Letteria Montoro

Letteria Montoro nacque a Messina il 19 aprile del 1825.

Diverse fonti coeve ne lodarono la fine bellezza e la spiccata intelligenza; ma Letteria fu anche una donna politicamente impegnata, liberale convinta e dotata di una personalità forte, combattiva e spesso ribelle, caratteri che mal si accordavano al contesto culturale e sociale – fortemente maschilista – nel quale viveva. Così recitava il testo dell’epitaffio posto sulla sua tomba al cimitero monumentale di Messina:

Qui per volere del Comune/ l’ala dell’oblio non graverà sulle ceneri/ di LETTERIA MONTORO/ che l’anima forte ed eletta/ trasfuse in versi soavii ed in prose eleganti/ donna di spiriti liberali/ confortò i fratelli che combattevano/ per la redenzione d’Italia/ li seguì nell’esilio/ e ad essi tornati in patria/ sacrificò cristianamente la vita/ mirabile esempio di fraterno affetto!/ 19 aprile 1825 – 1 agosto 1893

Oggi questo epitaffio non esiste più: la lapide che lo conteneva, infatti, è andata distrutta durante il terremoto del 1908. Ma anche la memoria di Letteria ha subito un triste destino: caduta progressivamente nell’oblio dopo la sua morte, la poetessa è oggi quasi completamente dimenticata ed è solo grazie all’impegno di studiose come Daniela Bombara se abbiamo la possibilità di riscoprirla.

Figlia di un esule per motivi politici, la giovane Letteria partecipò attivamente ai grandi eventi risorgimentali: durante i moti del 1848 collaborò con il settimanale “L’aquila siciliana” e fornì il suo sostegno ai patrioti che combattevano in prima linea. Dopo la conclusione dei moti, scelse volontariamente di seguire i suoi fratelli nell’esilio. Questa scelta non era dettata solo da motivi di generosità, affetto o coerenza morale: in quell’epoca, infatti, la donna esule svolgeva spesso una preziosa opera di mediazione tra i proscritti politici e le istituzioni governative. E’ quindi probabile che Letteria abbia approfittato del confinamento per proseguire la sua attività in favore dei patrioti.

Tornata a Messina, si assunse l’impegno di curare da sola la sua numerosa famiglia sollevando suo fratello sacerdote da diversi compiti gravosi; nonostante ciò, riuscì anche a dedicarsi alla scrittura. Dal 1850 cominciò a pubblicare poesie, romanzi e novelle, scritti nei quali trasfondeva i moti del suo animo e le tracce della sua vicenda autobiografica e che riscossero un immediato successo di pubblico e critica.

Articolate in un’ampia varietà di generi – civile, patriottico, lirico, d’occasione –  le poesie di Letteria destarono interesse soprattutto per la loro forte impronta leopardiana: in esse, la giovane letterata messinese cercò di unire le sue spiccate attitudini speculative ad uno struggente lirismo, con frequenti richiami al lessico e alle tematiche tipiche di Leopardi. Tuttavia, il suo contatto con il pensiero leopardiano restò perlopiù limitato alla visione del dolore come elemento costitutivo della vicenda umana, un tratto che ella sentì in forte sintonia col proprio vissuto e col proprio sentire. In lei, però, questo dolore trova una via d’uscita nella fede religiosa e nella convinzione dell’esistenza dell’anima, mentre le restano estranei il concetto di “natura matrigna” e il laicismo. “Il pensiero dell’anima”(1885), una delle poesie più famose e apprezzate della Montoro, costituisce sicuramente la cifra più rappresentativa di questo suo “leopardismo minore”. Eccone uno stralcio :

O peregrina idea

Ove ti aggiri e celi

Lungi dal guardo mio! Qual erma sede

Solo per te creata,

O quale avventurata

Dell’immenso universo ascosa parte

Di tua presenza bei?

Dimmi se vera è tua sostanza in questo

Moto eterno dell’essere infinito,

O vagheggiata invano dal pensiero

Ognor tu fosti e sei. Qual nell’umana

O celeste famiglia,

Qual beltade alla tua si rassomiglia?

Nonostante la saltuarietà con la quale Letteria, assorbita dagli impegni domestici, potè dedicarsi all’attività letteraria, contemporanei del calibro di Giuseppe Pitrè tributarono ai suoi versi un’altissima considerazione, tanto da affiancarli alle opere di altre sue grandi conterranee quali Mariannina Coffa, Giuseppina Turrisi Colonna, Rosina Muzio Salvo e Concettina Ramondetta Fileti.

Fra i suoi scritti in prosa, fu particolarmente apprezzato il romanzo storico “Maria Landini”: considerato la sua opera maggiore, è ricco di spunti autobiografici, a cominciare dal carattere della protagonista. “L’autrice” scrive Daniela Bombara “propone qui un’eroina fascinosa e combattiva, che cerca di affermare la propria volontà e libertà di scelta in un contesto sociale degradato, corrotto e violento.” In questo lavoro, Letteria sfrutta gli strumenti del romanzo “misto di storia e di invenzione” per dar vita ad una vicenda avvincente e scorrevole mostrando, allo stesso tempo, la reale condizione della Sicilia del suo tempo: vi risalta la marginalità culturale e sociale dell’isola rispetto al resto d’Europa nonostante i tanti fermenti culturali e artistici, ma soprattutto la condizione femminile vista da una singolare angolazione, quella di una donna – Letteria, appunto –  soffocata da un ambiente misogino e restrittivo, che non le perdonava il fatto di non essere sposata e di aver preteso di fare della scrittura uno strumento di emancipazione e di legittimazione sociale.

Dopo l’Unità d’Italia, Letteria vide pubblicati i suoi scritti sul periodico genovese “La Donna”; collaborò inoltre alla Strenna femminile dell’Associazione filantropica delle Dame Italiane (1861), alla raccolta Poesie di illustri italiani contemporanei (1865), alla Strenna veneziana (1866) e al volume Candia, pubblicato a cura del Comitato Italo-Ellenico di Messina (1868). Nel 1865 fu l’unica poetessa messinese chiamata a commemorare il centenario di Dante: in questo evento, la città di Messina riunì i migliori intelletti della città fra letterati e docenti universitari. Per l’occasione, Letteria scrisse un componimento intitolato Pel centenario di Dante Alighieri, sostenendo la tradizionale immagine risorgimentale del Dante prefiguratore dell’Unità d’Italia. Morì nel 1893.

Donatella Pezzino

Immagine: un ritratto di Letteria Montoro tratto dal sito http://www.enciclopediadelledonne.it

Fonti:

  • Daniela Bombara, Ripensamento della tradizione e approdo alle idealità romantiche nella Sicilia di primo Ottocento: vita e opere di tre letterate ribelli, in Quaestiones Romanicae, III/2, Università di Timisoara, 2015, pp.400-412.
  • http://www.enciclopediadelledonne.it/biografie/letteria-montoro/
  • Daniela Bombara, Al margine dei margini: ribellione, esperienza del dolore e denuncia sociale in Letteria Montoro, donna siciliana e scrittrice del romanticismo, nstitucional.us.es/revistas/Culturas/20/HTML/13_Bombara_daniela.html
  • Rita Verdirame, Narratrici e lettrici (1850-1950). Le letture della nonna da Contessa Lara a Luciana Peverelli, Padova, Libreria Universitaria, 2009.
  • https://www.yumpu.com/it/document/view/14946143/poesie-di-illustri-italiani-contemporanei-scelte-e-ordinate/159
  • Montoro, L., Maria Landini. Romanzo, Palermo, Clamis e Roberti, 1850.
  • Montoro, L., “Il pensiero dell’anima”. Francesco Guardione ed. Antologia poetica siciliana del secolo XIX , con proemio e note, Palermo, Tempo, 1885, pp. 333-336.
  • Montoro, L., Sul sepolcro del sacerdote Francesco Montoro, sua sorella Letteria., Messina, Tip. del Progresso, 1886.
  • Sulla tomba della Chiarissima Mariannina Coffa poetessa notina. Versi sciolti letti nell’Accademia radunanza straordinaria del 6 aprile 1878 nel Gabinetto Letterario Ibla Erea di Ragusa, Palermo, Virzì, 1878
Annunci

Poesie di Jolanda Insana

jolanda-insana

Jolanda Insana è nata a Messina il 18 maggio del 1937. Laureatasi nella sua città d’origine con una tesi sulla letteratura greca, venne scoperta da Giovanni Raboni nel 1977, quando pubblicò la silloge “Sciarra amara” nella collana da lui diretta “Quaderno collettivo della Fenice”. Della sua poesia, Giuseppe Lo Castro ha scritto: “Al fondo la poesia di Insana mette in scena sentimenti viscerali di rabbia, di protesta,di invettiva prima che denuncia. La poesia non può essere in questo senso olimpica conciliazione col mondo, non elegge parole avvolgenti, ma forza le parole per costringerle a esprimere l’urgenza del dire.” Potente e lacerante, la parola di Jolanda si fa urlo per dar voce ad una ferita profonda che non può guarire perché radicata nell’atto stesso dell’esistere.

Alla sua attività poetica, la Insana ha sempre affiancato un intenso lavoro di traduttrice: ha tradotto autori classici come Saffo, Euripide, Callimaco, Ipponatte, Anacreonte, Lucrezio e Marziale, oltre al medievista Andrea Cappellano. A lei si devono le trasposizioni in versi di alcune opere di Ahmad Shawqi e Aleksandr Tvardovskij.

Fra le numerose raccolte poetiche di Jolanda Insana spiccano Sciarra amara (1977), Fendenti fonici (1982), La clausura (1987), Medicina carnale (1994), La stortura (2002) vincitrice del premio Viareggio per la poesia, Frammenti di un oratorio per il centenario del terremoto di Messina (2009) e Turbativa d’incanto (2012). E’ morta a Roma il 27 ottobre 2016.

Donatella Pezzino

 

Da “Sciarra amara”

Pupara sono

e faccio teatrino con due soli pupi

lei e lei

lei si chiama vita

lei si chiama morte

la prima lei per così dire ha i coglioni

la seconda è una fessicella

e quando avviene che compenetrazione succede

la vita muore addirittura di piacere

***

Da “L’erba in bocca”

faccio finta che è così
per lasciarmi isnervata prendere a tradimento
nel mare più salato e dolce dove voluta e mai posseduta
entro ma m’impiglio troppo a riva e dunque rientro
nelle valve conchiavate e più non mi sconchiglio

***

La parabola del cuore

vedo nel vuoto dove piove chiara salute e mi svuoto del superfluo
di presenze specchiandomi nella palla di cristallo
il tumulto è grande e non mi lasciano uscire
ma per chi parte reggono i muri e si fanno più arditi
ardendo in spazi più spazi
nel vuoto più vuoto dei trenta metri quadrati
serrati dalle grate

rinchiavardo l’unica porta e così è impossibile rientrare
a scaldare i lunghissimi piedi dalle belle dita irregolari
dentro il camino
e vedere quanto resiste e dura la camera di combustione
rinfocolata con l’arte che sai
e mi dispiace per te

sono qui e dici no all’abbraccio ammagatore
perché non vuoi che si veda quanto poco si ragguaglia la misura
ma io posso testimoniare che non fu illusione e la vista
durò aguzza per due notti
poi la visione per più di un mese e ora nell’addiaccio
l’estasi perde in levatura e stramazza in stasi

si prega di non abbandonare rifiuti
si legge sul sentiero che dalla spiaggia porta alla tua quarta casa
covo di cazzarne e straglio
bastardo e randa

l’empito per entrambi è rimesso in discussione
e la prima volta è sempre l’ultima
ma se esce pari vinco
e se esce dispari perdi

non riesco a riacciuffare il tuttocorpo effuso
dalla clausura della parlata monca e nel rintocco
del sangue il lutto è defraudato
ma quando dico di queste cose è di un’altra che parlo
di un’altra che finge di non parlare

so che per la consuetudine che hai di scozzare contro scogli
meno di un sughero pesi l’asino del sogno
al riparo di naufragi e dunque aspetto che la vela
approdi a riva perché calato il vento me ne torni alla mia stiva
fermamente risoluta a non tirare corde

offesa non ho che contemplarmi nella prima fenditura
riascoltando l’eco dell’ultima domanda
– io ti ho dato questa clausura e tu cosa puoi darmi tu? (…)

( da “La Clausura”)

***

Medicina Carnale

decisa a partire senza libro
medicina carnale
della mente e del corpo bellissima mai
mai a nessuno donata
la prenotazione era cancellata e ricciuto
capitano occhiverdi imbarcava acqua insana
mentre Citera mandava lampi

non era il caso
di nuotare nel tormentamento per devoti

non siamo osservanti in nulla stando sulla porta
della moschea nella città murata
e qui c’è l’agrume desto in frutti e zagara
nato in terreno grasso da caldo vento ventilato

in che senso la doppia immagine fotografata
nello specchio sopra la fontanella per i piedi?

l’acqua ha profumo di limone e ne usiamo la bellezza
pure sapendo che le promesse finiscono in pioggia

e ci fermiamo sotto linde finestre
davanti a portoncini ad ante cordate
e non fu necessario riprendere i fili
avendo capito che perisce ogni cosa creata
pure davanti alla trireme cicladica
incisa sulla roccia di Lindos

l’assenza è devotamente donata in bocca al lupo

e scendemmo al porticciolo di san Paolo
chiostrato dalla muraglia marina
e si fece da sé e da sé si diede nuovo nome
la schiena contornata d’azzurro
e vidi che bisognava pensare dentro e in proprio
impugnando la torcia

Bello avere un mantello di cielo
andando con i piedi a terra

mai viste olive concave con l’osso piegato
e la pelle piagata
cremìdi è la parola dell’estate
la cipolla e l’insalata
e ripresi il flauto e la spada e rimasi esitante
di fronte al pane appaiato sulla tovaglia

passando poi per la via dei cavalieri
odòs ippodòn
tornai all’agorà di tutti i giorni

così per la prima volta fotografai mulini a vento

***

Non c’è tempo

troppo cauta cerco il varco nella strettoia del momento
e sembra che tutto avvenga lentamente perchè di scatto
mi levo
e metto mano al fuoco volendo risentire la storia
delle due pietre e della scintilla che apre la pupilla
al seduttore di fantasmi canforati e lo rianima
e lo seduce alla vita

a calda forza precipita la ripida assenza
e poichè mi costringo a riceverla come dono
ho deciso di mettermi a tavola prima del suo ritorno
e scontando al meglio la mia parte
racconto dell’inferno come un angelo per riconquistarmi
la quotidiana porzioni di sete

l’anima corporale si fa azzurra
per andare incontro a un’altra azzurra
assaporando l’aria dove l’ombra è scancellata
e il desiderio ricucito per tentazione solare
così con le molte dissimiglianze visibili fanno modo
alla stretta rassomiglianza e l’eroe che incalzò
e mise alle strette il nemico
incespica sulle pietre del ritorno
incalzato dal fantasma che aveva disossato

esce dal banchetto di tutti i sensi con la mente limpida
e non può maledire o non può più
perchè ha veduto che di passione si muore o si rinasce

Ho le radici proprio qui beate nell’abisso di passione
e sono disgiunte e separate
e il pesco non saprà mai il sapore della pesca
né io posso chiamare beata l’anima che non sa il nome
atterrita da troppo fuoco
ed è acerbamente risaputo che è festa di spegnimento
senza botto
per i luoghi disastrati della terra

non rompe le nevi non sprezza le piogge né il vento
e s’avventa occhi e cuore in fiamma sul corpo
robusto disprezzatore di maneggi
e non arresta il corso
seguace di falsa apparenza sperde quello che ha
e fluisce lasciando traccia di fiato
male avvaertito a procacciare né mai a godere

dianzi non ero così sbiancata e parlavo e ho mancato
quando che la zagaglia mi ha mancato
molti luoghi attraversando e in nessuno restando
e però il massimo dei lussi me lo sono goduto
disponendo tutto il mio tempo nello sforzo massimo
di stare dentro il tempo

di questa lotteria non ho manco un biglietto
e giocata dalla tentazione arriverò in tempo per l’estrazione
godimento di tutti i piaceri senza confusione
abbrancare l’inabbrancabile
e corro e predo fino alla fattoria del profeta

***

Vanno vengono

Vanno vengono vengono vanno

avanzano indietreggiano

vengono vanno vanno vengono

sommuovono il suolo

e sotto i piedi è cupo il rimbombo –

*

Respinti e pressati

sulle strade del buio mattino

scappano s’infrattano

nelle caverne di città e villaggi –

*

Vengono dai tropici e dall’equatore

da deserti savane e foreste

alture e pianure

in cerca di pastura –

vengono da guerre genocidi e carestie

da terremoti tirannie e maremoti

e in fuga vanno per terre straniere –

***

Da “Frammenti di un oratorio per il centenario del terremoto di Messina”

accurrìti accurrìti gente
me figghia me figghia
portate una scala
me figghia
’na scala ’na scala
pigghiate me figghia
accurrìti accurrìti
u focu u focu
sa mancia
viva
a fini du munnu
a fini da so vita
viniti curriti
’na scala
tièniti tièniti
figlia

*

scanto
scanto grande
e mascelle serrate
narici aperte per assecondare il respiro
strette le chiappe per darsi un contegno
molli le gambe nel sobbollimento
di terra e mare
e gli occhi aggrottati
nel boato
finita
è finita la vita
ma riprende a fiatare
disserra la bocca
si tocca la testa
con due dita si carezza le guance e trema
non sa cosa c’è dietro la porta
di lì è passata la morte

*

impazzirono
e avevano sete
e non avevano acqua
e nudi correvano
alle finestre senza vetri
al balcone franato
con gli occhi insanguinati
in pianto

***

Immagine da https://www.unina.it/

Fonti:

Gli inni sacri di Elpide

elpide

Vissuta nel V secolo, la siciliana Elpide è stata la prima poetessa latina cristiana. La città di nascita è a tutt’oggi incerta: alcune fonti parlano di lei come “Elpide da Trapani”, mentre altre riferiscono che ella nacque a Messina. Appartenente al patriziato romano legato alla corte del re ostrogoto Teodorico, Elpide fu la prima moglie del celebre filosofo Severino Boezio. Donna colta e dotata di grande sensibilità artistica, seppe imprimere alla poesia femminile cristiana un corso tutto nuovo grazie alla sua capacità di infondere al verso un caldo afflato poetico e di superare così la tradizionale freddezza dell’inno sacro. Non a caso, di lei lo studioso siciliano Biagio Pace ha scritto: “La fiamma della fede cristiana rischiara or­mai la nuova poesia”. Morta verso il 493, fu sepolta a Roma presso i “Portici Vaticani”, luogo che conferma la considerazione di cui dovette godere all’epoca come donna e come letterata. Sulla sua epigrafe si può leggere: “Dicta fui Siculae regionis alumna” (fui chiamata figlia della terra siciliana). Di lei ci sono pervenuti due inni, l'”Aurea Lux” e il “Felix per omnes”, dedicati ai santi Pietro e Paolo. Di questi due inni riporto la versione allegata al testo del “De consolatione philosophia” di Severino Boezio tradotto da Benedetto Varchi. A lei, molte fonti accreditate attribuiscono anche il celebre “Decora lux”, recitato ancora oggi in occasione della festa dei santi Pietro e Paolo; secondo alcuni studiosi, però, la paternità di questo inno è da ascriversi a Paolino d’Aquileia. Del Decora Lux riporto la traduzione italiana al testo del Liber Usualis, presente in Wikipedia.

Donatella Pezzino

***

Aurea Lux

Di bella eterna luce

E di color vermiglio, astri gemelli,

In questo dì, che le serrate porte,

Mercè di vostra gloriosa morte,

Di perdon apre ai peccator rubelli,

E terra, e Ciel riluce.

Portinajo del Cielo,

E maestro del Secol folle, e rio,

Ambidue de’ mortai giudici, e guide,

L’uno, e l’altro di voi alto s’affide;

Or che la Croce al’un rapìo

La spada il terren vela

Di supplichevol core

Clemente odi le preci, e i lacci rei,

Con quella man ricca di tal virtude

Sciolgi, che a tutti il Cielo e terra, e schiude

Tu con la tua voce l’Alme o danni, o bei

O Pietro almo pastore.

Correggi gli usi nostri,

Paolo maestro, e fa, che nostra mente

Poggi felice ale magion celesti;

Finchè la su voliam rapidi, e presti

Scevri dala rìa salma, e chiaramente

Qual’è Dio ci si mostri.

O germogli d’Oliva,

Cresciuti al paro, e di bei frutti carchi,

Deh fede, e speme, ognora ci mantenga:

Nè mai la doppia Carità si spenga,

Onde quando sarem del corpo scarchi,

Vita godiam giuliva.

Ognora a Dio si dia

Diviso in tre persone, uno in essenza

Onor, e gloria, e potestate eterna.

Egli è, che creò ‘l tutto,

E che ‘l governa

Né passò mai, né passa di lui senza

Il tempo, e così sia.

***

Felix per omnes

Angol non è del mondo

Che in questo dì di doppie palme misto

Di Pietro, e Paolo lieto non festeggi,

I quai col sangue mondo

Sacrati, che dal corpo uscìo di Cristo,

Premon di Chiesa Santa i primi seggi.

Son questi le due Olive,

E i vaghi Candelier, che in faccia a Dio

Mandan le chiare lor eterne luci

Lumiere ognora vive

Son di là su: sciolgono il laccio rio,

E per le vie del Ciel ci fanno i Duci.

Col suon di lor favella

Le porte fatte di smeraldi, e d’oro

Chiuder ponno od aprir, e le divine

Belle stanze di quella

Magion: chiave è del Ciel la lingua loro,

E le larve, oltre caccia ogni confine.

Di catene ( oh stupore!)

Mercè del Ciel Pietro vi ruppe i lacci,

Custode dell’Ovil, comun maestro,

Del bel Gregge Pastore:

Ei le sue pecorelle ai crudi impacci

Toglie dé lupi coraggioso, e destro.

Quel ch’egli in su la terra

Forte v’allaccia, sia legato ancora

Là sovra agli Altri: e là più sciolto resta

Quel, che quaggiù disserra:

Ei giudice d’ognun sedrà in quell’ora,

Che ogni piaggia arderà fiamma funesta.

Paolo va lui del paro

Maestro delle genti, e vaso eletto

Compagno nella morte, e in la Vittoria.

Ognun di splendore chiaro

Alluma e terra, e Ciel col bel suo aspetto,

Eterno del Chiesa, e Duce, e Gloria.

Ben tu, Roma felice,

Tinta del chiaro sangue ora ti godi

di due sì grandi, ed onorati Eroi,

Non ha ‘l Mondo Pendice

Che a te venga del par, non per tue lodi:

Solo per merito de’ custodi tuoi.

Dunque voi, gloriose

Alme di Pietro, e Paolo, eletti Gigli,

Dela corte del Ciel forti Campioni

Deh non ci sìen nascose

Le grazie vostre, e dai mortai perigli

Scevri n’andiam, alle del Ciel magioni.

Gloria a Dio Padre eterna,

Onor, e impero a Te, Figlio divino,

Potestà al Santo Spirito ognor si dia:

In quella alta superna

E in questa bassa fede all’uno, e trino

Nume immortal per sempre, e così sia.

***

Decora Lux

La bella luce dell’eternità irrigò
con beati raggi l’aureo giorno
che corona i Principi degli Apostoli
e (che) ai peccatori in cielo apre una libera strada.
Il Maestro del mondo e il Custode della porta celeste,
Padri di Roma e Arbitri delle Genti,
vincitore quello per (morte) di spada, questo per morte di croce,
siedono nel convivio della vita (eterna), ornati di alloro.
O beato pastore Pietro, accogli clemente
le voci dei supplici e le catene dei peccati
sciogli con la tua parola, a cui (è) attribuito il potere
di aprire alle terre il cielo (e, se) aperto, di chiuderlo.
O egregio dottore Paolo, insegna le leggi
e i nostri spiriti attira con te al cielo,
fin quando l’oscurata fede scorga il mezzodì
e la sola carità regni a somiglianza del sole.
O Roma fortunata, che sei consacrata
col glorioso sangue dei due Principi,
(e) imporporata col loro sangue:
solo per ciò sovrasti le altre bellezze del mondo.
Sia gloria eterna,
onore, potenza e giubilo alla Trinità,
che in unità ogni cosa governa
per tutti i secoli dell’eternità.
***

Immagine: il “Rilievo di Elpide” conservato al Museo Regionale di Messina, da: http://www.societamessinesedistoriapatria.it

Fonti:

Cecilia Deni

 

MI_Personaggi_CeciliaDeni-e1457467732734

Cecilia Deni nacque a di Militello in Val di Catania ( CT) nel 1872.

Fin da giovanissima si distinse per le sue spiccate doti intellettuali e per la sua delicata sensibilità poetica: con il suo primo volumetto di poesie “Primi canti” , pubblicato a soli 18 anni, Cecilia attrasse l’attenzione di Mario Rapisardi che ebbe per lei parole di elogio.  Ottenuto il diploma magistrale a Catania nel 1890, si laureò a Roma nel 1894 con il massimo dei voti in Lingua e Letteratura Italiana. Tornata in Sicilia, ottenne subito la cattedra di lettere italiane alla Regia Scuola Normale “Giuseppina Turrisi Colonna” di Catania; successivamente, dal 1916 al 1932, ebbe l’incarico di Preside della Scuola Normale “Regina Elena” di Acireale, di recente fondazione.

Alla professione di educatrice, Cecilia affiancò una fiorente attività letteraria che si espresse nella pubblicazione di numerose raccolte di poesie, nella stesura di un poema ( l'”Alberto”, 1922), in collaborazioni con giornali e riviste e in testi di critica e storia della letteratura. Fra i suoi saggi più importanti si ricordano “La donna nella poesia del Medio Evo”, “Il pessimismo nei poeti italiani precursori di Leopardi”, “Le donne del romanticismo”, “I Madrigali di Mario Tortelli”  e “I sonetti di Vittorio Alfieri”. Non mancò in lei l’interesse per la cultura e il folclore di Sicilia, soprattutto in merito ai canti popolari e alla poesia dialettale: a queste tematiche Cecilia dedicò diversi studi, che culminarono nella pubblicazione dei saggi “Canti di popolo in Sicilia” e “La poesia popolare e i poeti dialettali in Sicilia”. A questi scritti si aggiungono due raccolte di favole e la bozza manoscritta di un romanzo rimasto incompiuto.

La sua vasta e articolata cultura riscosse l’ammirazione dei contemporanei; ebbe contatti con i più grandi letterati del tempo ( Ada Negri, Verga, Capuana, Carducci, Martoglio, solo per citarne alcuni) con i quali intrattenne rapporti di amicizia e di corrispondenza.  Oltre che nell’attività di letterata, Cecilia fu molto attiva dal punto di vista umano e assistenziale: nel 1909 fu una delle fondatrici della sezione catanese dell”Unione Femminile Nazionale”, un’associazione benefica a favore dell’infanzia, della famiglia e della donna. Morì nel 1934.

La Cecilia Deni poetessa ci ha lasciato in tutto sette raccolte: la già citata Primi canti (1890), Verso l’erta (1900), Echi primaverili (1901), Idilli e Scene (1903), Idillj (1912), Patria (1916) e Liriche (1934). Composta da pensieri, prose e liriche è l’opera “Adorazione”, che Cecilia pubblicò nel 1907 in memoria del marito. Per la freschezza dello stile, la grande forza espressiva e la classicità delle forme, i suoi versi sono stati spesso accostati a quelli di Ada Negri.

Donatella Pezzino

Leggi le liriche di Cecilia Deni

Fonti:

Liriche di Cecilia Deni

MI_Personaggi_CeciliaDeni-e1457467732734

Cecilia Deni (  1872-1934), nativa di Militello in Val di Catania ( CT), fu poetessa, educatrice, saggista e grandissima oratrice. A soli 18 anni, la pubblicazione del suo volume di poesie “Primi canti” le valse il plauso di Mario Rapisardi. Ottenuto il diploma magistrale a Catania nel 1890, si laureò a Roma nel 1894 con il massimo dei voti in Lingua e Letteratura Italiana. Tornata in Sicilia, insegnò lettere italiane alla Regia Scuola Normale “Giuseppina Turrisi Colonna” di Catania; successivamente, dal 1916 al 1932, ebbe l’incarico di Preside della neo-istituita Scuola Normale “Regina Elena” di Acireale. La sua vasta e articolata cultura riscosse l’ammirazione dei contemporanei; ebbe contatti con i più grandi letterati del tempo ( Ada Negri, Verga, Capuana, Carducci, Martoglio, solo per citarne alcuni) con i quali intrattenne rapporti di amicizia e di corrispondenza. Oltre che nell’attività di letterata, Cecilia si impegnò in diverse attività benefiche a favore dell’infanzia, della famiglia e della donna. La sua ricca produzione letteraria comprende opere in versi e in prosa, saggi di critica letteraria e articoli su giornali e riviste. Per la freschezza dello stile, la grande forza espressiva e la classicità delle forme, i suoi versi sono stati spesso accostati a quelli di Ada Negri. Ho tratto le poesie che seguono dalla raccolta “Verso l’erta” che Cecilia pubblicò nel 1900 con l’editore Giannotta di Catania.

Donatella Pezzino

Leggi la biografia dettagliata

****

Foglie e speranze

Riposan nella quiete altissima del bosco

gli alberi sonnolenti, nel plenilunio mite,

si specchiano nel lago, come in un cielo fosco,

i tremolanti rami. Le foglie scolorite

 

van per l’acque vagando, simili a coppe d’oro,

con dolce ondulamento, staccante al ramo verde

della quercia superba, del faggio e dell’alloro.

E l’avido mio sguardo la debil traccia perde

 

del cammin fantastico! Io penso alle divine

speranze che del ramo fiorente di mia vita

si staccano ad ogni ora e in mar senza confine,

il funebre viaggio compion nella infinita

 

alta quiete del tempo…

***

Piazza dei Martiri

Benchè nel cielo s’asconda la luna

il mare brilla di strani bagliori,

e nella piazza, che avvolge la bruna

notte, gli spettri cospargono fiori.

 

O tu che aneli cantar la fortuna

di morte glorie e d’intrepidi amori,

o tu che sogni al chiaror della luna,

vieni a sognare qui sotto gli allori.

 

Vedrai nel sogno di giovani arditi

gli alteri petti le palle sfidare,

cader sui lembi di vecchie bandiere.

 

Che visioni di magiche sere,

che desideri di mondi infiniti,

nell’azzurrino silenzio del mare!

***

Sogni folli

Or la penna d’avorio posa stanca

sovra i nitidi fogli non vergati,

e folleggianti su la carta bianca

volano i miei pensier foschi e dorati.

 

Non può la penna mia agile e franca

vederli nelle strofe incatenati,

poiché ogni ardire, ogni vigor mi manca,

alla carezza dei miei sogni alati.

 

Così, vittoriosi prigionieri,

frangono i lacci, con disdegno audace,

e invano il core trepido sospira.

 

Ah nei sepolcri dei sonetti austeri

dormir non vonno, cercano la pace,

oltre la sfera che più larga gira!

***

Beatrice

Candide verso il limpido oriente

si distendon le nubi e il mattutino

sole, col vivo raggio adamantino,

bacia la terra di dolor fremente.

 

Solo vaga lo spirito dolente

del Vate, meditante sul destino

dell’uomo, come un sogno alto e divino,

Beatrice gli appare sorridente.

 

Ella, col dolce riso, in lui raccheta

i fieri sdegni, e in alto lo trasporta

e lo cinge d’eterno abbracciamento;

 

al canto onipossente del poeta

dell’Inferno si schiude l’altra porta,

si sgombrano le vie del firmamento.

***

Da “Verso l’Erta”, Catania, Niccolò Giannotta Editore, 1900 – reperibile per la lettura a questo link: https://www.yumpu.com/it/document/view/36420909/verso-lerta-the-university-of-chicago-library/11

Fonti:

– Santi Correnti, Donne di Sicilia, Catania, Tringale, 1990 pp.168-169.
http://www.siciliaedonna.it/senza-categoria/nello-musumeci-omaggia-la-poetessa-cecilia-deni
http://www.fancityacireale.it/wordpress2/piccola-storia-di-jaci-la-preside-cecilia-deni

 

Poesie di Graziosa Casella

Tram_di_Catania_01

Biografia di Graziosa Casella

Graziosa Casella ( Catania, 1906-1959), poetessa sensibile e prolifica,  partecipò attivamente ai movimenti poetici della Catania del secondo dopoguerra: dal 1945 al 1959 collaborò con circoli e riviste culturali e intrattenne stretti rapporti con i maggiori poeti e intellettuali dell’epoca. Poetessa dell’amore e dell’amicizia, vera figlia dell’Etna, la Casella è stata spesso paragonata a Mariannina Coffa per la passione lacerante e dolorosa con cui cantò la sua sete d’amore. Nove suoi sonetti, in particolare, sviscerano il travaglio di un amore impossibile che lotta contro una società ipocrita e perbenista: il grande amore della sua vita, infatti, era un uomo molto più giovane di lei. Caduta ingiustamente nell’oblio dopo la sua morte, è stata recentemente riscoperta dal poeta e cantautore Alfio Patti che le ha dedicato il suo saggio critico e bio-bibliografico “Arsura d’amuri. Omaggio a Graziosa Casella” ( Bonanno Editore, 2013).

S’avissi diciott’anni

E’ veru sì, s’avissi diciott’anni

o puru vintott’anni, comu a tia,

non li patissi tanti disinganni

nè mi vinissi sta malincunìa.

 

Ragiuna, e vidi chi a tia stissu ‘nganni;

chissu ca chiami amuri è fantasia;

troppu d’amuri canuscìi l’affanni,

e sacciu siddu è prosa o è puisia.

 

Pirchì, dimmillu, si non mi vo’ beni,

voi mettiri ‘stu cori a la turtura

e ccu ssi labbra duci m’avvileni?

 

Ah, si ‘ssa vucca to non è sincera,

làssami stari pri la me svintura…

ccu autunnu non s’accoppia a primavera.

 

(Se avessi diciott’anni

 

E’ vero si, se avessi diciott’anni

oppure ventott’anni come te

non soffrirei tanti disinganni

nè mi verrebbe questa malinconia.

Ragiona, e vedi che te stesso inganni;

questo che chiami amore è fantasia;

troppo d’amore conobbi gli affanni

e so se è prosa o poesia.

Perchè, dimmelo, se non mi vuoi bene

vuoi mettere questo cuore alla tortura

e con queste labbra dolci mi avveleni?

Ah se questa bocca tua non è sincera

lasciami alla mia sventura…

con autunno non si accoppia la primavera.)

***

Ss’occhi

 

Su ss’occhi toi un mari senza funnu

‘n mari sirenu, duci e senza ‘ngannu.

‘Nta li so calmi abissi mi sprufunnu

quali trisori ammuccia m’addumannu.

Ma tanta luci viu ca mi cunfunnu

e chiudu l’occhi ca po’ fari dannu

li stissi non cci n’è ‘n tuttu lu munnu

mancu si giri ‘n gnornu, ‘n misi e ‘n’annu.

( Questi occhi

Sono questi occhi tuoi un mare senza fondo

un mare sereno, dolce e senza inganno.

Dentro i suoi calmi abissi mi sprofondo

quali tesori nasconde mi domando.

Ma tanta luce vedo da confondermi

e chiudo gli occhi perchè può farmi male

uguali non ce n’è in tutto il mondo

neanche a girare un giorno, un mese e un anno. )

***

Notti

Notti ca scinni cheta e silinziusa

disiata tu veni all’ arma mia!

Quannu si’ chiara o quannu si’ scurusa

sempri la benvinuta dugnu a tia.

 

Oh! Quantu tu ppi mia si’ priziusa

ca l’estru svigghi a la me fantasia

la to calma prufunna e maistusa

fidili e duci mi fa cumpagnia.

 

Amica notti, quantu mi piaci

na li to’ vrazza lu ‘nsunnari è duci

ca mi circunnu d’ummira e di paci.

 

Mi fai ‘nsunnari rosi e tanti ciuri

mentri c’all’alba ccula nova luci

trovu la vita ccu li so’ duluri!

( Notte

Notte che scendi quieta e silenziosa

desiderata tu vieni nell’anima mia!

Che tu sia chiara o che tu sia buia

sempre la benvenuta io dò a te.

Oh! Quanto tu per me sei preziosa

che l’estro svegli alla mia fantasia

la tua calma profonda e maestosa

fedele e dolce mi fa compagnia.

Amica notte, quanto mi piaci

nelle tue braccia sognare è dolce

perchè mi circondo di ombra e di pace.

Mi fai sognare rose e tanti fiori

mentre all’alba con la nuova luce

trovo la vita con i suoi dolori!)

***

Odiu

Odiu ‘sta vita mia fatta di chiantu

odiu ‘sta vita fatta di turmentu

odiu la gioia, lu risu, lu cantu

odiu la luna, lu suli, lu ventu.

 

Odiu l’amuri, ca pp’amari tantu

persi la paci e cchiu lu sintimentu

odiu tuttu, non avi cchiù ‘ncantu

ppi mia ‘sta vita ca morta mi sentu.

 

Si sti mura putissiru parrari

tutti li peni mei, lu me suffriri,

iddi suli putissiru cuntari.

 

Ma su’ muti e non parrunu li mura

e nuddu saprà mai lu me duluri

e inutilmenti st’arma si turtura.

(Odio

Odio questa vita fatta di pianto

odio questa vita fatta di tormento

odio la gioia, il riso, il canto

odio la luna, il sole, il vento.

Odio l’amore, perchè per amare tanto

persi la pace e più ancora il senno

odio tutto, non ha più incanto

per me questa vita perchè morta mi sento.

Se queste mura potessero parlare

tutte le mie pene, il mio soffrire,

loro sole potrebbero raccontare.

Ma sono mute e non parlano le mura

e nessuno saprà mai il mio dolore

e inutilmente l’anima si tortura.

***

Immagine da http://www.wikipedia.it

Nel video, le “Malmaritate” eseguono il brano “S’avissi diciott’anni” scritto da Alfio Patti sul testo della poesia di Graziosa Casella.

 

Fonti:

 

Nina Siciliana

bela_domna

Nina Siciliana è passata alla storia come la prima poetessa in lingua volgare. Questa singolare figura di donna vissuta nel tardo Medioevo è a tutt’oggi avvolta nel mistero: non esistono infatti notizie certe riguardo alla sua nascita, alla sua biografia e perfino al suo vero nome. Conosciuta anche come “Nina da Messina”,  “Nina di Danti” e “Monna Nina”, Nina era probabilmente originaria di Messina o, secondo alcune fonti, di Palermo. Queste ipotesi, però, non hanno alcun fondamento scientifico: gli storici, infatti, le hanno formulate in base alla diffusione del nome “Nina” nelle diverse zone dell’isola alla fine del XIII secolo.

L’appellativo di “Nina di Danti” scaturì dall’interesse, artistico e sentimentale, che il poeta toscano Dante da Maiano manifestò senza neppure conoscerla personalmente: fra i due si instaurò una relazione amorosa di tipo platonico, basata essenzialmente su scambi di componimenti poetici, soprattutto sonetti.

Alcuni studiosi sono propensi a considerare Nina un personaggio inventato, creato ad arte nella tipografia Giunti verso il 1527; ad avvalorare ulteriormente questa teoria, alla fine dell’Ottocento si arrivò perfino a teorizzare l’inesistenza dello stesso Dante da Maiano, ipotesi poi smentita dal ritrovamento di un manoscritto quattrocentesco contenente due testi del poeta toscano.

Recenti scoperte sul possesso di un certo grado di cultura da parte di alcune donne dell’epoca consentono  oggi di rivalutare la possibilità che Nina sia realmente esistita. Lo scetticismo di alcuni critici dei secoli passati di accettare la verità storica di questo personaggio è nata infatti dalla convinzione che fosse impossibile per una donna comporre versi di elevata finezza in un periodo di analfabetismo femminile estremamente diffuso.

In particolare, è stata rilevata un’affinità significativa tra lo stile dei sonetti di Nina e quelli di Alamanda de Castelnau, autrice francese coeva facente parte di un gruppo di circa venti poetesse ( le “Trobairitz”) cantrici della fin’amors al femminile e la cui esistenza costituisce ormai un fatto certo.

Sonetti di Nina Siciliana

Di Nina Siciliana restano due componimenti inclusi nella raccolta “Sonetti e canzoni di diversi antichi autori toscani”, edita da Giunti nel 1527 a Firenze e denominata anche “Giuntina di Rime Antiche”. Questa antologia racchiude anche i sonetti di Dante da Maiano.

 

Donatella Pezzino

Fonti:

Foto tratta dal blog http://palingenesicom.blogspot.it.