Da “Il cieco” di Giuseppe De Spuches

 

Ma non sempre trai palmiti e le rose
e l’azzurro de’ cieli e l’aurea luce
letiziar nelle serene cose
può l’intelletto, cui Natura è duce:
ma bello è il turbinar delle nevose
nubi, e l’urlo de’ venti e l’aer truce,
e l’ocean che mugghia, e fiammeggianti
pel buio immenso i fulmini sonanti.
*
Giuseppe De Spuches (Palermo, 1819 – 1884)

Immagine: Renato Guttuso ( Bagheria PA 1911- Roma, 1987), Mareggiata

Fonte: Poesie di Illustri Contemporanei scelte e ordinate da Ferdinando Bosio, Milano, 1865. https://www.yumpu.com/it/document/view/14946143/poesie-di-illustri-italiani-contemporanei-scelte-e-ordinate/159

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Una poesia di Daìta Martinez

 

nun vogghiu scappari

u capisci ?
capisci

c’havi lu senu granni
d’aranci cu li fogghie
chine d’amuri lu suli

nun ti vutare l’occhi

all’avutra
banna

e nun chianciri sutta
li balate chi lu ciatu
arrucia li passi chini

cu la spiranza matri

m’ascuti

matri ?

ascuta

comu batti lu core
mentri nni crisci a
vuci nta lu jardinu

addumatu di fami e

chista erva
d’acqua

ca ci scummogghia
tènnira la vuccuzza
di zagara quannu lu

celu

:

grapi

_

un canuzzu
s’addifenni
a libirtà

*

Daìta Martinez (Palermo, 1972)

traduzione: non voglio scappare // lo comprendi ? comprendi // ha il seno grande / d’arance con le foglie / piene d’amore il sole // non voltare gli occhi // dall’altra / parte // e non piangere sotto / le pietre intagliate che il fiato / annaffia i passi colmi // di speranza madre // mi ascolti // madre ? // ascolta // come batte il cuore / mentre ci cresce la / voce in giardino // acceso di fame e // quest’erba / d’acqua // che ci disordina / tenera la bocca / di zagara quando il // cielo // : // si apre // – // un cagnolino / difende / la sua libertà

Lauretta Li Greci

Nata a Palermo il 15 novembre 1833, Lauretta li Greci era poco più che una bambina quando cominciò a scrivere e pubblicare versi. Il suo precoce talento poetico le procurò un’immediata fama, insieme all’apprezzamento per la finezza stilistica dei versi  e per la dolcezza malinconica delle riflessioni di cui si facevano portavoce. Nonostante la giovanissima età, Lauretta scriveva soprattutto con il pensiero rivolto alla morte: la giovinetta era infatti ammalata di tisi e la consapevolezza della fine imminente non poteva che permeare in modo significativo tutta la sua scrittura.

Adombrandone ogni parola e ogni afflato, la morte fu sempre presente nei suoi versi e li velò di una tenerezza cupa e struggente: un rimpianto che fu, insieme, accorato e rassegnato. Lauretta Li Greci morì, non ancora sedicenne, il 3 luglio 1849.

Dotata di una sensibilità non comune e di una cultura notevole per la sua giovane età, la poetessa lasciò nella poesia femminile dei suoi tempi un’impronta profonda, tanto da essere ricordata a lungo nei decenni successivi alla sua morte. A compiangerne la perdita furono tanti intellettuali e poeti, siciliani e non; un omaggio particolarmente affettuoso le venne tributato da Rosina Muzio Salvo, che le dedicò il celebre carme “In morte di Lauretta Li Greci”. Il poeta Ettore Arculeo scrisse di lei: “La sua vita fu quanto il crepuscolo di un giorno e il suo passaggio su questa terra fu come il trasvolare di un angelo fra gli uomini; ella non lambì il lezzo della terra e, fortunata, non arrivò a comprenderne l’impurità e la sozzura“.

Ancora oggi è possibile ammirare il monumento a lei dedicato, opera dello scultore Rosario Anastasi, nella chiesa di San Domenico a Palermo, di fronte alla tomba di un’altra illustre poetessa, Giuseppina Turrisi Colonna. Dimenticata e molto difficile da reperire, invece, è la sua produzione poetica. I versi che seguono sono contenuti in una silloge poetica dell’amico Girolamo Ardizzone, che così la ricorda:

Conobbe il greco, il latino, il francese, lasciò molte poesie inedite, fra le quali parecchi frammenti di una novella in versi sciolti, Giovanna Greij, e alcune traduzioni di Saffo e di Simonide che furono da me pubblicate nella Rivista Scientifica Letteraria ed Artistica per la Sicilia, anno 1833. Il suo monumento sorge nella chiesa di San Domenico , rimpetto a quello dell’ illustre poetessa Giuseppina Turrisi Colonna, della quale un anno innanzi aveva pianto in dolcissimi versi la immatura perdita.

E ancora, a proposito della poesia “Alla luna”:

I versi stampati in corsivo furono scritti da Lauretta Li Greci un giorno innanzi la sua morte. Stanca dal lungo morbo che la consuma, ella volge i suoi sguardi alla Luna, e l’invoca pietosa ai suoi dolori,
e quasi presaga del suo fine, le volge l’ultimo addio. Questo canto,diffuso di una cara malinconia , non fu da lei compito ; forse per le prostrate sue forze non potè rivelare interamente quello slancio
sublime dell’ anima, quell’ estrema scintilla di una luce vicina ad estinguersi. Io ho tentalo di continuarlo, seguendo le tracce de’ suoi pensieri e investendomi degli affetti della morente giovinetta.

***

Alla luna (1841)

0 amica Luna, che agli afflitti il core
Dolcemente conforti, a te rivolgo
Le mie querele, tu pietosa almeno
A me sorridi, e quando il firmamento
Da’ tuoi raggi coperto, in tuo viaggio
Peregrina trascorri, a me l’estremo
Addio rivolgi!… Un giorno ancora!… un giorno…
E forse io più non ti vedrò!… la tua
Pallida luce splenderà più mesta
Sul mio sepolcro!

Oh potess’ io pei campi
Del del teco vagar, dalla mortale
Creta disciolta ! oh potess’ io, solingo
Spirto, aggirarmi sulle verdi zolle
Della terra nativa, i cari luoghi
Riveder dei dolci anni e il mio soave
Tetto materno!

*

A Girolamo Ardizzone (1849)

E quella dolce speme, che risplende
Qual iride di pace oltre l’avello,

Mi conforta sovente in sulla terra,

Ov’ io languo qual fior, che innanzi sera
Piega le foglie. Nel materno tetto
In cui vivo solinga, a me dischiusi
Fur dell’arte i misterij e l’armonia
Del bello intesi, che a profano orecchio
Risonar non può mai; nella celeste
Luce del vero s’ispirò la mente,

E ignoto spirto, ch’io comprendo ed amo.
Su di un raggio di stella a me discese:

« E, prendi egli mi disse, o mia diletta,

« Prendi quest’ arpa che dal ciel ti reco
Messaggiero di Dio; ma casta e pura
« Qual da me la ricevi ognor la serba! »

E tentai quelle corde, e dolci suoni
Ne trassi, amor cantando, e fede, e speme,

Unica meta coi l’uman pensiero
Negli affanni vagheggia e nel dolore.

Or muta è l’ arpa: dal mortai riposo
Chi destarla potrà ? qual man rapirle
Nuovi concenti? Tutta in me già sento
Mancar la vita; più non m’ arde in petto
L’ immensa, arcana, irresistibil fìamma,
Che a cantar m’incitava. Eppur sovente
In quell’ ore solinghe al pianto sacre,
Rammento i dì felici, in cui vegliando
Al fioco lume di notturna lampa
Educava la mente a nobil’opre;

E del cieco di Scio negli immortali
Canti, e di Saffo nelle ardenti note
lo m’ ispirava. La magnanim’ ira
Dell’esul ghibellino; il casto amore
Del cantor di Vaichiusa; il rio destino
Del misero Torquato, e il tardo alloro
Che la sua coronò gelida fronte;

Di Gaspara gli affanni e il disperato
Amor, che innanzi tempo a lei dischiuse
L’avello ; di Vittoria il nobil core,

Ed il casto da lei vedovo letto
Lungamente serbato; ahi tutto allora
Mi destava nel cor sublimi sensi !

E salve, io ripetea, salve o d’Italia
Illustri figli, che in perenne lotta
Colla sventura, intemerata fama
Serbaste e nome altero! Ahi quante volte
Brancolando cercai dentro le vostre

Tombe quel foco animator, che i vostri
Petti infiammava! ahi quante volte attinsi
Da voi nova virtude e forze nove!

Dalla Terra del sol, dalle ridenti
Prode che bagna il limpido Tirreno
A voi mando un saluto! Oh se potessi
A voi congiunta nell’ eterno Amore,
Inebbriarmi, errar di stella in stella.

Tutta goder quella suprema, immensa
Felicità, che invan si cerca in terra;

Quanto lieta sarei! ma forse ancora

Mi rimane a soffrir; forse vicino

Non è quel giorno, in cui, dal suo terreno

Velo disciolta, alle celesti sfere

Spiegherà la mia stanca anima il volo!

(Dal libro “Canti di Girolamo Ardizzone” – 1867 – Tipografia del Giornale di Sicilia – consultabile al seguente link: https://archive.org/details/bub_gb_K6CXm0ZrJ3sC)

Nella foto: La scultura che ritrae Lauretta Li Greci, posta sul suo monumento commemorativo al pantheon del convento di San Domenico a Palermo ( da http://www.domenicani-palermo.it/pantheon.html)

Altre fonti:

Donatella Pezzino

 

Maria Messina

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La narratrice verista Maria Messina nacque a Palermo (secondo altre fonti ad Alimena) il 14 marzo 1887.

Figlia di un ispettore scolastico e di una nobildonna appartenente all’antica casata baronale dei Traina, Maria visse fin dall’infanzia in una condizione di isolamento a causa della rigida mentalità dei genitori e delle ristrettezze economiche: la sua, infatti, era una famiglia della buona borghesia “distrutta da un cattivo vento di sfortuna” che l’aveva economicamente impoverita. Così come la dignità e le convenienze richiedevano, questi problemi dovevano essere rigorosamente celati: per questo, i genitori costrinsero Maria a condurre una vita molto appartata, priva di amicizie e di altri contatti sociali.

A questa vita malinconica e solitaria si aggiunse per la giovane Maria il disagio dei continui trasferimenti: il lavoro del padre, infatti, costringeva periodicamente l’intera famiglia a spostarsi. Dopo aver soggiornato per anni in città sempre diverse del Centro e del Sud Italia, nel 1911 Maria si stabilì finalmente con i suoi a Napoli.

Come molte ragazze dei suoi tempi, Maria non frequentò la scuola ma ricevette un’istruzione privata sotto la guida della madre e del fratello. Quest’ultimo, resosi conto della sua vocazione letteraria, la incoraggiò a leggere e a dedicarsi alla scrittura. La presenza del fratello fu per la giovane Maria un conforto e un appoggio, soprattutto considerando il suo rapporto problematico con i genitori: la futura scrittrice, infatti, crebbe in un clima di incomprensione e di chiusura che ebbe profonde ripercussioni sulla sua delicata sensibilità, segnando in modo significativo la sua produzione letteraria.

Poco più che ventenne, la Messina cominciò a pubblicare i suoi scritti: è del 1909 la sua prima raccolta di novelle intitolata “Pettini fini e altre novelle”, edita dalla casa editrice palermitana Remo Sandron; seguirono “Piccoli gorghi” (1911), “Le briciole del destino” (1918), “Il guinzaglio”, “Personcine” e “Ragazze siciliane” (1921). Dal 1920, alle novelle si affiancarono i romanzi “Alla deriva”, “Primavera senza sole”, “La casa nel vicolo”, “Un fiore che non fiorì”, “Le pause della vita” e “L’amore negato”. La sua produzione annoverò anche fiabe e racconti per l’infanzia.

Così la descrive la nipote Annie Messina, anche lei scrittrice:

“una giovane donna minuta con un visino pallido dai grandi occhi luminosi, incorniciato da una massa di fini capelli castani. La sua fragilità celava una forza d’animo non comune, la forza che le ci era voluta per denunciare, lei signorina di buona famiglia che avrebbe dovuto ignorare certe vergogne, quello che si celava dietro la facciata di case rispettabili, in cui la donna era tenuta in uno stato di soggezione prossimo alla schiavitù”.

Definita la “Mansfield siciliana”, Maria Messina tratteggiò nelle sue opere le ipocrisie e le convenienze del suo contesto sociale e la condizione di isolamento tipica di tante donne della sua epoca. Altri temi da lei trattati furono le relazioni fra uomo e donna e l’oppressione psicologica a cui era spesso sottoposto l’universo femminile. In tal senso le è valsa da più parti l’etichetta di femminista ante litteram, ma non sono mancati i critici che hanno scorto nella sua scrittura più un atteggiamento di quieta rassegnazione che non una vera e propria denuncia.

Timida, dolce e introversa, Maria Messina condusse fino alla morte un’esistenza solitaria: suo unico contatto al di fuori della cerchia familiare fu l’amico Giovanni Verga, con cui ella intrattenne una lunga corrispondenza.

Negli ultimi anni visse a Mistretta, in provincia di Messina, dove sono ambientati molti dei suoi racconti. Morì a Pistoia nel 1944 a causa della sclerosi multipla, malattia di cui soffriva da molti anni.

Fra i contemporanei, la fortuna di Maria Messina fu piuttosto modesta; dopo la morte fu rapidamente dimenticata. Finalmente, negli anni Novanta, la sua riscoperta da parte di Leonardo Sciascia ha spinto importanti case editrici (come la Sellerio) a ripubblicare i suoi scritti.

Oggi è possibile leggere Maria Messina anche sul web: Liber Liber, ad esempio, offre l’opportunità di scaricare gratuitamente alcune delle sue opere alla pagina: http://www.liberliber.it/online/autori/autori-m/maria-messina/

Eccone qualche stralcio:

da “La casa nel vicolo”:

Nicolina cuciva sul balcone, affrettandosi a dar gli ultimi punti nella smorta luce del crepuscolo. La vista che offriva l’alto balcone era chiusa, quasi soffocata, fra il vicoletto, che a quell’ora pareva fondo e cupo come un pozzo vuoto, e la gran distesa di tetti rossicci e borraccini su cui gravava un cielo basso e scolorato. Nicolina cuciva in fretta, senza alzare gli occhi: sentiva, come se la respirasse con l’aria, la monotonia del limitato paesaggio. Senza volerlo, indugiava a pensare alla casa di Sant’Agata; rivedeva il balconcino di ferro arrugginito, spalancato sui campi, davanti al cielo libero che pareva mescolare le sue nubi col mare, lontano lontano.
Era quella, per Nicolina, l’ora più riposata, benché la più malinconica, della giornata. Tutte le faccende erano sbrigate. Nella casa, come nell’aria, come dentro l’anima, si faceva una sosta, un accorato silenzio. Allora pareva che i pensieri, i rimpianti, le speranze, si facessero innanzi circonfusi della stessa luce incerta che rischiarava il cielo. E nessuno interrompeva i vaghi, incompiuti soliloqui.

da “Ragazze siciliane”:

— Festa grande, donna Bobò?
— Come Dio vuole, donna Mara.
— Son tutti arrivati, i parenti dello sposo?
— Sono arrivati tutti, da Palermo, carichi di regali. Il padre, la madre, la sorella…
— Figuriamo donn’Angela!…
Donna Bobò ammutolì, come se donn’Angela in persona si fosse mostrata per chiamarla. Si meravigliava un poco che la cognata non avesse già interrotto, come sempre, la conversazione con la vicina. Rientrò e chiuse la finestra adagio adagio per non fare rumore. Nel voltarsi, la luce d’argento dello specchio grande la investì tutta. Allora si guardò, timidamente. Ebbe una specie di pietà di se stessa, come se non si fosse mai guardata prima, e pensò, senza amarezza, che la cognata non aveva proprio alcun motivo di sorvegliarla, oramai. Si vide le spalle ad arco, la faccia piena di grinze come una piccola mela dimenticata, il petto più liscio d’una tavola, un po’ incavato.
Si scostò dallo specchio, quasi in fretta, e ripigliò a spolverare i mobili del salotto, passando il cencio fra i complicati fogliami delle spalliere, con regolata meticolosità, macchinalmente. Le piccole mani scure si affrettavano, ma il pensiero camminava per proprio conto.

Donatella Pezzino

Nella foto: Maria Messina ( da http://www.150anni.it )

Fonti:

 

 

 

Poesie di Concettina Ramondetta Fileti

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Considerata fino ai primi decenni del Novecento una delle più illustri poetesse d’Italia, Concettina Ramondetta Fileti ( Palermo, 1829-1900) manifestò fin da giovanissima uno spiccato spirito patriottico. Di nobile famiglia ( il padre era Francesco Sammartino Ramondetta dei duchi di Montalbo), partecipò attivamente al clima risorgimentale non soltanto con i suoi scritti dichiaratamente antiborbonici, ma anche con intrepidi atti di ribellione: nel 1849, non ancora ventenne, fuggì di casa per andare a scavare a Sant’ Erasmo i fossati che avrebbero dovuto ostacolare il rientro delle truppe borboniche. “Esitai al pensiero di mia madre” raccontò in seguito ripensando a quell’evento ” ma mi feci coraggio all’idea che la patria vuol questo servizio da me; e la patria è pur madre: voliamo!” Si sposò nel 1850 con il cavalier Domenico Fileti, fu madre di otto figli ed ebbe una vita familiare serena e appagata. Dopo l’Unità d’Italia, le sue poesie smisero di cantare il sentimento patriottico per concentrarsi proprio sugli affetti domestici: fu il periodo artistico più intenso della sua vita, denso di tenere composizioni molto apprezzate dai critici e dai letterati del tempo. “Poetessa dal core materno” la definì l’importante letterato Ugo Antonio Amico, che nel 1906 scrisse riguardo alla sua poesia: “Poche volte mi è avvenuto legger versi così belli, casti, soavemente malinconici». Nel 1877, la morte della figlia ventiquattrenne le inflisse un duro colpo inaridendole per sempre la vena poetica. I componimenti che seguono sono tratti dal libro “Poesie di Concettina Ramondetta Fileti” pubblicato nel 1876 a Imola dalla Tipografia Ignazio Galeati E Figlio.

Donatella Pezzino

***

Un bel giorno d’inverno

Bella natura! E qui tu sei la sola

Che ne sorridi ancor pietosamente;

Ogni aura d’altro ben per noi s’invola

Rapidamente.

 

Quando rombava il tuon sulla pendice

Ed era il ciel di nubi ottenebrato,

Fra me dicea: tale stagion s’addice

Al nostro fato.

 

Allor commosso e sospirando almanco

Il pellegrin pel duol grave che n’ange:

In questo suolo, dir potea, sinanco

Natura piange.

 

Ma già ride la terra, e un sovrumano

Senso or si spande d’armonia, d’amore;

Nè tutti san che ogni conforto è vano,

Se geme il core.

 

Chi lo seren del nostro ciel rimira

e le opime campagne e il sol che ferve,

Non sa che sotto sì bel ciel sospira

Gente che serve.

 

Per noi che vale, o Dio! l’etra ridente,

e l’arcana bellezza del creato,

se a piangere e a servir miseramente

N’hai condannato!

( febbraio 1850)

***

Ad un uccello fuggito dalla gabbia

 

Vola, trascorri i liberi

campi dell’etra, e godi.

Vola, più dolci e facili

Sciorrai le tue melodi.

A’ vivi raggi, al tepido

Rezzo, tra’ fior’, sui rami,

Ovunque amor ti chiami

Presto il tuo vol sarà.

 

D’ali fregiato, al carcere

Non ti creava Iddio;

Sol t’ opprimea degli uomini

L’orgoglio insano e rio.

Che val se a te la folgore

Del cacciator sovrasti?

Un’ora almen provasti

Di gaudio e libertà.

(Maggio 1850)

***

Per l’albo di Marietta Piccolomini

 

Figlia d’Italia, che trasfondi al canto

L’italo foco, un ciel puro e sereno

Del tuo primo sorriso

E del cor salutavi;

Ma qui t’inebria, nel sican terreno.

Più miti e più soavi

Spiran l’aure fra noi; del sol più pura

L’eterea luce splende;

Qui primavera eterna

Di fiori e di verzura

Riveste il colle, il prato;

E il genio e la virtude

Degli avi, ancor l’alme sicane accende.

Il prisco onore, i fasti

Tu cerchi invan: li tolse a noi sventura.

Ma il cor che bolle e freme,

Le memorie, la speme,

Di natura il sorriso interminato,

Rapir non ci potrà l’avverso fato.

(Marzo 1854)

***

A una madre che ha perduto il figlioletto

–Tergi le ciglia: quel leggiadro fiore

Volò fra gli angeletti in grembo a Dio,

Ignaro d’ogni mal, d’ogni dolore.–

Così direi, se madre non foss’io;

Ma l’angoscioso strazio del tuo core,

Cui conforto non val, sente il cor mio,

Che ti comprende appieno, e oppresso e affranto,

Di carmi invece, versa amaro pianto.

(Ottobre 1855)

***

Fonti:

http://www.enciclopediadelledonne.it/biografie/concettina-ramondetta-fileti

https://musicaemusicologia.wordpress.com/2014/09/01/una-poco-nota-famiglia-di-nobili-meridionali-e-risorgimentali/

http://comecreaturaeternamentediveniente.blogspot.it/p/che-cose-la-poesia.html

 

Gertrude Cordovana

1zgdvsSuor Gertrude Maria, al secolo Filippa Cordovana, nacque a Caltanissetta verso il 1667. Della sua vita si hanno poche, scarne notizie: tutto ciò che si sa di lei deriva dal celebre “Atto pubblico di fede” pubblicato da Antonino Mongitore, storico, scrittore e canonico del capitolo della cattedrale di Palermo.

Nel suo “Atto pubblico di fede solennemente celebrato nella città di Palermo à 6 aprile 1724 dal Tribunale del S. Uffizio di Sicilia, dedicato alla maestà C. C. di Carlo 6. imperadore e 3. re di Sicilia”, infatti, il Mongitore descrisse in modo particolareggiato le vicende che portarono all’esecuzione di Suor Gertrude e di un frate dell’Ordine degli Agostiniani Scalzi, fra Romualdo di Sant’Agostino. Entrambi appartenenti alla Diocesi di Girgenti ( Agrigento ), Romualdo e Getrude furono accusati di adesione all’eresia quietista, sottoposti a tortura e poi rilasciati al braccio secolare.

Il 27 giugno del 1699, poco più che trentenne, Gertrude fu gettata nelle carceri del S.Uffizio: ma nemmeno anni di estenuanti interrogatori e terribili sevizie riuscirono a piegarla. Di fronte alle accuse, gli inquisitori la trovarono “Superba, Scandalosa, Ippocrita, Temeraria, e Vanagloriosa”: in un simile contesto, affermazioni del genere servono solo ad attestare che la donna, coraggiosamente, cercava solo di difendere la propria innocenza. Più avanti, infatti, il documento riporta: “Di questi, ed altri delitti accusata, stando avanti i Signori Inquisitori, niegò prima il tutto, spacciandosi innocente. In altre udienze poi, una e due volte confessò vere le sue enormità, alcune delle quali inorpellò con varie scuse, e sol niegò alcune circostanze. Ma in altra udienza appresso, niegò quanto aveva confessato, e andò in furia, fingendosi pazza.” Le torture, le vessazioni e i complicati giri di parole dei preposti all’interrogatorio producevano infatti di volta in volta un effetto differente. Ma di cosa era accusata esattamente Suor Gertrude?

Fra i capi di imputazione a carico della suora nissena spiccano gli atti impuri compiuti con il confessore, della quale ella non si pentiva perchè convinta che accrescessero la purezza; la comunione con due particole “stimandosi dotata di più perfezione, e degli altri più meritevole”; l’istigazione alla disobbedienza per aver esortato una consorella a comunicarsi nonostante l’espresso divieto del confessore; ma, soprattutto, l’adesione al quietismo-molinismo. Nel periodo considerato, infatti, seguire l’eresia quietista era considerato dalla Curia uno dei reati peggiori.

Il quietismo traeva origine dal pensiero teologico del gesuita spagnolo Miguel de Molinos ( da qui l’appellativo di “molinismo”), condannato per eresia e immoralità e morto in carcere nel 1696. Secondo Molinos, la ricerca della perfezione doveva privilegiare l’unione diretta con Dio, ottenibile da uno stato di passività e di annullamento della volontà e di qualsiasi attività intellettuale. Quando l’anima, attraverso l’orazione di quiete, raggiunge questo stato di purezza non ha più bisogno di pratiche esteriori, di preghiere o sacramenti: basta il semplice annichilimento in Dio per trasfigurarla e purificarla. In questo modo venivano svuotati di significato le gerarchie ecclesiastiche, le funzioni religiose e le opere con relativi premi e punizioni. Non aveva senso confessare i peccati, nè resistere alle tentazioni in quanto il diavolo sarebbe stato sconfitto automaticamente da questo stato di intima unione dello spirito con Dio.

Non sappiamo quanto e in che modo Suor Gertrude avesse effettivamente manifestato la sua adesione a questo pensiero: è possibile che ella abbia semplicemente rifiutato alcune imposizioni che non sentiva consone al suo modo di vivere la fede.

Nel 1705 fu dichiarata ufficialmente “eretica formale, impenitente e incorreggibile” e rilasciata al braccio secolare. Con Romualdo, anch’esso condannato per le stesse motivazioni, la donna fu protagonista di uno macabro spettacolo in pompa magna. L’esecuzione si tenne nel 1724 a Palermo, al Piano di Sant’Erasmo, preceduta da un cerimoniale organizzato con teatralità sconcertante. Gertrude e Romualdo, vestiti con i sai dei loro ordini, con mitre sul capo e con una sopravveste cosparsa di pece, furono bruciati vivi davanti ad una folla immensa. Di Getrude colpì fino alla fine il contegno fermo e orgoglioso con il quale accettò il suo destino pur di non perdere la sua dignità.

Donatella Pezzino

Immagine tratta dal sito http://portalemisteri.altervista.org

Fonti:

Santa Rosalia

vandycksrosalia162227Rosalia Sinibaldi nacque a Palermo intorno al 1128. Secondo la tradizione il padre Ruggero, signore dei feudi della Quisquina e del Monte delle Rose, apparteneva ad una nobile famiglia che discendeva addirittura da Carlo Magno. Maria Guiscardi, la madre di Rosalia, era anch’ella di origini illustri ed era imparentata con le casate più in vista dell’entourage del sovrano. In virtù di questo altissimo lignaggio, Rosalia visse la sua giovinezza a stretto contatto con la corte dove fu probabilmente damigella della regina Margherita, moglie del re normanno Guglielmo I il Malo.

Quando Rosalia era appena adolescente, il sovrano ordinò a suo padre di darla in sposa al conte Baldovino: la fanciulla, però, si ribellò con decisione manifestando il fermo proposito di prendere il velo. Rosalia lasciò quindi la casa paterna ed entrò nel monastero delle monache basiliane di Palermo: qui, però, i parenti e il promesso sposo la visitavano in continuazione cercando di farle cambiare idea e di convincerla ad accettare il matrimonio. Esasperata da tanta insistenza e desiderosa di vivere intensamente la sua vocazione, Rosalia abbandonò dunque la vita monacale per vivere da eremita in una grotta nei pressi di Bivona.

Ben presto la fama della sua santità si sparse attirando pellegrini da ogni parte dell’isola: per questo, dopo 12 anni di romitaggio Rosalia fu costretta a lasciare anche questo luogo cercando isolamento e raccoglimento prima nella casa paterna, poi in una grotta sul Monte Pellegrino. In questo rifugio, la giovane trovò una fonte d’acqua e un altare pagano, che fu poi consacrato alla Madonna. Rosalia vi dimorò otto anni: è possibile che nell’ultimo periodo del suo eremitaggio ella vi si sia fatta murare dentro, come avevano fatto prima di lei altri eremiti particolarmente ferventi. Nel settembre del 1165 fu trovata morta da un gruppo di pellegrini.

Le sue ossa furono rinvenute a distanza di anni da un cacciatore, che le estrasse dalla roccia e le consegnò al clero cittadino. Ai tempi del ritrovamento, però, non si era del tutto certi che queste ossa appartenessero alla santa: fu proprio Santa Rosalia a fugare ogni dubbio. Nel 1625, quando a Palermo infuriava la peste, la santa apparve ad un povero saponaro di nome Vincenzo Bonelli ordinandogli di riferire all’arcivescovo che le reliquie ritrovate sul Monte Pellegrino erano proprio le sue e che portandole in processione la peste sarebbe cessata.

In questo modo, Santa Rosalia salvò Palermo dalla terribile epidemia: in suo onore, i cittadini esautorarono gli altri patroni della città riconoscendole il primato assoluto. Nello stesso periodo fu rinvenuta nella grotta di Bivona questa scritta: “EGO ROSALIA SINIBALDI QUISQUINE ET ROSARUM DOMINI FILIA AMORE D/NI MEI JESU CRISTI IN HOC ANTRO HABITARI DECREVI”.

Nel 1630, Santa Rosalia è stata inclusa ufficialmente nel martirologio romano da papa Urbano VIII. In tutte le icone che la raffigurano, la santa è ritratta con alcuni simboli particolari, come il saio penitenziale, la corona di rose ma soprattutto il teschio, che testimonia il suo distacco dalla vita terrena.

Donatella Pezzino

Immagine: Van Dyck, Santa Rosalia ( 1622-27) Palermo, Palazzo Abbatellis ( da http://www.tanogabo.it )

Fonti:

http://www.wikipedia.it

http://www.santarosalia.info

http://www.santuariosantarosalia.it

http://www.santiebeati.it