Due poesie di al-Ballanūbī

O mio amante amato, l’anima mia rifiuta

questo tuo continuo andare e venire.

 

E se hai cominciato a non contare il mio desiderio

rispetta però l’amore che ci fu tra noi.

 

Per te non dormo e ho le palpebre gonfie

ma altre palpebre godano del sonno.

 

(traduzione di Jolanda Insana)

*

Quando vidi l’amore contagiato

dalla passione, allora ti nascosi

quanto dolore viene dall’amore.

 

Ti avevo custodito dentro la mia pupilla,

ma quando l’occhio pianse volli metterti

vicino a Dio, nel cuore del mio cuore.

 

Se solo mi dicessi di non bere,

io non andrei alla fonte, non desidererei

l’acqua dolce, freschissima.

 

Ma tu perchè mi sfuggi, mi resisti,

ti unisci a me, con tutto il desiderio

soltanto nelle righe delle lettere?

(traduzione di Valerio Magrelli)

*

Abū l-Ḥasan ʿAlī ibn ʿAbd al-Raḥmān al-Kātib al-Ṣiqillī, meglio conosciuto con la “nisba” (secondo l’onomastica araba, l’appellativo che indica il luogo di appartenenza) di al-Ballanūbī (o al-Billanūbī, che significa “quello di “Villanuova”), fu un poeta arabo siculo, vissuto tra il XI e il XII secolo. Nato a Villanuova, nei pressi di Bivona (AG), al-Ballanūbī abbandonò la Sicilia in seguito all’invasione normanna. Si trasferì in al-Andalus, in territorio iberico, dove, come Ibn Hamdis, altro poeta esule dalla Sicilia, si pose sotto l’ala protettrice del regnante abbadide Muhammad al-Muʿtamid, poeta,  mecenate e promotore di un prestigioso cenacolo di intellettuali. Successivamente, al-Ballanūbī si trasferì al Cairo, in Egitto, dove morì in età molto avanzata.         

Donatella Pezzino

Immagine: la “Moschea Blu” di Palermo da http://www.famedisud.it. (Vedi anche http://www.italianways.com/la-stanza-blu-di-palermo-esoterica-bellezza/)

Fonti:

– Wikipedia

– Francesca Maria Corrao (a cura di), Poeti arabi di Sicilia, Mesogea, 2004.

 

 

N

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Alcuni versi di Antonio Veneziano

1-

Quannu pri viva forza tutti dui,

Donna, a la vostra frunti l’occhi jsai,

Vitti dui Suli unni abbagghiatu fui,

E ccu duppia cagiuni arsi, e addumai.

Chi si Natura da un Suli, e non chiùi

Tutta si ‘nciamma, e non s’astuta mai,

In cinniri si fa, cui vidi in vui

Dui lucid’Astri d’infucati rai.

2-

Amanu alcuni, e patinu turmenti,

Ma nò turmenti simili a lu miu;

Patinu, è veru, ma a li loru stenti

Cangiannu vogghia trovanu disviu.

Sulu a mia nun riposa mai la menti,

Pirchi la prima ciamma ca m’ardiu,

M’arsi, e m’ardità sempri eternamenti,

E criscirà ccu l’anni lu disiu.

*

Antonio Veneziano (Monreale, 1543  – Palermo, 1593)

Immagine: Ore felici, di Michele Rapisardi (Catania, 1822 – Firenze, 1886)

(Trad: Quando a viva forza tutti e due, Donna, alla vostra fronte alzai gli occhi, vidi due Soli da cui fui abbagliato, e doppiamente bruciai, e mi accesi. Così come Natura da un Sole, e non di più, s’infiamma tutta, e non si spegne mai, si riduce in cenere, così vidi in voi due luminose stelle dai raggi infuocati. Alcuni amano, e patiscono tormenti, ma non tormenti simili al mio; patiscono, è vero, ma dalle loro sofferenze, cambiando oggetto del loro desiderio, trovano una distrazione. Solo a me non riposa mai la mente, perché la prima fiamma che mi ha acceso mi arse e mi arderà sempre eternamente, e crescerà con gli anni il desiderio.)

Liriche di Cecilia Deni

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Cecilia Deni (  1872-1934), nativa di Militello in Val di Catania ( CT), fu poetessa, educatrice, saggista e grandissima oratrice. A soli 18 anni, la pubblicazione del suo volume di poesie “Primi canti” le valse il plauso di Mario Rapisardi. Ottenuto il diploma magistrale a Catania nel 1890, si laureò a Roma nel 1894 con il massimo dei voti in Lingua e Letteratura Italiana. Tornata in Sicilia, insegnò lettere italiane alla Regia Scuola Normale “Giuseppina Turrisi Colonna” di Catania; successivamente, dal 1916 al 1932, ebbe l’incarico di Preside della neo-istituita Scuola Normale “Regina Elena” di Acireale. La sua vasta e articolata cultura riscosse l’ammirazione dei contemporanei; ebbe contatti con i più grandi letterati del tempo ( Ada Negri, Verga, Capuana, Carducci, Martoglio, solo per citarne alcuni) con i quali intrattenne rapporti di amicizia e di corrispondenza. Oltre che nell’attività di letterata, Cecilia si impegnò in diverse attività benefiche a favore dell’infanzia, della famiglia e della donna. La sua ricca produzione letteraria comprende opere in versi e in prosa, saggi di critica letteraria e articoli su giornali e riviste. Per la freschezza dello stile, la grande forza espressiva e la classicità delle forme, i suoi versi sono stati spesso accostati a quelli di Ada Negri. Ho tratto le poesie che seguono dalla raccolta “Verso l’erta” che Cecilia pubblicò nel 1900 con l’editore Giannotta di Catania.

Donatella Pezzino

****

Foglie e speranze

Riposan nella quiete altissima del bosco

gli alberi sonnolenti, nel plenilunio mite,

si specchiano nel lago, come in un cielo fosco,

i tremolanti rami. Le foglie scolorite

 

van per l’acque vagando, simili a coppe d’oro,

con dolce ondulamento, staccante al ramo verde

della quercia superba, del faggio e dell’alloro.

E l’avido mio sguardo la debil traccia perde

 

del cammin fantastico! Io penso alle divine

speranze che del ramo fiorente di mia vita

si staccano ad ogni ora e in mar senza confine,

il funebre viaggio compion nella infinita

 

alta quiete del tempo…

***

Piazza dei Martiri

Benchè nel cielo s’asconda la luna

il mare brilla di strani bagliori,

e nella piazza, che avvolge la bruna

notte, gli spettri cospargono fiori.

 

O tu che aneli cantar la fortuna

di morte glorie e d’intrepidi amori,

o tu che sogni al chiaror della luna,

vieni a sognare qui sotto gli allori.

 

Vedrai nel sogno di giovani arditi

gli alteri petti le palle sfidare,

cader sui lembi di vecchie bandiere.

 

Che visioni di magiche sere,

che desideri di mondi infiniti,

nell’azzurrino silenzio del mare!

***

Sogni folli

Or la penna d’avorio posa stanca

sovra i nitidi fogli non vergati,

e folleggianti su la carta bianca

volano i miei pensier foschi e dorati.

 

Non può la penna mia agile e franca

vederli nelle strofe incatenati,

poiché ogni ardire, ogni vigor mi manca,

alla carezza dei miei sogni alati.

 

Così, vittoriosi prigionieri,

frangono i lacci, con disdegno audace,

e invano il core trepido sospira.

 

Ah nei sepolcri dei sonetti austeri

dormir non vonno, cercano la pace,

oltre la sfera che più larga gira!

***

Beatrice

Candide verso il limpido oriente

si distendon le nubi e il mattutino

sole, col vivo raggio adamantino,

bacia la terra di dolor fremente.

 

Solo vaga lo spirito dolente

del Vate, meditante sul destino

dell’uomo, come un sogno alto e divino,

Beatrice gli appare sorridente.

 

Ella, col dolce riso, in lui raccheta

i fieri sdegni, e in alto lo trasporta

e lo cinge d’eterno abbracciamento;

 

al canto onipossente del poeta

dell’Inferno si schiude l’altra porta,

si sgombrano le vie del firmamento.

***

Da “Verso l’Erta”, Catania, Niccolò Giannotta Editore, 1900 – reperibile per la lettura a questo link: https://www.yumpu.com/it/document/view/36420909/verso-lerta-the-university-of-chicago-library/11

Fonti:

– Santi Correnti, Donne di Sicilia, Catania, Tringale, 1990 pp.168-169.
http://www.siciliaedonna.it/senza-categoria/nello-musumeci-omaggia-la-poetessa-cecilia-deni
http://www.fancityacireale.it/wordpress2/piccola-storia-di-jaci-la-preside-cecilia-deni

 

Alcune poesie di Ibn Hamdis

 

Ibn-Hamdis

Abd al-Jabbār ibn Muhammad ibn Hamdīs ( Noto, SR 1056- Maiorca 1133) è uno dei massimi esponenti della poesia arabo-sicula medievale. Di nobile famiglia, fu costretto all’esilio dopo la conquista normanna della Sicilia; lasciata l’isola verso il 1078, fu ospitato presso varie corti, destino che lo accomunò a tanti altri poeti suoi compatrioti (come Al-Ballanūbī). Hamdis fu dapprima a Siviglia, poi in Marocco, Algeria e Tunisia. Morì probabilmente a Maiorca, lontano dalla patria che aveva sognato e rimpianto per tutta la vita. Di lui ci rimane un canzoniere ( diwan) di circa 6.000 versi, la maggior parte dei quali dedicati alla bellezza femminile e all’amata Sicilia.

Donatella Pezzino

***

Ricordo la Sicilia

Ricordo la Sicilia, e il dolore ne suscita nell’anima il ricordo.

Un luogo di giovanili follie ora deserto, animato un dì

dal fiore di nobili ingegni.

Sono stato cacciato da un paradiso, come posso io darne notizia ?

Se non fosse l’amarezza delle lacrime, le crederei

i fiumi di quel paradiso.

Oh custodisca Iddio una casa in Noto, e fluiscano su di lei

le rigonfie nuvole !

Ogni ora io me le raffiguro nel pensiero, e verso per lei

gocce di scorrenti lacrime.

Con nostalgia filiale anelo alla patria, verso cui mi attirano

le dimore delle belle sue donne.

E chi ha lasciato il cuore a vestigio di una dimora, a quella

brama col cuore fare ritorno.

La terra ove germoglia la pianta dell’onore, ove dei cavalieri

caricano guerra contro la morte.

Viva quella terra popolata e colta , vivano su di lei

le tracce e le rovine!

Viva il profumo che ne spira, e che i mattini e le sere

 fan giungere sino a noi!

Vivano fra essi i viventi,e vivano anche le membra loro

composte nel sepolcro!

Io anelo alla mia terra, nella cui polvere si sono consumate

Le membra e le ossa dei miei,

come anela fra le tenebra al suo paese, smarrito nel deserto,

un vecchio cammello sfinito.

Vuote mi sono rimaste le mani del primo fiore di giovinezza,

ma piena ho la bocca del ricordo di lei.

(Traduzione testo: F. Gabrieli)

***

Sembrano perfezioni

Sembrano perfezioni, ma risplendono
soltanto agli occhi tuoi: valgono niente;

quanti nemici stanno in un amico
e in quanta quiete si nasconde il ladro!

Quanti cavalli di armoniose forme
non arrivano, deboli, alla meta!

Quanti cammelli, in viaggio, nella notte,
li trattiene il difficile cammino!

Così l’affanno trascina l’amante
dove l’ascesi e l’angoscia si legano:

sventura all’uomo afflitto da ignoranza,
che gli lodano il corpo e non l’ingegno!

È quasi un’ala, a volare, il denaro:
ma già è stroncata, e non rimane un bene:

quanti uomini degni in vile veste!
Si lucida una spada, e non la gemma.

(traduzione di F.M. Corrao e E. Sanguineti)

***

Sicilia mia

Sicilia mia. Disperato dolore
si rinnova per te nella memoria
Giovinezza. Rivedo le felici follie perdute
e gli amici splendidi

Oh paradiso da cui fui cacciato!
Che vale ricordare il tuo fulgore?
Mie lacrime. Se troppo non sapeste di amaro formereste ora i suoi fiumi
Risi d’amore a vent’anni sventato a sessanta ne grido sotto il peso
Ma tu non aggravare le mie colpe
se l’Iddio tuo già concesse il perdono
In alto la penombra si dirada
agitata dai veli della luce
ma questa luce è un modo del distruggersi
manda luce chi perde la sua vita.

***

Il vino

Vino di colore e odor di rosa, mescolato all’acqua

ti mostra stelle fra raggi di sole. 

 

Con esso cacciai le cure dell’animo

con una bevuta il cui ardore serpeggia sottile 

quasi inavvertibile. 

 

L’argentea mia mano, stringendo il bicchiere, 

ne ritrae le cinque dita dorate.

***

Le belle

Ci affascinano le belle che muovono gli occhi 

di gazzella in visi rotondi come lune. 

 

Dalle chiome fluenti, dall’incedere aggraziato, 

dai glutei pieni, dalla vita sottile. 

 

La fresca giovinezza 

profuma la loro bocca dalle labbra di corallo,

dai denti di perla, 

 

come quando lo zefiro, impregnato di abir

scorre sulla rosa e sulla camomilla.

***

Quando i corpi s’incontrarono

Quando i corpi s’incontrarono, senza alcun
sospetto, e già le anime si eran consunte di passione,
cogliemmo – senza che ci fosse imputato a
colpa – i frutti di un piacere che si colgono
quando si piantano.
Quando poi svanirono le stelle, levando una
bandiera sulla quale s’appressava la luce e
dalla quale svanivano le tenebre,
sospirai sbigottito, ma solo sospirai
per lo spuntar dell’aurora.
O aurora non venire, tu mi fai desolato; o
notte, non andar via, tu mi dai gioia!

***

Immagine da http://poesiesicule.blogspot.it

Fonti:

Graziosa Casella

Senzanome

E’ veru sì, s’avissi diciott’anni

o puru vintott’anni, comu a tia,

non li patissi tanti disinganni

nè mi vinissi sta malincunìa.

La poetessa Graziosa ( Grazia ) Casella nacque a Catania il 20 novembre del 1906.

Catanese purosangue, Graziosa ebbe una vita sentimentale difficile e chiacchierata: madre di cinque figli, partorì la sua primogenita Tommasa all’età di soli 19 anni ( cui seguirono, diversi anni dopo, Salvatore e Maria Adele; ma dalla sua lirica “Li me figghi” pubblicata nel 1956 apprendiamo di altre due nascite) ma si sposò solo nel 1946 con l’insegnante Rodolfo Puglisi, di 15 anni più anziano di lei.

In questo periodo, Graziosa cominciò ad affacciarsi sulla scena poetica catanese che, nel secondo dopoguerra, costituiva uno dei substrati più fiorenti e stimolanti del panorama culturale italiano. Nel corso della sua attività, interagì con poeti illustri come Boley, Giuseppe Nicolosi Scandurra e Vito Marino, con i quali instaurò una pluriennale relazione fatta di scambi, provocazioni, “botta e risposta” e discussioni su argomenti di vario genere.

Di ampia e raffinata cultura, si fece notare per un uso ricercato della lingua italiana e per la sua grande ricchezza espressiva. Conosceva approfonditamente la storia antica e la mitologia, parlava correntemente l’inglese e scriveva abitualmente sia in italiano che in dialetto. Curiosa ed eclettica, mostrò in svariate occasioni una eccellente capacità nel padroneggiare i temi più disparati, dall’amore al tormento esistenziale, dall’amicizia all’insofferenza verso i canoni imposti da una società ipocrita e benpensante.

Quest’ultimo tema, in particolare, costituisce il filo conduttore di tanta produzione poetica della Casella: molte delle sue liriche, infatti, raccontano delle sofferenze procuratele dalle malelingue e dalle calunnie in diversi momenti della sua vita e soprattutto a causa del suo amore, tanto intenso quanto impossibile, per un uomo di parecchi anni più giovane di lei.

A questo legame, Graziosa dedicò nove splendidi sonetti e in particolare “S’avissi diciottanni”, componimento poetico dove l’amarezza del disinganno si unisce ad una straziante sete d’amore. Altri temi ricorrenti nella sua produzione furono la descrizione della natura, la devozione a S.Agata, la passione viscerale per la sua terra e gli affetti personali interpretati con una vena intimista di eccezionale profondità.

Le sue liriche, pubblicate su diversi giornali dell’epoca e soprattutto sulla celebre rivista di satira, politica e cultura “Lei è lariu”, riscossero molto successo e le regalarono una grande notorietà nonostante la quale ella mantenne sempre un contegno umile, serio e dignitoso, sia davanti ai suoi estimatori che nei confronti di chi la denigrava.

Prima della morte, avvenuta nel dicembre del 1959, Graziosa consegnò ai suoi colleghi poeti due manoscritti, “Ciuri di spina” e “Autunnu e primavera”: queste raccolte, mai pubblicate, racchiudevano poesie vibranti di tutta la sensualità, la passione e il dolore di cui l’animo sensibile della poetessa era stata capace.

Nonostante il successo e la popolarità raggiunte in vita, Graziosa Casella è oggi poco conosciuta e del tutto dimenticata. Recentemente, il poeta e musicista Alfio Patti ne ha ricostruito il profilo ed il percorso culturale, raccogliendo alcune delle sue più belle liriche nel suo saggio “Arsura d’amuri. Omaggio a Graziosa Casella” edito da Bonanno (2013).

Donatella Pezzino

Poesie di Graziosa Casella

Fonti:

 

 

Poesie di Graziosa Casella

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Biografia di Graziosa Casella

Graziosa Casella ( Catania, 1906-1959), poetessa sensibile e prolifica,  partecipò attivamente ai movimenti poetici della Catania del secondo dopoguerra: dal 1945 al 1959 collaborò con circoli e riviste culturali e intrattenne stretti rapporti con i maggiori poeti e intellettuali dell’epoca. Poetessa dell’amore e dell’amicizia, vera figlia dell’Etna, la Casella è stata spesso paragonata a Mariannina Coffa per la passione lacerante e dolorosa con cui cantò la sua sete d’amore. Nove suoi sonetti, in particolare, sviscerano il travaglio di un amore impossibile che lotta contro una società ipocrita e perbenista: il grande amore della sua vita, infatti, era un uomo molto più giovane di lei. Caduta ingiustamente nell’oblio dopo la sua morte, è stata recentemente riscoperta dal poeta e cantautore Alfio Patti che le ha dedicato il suo saggio critico e bio-bibliografico “Arsura d’amuri. Omaggio a Graziosa Casella” ( Bonanno Editore, 2013).

S’avissi diciott’anni

E’ veru sì, s’avissi diciott’anni

o puru vintott’anni, comu a tia,

non li patissi tanti disinganni

nè mi vinissi sta malincunìa.

 

Ragiuna, e vidi chi a tia stissu ‘nganni;

chissu ca chiami amuri è fantasia;

troppu d’amuri canuscìi l’affanni,

e sacciu siddu è prosa o è puisia.

 

Pirchì, dimmillu, si non mi vo’ beni,

voi mettiri ‘stu cori a la turtura

e ccu ssi labbra duci m’avvileni?

 

Ah, si ‘ssa vucca to non è sincera,

làssami stari pri la me svintura…

ccu autunnu non s’accoppia a primavera.

 

(Se avessi diciott’anni

 

E’ vero si, se avessi diciott’anni

oppure ventott’anni come te

non soffrirei tanti disinganni

nè mi verrebbe questa malinconia.

Ragiona, e vedi che te stesso inganni;

questo che chiami amore è fantasia;

troppo d’amore conobbi gli affanni

e so se è prosa o poesia.

Perchè, dimmelo, se non mi vuoi bene

vuoi mettere questo cuore alla tortura

e con queste labbra dolci mi avveleni?

Ah se questa bocca tua non è sincera

lasciami alla mia sventura…

con autunno non si accoppia la primavera.)

***

Ss’occhi

 

Su ss’occhi toi un mari senza funnu

‘n mari sirenu, duci e senza ‘ngannu.

‘Nta li so calmi abissi mi sprufunnu

quali trisori ammuccia m’addumannu.

Ma tanta luci viu ca mi cunfunnu

e chiudu l’occhi ca po’ fari dannu

li stissi non cci n’è ‘n tuttu lu munnu

mancu si giri ‘n gnornu, ‘n misi e ‘n’annu.

( Questi occhi

Sono questi occhi tuoi un mare senza fondo

un mare sereno, dolce e senza inganno.

Dentro i suoi calmi abissi mi sprofondo

quali tesori nasconde mi domando.

Ma tanta luce vedo da confondermi

e chiudo gli occhi perchè può farmi male

uguali non ce n’è in tutto il mondo

neanche a girare un giorno, un mese e un anno. )

***

Notti

Notti ca scinni cheta e silinziusa

disiata tu veni all’ arma mia!

Quannu si’ chiara o quannu si’ scurusa

sempri la benvinuta dugnu a tia.

 

Oh! Quantu tu ppi mia si’ priziusa

ca l’estru svigghi a la me fantasia

la to calma prufunna e maistusa

fidili e duci mi fa cumpagnia.

 

Amica notti, quantu mi piaci

na li to’ vrazza lu ‘nsunnari è duci

ca mi circunnu d’ummira e di paci.

 

Mi fai ‘nsunnari rosi e tanti ciuri

mentri c’all’alba ccula nova luci

trovu la vita ccu li so’ duluri!

( Notte

Notte che scendi quieta e silenziosa

desiderata tu vieni nell’anima mia!

Che tu sia chiara o che tu sia buia

sempre la benvenuta io dò a te.

Oh! Quanto tu per me sei preziosa

che l’estro svegli alla mia fantasia

la tua calma profonda e maestosa

fedele e dolce mi fa compagnia.

Amica notte, quanto mi piaci

nelle tue braccia sognare è dolce

perchè mi circondo di ombra e di pace.

Mi fai sognare rose e tanti fiori

mentre all’alba con la nuova luce

trovo la vita con i suoi dolori!)

***

Odiu

Odiu ‘sta vita mia fatta di chiantu

odiu ‘sta vita fatta di turmentu

odiu la gioia, lu risu, lu cantu

odiu la luna, lu suli, lu ventu.

 

Odiu l’amuri, ca pp’amari tantu

persi la paci e cchiu lu sintimentu

odiu tuttu, non avi cchiù ‘ncantu

ppi mia ‘sta vita ca morta mi sentu.

 

Si sti mura putissiru parrari

tutti li peni mei, lu me suffriri,

iddi suli putissiru cuntari.

 

Ma su’ muti e non parrunu li mura

e nuddu saprà mai lu me duluri

e inutilmenti st’arma si turtura.

(Odio

Odio questa vita fatta di pianto

odio questa vita fatta di tormento

odio la gioia, il riso, il canto

odio la luna, il sole, il vento.

Odio l’amore, perchè per amare tanto

persi la pace e più ancora il senno

odio tutto, non ha più incanto

per me questa vita perchè morta mi sento.

Se queste mura potessero parlare

tutte le mie pene, il mio soffrire,

loro sole potrebbero raccontare.

Ma sono mute e non parlano le mura

e nessuno saprà mai il mio dolore

e inutilmente l’anima si tortura.

***

Immagine da http://www.wikipedia.it

Nel video, le “Malmaritate” eseguono il brano “S’avissi diciott’anni” scritto da Alfio Patti sul testo della poesia di Graziosa Casella.

 

Fonti:

 

Poesie di Rosina Muzio Salvo

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Rosina Muzio Salvo ( Termini Imerese, PA,1815-1866) si distinse fin da giovanissima per una forte inclinazione verso le idee liberali, l’anticlericalismo e il femminismo. Ci ha lasciato articoli, poesie, romanzi e vari scritti dove l’intento pedagogico si mescola ad un profondo amor di patria, al ruolo centrale degli affetti familiari e ad una tenace fede nelle potenzialità della donna. Le poesie qui riportate sono tratte da un volumetto che l’autrice pubblicò a Palermo nel 1845.

***

Romanza

Ahi quante volte all’aura,

Che mi lambiva il viso

Dei tuoi sospir , conquiso

Balzava forte il cor,

E d’ogni cura immemore

Viveva per l’amor!

 

Nei lumi tuoi specchiandomi,

L’immago mia vedea,

Ed ebbra a te dicea:

« lo son felice appien. »

Vidi mia viva immagine

Incisa nel tuo sen….

Ma assisa sotto il salice,

Quando dicesti: « Addio! »

La terra a me spario,

Sugli occhi scese un vel:

Quindi gli apersi…. al misero

Ch’è mai la terra, il ciel?

(2 agosto 1841)

***

Giulietta

Addio! – Sa ’l ciel se dato fia vederci! –

Languidamente nelle vene freddo

Timor mi serpe, e de la vita il foco

Par che si spenga. –I miei più fidi or tosto

Vo’ richiamar, conforto al cor daranno.

Mia dolce madre… Oh cielo! a che venirne?

lo tal cimento affrontar deggio sola….

A me nappo pietoso…. Ahimè! se vano

Liquor racchiuda, ad altri sposa andarne

Forza mi fora?… Ah no! tu ’l vieterai….*

Ma se timor l’astuto frate spinse

Ad apprestarmi un tosco, onde sottrarsi

A la vergogna, che su lui cadria

Pel dolce nodo ch’a Romeo mi stringe,

E ch’egli benedisse?… Lungi, lungi

Sospetto vil! Ciascun santo lo chiama ,

E l’opre sue non tradîr mai tal grido. –

Nuovo , giusto timer l’alma m’invade…

S’io nell’avel pria di venir Romeo

Schiudessi i lumi!… aura feral spirando

Entro quell’arca , in la cui sozza bocca

Aura di vita mai non spira. . . . Ahi priva

Di sensi giacerei pria di vederlo!…

E ov’io pur viva ancor , la fantasia

Da tetra notte orrendamente accesa ,

Da spaventose immagini di morte,

E dal terror del luogo , agli avi miei

Antico asil…u’ l’ossa ammonticchiate

Confondonsi coi teschi…. ove Tebaldo

Intriso ancor di sangue, in suo lenzuolo

Avvolto, ai vermi è pasto. . .. ove s’aduna

Di truci spettri orrido stuol la notte. . . .

Ahi! tra l’infame lezzo, e orrendi stridi,

Al di cui suono impazzano i viventi,

Cinta d’interno da pàure atroci,

Il senno perderò !. . . Tripudiando

Furente allor dei padri miei coll’ossa ,

Io correrò Tebaldo a svincolare

Dal funebre suo velo, e a brani a brani

In un baleno squarcerò sua salma ,

E da tremenda stolta furia invasa ,

Di gioia schiamazzando, con un osso

Percoterò mie tempia , e le midolle

Ne schizzeran. .,. Oh! mira! è di Tebaldo

Lo spettro… . A vendicar l’inulto sangue

Sul mio Romeo sen viene…. Ahi! ferma! ferma!

lo volo a te Romeo! Tutto il tracanno.

(1841)

*Posa un pugnale

***

La delusa

Là dov’è ’l ciel più fulgido ,

Fragrante più ’I sentier,

Ove più Palma innalzasi

Su i vanni del pensier;

 

Tra le carole l’alito

D’amore mi creò ,

E di sventura il turbine

Nel duol m’inabissò.

 

Speme di gloria invasemi ,

Ed ebbra di desir ,

Di tante pene immemore ,

Vivea nell’avvenir. . . .

 

Stoltezza! più non s’agita

A quel sorriso il cor;

Ch’è mai, ch’è mai la gloria,

Se non l’abbella amor!

(30 maggio, 1842)

***

Siciliani

Havvi un divino senso, un’armonia

Tra cuore a cuore; una possente, arcana

Voce fraterna, che ad amar ne, sforza!

O tu, il cui nome tra gl’incensi e gl’inni

Una gente codarda al cielo estolle ,

Dorata plebe , ascolti tu tal suono?

Ascolti tu la disperata madre,

Ch’urta, rompe la folla , si gridando:

« Rendetemi il mio figlio! Ahi! con quest’occhi

Da un ribaldo, da un demone assalito ,

Cader trafitto il vidi! » Il grido ascolti

D’una gente raminga , senza un tetto

Che la ricovri, un pan che la disfami?

L’irrequieta , baldanzosa turba ,

Nel cui cipiglio è fitto un pensier truce,

Pensier di sangue, non iscorgi?… Ahi tutti

Sul tuo capo ricadano i misfatti!

E di chi è mai la colpa, se nel sangue

Una sfrenata plebe si gavazza,

Sfamando il duole, l’innasprita rabbia

Di vedersi qual gregge vilipesa?

E mente, e core forse il ciel concesse

A te soltanto, e l’umile genia

D’ogni luce privò? Di questo suolo,

Di questo ciel, che onnipossenti fiamme

Nell‘anime trasfonde, non è figlio

Il derelitto vulgo? Or questo foce,

Che per immensi campi spaziando,

È fatto divo dallo studio, e l’arte;

Questo foce compresso, alfin prorompe

Rapidissimo, e tutto incende, e strugge!

O stuol patrizio, a cui fortuna arrise,

Non vedi tu quanta miseria accogli

Tra l’immense dovizie? Orsù , tracanna ,

Tracanna il nappo di tuo folle orgoglio…

Ebbro n’esulta… ma non senti a tergo

Una voce tremenda che ti grida:

« Di tua possanza è già caduto il regno? »

 

Dal Tamigi al Sebeto in ampie sale

Radunansi i fanciulli, un amoroso

Sacro ministro alla virtù li educa,

Mentre una donna con soave affetto

Libri, lavori appresta, e quanto puote

L’intelletto avvivar, rendere un giorno

Utili quelle braccia, quelle menti

A se stessi, alla patria. Ai pensier casti

I fanciulli nudriti, ed al lavoro,

Del delitto le vie fuggono adulti.

Or mentre ovunque alla virtù s’educa

L’infima plebe, su di cui pietosa

Veglia l’illustre gente, alle rapine

Alle bestemmie, al sangue, tra noi cresce,

Educasi, s’inspira! Amor, pietade,

Non sole preci, è del Signor la legge. –

Va dal tapino, ne raccogli i nati,

E in terra un serto, in cielo un seggio avrai.

(2 dicembre, 1843)

***

Romanza

Ogni fior mi sorridea ,

Ogni suono mi beava,

Quando in mente risplendea

Un angelico pensier.

 

Carolando a me d’innanti ,

S’involò l’ebbrezza arcana ,

Spine acute, laceranti

M’ingombrarono il sentier.

 

È pur questo il cielo mio,

Tutto luce , tutto amore;

Questo il caro suol natio ,

Questi i fior ch’amavo un di.. . .

 

Ma qual’ombra errante affiso 

Gli astri, il cielo, il colle, il prato,

Da quell’estasi diviso,

Tacque il mondo, e disparì!

(Febbraro , 1845)