Letteria Montoro

Letteria Montoro nacque a Messina il 19 aprile del 1825.

Diverse fonti coeve ne lodarono la fine bellezza e la spiccata intelligenza; ma Letteria fu anche una donna politicamente impegnata, liberale convinta e dotata di una personalità forte, combattiva e spesso ribelle, caratteri che mal si accordavano al contesto culturale e sociale – fortemente maschilista – nel quale viveva. Così recitava il testo dell’epitaffio posto sulla sua tomba al cimitero monumentale di Messina:

Qui per volere del Comune/ l’ala dell’oblio non graverà sulle ceneri/ di LETTERIA MONTORO/ che l’anima forte ed eletta/ trasfuse in versi soavii ed in prose eleganti/ donna di spiriti liberali/ confortò i fratelli che combattevano/ per la redenzione d’Italia/ li seguì nell’esilio/ e ad essi tornati in patria/ sacrificò cristianamente la vita/ mirabile esempio di fraterno affetto!/ 19 aprile 1825 – 1 agosto 1893

Oggi questo epitaffio non esiste più: la lapide che lo conteneva, infatti, è andata distrutta durante il terremoto del 1908. Ma anche la memoria di Letteria ha subito un triste destino: caduta progressivamente nell’oblio dopo la sua morte, la poetessa è oggi quasi completamente dimenticata ed è solo grazie all’impegno di studiose come Daniela Bombara se abbiamo la possibilità di riscoprirla.

Figlia di un esule per motivi politici, la giovane Letteria partecipò attivamente ai grandi eventi risorgimentali: durante i moti del 1848 collaborò con il settimanale “L’aquila siciliana” e fornì il suo sostegno ai patrioti che combattevano in prima linea. Dopo la conclusione dei moti, scelse volontariamente di seguire i suoi fratelli nell’esilio. Questa scelta non era dettata solo da motivi di generosità, affetto o coerenza morale: in quell’epoca, infatti, la donna esule svolgeva spesso una preziosa opera di mediazione tra i proscritti politici e le istituzioni governative. E’ quindi probabile che Letteria abbia approfittato del confinamento per proseguire la sua attività in favore dei patrioti.

Tornata a Messina, si assunse l’impegno di curare da sola la sua numerosa famiglia sollevando suo fratello sacerdote da diversi compiti gravosi; nonostante ciò, riuscì anche a dedicarsi alla scrittura. Dal 1850 cominciò a pubblicare poesie, romanzi e novelle, scritti nei quali trasfondeva i moti del suo animo e le tracce della sua vicenda autobiografica e che riscossero un immediato successo di pubblico e critica.

Articolate in un’ampia varietà di generi – civile, patriottico, lirico, d’occasione –  le poesie di Letteria destarono interesse soprattutto per la loro forte impronta leopardiana: in esse, la giovane letterata messinese cercò di unire le sue spiccate attitudini speculative ad uno struggente lirismo, con frequenti richiami al lessico e alle tematiche tipiche di Leopardi. Tuttavia, il suo contatto con il pensiero leopardiano restò perlopiù limitato alla visione del dolore come elemento costitutivo della vicenda umana, un tratto che ella sentì in forte sintonia col proprio vissuto e col proprio sentire. In lei, però, questo dolore trova una via d’uscita nella fede religiosa e nella convinzione dell’esistenza dell’anima, mentre le restano estranei il concetto di “natura matrigna” e il laicismo. “Il pensiero dell’anima”(1885), una delle poesie più famose e apprezzate della Montoro, costituisce sicuramente la cifra più rappresentativa di questo suo “leopardismo minore”. Eccone uno stralcio :

O peregrina idea

Ove ti aggiri e celi

Lungi dal guardo mio! Qual erma sede

Solo per te creata,

O quale avventurata

Dell’immenso universo ascosa parte

Di tua presenza bei?

Dimmi se vera è tua sostanza in questo

Moto eterno dell’essere infinito,

O vagheggiata invano dal pensiero

Ognor tu fosti e sei. Qual nell’umana

O celeste famiglia,

Qual beltade alla tua si rassomiglia?

Nonostante la saltuarietà con la quale Letteria, assorbita dagli impegni domestici, potè dedicarsi all’attività letteraria, contemporanei del calibro di Giuseppe Pitrè tributarono ai suoi versi un’altissima considerazione, tanto da affiancarli alle opere di altre sue grandi conterranee quali Mariannina Coffa, Giuseppina Turrisi Colonna, Rosina Muzio Salvo e Concettina Ramondetta Fileti.

Fra i suoi scritti in prosa, fu particolarmente apprezzato il romanzo storico “Maria Landini”: considerato la sua opera maggiore, è ricco di spunti autobiografici, a cominciare dal carattere della protagonista. “L’autrice” scrive Daniela Bombara “propone qui un’eroina fascinosa e combattiva, che cerca di affermare la propria volontà e libertà di scelta in un contesto sociale degradato, corrotto e violento.” In questo lavoro, Letteria sfrutta gli strumenti del romanzo “misto di storia e di invenzione” per dar vita ad una vicenda avvincente e scorrevole mostrando, allo stesso tempo, la reale condizione della Sicilia del suo tempo: vi risalta la marginalità culturale e sociale dell’isola rispetto al resto d’Europa nonostante i tanti fermenti culturali e artistici, ma soprattutto la condizione femminile vista da una singolare angolazione, quella di una donna – Letteria, appunto –  soffocata da un ambiente misogino e restrittivo, che non le perdonava il fatto di non essere sposata e di aver preteso di fare della scrittura uno strumento di emancipazione e di legittimazione sociale.

Dopo l’Unità d’Italia, Letteria vide pubblicati i suoi scritti sul periodico genovese “La Donna”; collaborò inoltre alla Strenna femminile dell’Associazione filantropica delle Dame Italiane (1861), alla raccolta Poesie di illustri italiani contemporanei (1865), alla Strenna veneziana (1866) e al volume Candia, pubblicato a cura del Comitato Italo-Ellenico di Messina (1868). Nel 1865 fu l’unica poetessa messinese chiamata a commemorare il centenario di Dante: in questo evento, la città di Messina riunì i migliori intelletti della città fra letterati e docenti universitari. Per l’occasione, Letteria scrisse un componimento intitolato Pel centenario di Dante Alighieri, sostenendo la tradizionale immagine risorgimentale del Dante prefiguratore dell’Unità d’Italia. Morì nel 1893.

Donatella Pezzino

Immagine: un ritratto di Letteria Montoro tratto dal sito http://www.enciclopediadelledonne.it

Fonti:

  • Daniela Bombara, Ripensamento della tradizione e approdo alle idealità romantiche nella Sicilia di primo Ottocento: vita e opere di tre letterate ribelli, in Quaestiones Romanicae, III/2, Università di Timisoara, 2015, pp.400-412.
  • http://www.enciclopediadelledonne.it/biografie/letteria-montoro/
  • Daniela Bombara, Al margine dei margini: ribellione, esperienza del dolore e denuncia sociale in Letteria Montoro, donna siciliana e scrittrice del romanticismo, nstitucional.us.es/revistas/Culturas/20/HTML/13_Bombara_daniela.html
  • Rita Verdirame, Narratrici e lettrici (1850-1950). Le letture della nonna da Contessa Lara a Luciana Peverelli, Padova, Libreria Universitaria, 2009.
  • https://www.yumpu.com/it/document/view/14946143/poesie-di-illustri-italiani-contemporanei-scelte-e-ordinate/159
  • Montoro, L., Maria Landini. Romanzo, Palermo, Clamis e Roberti, 1850.
  • Montoro, L., “Il pensiero dell’anima”. Francesco Guardione ed. Antologia poetica siciliana del secolo XIX , con proemio e note, Palermo, Tempo, 1885, pp. 333-336.
  • Montoro, L., Sul sepolcro del sacerdote Francesco Montoro, sua sorella Letteria., Messina, Tip. del Progresso, 1886.
  • Sulla tomba della Chiarissima Mariannina Coffa poetessa notina. Versi sciolti letti nell’Accademia radunanza straordinaria del 6 aprile 1878 nel Gabinetto Letterario Ibla Erea di Ragusa, Palermo, Virzì, 1878
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Poesie di Mariannina Coffa Caruso

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Mariannina Coffa Caruso (  Noto, SR 1841-1878), detta la “Capinera di Noto” o la “Saffo netina”, ci ha lasciato vari scritti fra poesie, lettere e riflessioni, tutte percorse da una dolorosa vena intimista e da un forte anelito alla libertà di vivere e di amare. In questo articolo riporto alcune poesie tratte dal libro “Sibilla arcana” di Marinella Fiume edito da Lussografica ( 2000) e da varie fonti presenti sul web.

Biografia di Mariannina Coffa Caruso

OMBRA ADORATA

Che mi valse l’ingegno, il core e l’arte
Se te perdendo ogni Ciel perdei?
Se il nume che fu vita ai sogni miei
Mi condanna tacendo e si diparte?
Oh se vedrai queste dolenti carte
Che d’un alito ignoto accendi e bei
Saprai ch’ove sospiri, e piangi e sei
Ivi piange il mio core a parte a parte.
Saprai ch’io t’amo, ed è miracol novo
La vita mia…perchè son morta e vivo,
E là dove non sei me non ritrovo!
Saprai, ch’ombra adorata, a me d’accanto
Ti riveggio pur sempre o sogno o scrivo
E più che il labro tuo trovo il tuo pianto.

Qualche anno fa, questo sonetto è stato splendidamente musicato da Carlo Muratori. Ascoltatelo, è davvero emozionante.

***
1.
Amo…che val se l’universo è muto
Alle più sante melodie del core?
Se in te l’anima mia tutto ha perduto
Vive,combatte,ed è gigante amore.
Diletto mio!…sai tu che i giorni e l’ore
Le lagrime e la prece ho rattenuto?
Che ho fidato a le stelle il mio saluto
Ed ha pianto natura al mio dolore?
Sai tu che mille volte in rotti accenti
Ho chiesto al Ciel di rivederti e indarno
Indarno sempre la mia prece uscia!
Che non pugnai coi disperati eventi?
Oggi vivrei fra l’armonie dell’Arno
Di te più degna e della cetra mia?
2.
Si…vivrei per amarti, e ignota e oscura
Morir vorrei sull’adorato petto!
Credi,amor mio, d’un solo unico affetto
Arde quest’alma nella sua sventura.
Te m’offrivo in un punto arte e natura
Te maggior d’ogni nume e d’ogni obietto.
Ah tu nol sai, la mesta creatura
Vive straniera nell’estraneo letto!
Senza amor, senza luce e senza speme,
Fra le memorie mie chiuso il pensiero.
Dimmi: il duol che mi strugge è morte,o vita?
Vivo, e del vover suo l’anima geme,
Moro, e pace non ha la mia ferita…
e viva e morta ti vagheggio, e spero!
3.
Che mi valse l’ingegno,il core e l’arte
Se te perdendo ogni Ciel perdei?
Se il nume che fu vita ai sogni miei
Mi condanna tacendo e si diparte?
Oh se vedrai queste dolenti carte
Che d’un alito ignoto accendi e bei
Saprai ch’ove sospiri,e piangi e sei
Ivi piange il mio core a parte a parte.
Saprai ch’io t’amo,ed è miracol novo
La vita mia….perchè son morta e vivo,
E là dove non sei non ritrovo!
Saprai,ch’ombra adorata,a me d’accanto
Ti riveggio pur sempre o sogno o scrivo
E più che il labro tuo trovo il tuo pianto.
4.
E invan m’è dato rivederti,invano
Le lunghe notti in un martir profondo
Me stessa impreco,e la natura e il mondo,
E il sogno onde mi piacqui,e il voto insano.
Terribil voto che a me stessa ascondo,
Che trasse al nulla un avvenir lontano,
Ch’estinse il raggio di un affetto arcano
Che m’ha lasciato d’ogni morte il pondo.
Oh potessi un istante il mio martire
Disvelarti,amor mio,potessi almeno
Udir che mi perdoni e poi morire.
Paga morrei pur che fia salvo il core
Paga morrei sull’adorato seno,
Il tuo sguardo sognare e il nostro amore.

***

A Luisa         

In un momento d’estasi magnetica

Bella, che il guardo appunti

Oltre il confin della mortale idea,

Che in un solo desio mostri congiunti

Il cor che piange e il core che si bea,

Dell’occhio onniveggente

Raggio disceso nell’argilla muta,

Miracol novo d’armonia tu sei!

D’un’armonia dolente

Che parla a’ mesti e l’anima trasmuta

In un sogno di luce a’ sogni miei.

 

 Farfalla innamorata

Ch’ergi le penne oltre le vie del sole

Pel tuo foco medesmo inebrîata,

Sibilla arcana per le tue parole,

Se il mistico pensiero

Che di cielo ti veste opra è del Nume,

Anch’io piango… ti adoro… e grido anch’io:

– Ecco un baleno dell’eterno vero,

Ecco una fiamma dell’etereo lume,

Ecco la creta che sospira a un Dio! –

 

Se l’anima potesse

Varcar la meta che le diè natura,

E gir soletta a quelle plaghe istesse

Da cui ne venne immacolata e pura,

Per gli occhi onde riveli

Fiamma cotanta io la vedrei rapita

Peregrinante a le commosse sfere,

E direbbe al pietoso astro de’ cieli:

Deh, riprendi i miei sogni e la mia vita,

Ma non torni alla terra il mio pensiere!-

 

No, non fuggir… consenti

Che teco io sugga l’armonie passate,

E l’ebrezza dell’alma e i voli ardenti

Che mi fero in un gaudio amante e vate.

Lascia ch’io beva il riso

Di tue movenze allor che ti favella

Lo spirito accenso per virtu del core:

Lascia ch’io m’erga al sospirato eliso,

Ch’io voli in grembo a la perduta stella,

                                       E gridi al mondo: – L’anima non more! –

 ***

Psiche

Datemi l’arpa: un’armonia novella

Trema sul labbro mio…

Vivo! Dal mio dolor sorgo più bella:

Canto l’amore e Dio!

 

Psiche è il mio nome: in questo nome è chiusa

La storia del creato.

Dell’avvenir l’immago è in me confusa

Coi sogni del passato.

 

Psiche è il mio nome: ho l’ale e son fanciulla,

Madre ad un tempo e vergine son io.

Patria e gioie non ho, non ebbi culla,

Credo all’amore e a Dio!

 

Psiche, chi mi comprende? Il mio sembiante

Solo ai profani ascondo;

E nei misteri del mio spirto amante

Vive racchiuso un mondo.

 

Nei più splendidi cieli e più secreti

Sorvolo col desio:

Nata ad amar, sul labbro dei Profeti

Cantai l’amore e Dio.

 

Psiche è il mio nome: un volgo maledetto

Pei miracoli miei fu mosso a sdegno,

E menzognera e stolta anco m’han detto,

Mentre sui mondi io regno!

 

Eppur le voci d’una turba ignara

Fra i miei concenti oblìo:

Nello sprezzo dei tristi io m’ergo un’ara

E amor contemplo e Dio.

 

Psiche! Ogni nato colle ardenti cure

Di madre io circondai,

E il supplizio dei roghi e le torture,

Figlia del ciel, provai.

 

Nell’infanzia dei tempi, il gran mistero

D’ogni legge fu servo al genio mio:

Di Platone e di Socrate al pensiero

Svelai l’amore e Dio!

 

L’arte, le scienze, le scoperte, i lenti

Progressi dell’idea, chi all’uomo offria?

Io sui ciechi m’alzai, fra oppresse genti

Schiusi al pensier la via.

 

 

Psiche è il mio nome… il raggio della fede

Rischiara il nome mio:

E, Umanità, chi al nome mio non crede

Rinnega amore e Dio!

 

Ogni lingua, ogni affetto, ogni credenza

Col mio potere sublimar tentai:

Serbando illesa la divina essenza,

Forma, idioma ed essere mutai.

 

Or vittoriosa, or vinta, or mito, or nume,

Or sobbietto di scherno, or di desio,

Col variar di lingua e di costume,

Svelai l’amore e Dio!

 

Pria che fosse la terra, io le nascose

Fonti del ver mirai:

Vissi immortale fra le morte cose,

Me nel creato amai.

 

Eppur la terra non comprese ancora

Le mie leggi, il mio nome, il senso mio:

Conosce il mio poter… sol perché ignora

Che Psiche è amore e Dio!

 

Dio, Psiche, Amor! si vela in tal concetto

Il ver, la forza, l’armonia, la vita:

Son tre mistiche fiamme e un intelletto

Che un nuovo regno addita.

 

O Umanità! La scola del passato

Copri d’eterno oblìo,…

Quel Bene che finora hai vagheggiato

È Psiche, è Amor, è Dio!

***

A Giuseppe Migneco

Tu dunque vuoi che da quest’arpa infranta
Si levi un suono di profondo affetto,
E mi gridi pietoso: Alzati e canta?…
Oh! Qual dal mesto petto
Voce io trarrei d’immenso gaudio aspersa,
Ove dato pur fosse all’alma mia
Oggi nel duolo immersa,
Vivere ancor di sogni e d’armonia!
No; se la mia parola
Spesso tra generosi impeti ha vita
Nobile esempio e scola
Trova sol negli affetti ond’è nutrita.
Ben io talor vorrei
Tentar la mesta voluttà del canto;
Ma confuso è lo sdegno ai versi miei
E l’arpa offesa non può dar che pianto!
Amico! Ah tu non sai
Qual duol racchiuda il mio severo accento!
Dimmi: provasti mai
La perfidia, l’inganno, il tradimento?
Mille rettili aurati in varia forma
Dimmi, vedesti mai strisciarti intorno,
E la pura schivando aura del giorno
Lasciar nell’ombra d’atra bava un’orma?
Il falso riso d’una gente abbietta
Provasti, amico, e l’invido furore?
Fra le gioie d’un’arte benedetta
Orribil piaga ti fu schiusa in core?
Fra quell’ore di pace in cui la vita
Si pasce d’armonia
Provasti il ghigno della colpa ardita
E il morso della fredda ipocrisia?…
Una stolta falange ha condannato
Le tue credenze, i palpiti, il desio,
E di negri sospetti ha maculato
Sin quella fede che ti lega a Dio?…
Sai tu, dal dì che per diversi lidi
Ci spinse il fato avverso
In quale acerbo disinganno io vidi
Il più bel sogno della vita immerso?…
O beate dolcezze! O breve e cara
Gioia, o lusinghe del natio paese,
Quando quest’alma della vita ignara
Di tua gran mente il gran concetto apprese!
Or mi ridesto e sento
Quasi un’eco di tomba, e intorno giro
Le stanche ciglia a un funebre lamento
Al mio verso risponde e al mio sospiro.
Molti vid’io, né il ver per odio ascondo,
Che un caro d’amistà pegno mi han dato
E con labbro mendace e inverecondo
Amicizia e coscienza han profanato.
Molti vid’io, si cui tutta l’impura
Tabe è conversa d’ogni reo pensiero,
Che son onta a se stessi e alla natura,
Son vergogna al creato, e insulto al vero.
E vidi poi quest’idoli ferali
Offrire al mondo una virtù mentita,
E avvelenar le fonti della vita
Nell’armonia dei casti penetrali!
Ma il terror della colpa e del delitto,
Quasi aspettando la condanna e il fio,
A ognun di loro sulla fronte è scritto
Qual marchio eterno che v’impose Iddio.
Dolor sì fero, inaspettato, immenso,
Ha distrutto il mio core a parte a parte;
Quando in me stessa mi racchiudo e penso,
Io non credo all’amor, non credo all’arte,
Ogni legge sprezzando ed ogni affetto
Io vorrei dentro al nulla inabissarmi,
E gridare al Signor dall’imo petto:
Perché, perché crearmi?…
E vuoi ch’io scriva?… e vuoi che mi ridesti
Alla virtù d’una parola amica,
E sdegnosa mi levi e manifesti
La possente del core ardua fatica?
Vuoi che rapita in quella sfera eletta
Che sublima le lagrime e il desio
L’arpa ritenti, e splendida vendetta
Faccia de’ miei dolori il genio mio?
T’intendo, amico: di compensi arcani
Si riconforta un genio intemerato:
E anch’io lo sento; e al riso dei profani
Una pagina d’onta ha consacrato.
Chè se un’etate acerba
Al più caro desio tarpato ha l’ale,
Chiudo in quest’alma indomita e superba
Una vivida fiamma ed immortale.
E s’oggi affido all’armonia del canto
Ogni pensier dell’anima ferita,
E per te, per l’affetto unico e santo
Ch’ai nostri cori è vita.
Oggi all’impulso d’una tua parola
Riedo all’altezza ch’obliar potei…
E a novo intento e a più sublime scola
Traggo le mie speranze e versi miei!…

***
Luce e tenebre

Non io fra’ lieti, in facili
Gioie sprecar consento
La vita mia, né arridono
Ai sogni miei la gloria e lo splendor:
È sì labile fiore il sentimento
Che tra i felici inaridisce e muor.
Farfalla solitaria
L’ali io rivolgo ove più bello è il sole;
Vivo nel mite effluvio
Che si solleva dalla terra al ciel,
Parlo cogli astri armoniche parole
L’immenso spazio è il mio dorato avel.
Fanciulla ancor, nei fremiti
D’una incompresa idea,
Quando il commosso spirito,
Un mondo nuovo e un nuovo cielo ambì,
D’una cara speranza io mi pascea
Ch’ahi!… troppo presto nel mio cor languì.
Oggi, un perenne esilio
Parmi la vita, e risalir vorrei
A quel sognato empireo
Fulgente ancora di malìa gentil,
E ritrovar la luce che perdei
Nella dolcezza di un eterno april.
Stanca così di gemere
Forse son io, che tutta
Di funerarie immagini
Si dipinge la terra al mio pensier;
Veggo ogni cara illusion distrutta
Ed ingombro di sterpi il mio sentier.
Che fia di me?! Quest’anima
Chiude un tesoro di supremi affetti,
Chiude un pensier sì splendido
Che mente umana indovinar non può:
Sorrido e passo fra i mortali obbietti,
Ma patria e meta ed avvenir non ho!
Quanto di bello accogliesi
Nell’universo, appena
Può sodisfar l’indocile
Cura ch’io porto dai prim’anni in sen;
Il desio che mi strugge e m’incatena
È maggior d’ogni gloria e d’ogni ben.
Detto mi fu che in lagrime
Trassi i begli anni dell’età fanciulla,
Che un indistinto gemito
Per lunghe notti dal mio labbro uscì.
Né pace io m’ebbi nella dolce culla,
Né mi diè pace il sen che mi nutrì.
Dunque l’età più tenera
Mi presagia l’affanno:
Agonizzai sul nascere
Qual fior divelto dal materno stel…
Pria del dolor conobbi il disinganno,
Pria della vita interrogai l’avel.
Nei lieti dì che l’anima
Schiusi all’arte, agli affetti, all’armonia,
Vidi nei sogni un essere
Che blandia coi suoi canti il mio dolor,
Poi temprava le corde all’arpa mia
E mi parlava d’un celeste amor.
D’amor che luce ed estasi,
Forza, principio e meta;
D’amor che i sensi inebbria
D’una sublime eterea voluttà…
Ch’ogni speranza ogni desio completa,
Ch’eterno regna e di regnar non sa.
D’amor che pochi intendono
Perché non vive di terrena ebbrezza,
Che dei veggenti è simbolo
Che terra e cielo in un pensier legò…
Ohimè! Quest’alma a tanto gaudio avvezza
Gioie mortali disiar non può.
Oh! Quante volte un alito
Di questo amor sognai!
Lo chiesi indarno agli uomini
Ché fu muto ogni core al mio desir…
Io non dovevo palpitar giammai
O dei palpiti miei dovea mori!!!
Pur quando riedo ai placidi
Giorni vissuti in compagnia diletta,
Ai primi studî, ai cantici,
A quei fantasmi ch’obbliar non so,
Dico a me stessa: un altro ciel mi aspetta,
In altro cielo le mie gioie avrò.
Talor mi è forza correre
Lungo il mortal cammino
Confusa ai cento speretri
Di cui sconosco la favella e il cor;
Ma nei riflessi d’un pensier divino
Io mi stringo gelosa al mio dolor.
Speranze inenarrabili
Traveggo unite a quel dolore istesso.
Ché l’alma solitudine
Fonte è di vita a chi contempla il ver:
Quanto ad occhio mortal non è concesso
Svelasi in quell’istante al mio pensier.
Nell’ombra e nel silenzio
Gl’idoli miei ritrovo;
Parlo al creato, interrogo
L’eccelsa fiamma che si asconde in me,
E in un incanto dilettoso e novo
Scordo i maligni che mi stanno al piè.
Armonizzare, astergere
Posso in quell’ora ogn’intimo desio;
Rendo al mio stanco spirito
La potenza, l’imperio e la beltà.
Frango i misteri tra la mente e Dio,
Sprezzo il sogghigno d’una cieca età.
Veggo il cozzar dei secoli
Scissi in tenzone orrenda;
Veggo agitarsi e fremere
E sacerdoti e novatori e re,
E i popoli seguir l’ardua vicenda
Chiedendo invano la cagion qual è…
Oh!… s’io dovea le misere
Lotte provar d’una genia caduta,
Perché di elette immagini
Si riconforta il memore pensier?
Perché rivivo in un’età perduta,
Perché sento in me stessa il Bello e il Ver!?
Perché mi è dato un palpito
Che l’universo abbraccia?
Chi parla in me? chi suscita
La mia fede, i miei canti, i miei desir?
Chi mi sospinge d’alti beni in traccia,
Chi m’offre un cielo, un mondo, un’avvenir?
No, non è ver che l’unica
Meta dell’uomo nella morte è chiusa,
Che l’infeconda polvere
S’agiti ad una breve aura vital;
Può la vita alla morte andar confusa
Se parla in noi lo spirito immortal?
Può nell’obblio travolgersi
Chi può sfidar l’obblio?
Farsi mendico e debole
Chi ricco e forte dall’empiro uscì?
Nume del mondo l’ha chiamato Iddio,
E un’alba eterna a questo nume offrì.
Un’alba a cui si legano
Godimenti perenni, alta speranza:
Un’alba in cui si effondono
Tutte le gioie che fan bello il ciel…
Chi… chi gli ha tolto il senno e la possanza,
Chi lo fe’ schiavo al tenebroso avel?
Pur questo inane scheletro
Bello e immortale da natura uscia;
Ma un’orrida macerie
Non bruttava in quell’ora il suo candor,
E un senso arcano col suo vel copria
Il figliuol della luce e dell’amor.
Ahi! nell’immondo pelago
Ch’ogni sciagura aduna,
Nel lezzo d’un convivio
Che eterne brame sodisfar non può,
Ha veduto rapirsi ad una ad una
Quelle dolcezze che l’amor creò.
Oggi che langue immemore
D’una possanza avita,
Si elevi al gran giudizio
L’orme segnando ad una nuova età;
O fra gli stenti d’una morta vita
Gli ultimi beni dileguar vedrà.
Dovrà sognar le glorie
Di un’èra a lui promessa,
Dei padiglioni eterei
Chiederà la bellezza e lo splendor…
Avrà la morte sulla fronte impressa
Avrà giudice eterno il suo dolor.
Alme vegg’io, che povere
Di fede e d’intelletto
Cercan bearsi al fascino
Di quell’amore che i credenti unì,
Ma non san che le fonti dell’affetto
L’ignoranza dell’uomo inaridì.
Io… sì, talor le cupide
Pupille ho fisso a la magion beata;
Ho visto i mille arcangioli
Farmi invito coi baci e coi sospir,
Ho visto i lembi d’una scala aurata
E l’alba d’uno splendido avvenir.
Indi… un fatal disordine
Sperde il sublime incanto,
Ed io straniera agli uomini
Una ignota armonia chiedo al mio cor!…
L’eco dell’alma mia forse è il mio canto,
L’eco della natura il mio dolor.
Chi mi comprende?… Un plauso
Fra quest’aure di morte io non aspetto.
Parlo ai venturi… e incolume
Traggo il mio spirto ai cantici del ver;
Finché m’inebbria un sovrumano affetto
Sarà nunzio di vita il mio pensier.
***
A Filippo Santocanale

Se degli anni senili il grave incarco
Fe’ in te più vivo il giovanile affetto,
E natura ed amor schiudono il varco
Ai forti sensi del tuo nobil petto,
Me, peregrina e ad altre sfere unita,
Per poco accogli nel tuo dolce amplesso:
Questo, o amico gentil, mi sia concesso
Ultimo vale ai sogni della vita!
Forse, più che nol credi, intima e pura
In me favella d’amistà la voce:
Fu il più bel dono che mi diè natura,
Eppur fu la mia tomba e la mia croce!
Chè fra tante cortesi alme incontrate
Nel cammin dell’esilio, una soltanto
Pur non trovai che fera ambascia e pianto
Non desse in cambio all’anima del vate.
Cantai l’amore? Ahi! fra sorrisi immondi
Il mio bel voto illanguidir vedea,
E agonizzar fra scheletri infecondi
La più sublime e creatrice idea.
Ché sempre al suo venir fra un mondo cieco
Non trova impulso un vergine pensiero,
E i dettami del nobile e del vero
Non hanno un plauso, una parola, un’eco!
L’uom fatto servo da princìpi ignavi
Sconosce il bene, o d’ignorar s’infinge,
Si studia i vanti ad eternar degli avi,
E la propria miseria il preme e stringe.
Questa rea debolezza è un fero oltraggio
Alla coscienza, alla natura, a Dio:
E lo svela commosso il canto mio
Or che m’appresto all’ultimo viaggio.
Senti! In un secol vanitoso e molle
Propizio ai bruti e a le bell’opre ostile,
Fra gente le cui brame odio ha satolle,
Che danna a morte ogni pensier gentile,
Qua fia compenso all’anima ferita,
Qual sacro istinto mi sospinge ancora?
Dovetti, a giorno a giorno, ad ora ad ora,
Fra morta gente mendicar la vita!
Nel duolo acerbo che fu strazio al core
Patria, amici, congiunti io non trovai:
Mi alimentai del mio celeste amore,
Quel che il mondo non vende, in me cercai!
E in questo lento lavorio, che tutta
La mia forza conquise e la baldanza,
Fra la morte, la vita e la speranza
Giacqui, viva non mai, non mai distrutta.
Sola, ignorata, ad ogni ben più caro
L’aspirar mi fu colpa! e in tanto affanno,
Io non so qual parlasse in me più amaro
O il cader dei miei giorni, o il disinganno!
Presso al diserto capezzal non una
Lacrimando inchinossi alma pietosa:
Madre, figlia, sorella, amica e sposa,
Pugnai col tempo e colla ria fortuna!
Che mi giovò dei dolci carmi in seno
Versare il germe d’un’idea novella,
E sul detto immortal del Nazareno
Schiudere un’era più feconda e bella?
Fu ben triste la prova! e intendo ormai
Che al Figliuolo dell’Uomo oggi non resta
Un nudo sasso ove poggiar la testa,
Un core a cui ridir gli ultimi lai!
Ed io… chi sa se al ritornar del maggio,
Quando natura i bei tesori effonde,
Quando d’amore il lusinghiero raggio
Parla ai fiori, agli augelli, ai campi e all’onde,
Chi sa, se stanca d’una inutil guerra,
Non poserò nella natìa vallata!
Questa, amico gentil, m’era serbata
Unica gloria, unica gioia, in terra!
A cor bennato è facile e secura
Scola il morir, ch’ogni delirio accheta;
Argomento è di lutto e di sciagura
Solo a quell’ente che smarria la meta.
Pace è il morir, se della morte il gelo
De’ rei ne asconde la volubil torma:
È il trapassar della visibil forma
A un’invisibil voluttà del cielo.
E sia così: dai facili diletti
L’uom non trasse la scienza e la grandezza;
E se ricco ne appar d’opre e di affetti,
Deve al proprio dolor la propria altezza.
E un dì, povero amico, a te fian vanto
Più che le glorie mie le mie sventure:
Farà pianger di me le età venture,
Questo ch’io ti rivolgo ultimo canto!
Pur m’affanna il pensier che un fato avverso
M’invola, o amico, ai tuoi dolenti sguardi,
E il cor nei sensi d’amistà converso
Ti conobbe nel mondo, ahi! troppo tardi.
Alziam le ciglia! Un’ineffabil sorte
Spesso è legata al più crudel dolore!
Che in animo gentil vive l’amore
Oltre i danni del tempo e della morte!
 ***
La mia patria
Oltre quei monti che il sol rischiara
Fra sogni aurati m’ebbi la culla;
Ma i primi canti della fanciulla
Cercavan sempre patria più cara.
Lungo le sere cogli occhi intenti
Chiedeva un raggio dei firmamenti,
E in debil suono cantar s’udìa:
No, non è questa la patria mia.
Dopo quell’ora passar molt’anni;
Straniera io vissi fra molti estrani;
Cercai l’amore de’ miei lontani;
Provai la lotta dei lunghi affanni.
Spezzato il core nell’aspra guerra,
No, la mia patria non cerco in terra.
Io nacqui ai sogni dell’armonia…
Io chiedo al cielo la patria mia!
***

Il giorno di Pasqua del 1860 fu giorno di lutto per la mia famiglia – sì di lutto; i volti sorridevano forzatamente, i cuori piangevano.

Io non potei piangere né cogli occhi né col cuore. Sposai all’alba – la chiesa era deserta – camminavo come trasognata e mi pareva di non essere più sulla terra. Mio Padre non mi accompagnò, non ebbi  accanto un amico – da un lato avevo mia madre confusa e dolente anch’essa, dall’altro lato mio suocero, che col suo viso arcigno mi faceva spavento come l’angelo del male….” ( da una lettera ad Ascenso Maceri in cui Mariannina descrive il giorno del suo matrimonio – 1860)

 ***

 ( 9 marzo 1870)

Avete mai pensato, Ascenso mio, a quel giorno in cui eravate in mia casa,
quando il cielo divenne nero e i tuoni ci facevano paura? Vi era anche mio
fratello Peppino, il solo che comprendesse il mio cuore. Io ricamavo un cuscino,
che dovevo donarvi- lo ricordate?-Oh! Ma non è possibile aver dimenticato
ciò che fa parte della vita. Quelle ore della tempesta furono le più belle del
nostro amore- perché mai, mai mi fu concesso dirvi una parola senza testimoni,
ma mi fu concesso stringere la vostra mano e aprirvi l’anima mia. Ma quel
giorno ebbi un istante di felicità, ed oggi l’ho scontata con perenni lagrime.
Eravamo soli; voi avevate scritto un sonetto che cominciava
Demone o spirto…
Volevate che facessi la risposta sulle stesse rime, e mi posi a scrivere. Eravate in
piedi dietro la mia sedia, e posaste la mano sulla carta che avevo innanzi, e su
quella mano appoggiai le mie labbra ardenti…O mio diletto- dopo dieci anni,
io palpito come palpitavo in quell’ora, e parmi nulla esser mutato; quel cuscino
che dovea servire pel vostro pianoforte, io lo conservo ancora: lo tolsi dal telaio,
non volli mai terminarlo ed è per me una preziosa reliquia- i colori delle rose
sono impalliditi come la mia vita…ma l’anima perché non muta?
***

Opere di Mariannina Coffa Caruso

  • Poesie in differenti metri di Mariannina Coffa Caruso da Noto, Siracusa, Stamperia Pulejo 1855
  • Nuovi canti di Mariannina Coffa Caruso da Noto, Noto, Stamperia Spagnoli 1859
  • Nuovi canti di Mariannina Coffa in Morana da Noto, Torino, Stamperia dell’Unione Tipografica Editrice 1863
  • Versi inediti di Mariannina Coffa Caruso in Morana da Noto, pubblicati per cura dell’affezionato ammiratore F. Santocanale, Palermo, Stabilimento Tipografico Lao 1876
  • Ultimi versi di Mariannina Coffa Caruso in Morana, Palermo, Tipografia Virzì 1878
  • Un sogno, versi inediti di Mariannina Coffa Caruso, per cura di Giuseppe Conforti, Noto, Zammit 1878
  • Lettere ad Ascenso, a cura di G. Raya, Roma, Ciranna 1957
  • Scritti inediti e rari di Mariannina Coffa, a cura di Miriam Di Stefano, Noto, Arti grafiche San Corrado 1996
  • L’epistolario amoroso Coffa–Mauceri, in Marinella Fiume, Sibilla arcana. Mariannina Coffa (1841–1878), Caltanissetta, Lussografica 2000

Immagine: Noto, Monumento a Mariannina Coffa Caruso – foto tratta dal blog https://marialuciariccioli.wordpress.com

Fonti: