Dieci poesie di Lina Cattermole (Contessa Lara)

Di notte

Luna, un tuo raggio bianco
Ricama, argenteo filo, il mio giaciglio,
Dove inquieto volgesi
Di dolore in dolore il corpo stanco
E cerca sogni il ciglio.

Un buio folto e nero
Ingombra il resto de la stanza: ed io
Qui medito e fantastico
Su questo fil di luce e quel mistero;
Luna, è il costume mio.

D’ogni cosa le forme
La notte avvolge, in terra, in ciel, ne’l core;
E se un raggio ne illumina
Non bacia che le coltri ove si dorme,
Dove s’ama e si muore.

*

Impressione

Nella sala da pranzo ampia e fiorita
D’antichi arazzi, il sol s’indugia un poco
In una lista d’oro scolorita,
Mentre scoppietta nel camin il fuoco.
E’ un tramonto d’inverno. Ecco la vita.
Ecco quale vorrei che a poco a poco
Mi fuggisse dagli occhi, scolorita;
Mentre in una quiete ampia e fiorita
Gli ultimi sprazzi ancòr mandasse il fuoco.

*

Desiderio

O povere mie carte, e resterete
Con secchi fiori e ciocche di capelli,
Rinchiuse entro uno stipo, in fra segrete
Ricordanze de’ miei giorni più belli!

Non è per voi di gloria avida sete
Il duol che fa che in pianto io vi favelli,
Io che sol chiedo a l’arte intime e liete
Larve onde il ver per poco si cancelli.

Ma egli è il desio d’una manaccia bianca
Che vi scompigli un dì, ne la parola
Cercando questa offesa anima stanca:

La man che chiude gli occhi e che consola
Quando la vita ne la madre manca.
Voi, carte, ingiallirete, io morrò sola.

*

Alba

Apro i vetri e respiro. Appar l’aurora
Tremolando de’ monti in su la cresta;
Cupo è il verde de i boschi, e non ancora
De’l sole a’l bacio la natura è desta.

Fu lunga e tetra la mia notte, ed ora
Che l’alba sorge vaporosa e mesta,
Co’l tedio che in me vive e mi divora,
Chiedo qual nuova lotta il dì m’appresta.

Ahi, non gioie d’amor né sogni d’arte
Che m’assentano l’estasi o l’oblio,
Che m’infiammino il sangue od il pensiero!

Ma quando il sol da i nostri occhi si parte,
Verrò pace chiamando, angelo mio,
Là dove dormi tu ne’l cimitero.

*

Sgomberatura

Tutto è sossopra. Ritta in su la porta,
A mano a man che un mobile si cava,
Se qualche intima storia in sé celava
Io la ritesso, ne’ miei sogni assorta.

Un ricordo d’amor là si trasporta,
Qui è la poltrona de la mia dolce ava;
E addio, casetta quieta ov’ei m’amava,
Addio, povera stanza ov’ella è morta!

Poco vale per me che il nuovo tetto
Dove a posarmi andrò, rondine stanca,
Sia profumato, elegante, gentile.

Piangerò sempre, ovunque avrò ricetto,
Que’ neri occhioni, quella testa bianca,
E il mio nido di questo ultimo aprile.

*

In strada ferrata

Spinto da un invisibile titano
Il treno fugge. In vorticosa danza
Gli sfilano da i lati, in mezzo a’l grano,
Alberi di fantastica sembianza,

Merlate mura in aspro asil montano,
Ville, nidi d’amori e d’eleganza,
E a tratto a tratto per l’immenso piano
Ruderi d’acquedotti in lontananza.

Fugge; e tanta con sé gente trascina
Estranea, varia, arsa da febbri ignote.
Io guardo con invidia una cascina

Bianca, tra un folto pergolato, bassa:
Co’ polli e i bimbi che neppur riscote
Quella chimera che sbuffando passa.

*

Mattino

Già sento ne le case dirimpetto
I bimbi prepararsi per le scuole,
Poi l’ortolano: cavoli e viole
Rauco bociar co’l solito carretto.

Qui dentro, fra le tende di merletto,
Fa capolino, ancor bianchiccio, il sole,
E l’ombra annienta ov’eran sogni e fole
Con la sua luce cruda. Io sono in letto,

Stesa e immota così, che da la porta
Se alcun guardasse ne la stanza mia,
Mi crederebbe irrigidita e morta.

Ahi, morta, no. Ma mentre ascolto intorno
Questa usual monotona armonia,
Tardo alcun poco ad affrontare il giorno.

*

Vendita

Ieri a quell’Asta pubblica, fra tante
Cose belle che m’hanno innamorata,
Specchi, merletti, arazzi, uccelli e piante,
Ho scelto una poltrona ricamata.

Apparteneva a una donna elegante,
Che la trapunse con la man di fata:
Angelo malinconico e baccante
Che a vent’anni a la fossa hanno portata.

Ora il mobile è qui, strano contrasto!
Fra le pareti ov’io sogno e lavoro,
Avanzo d’un disperso ibrido fasto;

Qui che mi parla in delicato senso
Di quella morta da i capelli d’oro,
Cui sola, forse, con tristezza io penso.

*

La parola della nonna

Dolce e lento è il suo dire. Ella s’illude
Di riveder mia madre in altra sfera,
E come l’angel che la via ne schiude
La morte attende, e ne la morte spera.

Un culto suo che il fanatismo esclude,
Intatto serba in questa tarda sera;
E affronta ancor le sue lotte più crude
Con un segno di croce e una preghiera.

Me il dubbio accerchia; ma la guardo, e parmi
Sentir da lungi un organo di chiesa
Poetiche leggende a susurrarmi.

Tanto che de i filosofi la scuola
De’l freddo vero a la conquista intesa,
Tutta darei per una sua parola.

*

Gioielli

Se talvolta, pensosa, ad uno ad uno
Tolgo da’l vecchio scrigno i miei gioielli,
Vedo che sono troppo ricchi e belli
Né si addicono a questo abito bruno.

E ricordando il tempo in che ciascuno
Mi brillava su’l petto o fra i capelli,
Sogno una bimba che mi rinnovelli:
E tutti in questo i desidèri aduno.

Sogno una dolce bionda a cui le storie
Dir de’ vent’anni ed il femmineo vanto
D’illeggiadrirsi e riportar vittorie.

Sogno! Ma invece, a’l Monte od a l’Incanto
Saran vendute, povere memorie,
Per comprarmi due zolle in camposanto.

*

Eva Giovanna Antonietta Cattermole, conosciuta come Evelina o Lina Cattermole e ancor più con lo pseudonimo di Contessa Lara, nacque a Firenze il 26 ottobre del 1849. Il padre Guglielmo, professore d’inglese, era scozzese; la madre Elisa Sandusch, affermata pianista, era russa. Il singolare connubio di due temperamenti tanto diversi e il clima culturale che si respirava in casa Cattermole (oltre alla madre, diversi componenti della famiglia furono musicisti e compositori) diedero al carattere di Evelina una sensibilità singolare che, unita ad un’indole spontanea e passionale, la portò spesso ad agire in modo incauto e nel totale sprezzo delle convenzioni sociali.

D’altra parte, per gli stessi motivi, l’ambiente domestico era anche molto ricco di stimoli culturali: ciò fece emergere nella giovanissima Evelina doti di apprendimento non comuni ed ella, fin da bambina, fu molto precoce nell’imparare diverse discipline, dalla musica alle lingue straniere. Studiò a Parigi, all’Istituto Sacre Coeur. Ebbe una maestra di italiano illustre: Marianna Giarrè Billi, nota poetessa fiorentina amica di Pietro Giannone, Aleardo Aleardi, Niccolò Tommaseo e Giosuè Carducci.

L’esordio da poetessa – come raccontò la stessa autrice – avvenne con alcuni versi scritti per accompagnare un mazzo di fiori per la madre. Seguì, nel 1867, una prima raccolta intitolata Canti e ghirlande, pubblicata con l’editore Cellini di Firenze: nelle poesie, tutte occasionali e di maniera, i toni ingenui dovuti all’immaturità artistica si associavano ad una pedissequa dipendenza dai moduli espressivi del Prati e dell’Aleardi. L’opera, a parte alcune stroncature, passò quindi quasi inosservata.

Bella, colta e raffinata, la poetessa cominciò a condurre vita mondana e salottiera, frequentando i circoli letterari più in vista di Firenze. Proprio in uno di questi salotti, tenuto dalla nobildonna Laura Mancini Oliva, Evelina conobbe il giovane tenente dei bersaglieri Francesco Eugenio Mancini, che sposò nel 1871. Dopo un breve periodo trascorso a Roma e a Napoli, la coppia si trasferì a Milano. Qui, le frequentazioni culturali di Evelina si intensificarono: assidua presenza nel salotto dei Maffei, seguiva anche i circoli della Scapigliatura, intrattenendo rapporti di stima e di amicizia con vari letterati del calibro di Arrigo Boito ed Emilio Praga; teneva anche un salotto tutto suo. La sua bellezza attirava ammiratori e corteggiatori; l’unico che le dedicava scarsa attenzione era proprio il marito, più interessato alle donne di teatro e al gioco d’azzardo.

Dall’infelicità coniugale all’infedeltà il passo fu breve: Lina si legò ad un giovane veneziano, Giuseppe Bennati Baylon, del quale divenne l’amante. Scoperto l’ adulterio, Mancini, come voleva il costume dell’epoca, sfidò Baylon a duello, e lo uccise (1875). Chiese poi la separazione e cacciò la moglie di casa. Evelina, travolta dallo scandalo, dovette abbandonare Milano; perfino la sua famiglia d’origine, non perdonandole il suo errore, le chiuse la porta in faccia. Tuttavia, non sapendo dove andare, l’autrice tornò ugualmente a Firenze, dove visse per qualche tempo in ristrettezze economiche, abitando prima in camera ammobiliata e poi in casa di sua nonna.

Molto provata, visse per alcuni mesi completamente isolata; poi, piano piano, tornò in società, incoraggiata anche da un miglioramento delle sue relazioni familiari. Conobbe Mario Rapisardi, con il quale intrattenne una relazione molto chiacchierata. Che i due fossero amanti è sostenuto da diverse voci vicine al poeta; sembrerebbe inoltre confermato da questa lettera che lui le inviò nell’ottobre del 1876:

Carolina cambia cambia….

L’ho sentita or ora, proprio al momento che finisco di leggere la vostra lettera. E’ strano! Mi pare impossibile che voi non siate qui. C’è tanto di, voi in questo benedetto paese! A ogni svolto di cantonata dico fra me: ora incontrerò la mia Linuccia! Ci son tante che vestono come voi. Ma che! nessuna, nessuna vi somiglia. E questo mi piace. Se ci fosse una donna che osasse somigliarvi anche poco, anche da lontano, io vi vorrei meno bene.
Stamane verso le sei, Milano era tutta avvolta nella nebbia. Il Duomo era meraviglioso; le sue fantastiche guglie si confondevano col cielo. Quante volte l’avrete vedute così e vi sarà parso di volare, di volare, malinconica Peri, sostenuta dalle ale di un angelo o dell’amore, e d’immergervi nella infinita voluttà della luce, e sparire in un raggio di sole! Io vi ho dinanzi a questo eterno conquistatore dell’anima che si chiama l’Amore. Ho inclinato la fronte dinanzi a lui, e ho ripetuto piangendo il suo nome.

Ma in un’altra lettera, datata 1885, il vate catanese mette così fine alla relazione:

Oh dignitosa coscienza e netta! Se mi avessi scritto “Imbastisco il mio millesimo amore e sono a’ comandi del tal dei tali” ti disprezzerei meno. Addio.

La fine della storia col Rapisardi coincise con l’arrivo del successo: Evelina attirò l’attenzione del mondo letterario del tempo, sia per la fama della sua bellezza che per l’interesse suscitato dalla sua scrittura. Tra il 1884 e il 1895 collaborò con diverse riviste, fra cui il Fanfulla della Domenica, Il Fieramosca, il Corriere del Mattino, il Fracassa, l’Illustrazione italiana dei Fratelli Treves; compose e pubblicò un gran numero di opere, dalle raccolte di liriche Nuovi Versi e E ancora Versi ai vari racconti e romanzi destinati ad incontrare un grande favore di pubblico (Così èL’innamorataNovelle di NataleIl romanzo della bambolaStorie d’amore e di dolore). Alle soddisfazioni professionali, purtroppo, non fece riscontro una vita privata felice: costantemente bisognosa d’amore e desiderosa di formare una famiglia, la scrittrice sperimentò una delusione dietro l’altra. Unica eccezione, il legame con Giovanni Alfredo Cesareo, vissuto da Evelina come un matrimonio vero e proprio, ma destinato a non durare. La relazione si interruppe nel 1894 lasciando la donna stanca e svuotata.

L’anno successivo, la Cattermole si legò a Giuseppe Pierantoni, pittore povero e di scarso talento, che si rivelò ben presto l’errore più grave della sua vita: l’uomo, infatti, voleva solo sfruttarla economicamente per condurre una vita comoda senza lavorare. Accortasi delle sue intenzioni, Evelina tentò quindi di troncare la relazione ma lui, non accettando di essere lasciato, prese a perseguitarla; alla fine, le sparò all’addome. La morte fu lenta e atroce: Evelina agonizzò per molte ore, anche perché i soccorsi non furono immediati. Era il 30 novembre del 1896. L’ assassino, dopo un lungo processo, fu condannato a 11 anni e 8 mesi di reclusione. Dopo la sua morte, la figura della Contessa Lara fu ammantata dall’aura di tragedia e di scandalo che le sue vicende avevano lasciato nell’immaginario collettivo e che gli editori seppero abilmente sfruttare: ciò si ripercosse negativamente sulla fama dei suoi scritti, considerati per molto tempo come opere di serie B.

Eppure, l’atmosfera di malinconico languore che pervade i suoi versi e le sue narrazioni, resa in uno stile che ha la finezza di una cesellatura, ha in sé un’armonia semplice, calda e genuina capace di incantare anche il lettore di oggi. Elegante, ma allo stesso tempo mai ampollosa o pretenziosa, la scrittura di Contessa Lara merita assolutamente una riscoperta.

Ciò è vero soprattutto per la sua poesia, tutta intessuta di echi tardoromantici e sensibile alle nuove istanze della Scapigliatura, nonchè personalissimo scrigno di affetti familiari, di care voci perdute, di piccoli e grandi drammi quotidiani nei quali il protagonista è sempre lui: il cuore di Evelina, tormentato e affamato di dolcezza, alla ricerca continua di una pace che sembra possibile solo nell’oblio.

Donatella Pezzino

Fonti:
– Wikipedia
– Wikisource
– Contessa Lara, Versi, Sommaruga, Roma, 1883

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Recensione a “Fiori estinti” di Mattia Tarantino

 

“Fiori estinti” è un libro di ossa e di memoria. Ma, soprattutto, è un diario spirituale. Mattia Tarantino vi si riversa intero, aprendo le vene del sogno, togliendo il velo alla realtà visibile e alla stessa vicenda umana. Accedendo da una remota zona del suo intimo ad una ideale via di conoscenza: il passato. E non il passato dei ricordi, bensì quello della reminiscenza.

Fui sarto in Palestina: ricucivo
le vertebre di Cristo a croci marce
e fiorellini, i fiorellini
si scheggiano nell’erba che rivela
le ferite e la salvezza.

Un cammino a ritroso per tornare alla creazione, nel senso più ampio e variegato del termine. Di questo viaggio, la poesia è il percorso: e, come tale, non è mai stasi ma moto incessante, processo dialettico, trasformazione continua. Ed è un movimento, quello della poesia, sostanzialmente sinergico e sincrono: sinergico perché l’artista, mentre crea, guarda a chi lo ha preceduto, ne eredita e ne utilizza gli strumenti, ne rielabora gli stili, i moduli, i temi; sincrono perché nella sua opera c’è contemporaneità di passato, presente e futuro. Mattia non è figlio di un’epoca ma di tutte le epoche: fuori dallo spazio e dal tempo, eppure conficcato all’interno di essi come una radice alla terra.

Mi troverai al di là della luce,
nell’orma bianca del passo
tracciato dal canto, dove tutto
il dolore del mondo è ammainato.

Ed è proprio la radice il fine ultimo a cui tende: la poesia di Mattia è un fiore che sboccia all’inverso, rientrando nelle sue fibre, cercando le sue origini, in questo mondo e oltre, guardando al momento antecedente alla nascita, alla vita amniotica e prima ancora; ripercorrendo in senso opposto le tappe della storia e dell’evoluzione, attingendo alla sfera del mito e della profezia, in un’”escatologia al contrario” che è poi l’unico mezzo per ritrovare la propria umanità.

Che lo squarcio si richiuda sul tuo nome
inciso nell’argilla che troncò
il primo astro indovinato. Che
l’indovino tragga auspici dall’orrore
bianchissimo del seme: risorga
da Ponente la vocale e sia salvezza.

Ma questo andare all’indietro non è, come si potrebbe pensare, un regredire: è, al contrario, un avanzare, in quanto mirato a riappropriarsi dell’”uomo” autentico per attuarne la pienezza spirituale e intellettuale, per amarne anche le imperfezioni e le debolezze. Perché il senso dell’esistenza non risiede nel potere dell’uomo sulla materia, nei deliri di onnipotenza con cui il progresso tecnologico ci celebra e al tempo stesso ci aliena; il vero uomo che Mattia, quasi novello Diogene, cerca in pieno giorno alla luce della sua lanterna è fatto d’angelo e di fango, e ha mille ferite aperte dalle quali si scorge, ben distintamente, tutta la sua fragilità.

Si ammala la parola, le mie
vertebre si curvano in silenzio.
Non piove che acqua sporca,
e questa stanza è troppo bianca:

morirò nel singhiozzo delle allodole.

Quell’uomo è in questo mondo e al tempo stesso nel distacco da questo mondo: è l’ombra anonima che cammina per strada, confondendosi tra la folla, apparentemente uguale al resto della moltitudine. Perché, a ben guardare, gli abiti, l’andatura, i gesti, sono gli stessi: l’unica differenza sta nel modo di “essere” tutto questo, nella libertà di forgiarsi attimo dopo attimo, di sperimentare forme differenti, di non lasciarsi toccare dai rumori. E’ il coraggio del fiore estinto che affronta il suo martyrium sine sanguine, chiamandosi fuori da questo mondo per rientrare nel caos primordiale; è ignorare lo sguardo impietoso di una società che ti chiede di essere una superficie liscia, un angolo arrotondato, una sequenza prevedibile di eventi.

Dal cancello al precipizio il passo
e altrove il volo, la ricerca
di una lingua irrivelata

In questo contesto, i versi sono urlo, silenzioso ma lacerante, capace di scuotere le menti assuefatte e risvegliarle dalla loro abulia. Sono gli occhi tormentati del Cristo che ti passano da parte a parte, che ti mettono di fronte a te stesso: sono il cerchio e la croce, quel ciclo senza inizio né fine dove ognuno di noi trascina il dramma dello stare al mondo.

Ecco, amate
ostinati la grazia, le impervie
vie della sorte e mai, mai
la sciagura dello stare.

Per dar voce a questa particolare sensibilità, la scrittura di Mattia assume un aspetto “pietroso”, a tratti cruento: leggendo, si ha la sensazione di trovarsi al centro di una sciara, sconfinata distesa di magma spento in cui il sangue germina fiori ossuti e anime cadute, in un tempo sospeso che precorre la vita e la morte; dove braccia martoriate rovesciano il cielo e dove la luce trae l’uomo dalla polvere solo per svelare la sua colpa primigenia.

Dolore di fiorire questo cardo
che collassa nella luce.

Qui, il verso grida la rabbia della beffa a cui siamo atavicamente condannati: che ogni respiro, ogni slancio vitale, ha in sé i vermi della morte e della putrefazione; che gli angeli della nostra infanzia hanno denti acuminati. La tenerezza primitiva di certe immagini – come la madre nell’atto di spezzare il pane o i passeri che giocano – sembrerebbe una via di fuga da questa aridità desolante.

Da domani i bambini torneranno
a inventare nuove storie e nuovi fiori.

Ma anche questa è un’illusione. E’ l’ennesimo inganno della vita che che mentre sboccia è già morta, in un circolo infinito che ha in sé del dolce e del doloroso:

ogni giorno il sole è nuovo e noi soffriamo.

I continui rimandi al linguaggio, al suo legame simbiotico con i meccanismi della vita e dell’anima umana, ci restituiscono la potenza devastante di ogni singolo vocabolo, di ogni suo significato e di ogni sua declinazione; la ridondanza di alcuni termini – madre, vene, angeli, cerchio, pane, fiori – sembra obbedire ad una particolare simbologia misterica.

Nella torre la lingua mi respinge
al precipizio della sillaba e fa polvere
del nome, sbriciolando
l’inverno che abitò la terra santa.

Per diventare poesia, il sentire deve trovare la “sua” parola: una parola pensata a lungo, frutto di studio e di riflessione. Mattia è l’artista che disegna solo quando la sua mano è pronta: l’approfondimento precede la versificazione, la scelta del tema mostra all’ispirazione la sua rotta. Il risultato è una poesia “piena”, completa, la cui pregnanza non prescinde mai da quell’aspetto “colto” che tanta importanza ha avuto per i nostri antenati.

Nominare, ecco, non il nome
voglio; rivelare tutto ciò
che è prima: carne, e polvere
e miseria e cerchio conoscere.

Nonostante questa ricercatezza, Tarantino non risulta mai freddo o artificiale, tanto nei contenuti quanto nelle modalità espressive. Gli apporti della metafisica, della mistica e dell’esoterismo, i riferimenti storici e i richiami ai testi sacri vengono filtrati alla luce di un vissuto intimo e strettamente personale, formando con l’impianto un tutto megalitico in grado di evocare, di ferire, di erodere; di riesumare paure remote e immagini ancestrali. Così Mattia scorre, si muove, si trasfigura, capovolge cielo e terra, guarda in faccia i suoi angeli e i suoi demoni: tutto in lui è perpetuo lavoro di scavo, disamina e auto-creazione, nella consapevolezza che fermarsi equivarrebbe a perdersi.

Donatella Pezzino

 

 

 

Il “Quadrato numero 38” di Luigia Ferro

Con il guanto liscio e inossidabile
della mano tua forte e materna
ti ho visto crearmi.

Di parole in preghiera
la favola serale dei baci
mi hai lasciato fame del tuo seno.

Nel corpo mio: ormai di donna
fetale al fianco tuo
cullato dagli Ave, trovo la pace.

Gli occhi ridenti, luminati di sacro dolore
m’accendano, al pensarli,
di orgoglio adorante.

Poco importa se il tuo tramonto
non lo misuro in passi,
la mente inganna: già mi manchi.

La grazia dell’omonima
stendardo al mio incedere
non sono degna ma benedetta.

*

Luigia Ferro (Catania, 1990 – Butera, 2016)

Fonte: http://www.symmachia.it

Sulla poetessa Luigia Ferro si veda anche: http://pennearmaterivista.blogspot.it/2016/04/omaggio-alla-poetessa-luigia-ferro.html

Immagine: Antonino Gandolfo (Catania, 1841-1910), Per via, 1885 – da https://howlingpixel.com

Nina Siciliana

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Nina Siciliana è passata alla storia come la prima poetessa in lingua volgare. Questa singolare figura di donna vissuta nel tardo Medioevo è a tutt’oggi avvolta nel mistero: non esistono infatti notizie certe riguardo alla sua nascita, alla sua biografia e perfino al suo vero nome. Conosciuta anche come “Nina da Messina”,  “Nina di Danti” e “Monna Nina”, Nina era probabilmente originaria di Messina o, secondo alcune fonti, di Palermo. Queste ipotesi, però, non hanno alcun fondamento scientifico: gli storici, infatti, le hanno formulate in base alla diffusione del nome “Nina” nelle diverse zone dell’isola alla fine del XIII secolo.

L’appellativo di “Nina di Danti” scaturì dall’interesse, artistico e sentimentale, che il poeta toscano Dante da Maiano manifestò senza neppure conoscerla personalmente: fra i due si instaurò una relazione amorosa di tipo platonico, basata essenzialmente su scambi di componimenti poetici, soprattutto sonetti.

Alcuni studiosi sono propensi a considerare Nina un personaggio inventato, creato ad arte nella tipografia Giunti verso il 1527; ad avvalorare ulteriormente questa teoria, alla fine dell’Ottocento si arrivò perfino a teorizzare l’inesistenza dello stesso Dante da Maiano, ipotesi poi smentita dal ritrovamento di un manoscritto quattrocentesco contenente due testi del poeta toscano.

Recenti scoperte sul possesso di un certo grado di cultura da parte di alcune donne dell’epoca consentono  oggi di rivalutare la possibilità che Nina sia realmente esistita. Lo scetticismo di alcuni critici dei secoli passati di accettare la verità storica di questo personaggio è nata infatti dalla convinzione che fosse impossibile per una donna comporre versi di elevata finezza in un periodo di analfabetismo femminile estremamente diffuso.

In particolare, è stata rilevata un’affinità significativa tra lo stile dei sonetti di Nina e quelli di Alamanda de Castelnau, autrice francese coeva facente parte di un gruppo di circa venti poetesse ( le “Trobairitz”) cantrici della fin’amors al femminile e la cui esistenza costituisce ormai un fatto certo.

Sonetti di Nina Siciliana

Di Nina Siciliana restano due componimenti inclusi nella raccolta “Sonetti e canzoni di diversi antichi autori toscani”, edita da Giunti nel 1527 a Firenze e denominata anche “Giuntina di Rime Antiche”. Questa antologia racchiude anche i sonetti di Dante da Maiano.

 

Donatella Pezzino

Fonti:

Foto tratta dal blog http://palingenesicom.blogspot.it.