“Orto un tempo nido dell’incontro” di Ibn Hamdis

Orto un tempo nido dell’incontro
orto chiuso dal fuoco dell’assenza
chi mi renderà il tuo odor di basilico
immortale dono del paradiso?
Quanta saliva dal sapor di miele
stillava dalla fresca grandine!
Servo d’amore
che tanta piaga affligge
e sempre in piedi mi costringe
a voi chiedo pietà, sì lontana
pur se amor lancia il dardo
è la mira dal tiro…
Chi mi salverà dall’accidia del deserto?
Chi verso il disco del sole mi aiuterà a volare?

*

Ibn Hamdis (Noto, 1056 – Maiorca, 1133)

Fonte: Poeti arabi di Sicilia a cura di F.M. Corrao, Mesogea, 2004.

Immagine: un quadro di Michele Catti (Palermo, 1855 – Palermo, 1914) dal sito http://www.alessandrobiffanti.com

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Due poesie di al-Ballanūbī

O mio amante amato, l’anima mia rifiuta

questo tuo continuo andare e venire.

 

E se hai cominciato a non contare il mio desiderio

rispetta però l’amore che ci fu tra noi.

 

Per te non dormo e ho le palpebre gonfie

ma altre palpebre godano del sonno.

 

(traduzione di Jolanda Insana)

*

Quando vidi l’amore contagiato

dalla passione, allora ti nascosi

quanto dolore viene dall’amore.

 

Ti avevo custodito dentro la mia pupilla,

ma quando l’occhio pianse volli metterti

vicino a Dio, nel cuore del mio cuore.

 

Se solo mi dicessi di non bere,

io non andrei alla fonte, non desidererei

l’acqua dolce, freschissima.

 

Ma tu perchè mi sfuggi, mi resisti,

ti unisci a me, con tutto il desiderio

soltanto nelle righe delle lettere?

(traduzione di Valerio Magrelli)

*

Abū l-Ḥasan ʿAlī ibn ʿAbd al-Raḥmān al-Kātib al-Ṣiqillī, meglio conosciuto con la “nisba” (secondo l’onomastica araba, l’appellativo che indica il luogo di appartenenza) di al-Ballanūbī (o al-Billanūbī, che significa “quello di “Villanuova”), fu un poeta arabo siculo, vissuto tra il XI e il XII secolo. Nato a Villanuova, nei pressi di Bivona (AG), al-Ballanūbī abbandonò la Sicilia in seguito all’invasione normanna. Si trasferì in al-Andalus, in territorio iberico, dove, come Ibn Hamdis, altro poeta esule dalla Sicilia, si pose sotto l’ala protettrice del regnante abbadide Muhammad al-Muʿtamid, poeta,  mecenate e promotore di un prestigioso cenacolo di intellettuali. Successivamente, al-Ballanūbī si trasferì al Cairo, in Egitto, dove morì in età molto avanzata.         

Donatella Pezzino

Immagine: la “Moschea Blu” di Palermo da http://www.famedisud.it. (Vedi anche http://www.italianways.com/la-stanza-blu-di-palermo-esoterica-bellezza/)

Fonti:

– Wikipedia

– Francesca Maria Corrao (a cura di), Poeti arabi di Sicilia, Mesogea, 2004.

 

 

N

Alcune poesie di Ibn Hamdis

 

Ibn-Hamdis

Abd al-Jabbār ibn Muhammad ibn Hamdīs ( Noto, SR 1056- Maiorca 1133) è uno dei massimi esponenti della poesia arabo-sicula medievale. Di nobile famiglia, fu costretto all’esilio dopo la conquista normanna della Sicilia; lasciata l’isola verso il 1078, fu ospitato presso varie corti, destino che lo accomunò a tanti altri poeti suoi compatrioti (come Al-Ballanūbī). Hamdis fu dapprima a Siviglia, poi in Marocco, Algeria e Tunisia. Morì probabilmente a Maiorca, lontano dalla patria che aveva sognato e rimpianto per tutta la vita. Di lui ci rimane un canzoniere ( diwan) di circa 6.000 versi, la maggior parte dei quali dedicati alla bellezza femminile e all’amata Sicilia.

Donatella Pezzino

***

Ricordo la Sicilia

Ricordo la Sicilia, e il dolore ne suscita nell’anima il ricordo.

Un luogo di giovanili follie ora deserto, animato un dì

dal fiore di nobili ingegni.

Sono stato cacciato da un paradiso, come posso io darne notizia ?

Se non fosse l’amarezza delle lacrime, le crederei

i fiumi di quel paradiso.

Oh custodisca Iddio una casa in Noto, e fluiscano su di lei

le rigonfie nuvole !

Ogni ora io me le raffiguro nel pensiero, e verso per lei

gocce di scorrenti lacrime.

Con nostalgia filiale anelo alla patria, verso cui mi attirano

le dimore delle belle sue donne.

E chi ha lasciato il cuore a vestigio di una dimora, a quella

brama col cuore fare ritorno.

La terra ove germoglia la pianta dell’onore, ove dei cavalieri

caricano guerra contro la morte.

Viva quella terra popolata e colta , vivano su di lei

le tracce e le rovine!

Viva il profumo che ne spira, e che i mattini e le sere

 fan giungere sino a noi!

Vivano fra essi i viventi,e vivano anche le membra loro

composte nel sepolcro!

Io anelo alla mia terra, nella cui polvere si sono consumate

Le membra e le ossa dei miei,

come anela fra le tenebra al suo paese, smarrito nel deserto,

un vecchio cammello sfinito.

Vuote mi sono rimaste le mani del primo fiore di giovinezza,

ma piena ho la bocca del ricordo di lei.

(Traduzione testo: F. Gabrieli)

***

Sembrano perfezioni

Sembrano perfezioni, ma risplendono
soltanto agli occhi tuoi: valgono niente;

quanti nemici stanno in un amico
e in quanta quiete si nasconde il ladro!

Quanti cavalli di armoniose forme
non arrivano, deboli, alla meta!

Quanti cammelli, in viaggio, nella notte,
li trattiene il difficile cammino!

Così l’affanno trascina l’amante
dove l’ascesi e l’angoscia si legano:

sventura all’uomo afflitto da ignoranza,
che gli lodano il corpo e non l’ingegno!

È quasi un’ala, a volare, il denaro:
ma già è stroncata, e non rimane un bene:

quanti uomini degni in vile veste!
Si lucida una spada, e non la gemma.

(traduzione di F.M. Corrao e E. Sanguineti)

***

Sicilia mia

Sicilia mia. Disperato dolore
si rinnova per te nella memoria
Giovinezza. Rivedo le felici follie perdute
e gli amici splendidi

Oh paradiso da cui fui cacciato!
Che vale ricordare il tuo fulgore?
Mie lacrime. Se troppo non sapeste di amaro formereste ora i suoi fiumi
Risi d’amore a vent’anni sventato a sessanta ne grido sotto il peso
Ma tu non aggravare le mie colpe
se l’Iddio tuo già concesse il perdono
In alto la penombra si dirada
agitata dai veli della luce
ma questa luce è un modo del distruggersi
manda luce chi perde la sua vita.

***

Il vino

Vino di colore e odor di rosa, mescolato all’acqua

ti mostra stelle fra raggi di sole. 

 

Con esso cacciai le cure dell’animo

con una bevuta il cui ardore serpeggia sottile 

quasi inavvertibile. 

 

L’argentea mia mano, stringendo il bicchiere, 

ne ritrae le cinque dita dorate.

***

Le belle

Ci affascinano le belle che muovono gli occhi 

di gazzella in visi rotondi come lune. 

 

Dalle chiome fluenti, dall’incedere aggraziato, 

dai glutei pieni, dalla vita sottile. 

 

La fresca giovinezza 

profuma la loro bocca dalle labbra di corallo,

dai denti di perla, 

 

come quando lo zefiro, impregnato di abir

scorre sulla rosa e sulla camomilla.

***

Quando i corpi s’incontrarono

Quando i corpi s’incontrarono, senza alcun
sospetto, e già le anime si eran consunte di passione,
cogliemmo – senza che ci fosse imputato a
colpa – i frutti di un piacere che si colgono
quando si piantano.
Quando poi svanirono le stelle, levando una
bandiera sulla quale s’appressava la luce e
dalla quale svanivano le tenebre,
sospirai sbigottito, ma solo sospirai
per lo spuntar dell’aurora.
O aurora non venire, tu mi fai desolato; o
notte, non andar via, tu mi dai gioia!

***

Immagine da http://poesiesicule.blogspot.it

Fonti:

Sonetti di Nina Siciliana

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Di questa poetessa vissuta nel XIII secolo restano due componimenti, trasmessici dalla raccolta “Sonetti e canzoni di diversi antichi autori toscani”, edita da Giunti nel 1527 a Firenze e denominata anche “Giuntina di Rime Antiche”.

Biografia di Nina Siciliana

***

Tapina me che amava uno sparviero,
Amaval tanto ch’io me ne moria;
A lo richiamo ben m’era maniero,
Ed unque troppo pascer nol dovia.

Or è montato e salito sì altero,
Assai più altero che far non solia;
Ed è assiso dentro a un verziero,
E un’altra donna l’averà in balìa.

Isparvier mio, ch’io t’avea nodrito;
Sonaglio d’oro ti facea portare,
Perchè nell’uccellar fossi più ardito.

Or sei salito siccome lo mare,
Ed hai rotto li geti e sei fuggito,
Quando eri fermo nel tuo uccellare.

( Fonte: http://www.alidicarta.it/leggi.asp?testo=462011192418 )

***

Qual sete voi, sì cara proferenza,
Che fate a me senza voi mostrare?
Molto m’ agenzeria vostra parvenza,
Perche meo cor podesse dichiarare.

Vostro mandato aggrada a mia intenza;
In gioja mi conteria d’ udir nomare
Lo vostro nome, che fa proferenza
D’ essere sottoposto a me innorare.

Lo core meo pensare non savria
Nessuna cosa, che sturbasse amanza,
Così affermo, e voglio ognor, che sia,

D’ udendovi parlar è vollia mia:
Se vostra penna ha bona consonanza
Col vostro core, ond’ ha tra lor resia?

( Il sonetto è noto con il titolo “Risposta a Dante da Maiano che era di lei innamorato”, ed è riportato nel testo citato da Luisa Bergalli Gozzi, ed., Componimenti poetici delle piu illustri rimatrici d’ ogni secolo (Venezia: Antonio Mora, 1726), pt. 1, p. 1. – Fonte: http://blog.libero.it/bibliofiloarcano/12205420.html )

 

Immagine: “La città delle dame” miniatura di Christine de Pizan ( Venezia, 1365 – Poissy 1430) da http://www.memecult.it

Nina Siciliana

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Nina Siciliana è passata alla storia come la prima poetessa in lingua volgare. Questa singolare figura di donna vissuta nel tardo Medioevo è a tutt’oggi avvolta nel mistero: non esistono infatti notizie certe riguardo alla sua nascita, alla sua biografia e perfino al suo vero nome. Conosciuta anche come “Nina da Messina”,  “Nina di Danti” e “Monna Nina”, Nina era probabilmente originaria di Messina o, secondo alcune fonti, di Palermo. Queste ipotesi, però, non hanno alcun fondamento scientifico: gli storici, infatti, le hanno formulate in base alla diffusione del nome “Nina” nelle diverse zone dell’isola alla fine del XIII secolo.

L’appellativo di “Nina di Danti” scaturì dall’interesse, artistico e sentimentale, che il poeta toscano Dante da Maiano manifestò senza neppure conoscerla personalmente: fra i due si instaurò una relazione amorosa di tipo platonico, basata essenzialmente su scambi di componimenti poetici, soprattutto sonetti.

Alcuni studiosi sono propensi a considerare Nina un personaggio inventato, creato ad arte nella tipografia Giunti verso il 1527; ad avvalorare ulteriormente questa teoria, alla fine dell’Ottocento si arrivò perfino a teorizzare l’inesistenza dello stesso Dante da Maiano, ipotesi poi smentita dal ritrovamento di un manoscritto quattrocentesco contenente due testi del poeta toscano.

Recenti scoperte sul possesso di un certo grado di cultura da parte di alcune donne dell’epoca consentono  oggi di rivalutare la possibilità che Nina sia realmente esistita. Lo scetticismo di alcuni critici dei secoli passati di accettare la verità storica di questo personaggio è nata infatti dalla convinzione che fosse impossibile per una donna comporre versi di elevata finezza in un periodo di analfabetismo femminile estremamente diffuso.

In particolare, è stata rilevata un’affinità significativa tra lo stile dei sonetti di Nina e quelli di Alamanda de Castelnau, autrice francese coeva facente parte di un gruppo di circa venti poetesse ( le “Trobairitz”) cantrici della fin’amors al femminile e la cui esistenza costituisce ormai un fatto certo.

Sonetti di Nina Siciliana

Di Nina Siciliana restano due componimenti inclusi nella raccolta “Sonetti e canzoni di diversi antichi autori toscani”, edita da Giunti nel 1527 a Firenze e denominata anche “Giuntina di Rime Antiche”. Questa antologia racchiude anche i sonetti di Dante da Maiano.

 

Donatella Pezzino

Fonti:

Foto tratta dal blog http://palingenesicom.blogspot.it.