giuseppina può essere considerata addirittura una precorritrice. Lottare per la patria, incitare alla rivolta sembra essere una vera e propria “missione” a cui questa eccezionale giovinetta, ispirata dalla “voce di Dio” come una moderna Giovanna D’Arco a cui lei stessa si paragona, non esita ad immolarsi:

 Non trastul, ma di Dio
Voce i carmi saran, saran divina
Mission fra le genti,
E le sicane menti
Guidar di gloria nel cammin desio
Come al trionfo del natio Paese
Guidò gli Eroi la vergine francese!

 Così, maturando nel suo intimo una poesia “eroica” e con un’epica tutta al femminile, Giuseppina rifiuta di tradurre Anacreonte perché troppo delicato e preferisce i tormenti di Byron, il suo coniugare assieme poesia e vita da immolare sull´altare della libertà.
Nel 1841, a soli 19 anni, pubblica il suo primo volumetto di poesie. E’ un momento molto delicato: Palermo, recentemente colpita dal colera, è in preda alla più cruda desolazione. I versi servono a Giuseppina per continuare a guardare avanti, e a continuare a sperare in un futuro migliore per il suo popolo.

Tra i suoi modelli troviamo anche delle grandi poetesse del passato, in particolare Gaspara Stampa e Vittoria Colonna:
in esse, infatti, rifulge già l’ideale di una femminilità attiva e consapevole,  nella quale  Giuseppina si ritrova appieno. Lei, infatti,
scrive per tutti ma soprattutto per le altre donne,  incitandole a reagire tirando fuori forza, coraggio e tenacia: tre virtù tipicamente femminili, da sempre al servizio della famiglia e della patria intera.

Liriche di Giuseppina Turrisi Colonna

Di lì a poco, Giuseppina comincia a scrivere articoli sul polemico giornale palermitano “La ruota” e nel 1846 trascorre l´estate a
Firenze, dove con Le Monnier pubblica un secondo volume di poesie molto apprezzato dai critici. È fra i primi a superare
il  concetto limitante di “patria siciliana” e continua a rivolgersi alle donne, da cui attende un risorgimento
morale affinchè possa realizzarsi quello politico. E sogna un´Italia unita, ma non ad opera del papa: secondo lei, infatti,  l´Italia non può rinascere «nelle tenebrose sale del Vaticano».

Nel 1847 Giuseppina sposa il suo grande amore: è il principe Giuseppe Galati De Spuches. Sembra quindi attenderla una lunga vita di successi, sia artistici che familiari. Ma la sua felicità è di breve durata: nel 1848 muore di parto, a soli tre giorni di distanza dalla sorella Annetta ( morta di tisi).

La poetessa riposa nella bellissima chiesa di san Domenico a Palermo. Di lei ci restano tanti ritratti, dipinti dall’amatissima sorella, dove attraverso la bellezza del volto traspare l’indimenticata grandezza del suo animo.

 

Donatella Pezzino

 

Annetta Turrisi Colonna

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Di nobile famiglia, Annetta Turrisi Colonna , principessa di Fitalia , nacque a Palermo il 4 agosto 1820.

Figlia del Barone di Buonvicino, allora uno dei pochissimi nobili imprenditori dell’isola, e di Emilia Colonna, una donna colta e liberale, studiò pittura con Sozzi, Patania e Lo Forte. Aveva per la pittura lo stesso innato talento che la sorella Giuseppina, sua quasi coetanea ( nata nel 1822 ), possedeva per la poesia. Le ragazze ebbero la fortuna di crescere in un ambiente sereno dove le loro attitudini vennero assecondate e sviluppate al meglio.

L’affetto profondo che legava le due sorelle è attestato anche dalla loro rispettiva produzione artistica: Annetta ritrasse spesso Giuseppina  e quest’ultima le dedicò molte delle sue più belle poesie. Riporto alcuni versi della lirica Alla sorella, scritta appunto da Giuseppina per Annetta nel 1846:

Tutto è nell’arte dei tuoi dì l’incanto

E della fantasia popoli il regno;

A te scrivendo giorno e notte accanto

Ogni effigie che pingi, ogni più degno

Pensier tolgo alle fiamme, chè non mai

Di te, dell’opre tue, paga sarai.

E forse non è un caso che Annetta e Giuseppina siano morte entrambe nel 1848, pare addirittura a pochi giorni di distanza l’una dall’altra: Annetta di tisi, Giuseppina del parto del suo primo figlio.

I valori nei quali la madre le aveva allevate sono una costante sia nelle liriche di Giuseppina, sia nei quadri di Annetta. Profondamente intrisi di romanticismo, questi ultimi sono infatti, sia nei soggetti religiosi che in quelli di argomento storico, speculari alla produzione poetica della sorella, e quindi fortemente permeati degli ideali dell’amore, dell’arte e della patria in misura non consueta per due fanciulle dell’aristocrazia dell’epoca.

Al grande affetto che le univa si ispirò Annetta quando dipinse un bellissimo quadro, dove si riconoscono le fattezze delle due sorelle.

All’interno della splendida chiesa di San Domenico riposano ancor oggi i resti mortali della pittrice e della poetessa. Spesso erroneamente identificate in un’unica persona, queste due grandi donne siciliane testimoniano purtroppo la scarsa attenzione quando non addirittura l’oblio che è stato il destino di molte loro contemporanee.

Donatella Pezzino