La Cuba di Santa Domenica

La Cuba di Santa Domenica sorge nel territorio di Castiglione di Sicilia, in prossimità del fiume Alcantara. Ricca di fascino e di mistero, questa antica cappella rustica combina in sé diversi stili architettonici, dal bizantino all’arabo.

La Cuba è stata ritenuta per tutto il Novecento una costruzione di età bizantina, databile fra il VII e il IX secolo; successivamente, studi approfonditi hanno portato a stabilirne una datazione più tarda. Oggi, infatti, gli studiosi sono concordi nel collocarla in un periodo compreso fra il X e l’XI secolo.

Nonostante sia di epoca normanna, l’impianto presenta moltissimi aspetti dell’architettura e dell’arte bizantina, ai quali sono mescolati elementi di ispirazione islamica.

Allo stato attuale delle ricerche, non se ne conosce ancora con certezza l’originaria destinazione d’uso. Il suo contesto è fra gli aspetti che destano le maggiori perplessità: ci si chiede infatti quale possa essere stata la motivazione che ha portato a costruire un edificio tanto particolare in un luogo così isolato e ameno. Oggi come allora, infatti, la Cuba campeggia solitaria in mezzo al paesaggio agreste.

L’interno riproduce in piccolo una basilica a tre navate, divise da pilastri quadrangolari; oltre che in questa tipologia di impianto, l’aderenza allo stile delle chiese paleocristiane è evidente dalla tipica T formata dal transetto e dal cappellone absidale.

Molto vari i materiali impiegati per la costruzione: roccia calcarea, pietra lavica, malta. Originariamente, i pavimenti e il tetto erano in cotto. Le pareti, come testimoniano alcune tracce ancora presenti, erano decorate con affreschi di fattura bizantina.

Il termine “Cuba” (cubbula, in siciliano) ha un’etimologia controversa: potrebbe derivare dall’ arabo “qubba” (cupola) o dal latino “cupa” (botte); oppure, più semplicemente, potrebbe riferirsi alla forma cubica dell’edificio.

 

La facciata, a due ordini, è rivolta a oriente e presenta l’aspetto tipico delle chiese basiliane; secondo alcuni rilievi, sarebbe stata originariamente preceduta da un portico per penitenti e catecumeni, di cui oggi restano solo i contrafforti.

L’arco, di forma rotonda, ricorre in tutta la struttura, dal portale alle volte a crociera, caratterizzando anche le finestre e la grande trifora.

A dispetto della sua datazione, la Cuba di Santa Domenica presenta quindi una pluralità di aspetti che ne attestano la forte dipendenza dalla cultura bizantina. In più, il rinvenimento di due scheletri di età bizantina durante i restauri degli anni Novanta ha fatto ipotizzare l’esistenza di un attiguo cimitero preesistente alla costruzione. Non è quindi da escludersi che l’edificio possa essere in qualche modo associato alla presenza di una piccola comunità rurale di cultura greca. In ogni caso, attesterebbe l’esistenza in loco di forme culturali e cultuali di provenienza bizantina, ancora ben radicate in epoca normanna.

Il primo Medioevo ha visto fiorire in Sicilia un certo numero di monasteri basiliani, concentrati soprattutto nella parte orientale dell’isola.  L’avvento dei normanni rese la sopravvivenza di queste comunità particolarmente difficile, data la propensione dei nuovi regnanti a favorire il monachesimo benedettino. Le piccole dimensioni della Cuba rendono plausibile l’ipotesi che il luogo di culto possa essere appartenuto ad un cenobio ortodosso il cui organico si fosse ormai notevolmente ridotto.

Attualmente visitabile, la Cuba di Santa Domenica è stata dichiarata monumento nazionale nel 1909 grazie alla campagna di studio e rivalutazione condotta dell’archeologo siracusano Sebastiano Agati.

Donatella Pezzino

Fonti:

Immagini

La prima foto è di Luigi Strano, da Flickr

tutte le altre sono tratte dal sito http://www.romanic.eu

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Il Villino Florio all’Olivuzza

Quando si parla di stile Liberty, non si può non pensare al Villino Florio. Ancora oggi, questo piccolo gioiello dell’Art Nouveau fa bella mostra di sé al n. 38 di Viale Regina Margherita a Palermo, nel quartiere dell’”Olivuzza” vicino alla Zisa,   dove crea una parentesi incantevole e fuori dal tempo a stretto contatto con la modernità. Circondato da un suggestivo giardino, l’edificio è un vero e proprio respiro di arte e di bellezza, capace di rendere più tollerabile l’aspetto – ben poco artistico – dei palazzoni che lo circondano.

Costruito tra il 1899 e il 1902, fu commissionato dai coniugi Florio all’insigne architetto Ernesto Basile, uno dei massimi esponenti del modernismo italiano e del Liberty, nonchè autore di edifici ed interni celebri (l’ala nuova di Montecitorio e il palazzo Bruno di Belmonte di Ispica, solo per fare qualche esempio). Desiderosi di regalare una dependance al giovane figlio Vincenzo, i facoltosi imprenditori palermitani, com’era loro costume, non badarono a spese, lasciando piena libertà al genio creativo di Basile.

Ispirandosi all’indole del futuro proprietario, uomo raffinato, cosmopolita e amante dei viaggi, l’architetto fuse con sapiente armonia una pluralità di stili, dal romanico al barocco, dal gotico al rinascimentale, reinterpretando motivi nordici e mediterranei alla luce del nuovo gusto Liberty.

All’esterno, i capitelli, i bassorilievi, le torrette, le scalinate, le vetrate, il loggiato e i dettagli artistici in ferro battuto danno vita ad un insieme dalle forme sinuose che accarezzano lo sguardo: qui, l’armonia è creata dalla diversità, l’eleganza dalla capacità di essere eclettici e originali senza mai spezzare l’equilibrio delle parti.

All’interno, il legno trasmette ovunque calore e intimità, creando un’atmosfera raccolta, avvolgente e al tempo stesso estremamente ricercata. Alcuni elementi decorativi, come il soffitto ligneo scolpito della scalinata, le pareti rivestite di stoffe a motivi floreali, gli intarsi sulle porte e sul camino, realizzano un perfetto connubio fra opulenza e squisito gusto artistico.

A dispetto degli anni che passano, l’interior design del Villino colpisce per la sua sorprendente attualità: le stanze e gli ambienti di passaggio, dai rivestimenti agli elementi decorativi, potrebbero tranquillamente uscire dall’ultimo numero di una moderna rivista di arredamento.

Altrettanto all’avanguardia era l’arredamento originario. Lo aveva progettato lo stesso Basile, conosciuto in tutta Europa non solo come architetto, ma anche per i suoi originali mobili di design. Purtroppo, oggi non possiamo più ammirare quelli dell’ Olivuzza: nel 1962, sono andati irrimediabilmente perduti in un incendio che ha devastato parte della struttura, insieme ai dipinti e gli affreschi di Ettore Maria Bergler e Giuseppe Enea e ad altre pregevoli opere d’arte.

Nel periodo di maggior splendore, ovvero durante la Belle Epoque, il Villino vide tra le sue stanze ricevimenti sfarzosi ed ebbe molti ospiti illustri, sia italiani che stranieri. Nel 1911, la giovanissima moglie di Vincenzo Florio morì di colera dopo soli pochi anni di matrimonio, e senza dargli alcun erede. Da allora, iniziò per il Villino la parabola discendente: l’immobile e il relativo parco furono quasi abbandonati finchè, nel 1922, i fratelli Florio li vendettero per far fronte a gravi problemi economici. La proprietà passò al principe di Fitalia e poi alla Curia Arcivescovile; negli anni Trenta e Quaranta, gran parte del parco venne lottizzato e adibito a nuove costruzioni.

Nel 1984, l’edificio è stato acquisito dalla Regione Siciliana, che lo ha sottoposto ad una serie di restauri e ne ha fatto una delle sue sedi di rappresentanza. Oggi, il Villino Florio è aperto al pubblico: è possibile visitarlo dal martedi al sabato e ogni prima domenica del mese dalle 9 alle 13.

Donatella Pezzino

Fonti:

Immagini:

Foto 1 – Vincenzo La Spesa da Flickr

Foto 2 – da Ioamolasicilia.com

Foto 3 – Mirko Li Greci da Flickr

Foto 4 – da Ioamolasicilia.com

Foto 5 – da Ioamolasicilia.com

Foto 6 – da Italialiberty.it

Foto 7 – Figline99 da Flickr

Foto 8 – da Ioamolasicilia.com

Foto 9 – Gigi Agostino da Flickr

 

 

Segesta

Il parco archeologico di Segesta sorge sul Monte Barbaro, una suggestiva zona collinare a nord-ovest di Calatafimi, in provincia di Trapani. Il paesaggio, che alterna alture, gole e vallate, si distingue per la straordinaria bellezza della sua natura incontaminata e per gli imponenti resti dell’antica città, fra i quali spiccano il teatro greco e il grande tempio dorico.

La città fu fondata dagli Elimi, gruppo indigeno del quale Tucidide segnala l’origine troiana. Sembra infatti che questo popolo sia la risultante della fusione tra i profughi scampati alla distruzione di Troia, alcuni emigrati focesi provenienti dal Mediterraneo orientale e la locale etnia sicana. Non si conosce con esattezza la data di fondazione, ma i reperti portano ad ipotizzare che il sito fosse già abitato nel IX secolo a.C.

La storia più antica di Segesta è strettamente legata a quella della vicina Selinunte. Le due comunità, infatti, rivaleggiarono costantemente per questioni di confine e a causa delle mire espansionistiche dei selinuntini verso l’entroterra. Il conflitto entrò nella sua fase più critica nel V secolo a C.,  quando le due città, nel tentativo di sopraffarsi l’un l’altra, cercarono potenti alleati nei greci, nei siracusani e nei cartaginesi. La lunga stagione di guerre che ne scaturì portò alla sconfitta e alla distruzione di Segesta da parte del tiranno di Siracusa Agatocle, che ne cambiò il nome in Diceopoli (307 a.C.). Successivamente, la città riuscì a risollevarsi e riprese il suo vecchio nome.

Durante la prima guerra punica (264-241 a.C.), la città si alleò con Roma, alla quale la univa il mito della comune discendenza troiana. I romani proclamarono Segesta “civitas libera et immunis”, assegnandole vasti territori, che comprendevano probabilmente anche la vicina Erice. La Segesta di età romana vide un progressivo spostamento del suo abitato verso la zona costiera settentrionale dell’isola, nei pressi dell’odierna Castellammare del Golfo, dove sgorgava una sorgente termale passata alla storia con il nome, appunto, di “Thermae segestanae”. Nell’alto Medioevo, Segesta venne poi definitivamente devastata – forse ad opera dei vandali – e mai più ricostruita. In seguito, i Normanni vi eressero un castello, intorno al quale si sviluppò un borgo medievale, e di Segesta si perdettero sia il nome che la memoria. La localizzazione dell’antica città avvenne solo alla fine del XVI secolo, ad opera di Tommaso Fazello. A partire dal Settecento, il sito attrasse studiosi, viaggiatori e archeologi provenienti da tutto il mondo; in questo periodo, il tempio venne sottoposto ai primi restauri.

Le strutture di Segesta che ancora oggi possiamo ammirare attestano l’elevato livello di ellenizzazione raggiunto dagli elimi in un lasso di tempo che, data la sua brevità, ne confermerebbe l’origine troiana o comunque greca. Già nel V secolo a.C., infatti, la monetazione segestana recava leggenda greca; di stretta influenza greca, inoltre, è il santuario i cui resti sono stati rinvenuti in contrada Mango, insieme a cocci di vasellame preistorico, ellenistico e romano. Il ritrovamento di alcune iscrizioni, che riportano in caratteri greci un idioma sconosciuto, ha costituito la chiave per la ricostruzione della lingua elima.

Il teatro, databile al III-II sec. a.C., è stato costruito con un insolito orientamento verso nord, forse per consentire agli spettatori di godere dello splendido panorama. E’ di piccole dimensioni, con una cavea dal diametro di appena 63 metri; i sedili sono stati ricavati operando direttamente sulla collina. Sotto la cavea è ancora accessibile una grotta naturale, che gli architetti vollero conservare in fase di costruzione e che forse fu adibita a luogo di culto. La scena, secondo le ricostruzioni degli esperti, era riccamente ornata da colonnine, pilastri e altri elementi decorativi; l’orchestra, come nel teatro siracusano, era fornita di un passaggio sotterraneo attraverso il quale gli attori potevano sbucare in scena “dal nulla”, sorprendendo il pubblico.

I lavori di costruzione del grande tempio dorico cominciarono nell’ultimo trentennio del V secolo a.C. La struttura, presumibilmente progettata da un architetto greco, si presenta incompleta: è infatti priva della cella interna e del tetto, oltre che delle rifiniture accessorie. Non si conosce quindi la divinità alla quale il tempio sarebbe stato dedicato, così come, allo stato attuale delle ricerche, non si è riusciti a formulare teorie certe sulla natura del suo peculiare aspetto. Secondo alcuni studiosi, la sua incompletezza sarebbe “voluta”, in quanto riconducibile ad un particolare tipo di santuario elimo. Diversi elementi smentirebbero tale possibilità, accreditando invece l’ipotesi che si tratti di un tempio greco in piena regola e che la sua costruzione sia stata interrotta per motivi bellici. Il periodo di inizio dei lavori, infatti, coincide con la lunga e tormentata stagione di guerre che impegnò Segesta contro la città rivale.

Quello di Segesta è un tempio “esastilo”(ovvero con sei colonne per ognuno dei lati corti) con quattordici colonne su ogni lato lungo, per un totale di trentasei imponenti colonne dell’altezza di dieci metri. Il colonnato della peristasi, perfettamente conservato, si presenta nella sua interezza, ed è completo di trabeazione (architrave, fregio e cornice). Il tetto e la cella interna sono mancanti, le colonne non sono scanalate; sul crepidoma (la piattaforma su cui poggia la costruzione) si notano ancora le “bugne”, ovvero le protuberanze che venivano apposte per proteggere il blocco durante la messa in opera e che sarebbero state poi eliminate in fase di rifinitura.

Tali dettagli hanno avvalorato la tesi secondo cui l’edificio era destinato ad essere completato, tanto più che, interrate all’interno, sono state ritrovate tracce di un abbozzo della cella. Gli scavi hanno portato alla luce anche resti di costruzioni precedenti: ciò ha fatto pensare che il tempio si ponesse in soluzione di continuità con un luogo di culto ancora più antico.

Donatella Pezzino

Fonti:

  • Wikipedia
  • Vincenzo Tusa, Segesta, Palermo, Sellerio, 1991
  • Margaret Guido, Guida Archeologica della Sicilia, Palermo, Sellerio, 2000
  • Moses J.Finley, Storia della Sicilia antica, Roma-Bari, Laterza, 2009

Foto:

1 – Alessandro Pezzato da Flickr

2 – Ecolalia da Flickr

3 – Angel TO da Flickr

4 – Luca Pradella da Flickr

5 – Ecolalia da Flickr

6 – Alessio da Flickr

7 – Valter Manetta da Flickr

8 – Mingo Hagen da Flickr

9 – Bjs da Wikipedia

Sperduti nel buio, il grande scomparso

Roma, 1943. Una pattuglia di soldati tedeschi agli ordini del tenente Van Daalen fa irruzione nei locali del Centro Sperimentale di Cinematografia e porta via quasi tutto il materiale custodito negli archivi. Nel bottino, un patrimonio di grandissimo valore culturale e artistico: la Cineteca, infatti, conservava pellicole di varie epoche, alcune delle quali rarissime. Fra queste, il capolavoro del muto Sperduti nel buio (1914), nell’unico esemplare ad oggi conosciuto.

Basato sull’omonimo dramma teatrale di Roberto Bracco (1901), Sperduti nel buio porta la firma di quel genio multiforme e avanguardista che fu Nino Martoglio. Attraverso l’opera di Bracco, Martoglio tradusse il verismo letterario in immagini di intenso impatto emotivo, con intuizioni che, secondo molti critici, hanno anticipato in modo sorprendente alcuni caratteri peculiari del cinema neorealista.

Merito dello scrittore e regista catanese fu l’aver compreso che ciò che rappresentava un limite in teatro poteva diventare un punto di forza sul grande schermo. Il lavoro teatrale di Bracco, infatti, era concepito con una struttura “a blocchi” che presentava alcune inevitabili difficoltà al momento di essere messo in scena: la vicenda non procedeva fluida e continua, ma “saltava” da uno scenario all’altro, spezzando l’uniformità del tessuto narrativo. Sul palcoscenico, dove è la parola a focalizzare l’attenzione, questo impianto poteva risultare statico e di difficile comprensione; nel film, invece, dove è la sequenza di immagini a farla da padrone, esso poteva rendere la narrazione più varia e dinamica, grazie soprattutto ad un espediente tecnico di grande efficacia: il montaggio. Di grande effetto, nel caso di Sperduti nel buio, fu il cosiddetto “montaggio di contrasto” che metteva bruscamente a raffronto gli ambienti lussuosi e quelli più miseri.

Il soggetto si prestava magnificamente, fra l’altro, ai gusti del grande pubblico di quell’epoca: la gente chiedeva emozioni forti, colpi di scena, rabbia, lacrime. Il sottotitolo del dramma di Bracco era già un manifesto di questa tendenza: “Gente che gode, gente che soffre”. Paolina, la protagonista, è il trait d’union di due mondi opposti, quello dei reietti e quello dell’opulenza. Figlia illegittima del Duca di Vallenza, la ragazza vive nei bassifondi una vita di stenti e di umiliazioni, a cui il suo nobile padre cerca di sottrarla quando, ormai anziano e malato, decide di riparare agli errori del passato e di lasciarla erede di tutti i suoi beni. Glielo impedisce la sua amante, Livia, una donna avida e malvagia, che riesce con l’inganno ad appropriarsi di ogni cosa. Paolina, nel frattempo, incontra Nunzio, un suonatore cieco, con cui finisce per condividere la vita e il destino.

Allo scopo di conservare la carica espressiva della finzione scenica, Martoglio selezionò i suoi attori fra i migliori talenti tragici dell’epoca: Virginia Balistrieri e Giovanni Grasso per le parti di Paolina e di Nunzio, nonché Maria Carmi e Dillo Lombardi (che l’anno dopo scelse come protagonisti del suo Teresa Raquin) quali interpreti di Livia e del duca. La forte personalità di Grasso e della Balistrieri diede alla vicenda – che nasceva ambientata a Napoli – una forte impronta di sicilianità.

Il film riscosse un buon successo – nonostante le difficoltà nella distribuzione dovute allo scoppio della guerra – ed ebbe fra i suoi estimatori lo stesso Roberto Bracco, inizialmente mal disposto verso il cinema e verso una trasposizione che avrebbe potuto snaturare il valore artistico della sua opera. Per assicurarsi che i caratteri originari del dramma non venissero alterati, Bracco collaborò personalmente con Martoglio alla preparazione della sceneggiatura. Negli anni Trenta, la pellicola cominciò ad attirare l’interesse degli studiosi, colpiti dalla sua evidenza documentaria e dalla sua atmosfera altamente drammatica.

Nonostante i ripetuti tentativi di recupero, di Sperduti nel buio e delle altre pellicole trafugate, ancora oggi, non c’è traccia. Dopo l’incursione di Van Daalen al Centro, si sa solo che il materiale è arrivato in Germania. Secondo alcune fonti, potrebbe essere stato rubato dai Russi e distrutto da un incendio nel corso delle operazioni di trasferimento. Secondo altre notizie, le pellicole sarebbero andate perdute nella devastazione del deposito di Stapen, dove erano state immagazzinate. Certo è che – se escludiamo l’ipotesi che siano in casa di qualche collezionista – non è difficile che un materiale come la pellicola, delicato e altamente infiammabile, possa, trattato senza le dovute cautele, essersi deteriorato irrimediabilmente durante gli spostamenti.

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Di Sperduti nel buio ci restano oggi la sceneggiatura originale e alcune fotografie, che il Centro Sperimentale di Cinematografia ha raccolto e pubblicato nel 1987 in un unico volume, in omaggio ad uno dei più preziosi gioielli della storia del nostro cinema.

Donatella Pezzino

Fonti:
– Wikipedia
Sperduti nel buio, a cura di Alfredo Barbina, Torino, Nuova ERI – Edizioni Rai, 1987.

Foto:

1 – 2 – 8 : Paolina e Nunzio (Virginia Balistrieri e Giovanni Grasso).

3:    Livia e il duca (Maria Carmi e Dillo Lombardi).

4:   Il duca abbandona Paolina e sua madre  (Vittoria Moneta, Dillo Lombardi e la bimba che impersona Paolina da piccola).

5: Primavera 1914, (da sin.) Giovanni Grasso, Maria Carmi. Dillo Lombardi, il regista Nino Martoglio, l’autore Roberto Bracco, Virginia Balistrieri a Napoli durante una pausa della lavorazione di Sperduti nel buio.

6: La locandina con l’annuncio dell’uscita del film.

7: Paolina (Virginia Balistrieri) in una scena del film.

Foto dal volume Sperduti nel buio, a cura di Alfredo Barbina, Torino, Nuova ERI – Edizioni Rai, 1987, ad eccezione delle foto 4 – 5 – 8, tratte da Wikipedia.

Scavi archeologici a Francavilla di Sicilia

Prosegue la campagna di scavo che vede protagonista Francavilla di Sicilia, sito ubicato nella fertile Valle dell’ Alcantara, sul pendio settentrionale dell’Etna a circa 20 km dalla più antica colonia greca, Naxos. Il 16 ottobre scorso, l’equipe del Dr. Kristian Göransson si è nuovamente recata sul posto per una nuova fase del progetto, nato nel 2015 dalla collaborazione fra l’Istituto Svedese di Studi Classici a Roma, il Parco Archeologico di Naxos e il Comune di Francavilla. In questa impresa Göransson, direttore dell’Istituto, si avvale del prezioso supporto degli archeologi svedesi Dott. Henrik Boman e Dott.ssa Monica Nilsson, di alcuni studenti e di alcuni esperti della British School at Rome.

Risalgono al 1979 i primissimi scavi archeologici effettuati a Francavilla quando, all’interno di un santuario arcaico dedicato a Demetra e Persefone, furono portate alla luce alcune terracotte (pinakes) di tipo locrese. Fra gli anni Ottanta e i primi anni del 2000, l’attività di scavo ha interessato l’area in modo saltuario, e per lo più durante la costruzione di edifici o strade; solo a partire dal 2003, in seguito all’espropriazione del terreno privato su cui si trova il sito, l’Assessorato Regionale dei Beni Culturali ha cominciato ad effettuare ricerche più organizzate e sistematiche. Si è giunti quindi al 2015, anno in cui l’Istituto Svedese di Studi Classici di Roma ha ottenuto l’autorizzazione ad uno scavo quadriennale.

Il sito oggetto degli scavi include una zona nei pressi di Palazzo Cagnone, edificio settecentesco di proprietà del Comune, a nord dell’area scavata nel 2003-2004. “Scopo principale dell’indagine dell’Istituto Svedese di Studi Classici” scrive Göransson “è fare luce sulla relazione del sito con la città di Naxos al momento della sua fondazione e, in una fase successiva, sull’ eventuale identificazione di Francavilla con Kallipolis, città a oggi non localizzata a cui Strabone fa cenno come subcolonia di Naxos. Il progetto mira anche allo studio delle relazioni tra la costa e le aree interne della zona e a chiarire l’influenza culturale dei Greci sull’ entroterra, in particolare la valle di Alcantara e la zona circostante Francavilla, in epoca arcaica e classica.”

L’identificazione certa di questo sito darebbe luogo ad una scoperta sensazionale: Kallipolis, infatti, non è mai stata individuata, e nulla si sa della sua storia se non che fu fondata nel VII secolo a. C. da coloni calcidesi della vicina Naxos e probabilmente distrutta dal tiranno di Siracusa Dionisio I nel 403 a.C.

Un’accurata indagine geofisica preliminare ha rivelato la presenza di resti archeologici ad una profondità di quasi 2 metri; in più, ha appurato che nella parte sud dell’area non esistono costruzioni di poca posteriore all’ antichità, cosa che agevola notevolmente i lavori di scavo. Negli ultimi mesi del 2016 è quindi iniziata la rimozione del terriccio con scavatrici e bobcat, subito seguita dallo scavo a mano.

Questa prima fase ha portato alla scoperta di reperti databili al IV secolo a.C. e di una zona fittamente pavimentata che si dirige verso nord. “Questa superficie” afferma Göransson “ è di difficile interpretazione, in quanto non sembra essere un pavimento né essere dovuta a un crollo.” Tali rinvenimenti confermerebbero la presenza in loco di un complesso di edifici antichi.

Per la conservazione e l’esposizione di tutti i reperti ritrovati dal 1979, è in allestimento la nuova sede museale del vicino Palazzo Cagnone. Attualmente, una parte dei pezzi è conservata al Museo siracusano “Paolo Orsi” ; il resto si trova a Francavilla, nel piccolo antiquarium di via Liguria.

Donatella Pezzino

Immagine 1 da  http://www.siciliafelix.it  

Immagine 2 da  https://www.gazzettinonline.it

Fonti:

 

 

Centuripe

Sito a 65 km da Enna, l’abitato di Centuripe è arroccato su una formazione montuosa, a 733 metri sul livello del mare: dalla sua particolare posizione è possibile scorgere il versante occidentale dell’Etna, la valle del Simeto e parte della Piana di Catania. Di origine antichissima, la città è sorta su un nucleo preistorico, formatosi con molta probabilità durante il Paleolitico; le prime tracce certe di insediamenti umani, però, risalgono al Neolitico, e sono state rinvenute in terreni fertili prossimi al corso del Simeto e del Dittaino, vie di comunicazione oltre che fonti di approvvigionamento idrico. Fra i documenti più notevoli databili a quest’epoca, le pitture rupestri ritrovate in contrada Picone, 400 metri a ovest del Simeto.

Nell’età del ferro, forse per motivi difensivi, gli indigeni della zona tendono ad allontanarsi dal corso dei fiumi e a stabilirsi sule alture, dove si crea una rete di villaggi. Su questa situazione si innesta nel VIII secolo a.C. la colonizzazione greca, che trasforma il posto da comunità di villaggio prevalentemente agricola a vero e proprio centro urbano. L’arrivo dei coloni greci, infatti, porta ad un forte aumento del valore degli scambi e al conseguente rafforzamento delle élites indigene. Tra Siculi e Greci si sviluppa un peculiare progresso di integrazione che dà vita ad una cultura unica nel suo genere. L’ellenizzazione degli indigeni di Centuripe coinvolge progressivamente ogni settore, dal modo di vivere al gusto artistico. Massima espressione di quest’ultimo sono le ceramiche, che alimentano una produzione fiorente con forme e cromatismi molto particolari.

Distintivo della cultura di Centuripe nel periodo classico è il Lekanis, un vaso policromo biansato composto da una coppa bassa e da un coperchio, con piede ad anello ed estrosi decori, sia scolpiti che dipinti; dal III secolo a.C. si aggiungono a questa produzione anche le caratteristiche statuette fittili che hanno meritato a Centuripe l’appellativo di “Tanagra della Sicilia”. Queste figurine, riproducenti soprattutto eroi, dei, danzatrici e animali, colpiscono per la grazia dell’espressione, la morbidezza della modellatura e la vivacità del movimento.

L’ellenizzazione della città divenne totale a partire dal IV secolo a.C, quando Timoleonte, cacciato il tiranno Nicodemo e deportata l’intera popolazione, vi installò nuovi coloni. Il controllo di Centuripe rappresentava un vantaggio estremamente importante dal punto di vista militare, data la posizione strategica del sito.

Bust of a Woman (Greek, Centuripe, Sicily, 300-200 BC)

Durante la prima guerra punica (264-241 a.C.), Centuripe si sottomise spontaneamente ai Romani, che le elargirono diversi privilegi. Dichiarata città libera, fu esentata da qualunque tassa, e conobbe da questo momento un grandissimo sviluppo, diventando una delle più importanti e ricche città romane della Sicilia. La città ebbe un’ascesa ancor più eclatante dopo la sua distruzione, avvenuta nel 35 a.C. ad opera di Sesto Pompeo. Ottaviano, a cui i centuripini erano sempre rimasti fedeli, la fece ricostruire e le assegnò la cittadinanza romana.

In età imperiale, la potenza di Centuripe arrivò alla sua massima espansione: la grande quantità di vasellame e gli imponenti resti monumentali di questo periodo ne attestano non solo la ricchezza, ma anche un ruolo politico di prestigio. Un articolo di Rosario Patanè, pubblicato su La Sicilia di qualche anno fa, attribuisce ad un’importante famiglia senatoria di origine locale la massiccia presenza in loco di grandiosi edifici pubblici, dimore sontuose e mausolei come il Castello di Corradino, nato in età imperiale come edificio funerario e utilizzato poi da Corradino di Svevia come fortezza. Altri monumenti degni di nota sono il Tempio degli Augustali (I-II secolo), che si affacciava su una via colonnata, e un Ninfeo in Contrada Bagni, di cui rimangono una parete a nicchie, parti di un acquedotto e resti di una vasca di raccolta.

In età medievale, Centuripe subì ripetuti assedi che ne causarono il declino. L’abitato venne devastato e definitivamente distrutto dagli angioini (XIII sec.); il sito restò disabitato fino al XV secolo, quando cominciò a ripopolarsi con alcune famiglie scampate al terremoto e all’eruzione che avevano colpito i dintorni di Catania. Rifondata alla metà del Cinquecento con il nome di Centorbi, la città divenne feudo dei Moncada.

Nel Settecento, le sue imponenti rovine di età romana incantarono artisti di tutto il mondo come il pittore Jean Houel, e mecenati come il principe catanese Ignazio Paternò Castello di Biscari, che iniziò a sue spese le prime campagne di scavo a Centuripe, Castrogiovanni e Camarina. Il Biscari raccolse poi i reperti rinvenuti in queste zone in un ricco museo, allestito in un’ala del suo palazzo di Catania. Gli scavi intrapresi negli anni successivi hanno portato al rinvenimento di una quantità impressionante di altri reperti: parte di questo patrimonio è oggi custodito al Museo Regionale di Centuripe e in altre sedi museali siciliane (Palermo, Siracusa). Alcuni reperti vengono ospitati all’estero, in grandi strutture come il British Museum e il Metropolitan Museum of Art di New York.

Donatella Pezzino

Fonti

  • Wikipedia
  • Salvatore Rosano, Centuripe. Passato e presente di un’antica città, Oristano, S’Alvure Editore, 1996.
  • Rosario Patanè, Centuripe dalla preistoria alla distruzione medievale, in AA.VV. Studi, Ricerche, Restauri per la Tutela del Patrimonio Culturale Ennese, a cura di Salvatore Lo Pinzino, Palermo, Regione Siciliana, Assessorato dei Beni Culturali e dell’Identità Siciliana, Dipartimento dei Beni Culturali e dell’Identità Siciliana, 2012, pp.183-203.
  • Giacomo Biondi, Le pitture rupestri del “Riparo Cassataro”, in Contrada Picone, nel territorio di Centuripe, da Scavi e Ricerche a Centuripe, a cura di G.Rizza, 2002.

Immagine 1 – Lekanis centuripino,  (ep. 250÷300 a.C.) al Metropolitan Museum of Art, NY( foto da Wikipedia (Di I, Sailko, CC BY-SA 3.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=11723812)

Immagine 2 – Etna vista dal castello di Carcaci da Wikipedia (Di Archenzo – Opera propria, CC BY-SA 3.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=2276107)

Immagine 3 – Lekanis centuripino al museo di Düsseldorf, da Wikipedia (Di DerHexer – Opera propria, CC BY-SA 3.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=11505702)

Immagine 4 – Statuetta fittile di danzatrice, II sec. a.C. da Wikipedia (Di I, Sailko, CC BY-SA 3.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=11803966)

Immagine 5 –  Busto di donna conservato al Getty Villa Museum, Los Angeles, da Wikipedia  (Di Dave & Margie Hill / Kleerup from Centennial, CO, USA – Getty Villa – CollectionUploaded by Marcus Cyron, CC BY-SA 2.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=30179117)

Immagine 6 – Terme romane di età imperiale di contrada Bagni da Wikipedia (Di Nicolò Fiorenza – Nicolò Fiorenza, Pubblico dominio, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=31812037)

Immagine 7 – Mausoleo Romano detto Castello di Corradino, da Wikipedia (Di Caillebotte.G. – Opera propria, CC BY 3.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=8015530)

Immagine 8 – Una sala del Museo Archeologico Regionale di Centuripe, foto da http://sacenturipe.altervista.org/blog/?p=599

Villa Cerami

Villa Cerami, oggi sede della Facoltà di Giurisprudenza di Catania, è una delle dimore antiche più belle e sontuose del capoluogo etneo. Situata alla fine della suggestiva via Crociferi, in una posizione stupenda dal punto di vista storico e panoramico, fu costruita pochi anni dopo il catastrofico terremoto del 1693 sullo “sperone del Penninello”, accanto agli antichi quartieri di Montevergine e Santa Marta; da lì si dominava tutta la città e, cosa ancora più interessante, le antiche rovine di epoca romana. Sembra che il primo proprietario sia stato addirittura il duca di Camastra, personaggio di primo piano nella ricostruzione catanese post-terremoto. Camastra avrebbe poi venduta la villa al duca di San Donato.

L’edificio prende il nome dalla famiglia dei principi Rosso di Cerami, che nei primi decenni del Settecento lo acquistarono dagli eredi del San Donato e lo sottoposero a lavori di ampliamento e abbellimento. Così come lo vediamo oggi, il complesso è la risultante della stratificazione di diversi stili: dal barocco iniziale (evidente soprattutto nello scalone esterno e nel portale d’ingresso, forse opere di Giovan Battista Vaccarini) al neoclassico, fino ai rimaneggiamenti tardo-ottocenteschi del milanese Carlo Sada, uno degli architetti “alla moda” della Catania Liberty.

Completamente immersa in un giardino caratterizzato da una straordinaria varietà di specie vegetali, la villa è ancora oggi un piccolo polmone verde nel cuore del centro cittadino.

Tra i suoi angoli più suggestivi, la grande terrazza dalla quale si può godere di una stupefacente vista sulla città e sul mare. Nel 1881 la villa ospitò re Umberto e la regina Margherita: in loro onore si diede un ricevimento con un ballo, riconvertendo allo scopo una sala adibita a cappella (oggi, l’Aula Magna della Facoltà). Per l’occasione, il grande affresco di Olivio Sozzi sulla volta – raffigurante un soggetto religioso – fu coperto con una cappa di gesso, sulla quale venne riprodotta l'”Aurora” di Guido Reni.

Agli inizi del Novecento cominciò per Villa Cerami un progressivo degrado. Negli anni Trenta, alcuni locali della villa furono occupati da un istituto scolastico: i preziosi arredi ne furono irreparabilmente danneggiati e molte inestimabili opere d’arte andarono perdute. Agli inizi degli anni ’50, una parte del giardino fu alienata e vi fu costruito un edificio a più piani. Nel 1957, l’intero complesso fu acquistato dall’Università di Catania che ne iniziò il restauro. Molte delle sue parti sono state conservate e sistemate, altre sono state modificate: tra le opere rimaste c’è lo scalone interno a due rampe realizzato dal Sada.

E’ interessante notare come, a dispetto delle modifiche che ne hanno stravolto l’aspetto originario, l’esterno e gli ambienti interni riescano ancora a mantenere intatta l’atmosfera di lusso e di sontuosità.

Tracce dell’antica maestosità sopravvivono, in particolare, nella bellezza del portale d’ingresso, nel quale l’abbondanza di fregi e decori culmina nel grandioso stemma della casata Rosso sulla sommità.

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Donatella Pezzino

Tutte le foto sono dell’autrice.

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