Alcuni versi di Antonio Veneziano

1-

Quannu pri viva forza tutti dui,

Donna, a la vostra frunti l’occhi jsai,

Vitti dui Suli unni abbagghiatu fui,

E ccu duppia cagiuni arsi, e addumai.

Chi si Natura da un Suli, e non chiùi

Tutta si ‘nciamma, e non s’astuta mai,

In cinniri si fa, cui vidi in vui

Dui lucid’Astri d’infucati rai.

2-

Amanu alcuni, e patinu turmenti,

Ma nò turmenti simili a lu miu;

Patinu, è veru, ma a li loru stenti

Cangiannu vogghia trovanu disviu.

Sulu a mia nun riposa mai la menti,

Pirchi la prima ciamma ca m’ardiu,

M’arsi, e m’ardità sempri eternamenti,

E criscirà ccu l’anni lu disiu.

*

Antonio Veneziano (Monreale, 1543  – Palermo, 1593)

Immagine: Ore felici, di Michele Rapisardi (Catania, 1822 – Firenze, 1886)

(Trad: Quando a viva forza tutti e due, Donna, alla vostra fronte alzai gli occhi, vidi due Soli da cui fui abbagliato, e doppiamente bruciai, e mi accesi. Così come Natura da un Sole, e non di più, s’infiamma tutta, e non si spegne mai, si riduce in cenere, così vidi in voi due luminose stelle dai raggi infuocati. Alcuni amano, e patiscono tormenti, ma non tormenti simili al mio; patiscono, è vero, ma dalle loro sofferenze, cambiando oggetto del loro desiderio, trovano una distrazione. Solo a me non riposa mai la mente, perché la prima fiamma che mi ha acceso mi arse e mi arderà sempre eternamente, e crescerà con gli anni il desiderio.)

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Liriche di Cecilia Deni

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Cecilia Deni (  1872-1934), nativa di Militello in Val di Catania ( CT), fu poetessa, educatrice, saggista e grandissima oratrice. A soli 18 anni, la pubblicazione del suo volume di poesie “Primi canti” le valse il plauso di Mario Rapisardi. Ottenuto il diploma magistrale a Catania nel 1890, si laureò a Roma nel 1894 con il massimo dei voti in Lingua e Letteratura Italiana. Tornata in Sicilia, insegnò lettere italiane alla Regia Scuola Normale “Giuseppina Turrisi Colonna” di Catania; successivamente, dal 1916 al 1932, ebbe l’incarico di Preside della neo-istituita Scuola Normale “Regina Elena” di Acireale. La sua vasta e articolata cultura riscosse l’ammirazione dei contemporanei; ebbe contatti con i più grandi letterati del tempo ( Ada Negri, Verga, Capuana, Carducci, Martoglio, solo per citarne alcuni) con i quali intrattenne rapporti di amicizia e di corrispondenza. Oltre che nell’attività di letterata, Cecilia si impegnò in diverse attività benefiche a favore dell’infanzia, della famiglia e della donna. La sua ricca produzione letteraria comprende opere in versi e in prosa, saggi di critica letteraria e articoli su giornali e riviste. Per la freschezza dello stile, la grande forza espressiva e la classicità delle forme, i suoi versi sono stati spesso accostati a quelli di Ada Negri. Ho tratto le poesie che seguono dalla raccolta “Verso l’erta” che Cecilia pubblicò nel 1900 con l’editore Giannotta di Catania.

Donatella Pezzino

****

Foglie e speranze

Riposan nella quiete altissima del bosco

gli alberi sonnolenti, nel plenilunio mite,

si specchiano nel lago, come in un cielo fosco,

i tremolanti rami. Le foglie scolorite

 

van per l’acque vagando, simili a coppe d’oro,

con dolce ondulamento, staccante al ramo verde

della quercia superba, del faggio e dell’alloro.

E l’avido mio sguardo la debil traccia perde

 

del cammin fantastico! Io penso alle divine

speranze che del ramo fiorente di mia vita

si staccano ad ogni ora e in mar senza confine,

il funebre viaggio compion nella infinita

 

alta quiete del tempo…

***

Piazza dei Martiri

Benchè nel cielo s’asconda la luna

il mare brilla di strani bagliori,

e nella piazza, che avvolge la bruna

notte, gli spettri cospargono fiori.

 

O tu che aneli cantar la fortuna

di morte glorie e d’intrepidi amori,

o tu che sogni al chiaror della luna,

vieni a sognare qui sotto gli allori.

 

Vedrai nel sogno di giovani arditi

gli alteri petti le palle sfidare,

cader sui lembi di vecchie bandiere.

 

Che visioni di magiche sere,

che desideri di mondi infiniti,

nell’azzurrino silenzio del mare!

***

Sogni folli

Or la penna d’avorio posa stanca

sovra i nitidi fogli non vergati,

e folleggianti su la carta bianca

volano i miei pensier foschi e dorati.

 

Non può la penna mia agile e franca

vederli nelle strofe incatenati,

poiché ogni ardire, ogni vigor mi manca,

alla carezza dei miei sogni alati.

 

Così, vittoriosi prigionieri,

frangono i lacci, con disdegno audace,

e invano il core trepido sospira.

 

Ah nei sepolcri dei sonetti austeri

dormir non vonno, cercano la pace,

oltre la sfera che più larga gira!

***

Beatrice

Candide verso il limpido oriente

si distendon le nubi e il mattutino

sole, col vivo raggio adamantino,

bacia la terra di dolor fremente.

 

Solo vaga lo spirito dolente

del Vate, meditante sul destino

dell’uomo, come un sogno alto e divino,

Beatrice gli appare sorridente.

 

Ella, col dolce riso, in lui raccheta

i fieri sdegni, e in alto lo trasporta

e lo cinge d’eterno abbracciamento;

 

al canto onipossente del poeta

dell’Inferno si schiude l’altra porta,

si sgombrano le vie del firmamento.

***

Da “Verso l’Erta”, Catania, Niccolò Giannotta Editore, 1900 – reperibile per la lettura a questo link: https://www.yumpu.com/it/document/view/36420909/verso-lerta-the-university-of-chicago-library/11

Fonti:

– Santi Correnti, Donne di Sicilia, Catania, Tringale, 1990 pp.168-169.
http://www.siciliaedonna.it/senza-categoria/nello-musumeci-omaggia-la-poetessa-cecilia-deni
http://www.fancityacireale.it/wordpress2/piccola-storia-di-jaci-la-preside-cecilia-deni

 

Alcune poesie di Ibn Hamdis

 

Ibn-Hamdis

Abd al-Jabbār ibn Muhammad ibn Hamdīs ( Noto, SR 1056- Maiorca 1133) è uno dei massimi esponenti della poesia arabo-sicula medievale. Di nobile famiglia, fu costretto all’esilio dopo la conquista normanna della Sicilia; lasciata l’isola verso il 1078, fu ospitato presso varie corti, destino che lo accomunò a tanti altri poeti suoi compatrioti (come Al-Ballanūbī). Hamdis fu dapprima a Siviglia, poi in Marocco, Algeria e Tunisia. Morì probabilmente a Maiorca, lontano dalla patria che aveva sognato e rimpianto per tutta la vita. Di lui ci rimane un canzoniere ( diwan) di circa 6.000 versi, la maggior parte dei quali dedicati alla bellezza femminile e all’amata Sicilia.

Donatella Pezzino

***

Ricordo la Sicilia

Ricordo la Sicilia, e il dolore ne suscita nell’anima il ricordo.

Un luogo di giovanili follie ora deserto, animato un dì

dal fiore di nobili ingegni.

Sono stato cacciato da un paradiso, come posso io darne notizia ?

Se non fosse l’amarezza delle lacrime, le crederei

i fiumi di quel paradiso.

Oh custodisca Iddio una casa in Noto, e fluiscano su di lei

le rigonfie nuvole !

Ogni ora io me le raffiguro nel pensiero, e verso per lei

gocce di scorrenti lacrime.

Con nostalgia filiale anelo alla patria, verso cui mi attirano

le dimore delle belle sue donne.

E chi ha lasciato il cuore a vestigio di una dimora, a quella

brama col cuore fare ritorno.

La terra ove germoglia la pianta dell’onore, ove dei cavalieri

caricano guerra contro la morte.

Viva quella terra popolata e colta , vivano su di lei

le tracce e le rovine!

Viva il profumo che ne spira, e che i mattini e le sere

 fan giungere sino a noi!

Vivano fra essi i viventi,e vivano anche le membra loro

composte nel sepolcro!

Io anelo alla mia terra, nella cui polvere si sono consumate

Le membra e le ossa dei miei,

come anela fra le tenebra al suo paese, smarrito nel deserto,

un vecchio cammello sfinito.

Vuote mi sono rimaste le mani del primo fiore di giovinezza,

ma piena ho la bocca del ricordo di lei.

(Traduzione testo: F. Gabrieli)

***

Sembrano perfezioni

Sembrano perfezioni, ma risplendono
soltanto agli occhi tuoi: valgono niente;

quanti nemici stanno in un amico
e in quanta quiete si nasconde il ladro!

Quanti cavalli di armoniose forme
non arrivano, deboli, alla meta!

Quanti cammelli, in viaggio, nella notte,
li trattiene il difficile cammino!

Così l’affanno trascina l’amante
dove l’ascesi e l’angoscia si legano:

sventura all’uomo afflitto da ignoranza,
che gli lodano il corpo e non l’ingegno!

È quasi un’ala, a volare, il denaro:
ma già è stroncata, e non rimane un bene:

quanti uomini degni in vile veste!
Si lucida una spada, e non la gemma.

(traduzione di F.M. Corrao e E. Sanguineti)

***

Sicilia mia

Sicilia mia. Disperato dolore
si rinnova per te nella memoria
Giovinezza. Rivedo le felici follie perdute
e gli amici splendidi

Oh paradiso da cui fui cacciato!
Che vale ricordare il tuo fulgore?
Mie lacrime. Se troppo non sapeste di amaro formereste ora i suoi fiumi
Risi d’amore a vent’anni sventato a sessanta ne grido sotto il peso
Ma tu non aggravare le mie colpe
se l’Iddio tuo già concesse il perdono
In alto la penombra si dirada
agitata dai veli della luce
ma questa luce è un modo del distruggersi
manda luce chi perde la sua vita.

***

Il vino

Vino di colore e odor di rosa, mescolato all’acqua

ti mostra stelle fra raggi di sole. 

 

Con esso cacciai le cure dell’animo

con una bevuta il cui ardore serpeggia sottile 

quasi inavvertibile. 

 

L’argentea mia mano, stringendo il bicchiere, 

ne ritrae le cinque dita dorate.

***

Le belle

Ci affascinano le belle che muovono gli occhi 

di gazzella in visi rotondi come lune. 

 

Dalle chiome fluenti, dall’incedere aggraziato, 

dai glutei pieni, dalla vita sottile. 

 

La fresca giovinezza 

profuma la loro bocca dalle labbra di corallo,

dai denti di perla, 

 

come quando lo zefiro, impregnato di abir

scorre sulla rosa e sulla camomilla.

***

Quando i corpi s’incontrarono

Quando i corpi s’incontrarono, senza alcun
sospetto, e già le anime si eran consunte di passione,
cogliemmo – senza che ci fosse imputato a
colpa – i frutti di un piacere che si colgono
quando si piantano.
Quando poi svanirono le stelle, levando una
bandiera sulla quale s’appressava la luce e
dalla quale svanivano le tenebre,
sospirai sbigottito, ma solo sospirai
per lo spuntar dell’aurora.
O aurora non venire, tu mi fai desolato; o
notte, non andar via, tu mi dai gioia!

***

Immagine da http://poesiesicule.blogspot.it

Fonti:

Graziosa Casella

Senzanome

E’ veru sì, s’avissi diciott’anni

o puru vintott’anni, comu a tia,

non li patissi tanti disinganni

nè mi vinissi sta malincunìa.

La poetessa Graziosa ( Grazia ) Casella nacque a Catania il 20 novembre del 1906.

Catanese purosangue, Graziosa ebbe una vita sentimentale difficile e chiacchierata: madre di cinque figli, partorì la sua primogenita Tommasa all’età di soli 19 anni ( cui seguirono, diversi anni dopo, Salvatore e Maria Adele; ma dalla sua lirica “Li me figghi” pubblicata nel 1956 apprendiamo di altre due nascite) ma si sposò solo nel 1946 con l’insegnante Rodolfo Puglisi, di 15 anni più anziano di lei.

In questo periodo, Graziosa cominciò ad affacciarsi sulla scena poetica catanese che, nel secondo dopoguerra, costituiva uno dei substrati più fiorenti e stimolanti del panorama culturale italiano. Nel corso della sua attività, interagì con poeti illustri come Boley, Giuseppe Nicolosi Scandurra e Vito Marino, con i quali instaurò una pluriennale relazione fatta di scambi, provocazioni, “botta e risposta” e discussioni su argomenti di vario genere.

Di ampia e raffinata cultura, si fece notare per un uso ricercato della lingua italiana e per la sua grande ricchezza espressiva. Conosceva approfonditamente la storia antica e la mitologia, parlava correntemente l’inglese e scriveva abitualmente sia in italiano che in dialetto. Curiosa ed eclettica, mostrò in svariate occasioni una eccellente capacità nel padroneggiare i temi più disparati, dall’amore al tormento esistenziale, dall’amicizia all’insofferenza verso i canoni imposti da una società ipocrita e benpensante.

Quest’ultimo tema, in particolare, costituisce il filo conduttore di tanta produzione poetica della Casella: molte delle sue liriche, infatti, raccontano delle sofferenze procuratele dalle malelingue e dalle calunnie in diversi momenti della sua vita e soprattutto a causa del suo amore, tanto intenso quanto impossibile, per un uomo di parecchi anni più giovane di lei.

A questo legame, Graziosa dedicò nove splendidi sonetti e in particolare “S’avissi diciottanni”, componimento poetico dove l’amarezza del disinganno si unisce ad una straziante sete d’amore. Altri temi ricorrenti nella sua produzione furono la descrizione della natura, la devozione a S.Agata, la passione viscerale per la sua terra e gli affetti personali interpretati con una vena intimista di eccezionale profondità.

Le sue liriche, pubblicate su diversi giornali dell’epoca e soprattutto sulla celebre rivista di satira, politica e cultura “Lei è lariu”, riscossero molto successo e le regalarono una grande notorietà nonostante la quale ella mantenne sempre un contegno umile, serio e dignitoso, sia davanti ai suoi estimatori che nei confronti di chi la denigrava.

Prima della morte, avvenuta nel dicembre del 1959, Graziosa consegnò ai suoi colleghi poeti due manoscritti, “Ciuri di spina” e “Autunnu e primavera”: queste raccolte, mai pubblicate, racchiudevano poesie vibranti di tutta la sensualità, la passione e il dolore di cui l’animo sensibile della poetessa era stata capace.

Nonostante il successo e la popolarità raggiunte in vita, Graziosa Casella è oggi poco conosciuta e del tutto dimenticata. Recentemente, il poeta e musicista Alfio Patti ne ha ricostruito il profilo ed il percorso culturale, raccogliendo alcune delle sue più belle liriche nel suo saggio “Arsura d’amuri. Omaggio a Graziosa Casella” edito da Bonanno (2013).

Donatella Pezzino

Poesie di Graziosa Casella

Fonti:

 

 

Poesie di Graziosa Casella

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Biografia di Graziosa Casella

Graziosa Casella ( Catania, 1906-1959), poetessa sensibile e prolifica,  partecipò attivamente ai movimenti poetici della Catania del secondo dopoguerra: dal 1945 al 1959 collaborò con circoli e riviste culturali e intrattenne stretti rapporti con i maggiori poeti e intellettuali dell’epoca. Poetessa dell’amore e dell’amicizia, vera figlia dell’Etna, la Casella è stata spesso paragonata a Mariannina Coffa per la passione lacerante e dolorosa con cui cantò la sua sete d’amore. Nove suoi sonetti, in particolare, sviscerano il travaglio di un amore impossibile che lotta contro una società ipocrita e perbenista: il grande amore della sua vita, infatti, era un uomo molto più giovane di lei. Caduta ingiustamente nell’oblio dopo la sua morte, è stata recentemente riscoperta dal poeta e cantautore Alfio Patti che le ha dedicato il suo saggio critico e bio-bibliografico “Arsura d’amuri. Omaggio a Graziosa Casella” ( Bonanno Editore, 2013).

S’avissi diciott’anni

E’ veru sì, s’avissi diciott’anni

o puru vintott’anni, comu a tia,

non li patissi tanti disinganni

nè mi vinissi sta malincunìa.

 

Ragiuna, e vidi chi a tia stissu ‘nganni;

chissu ca chiami amuri è fantasia;

troppu d’amuri canuscìi l’affanni,

e sacciu siddu è prosa o è puisia.

 

Pirchì, dimmillu, si non mi vo’ beni,

voi mettiri ‘stu cori a la turtura

e ccu ssi labbra duci m’avvileni?

 

Ah, si ‘ssa vucca to non è sincera,

làssami stari pri la me svintura…

ccu autunnu non s’accoppia a primavera.

 

(Se avessi diciott’anni

 

E’ vero si, se avessi diciott’anni

oppure ventott’anni come te

non soffrirei tanti disinganni

nè mi verrebbe questa malinconia.

Ragiona, e vedi che te stesso inganni;

questo che chiami amore è fantasia;

troppo d’amore conobbi gli affanni

e so se è prosa o poesia.

Perchè, dimmelo, se non mi vuoi bene

vuoi mettere questo cuore alla tortura

e con queste labbra dolci mi avveleni?

Ah se questa bocca tua non è sincera

lasciami alla mia sventura…

con autunno non si accoppia la primavera.)

***

Ss’occhi

 

Su ss’occhi toi un mari senza funnu

‘n mari sirenu, duci e senza ‘ngannu.

‘Nta li so calmi abissi mi sprufunnu

quali trisori ammuccia m’addumannu.

Ma tanta luci viu ca mi cunfunnu

e chiudu l’occhi ca po’ fari dannu

li stissi non cci n’è ‘n tuttu lu munnu

mancu si giri ‘n gnornu, ‘n misi e ‘n’annu.

( Questi occhi

Sono questi occhi tuoi un mare senza fondo

un mare sereno, dolce e senza inganno.

Dentro i suoi calmi abissi mi sprofondo

quali tesori nasconde mi domando.

Ma tanta luce vedo da confondermi

e chiudo gli occhi perchè può farmi male

uguali non ce n’è in tutto il mondo

neanche a girare un giorno, un mese e un anno. )

***

Notti

Notti ca scinni cheta e silinziusa

disiata tu veni all’ arma mia!

Quannu si’ chiara o quannu si’ scurusa

sempri la benvinuta dugnu a tia.

 

Oh! Quantu tu ppi mia si’ priziusa

ca l’estru svigghi a la me fantasia

la to calma prufunna e maistusa

fidili e duci mi fa cumpagnia.

 

Amica notti, quantu mi piaci

na li to’ vrazza lu ‘nsunnari è duci

ca mi circunnu d’ummira e di paci.

 

Mi fai ‘nsunnari rosi e tanti ciuri

mentri c’all’alba ccula nova luci

trovu la vita ccu li so’ duluri!

( Notte

Notte che scendi quieta e silenziosa

desiderata tu vieni nell’anima mia!

Che tu sia chiara o che tu sia buia

sempre la benvenuta io dò a te.

Oh! Quanto tu per me sei preziosa

che l’estro svegli alla mia fantasia

la tua calma profonda e maestosa

fedele e dolce mi fa compagnia.

Amica notte, quanto mi piaci

nelle tue braccia sognare è dolce

perchè mi circondo di ombra e di pace.

Mi fai sognare rose e tanti fiori

mentre all’alba con la nuova luce

trovo la vita con i suoi dolori!)

***

Odiu

Odiu ‘sta vita mia fatta di chiantu

odiu ‘sta vita fatta di turmentu

odiu la gioia, lu risu, lu cantu

odiu la luna, lu suli, lu ventu.

 

Odiu l’amuri, ca pp’amari tantu

persi la paci e cchiu lu sintimentu

odiu tuttu, non avi cchiù ‘ncantu

ppi mia ‘sta vita ca morta mi sentu.

 

Si sti mura putissiru parrari

tutti li peni mei, lu me suffriri,

iddi suli putissiru cuntari.

 

Ma su’ muti e non parrunu li mura

e nuddu saprà mai lu me duluri

e inutilmenti st’arma si turtura.

(Odio

Odio questa vita fatta di pianto

odio questa vita fatta di tormento

odio la gioia, il riso, il canto

odio la luna, il sole, il vento.

Odio l’amore, perchè per amare tanto

persi la pace e più ancora il senno

odio tutto, non ha più incanto

per me questa vita perchè morta mi sento.

Se queste mura potessero parlare

tutte le mie pene, il mio soffrire,

loro sole potrebbero raccontare.

Ma sono mute e non parlano le mura

e nessuno saprà mai il mio dolore

e inutilmente l’anima si tortura.

***

Immagine da http://www.wikipedia.it

Nel video, le “Malmaritate” eseguono il brano “S’avissi diciott’anni” scritto da Alfio Patti sul testo della poesia di Graziosa Casella.

 

Fonti:

 

Poesie di Rosina Muzio Salvo

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Rosina Muzio Salvo ( Termini Imerese, PA,1815-1866) si distinse fin da giovanissima per una forte inclinazione verso le idee liberali, l’anticlericalismo e il femminismo. Ci ha lasciato articoli, poesie, romanzi e vari scritti dove l’intento pedagogico si mescola ad un profondo amor di patria, al ruolo centrale degli affetti familiari e ad una tenace fede nelle potenzialità della donna. Le poesie qui riportate sono tratte da un volumetto che l’autrice pubblicò a Palermo nel 1845.

***

Romanza

Ahi quante volte all’aura,

Che mi lambiva il viso

Dei tuoi sospir , conquiso

Balzava forte il cor,

E d’ogni cura immemore

Viveva per l’amor!

 

Nei lumi tuoi specchiandomi,

L’immago mia vedea,

Ed ebbra a te dicea:

« lo son felice appien. »

Vidi mia viva immagine

Incisa nel tuo sen….

Ma assisa sotto il salice,

Quando dicesti: « Addio! »

La terra a me spario,

Sugli occhi scese un vel:

Quindi gli apersi…. al misero

Ch’è mai la terra, il ciel?

(2 agosto 1841)

***

Giulietta

Addio! – Sa ’l ciel se dato fia vederci! –

Languidamente nelle vene freddo

Timor mi serpe, e de la vita il foco

Par che si spenga. –I miei più fidi or tosto

Vo’ richiamar, conforto al cor daranno.

Mia dolce madre… Oh cielo! a che venirne?

lo tal cimento affrontar deggio sola….

A me nappo pietoso…. Ahimè! se vano

Liquor racchiuda, ad altri sposa andarne

Forza mi fora?… Ah no! tu ’l vieterai….*

Ma se timor l’astuto frate spinse

Ad apprestarmi un tosco, onde sottrarsi

A la vergogna, che su lui cadria

Pel dolce nodo ch’a Romeo mi stringe,

E ch’egli benedisse?… Lungi, lungi

Sospetto vil! Ciascun santo lo chiama ,

E l’opre sue non tradîr mai tal grido. –

Nuovo , giusto timer l’alma m’invade…

S’io nell’avel pria di venir Romeo

Schiudessi i lumi!… aura feral spirando

Entro quell’arca , in la cui sozza bocca

Aura di vita mai non spira. . . . Ahi priva

Di sensi giacerei pria di vederlo!…

E ov’io pur viva ancor , la fantasia

Da tetra notte orrendamente accesa ,

Da spaventose immagini di morte,

E dal terror del luogo , agli avi miei

Antico asil…u’ l’ossa ammonticchiate

Confondonsi coi teschi…. ove Tebaldo

Intriso ancor di sangue, in suo lenzuolo

Avvolto, ai vermi è pasto. . .. ove s’aduna

Di truci spettri orrido stuol la notte. . . .

Ahi! tra l’infame lezzo, e orrendi stridi,

Al di cui suono impazzano i viventi,

Cinta d’interno da pàure atroci,

Il senno perderò !. . . Tripudiando

Furente allor dei padri miei coll’ossa ,

Io correrò Tebaldo a svincolare

Dal funebre suo velo, e a brani a brani

In un baleno squarcerò sua salma ,

E da tremenda stolta furia invasa ,

Di gioia schiamazzando, con un osso

Percoterò mie tempia , e le midolle

Ne schizzeran. .,. Oh! mira! è di Tebaldo

Lo spettro… . A vendicar l’inulto sangue

Sul mio Romeo sen viene…. Ahi! ferma! ferma!

lo volo a te Romeo! Tutto il tracanno.

(1841)

*Posa un pugnale

***

La delusa

Là dov’è ’l ciel più fulgido ,

Fragrante più ’I sentier,

Ove più Palma innalzasi

Su i vanni del pensier;

 

Tra le carole l’alito

D’amore mi creò ,

E di sventura il turbine

Nel duol m’inabissò.

 

Speme di gloria invasemi ,

Ed ebbra di desir ,

Di tante pene immemore ,

Vivea nell’avvenir. . . .

 

Stoltezza! più non s’agita

A quel sorriso il cor;

Ch’è mai, ch’è mai la gloria,

Se non l’abbella amor!

(30 maggio, 1842)

***

Siciliani

Havvi un divino senso, un’armonia

Tra cuore a cuore; una possente, arcana

Voce fraterna, che ad amar ne, sforza!

O tu, il cui nome tra gl’incensi e gl’inni

Una gente codarda al cielo estolle ,

Dorata plebe , ascolti tu tal suono?

Ascolti tu la disperata madre,

Ch’urta, rompe la folla , si gridando:

« Rendetemi il mio figlio! Ahi! con quest’occhi

Da un ribaldo, da un demone assalito ,

Cader trafitto il vidi! » Il grido ascolti

D’una gente raminga , senza un tetto

Che la ricovri, un pan che la disfami?

L’irrequieta , baldanzosa turba ,

Nel cui cipiglio è fitto un pensier truce,

Pensier di sangue, non iscorgi?… Ahi tutti

Sul tuo capo ricadano i misfatti!

E di chi è mai la colpa, se nel sangue

Una sfrenata plebe si gavazza,

Sfamando il duole, l’innasprita rabbia

Di vedersi qual gregge vilipesa?

E mente, e core forse il ciel concesse

A te soltanto, e l’umile genia

D’ogni luce privò? Di questo suolo,

Di questo ciel, che onnipossenti fiamme

Nell‘anime trasfonde, non è figlio

Il derelitto vulgo? Or questo foce,

Che per immensi campi spaziando,

È fatto divo dallo studio, e l’arte;

Questo foce compresso, alfin prorompe

Rapidissimo, e tutto incende, e strugge!

O stuol patrizio, a cui fortuna arrise,

Non vedi tu quanta miseria accogli

Tra l’immense dovizie? Orsù , tracanna ,

Tracanna il nappo di tuo folle orgoglio…

Ebbro n’esulta… ma non senti a tergo

Una voce tremenda che ti grida:

« Di tua possanza è già caduto il regno? »

 

Dal Tamigi al Sebeto in ampie sale

Radunansi i fanciulli, un amoroso

Sacro ministro alla virtù li educa,

Mentre una donna con soave affetto

Libri, lavori appresta, e quanto puote

L’intelletto avvivar, rendere un giorno

Utili quelle braccia, quelle menti

A se stessi, alla patria. Ai pensier casti

I fanciulli nudriti, ed al lavoro,

Del delitto le vie fuggono adulti.

Or mentre ovunque alla virtù s’educa

L’infima plebe, su di cui pietosa

Veglia l’illustre gente, alle rapine

Alle bestemmie, al sangue, tra noi cresce,

Educasi, s’inspira! Amor, pietade,

Non sole preci, è del Signor la legge. –

Va dal tapino, ne raccogli i nati,

E in terra un serto, in cielo un seggio avrai.

(2 dicembre, 1843)

***

Romanza

Ogni fior mi sorridea ,

Ogni suono mi beava,

Quando in mente risplendea

Un angelico pensier.

 

Carolando a me d’innanti ,

S’involò l’ebbrezza arcana ,

Spine acute, laceranti

M’ingombrarono il sentier.

 

È pur questo il cielo mio,

Tutto luce , tutto amore;

Questo il caro suol natio ,

Questi i fior ch’amavo un di.. . .

 

Ma qual’ombra errante affiso 

Gli astri, il cielo, il colle, il prato,

Da quell’estasi diviso,

Tacque il mondo, e disparì!

(Febbraro , 1845)

Liriche di Giuseppina Turrisi Colonna

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Giuseppina Turrisi Colonna ( 1822-1848), figlia del Barone di Buonvicino Marco Turrisi e della nobildonna Rosalia Colonna Romano, crebbe in un ambiente familiare culturalmente stimolante e ricevette un’educazione accurata che si unì alla sua spiccata sensibilità personale verso gli ideali romantici di patria e libertà. Le liriche che seguono sono tratte dalla raccolta che la poetessa pubblicò per l’editore Le Monnier di Firenze nel 1846.

***

A Rosalia Colonna Nei Turrisi Baronessa di Buonvicino

Me solo amor consiglia,

Me sol conforta amore;

Dei carmi d’ una figlia

Quale offerta più nobile

Più degna è del tuo core?

Oh se l’affetto vero,

Le immagini leggiadre

M’infiammano il pensiero,

È tuo l’ onor, la trepida

Gioia, diletta Madre!

Sai chi dell’ estro il foco

Mi desta, chi m’ inspira?

Per te, pel natio loco,

Per l’amor dei magnanimi

Sudo a temprar la lira.

Che vai, se tanto zelo

Strugge l’etate acerba?

Io sol vivere anelo

Per poco, e te fra l’itale

Madri lasciar superba.

***

Ultimo canto di Lord Byron

È ver; posarsi ormai dovrebbe il core,

S’è mal gradito, nè più gli altri infiamma;

Pur, non amato, serberò d’amore

Viva la fiamma!

De’ miei verd’ anni ecco fornito il corso;

Non ha più fiori amor, non ha più frutto;

Deh che mi resta? col fatal rimorso

Lagrime e lutto !

Come vulcano solitario splende

Nell’ alma il foco, e mi consuma, e spira;

Non altra fiamma che l’ estrema incende

Funerea pira!

Ogni cresciuto, ogni crudel tormento,

Ogni speranza, ogni gelosa pena,

D’amor la forza più non reca, il sento,

Ch’ aspra catena.

Oh men leggiadra è qui la mente e l’ alma !

Dei molli affetti vincerò la possa,

Avrò, lo spero, degli Eroi la palma,

0 nobil fossa.

Oh Grecia! oh gloria! d’ ogni tema ignudo

Dell’ armi ascolto, delle trombe il suono;

Come Spartano sul difeso scudo,

Libero sono.

Desta, o mio spirto, — che la Grecia è desta! —

Desta il tuo foco, la virtù che langue!

Forte mi scuoti: a versar corro in questa

Impresa il sangue!

Vinci ogni affetto risorgente, indegno

0 fredda etate ! — se per te si sprezza

Il riso, il pianto, il simulato sdegno

Della bellezza.

Oh perchè vivi, se caduto piangi

Il fior degli anni? qui novelli onori

Frutta la morte — fra le achee falangi

Combatti e muori.

Facil si trova, e fia per te del forte

Bello il sepolcro — intorno guata e scegli;

Nè dal riposo d’ onorata morte

Fia chi ti svegli.

***

Alla sorella

Quel di, che contemplal lieta e dolente

L’onesta immago del Toscan Maestro,

Che a me sì pueril d’ anni e di mente

Lo stile invigorì, gli affetti, e l’estro;

I’ benedissi la virtù crescente

Del tuo pennello generoso e destro;

Senza pianto, gridai, senza contrasto

Sien le tue glorie: ad ogni danno io basto.

 

Ma da quel dì quanto sudasti, e quanto

Nella mano crescesti e nell’ ingegno;

Tutto è nell’ arte de’ tuoi dì l’ incanto,

E della fantasia popoli il regno:

A te scrivendo giorno e notte accanto,

Ogni effigie che pingi, ogni più degno

Pensier tolgo alle fiamme, chè non mai

Di te, dell’opre tue paga sarai.

 

Questi cari pensier tutti raccolti

In bel volume fra i miei versi mira;

Molti li lodan, li vagheggian molti,

Ma sol l’ anima mia se n’empie, e spira.

Un’eterea sembianza, un di quei volti

Che sol d’ aver sognato il cor sospira,

Qui trova il cor. Più del soave

Albani Celesti pingerai gli aspetti umani.

 

Deh pennelleggia pur su queste carte

Le vittorie d’Italia e di Triquetra;

È la Patria dì noi la miglior parte,

E lo sa chi per lei vivere impetra:

Pari nel foco, nei pensier, nell’ arte,

In pari uso volgiam colori e cetra:

Tu di te stessa, o Cara; io degna sia

Del mio Maestro e della Patria mia.

***

Le rimembranze

E del viaggio fatlcoso anch’ io

Trascorrer veggio il sedicesimo anno,

E sento come fugge ogni desio

Nella misera valle, ed ogni inganno:

Quanti pietosi, ahimè, del viver mio

Conforto vero, abbandonata m’hanno;

Quanti che meco semplici fanciulli

Sorridean nelle fole e nei trastulli.

 

Con che dolcezza candide, serene

Di quei primi anni mi rivivon l’ore,

Che s’ adornavan come liete scene,

Come un bel sogno, come un dì d’ amore!

Di cari eventi, di memorie piene

Ritornano dolcissime nel core;

E quei tanti discesi negli avelli

Ritraggon vivi e favellanti e belli ! —

 

Tempo felice ! a piè dell’ amorosa

Antica fante m’ assidea le sere,

E commossa intendeva e lagrimosa

Nelle fole dolenti e lusinghiere,

E ripeteva, come santa cosa,

Quei cari nomi nelle mie preghiere;

Ed oh con che pietà serbava in petto

I casi d’ una pia , d’ un giovinetto !

 

Caramente serrando nelle braccia

L’immagine talor d’una fanciulla,

La baciava per gli occhi e per la faccia,

E dì fregi adornavale la culla.

Tempo felice! d’aurei sogni in traccia

Nulla pur sogno che t’uguagli, nulla

Di quei ludi fu mai, di quella niente

Più soave, più caro, e più innocente!

 

Poichè d’ altri piacer, poichè d’ altr’ opra

La verissima brama s’accendea,

Sopra le carte meditando, e sopra

I miei pensier, le notti producea:

E di qual nei bei rischi il senno adopra,

Quella trepida speme in cor sorgea,

E viva in ogni loco, in tutte l’ore

Nel suo segreto la nutriva il core.

Ed un colloquio di che amor, di quale

Ritentami pietà! — Pallido il raggio

Della Luna piovea, le tacite ale

Scotea ricca dei fior l’ aura di maggio;

E sciogliean lamentando oltre il viale

Gli usignoletti il flebile linguaggio,

Allor che mesta una dolcezza move

Dal ciel , dai fonti , e dall’ erbette nove.

 

Meco seduta una gentil donzella,

Perchè, diceva, nei severi studi

Perdi il sorriso dell’ età novella,

Perchè vogliosa ti travagli e sudi?

Qual si legge sai tu, qual si favella:

Cessa le cure faticose e rudi,

E meglio godi ricreduta, oh meglio

Ai passeggi, ai teatri, ed allo speglio! —

 

Io di rincontro: il sai; dai teneri anni

Arcanamente dentro il cor profondo

Un amaro provai senso d’affanni,

Un tedio lungo, un diffidar del mondo.

Nè della giovinezza i dolci inganni

Mi suadono il vivere giocondo;

Ma nelle veglie della fida stanza

Mi lusinga soltanto una speranza.

 

Ed Ella: statti, chè per me non sono

Di così dure tempre; alle amorose

Letizie io credo: A te l’allór; tel dono

Se invaghita ne sei; dammi le rose. —

A quei detti fidenti, all’abbandono

Ahi troppo avverso l’ avvenir rispose,

E al primo voto, al primo dì d’ amore

Si recise degli anni il più bel fiore. —

 

Misera! e dalla lagrimata bara

Un nome non avrai nei dì novelli,

Chè sol dell’opre faticose, o cara,

Nei volumi si vive oltre gli avelli:

Pel dolce capo tuo, per ogni amara

Rimembranza che al cor di te favelli,

Io giuro meditar nei giorni mesti,

Perchè un vestigio, un’ombra di me resti.

***

Alle donne siciliane

No, benchè il tempo muta

La fortuna dei regni e delle genti ,

Non han foglia perduta

Le tue belle corone, o Patria mia!

I sensi e le parole

Vivon di quanti meditar nascosi

Negli ozj generosi;

Vivono ancor gli altissimi portenti

Dei campioni vetusti,

Primieri nei cimenti,

Fra lance, e spade, e riversati busti

Deh sì lieto per noi rifulga il sole;

Deh, come il cor desia,

In noi l’ardire dei Sicani Eroi,

L’antica tempra si rifonda in noi!

Se la benigna etade

I petti nostri al paragon non chiama

Dell’ ira e delle spade,

Oh ne’ caldi pensier, nell’ opre oneste

Si riconforti l’ alma !

Assai più giova di tenzoni e d’ armi

La bell’arte dei carmi,

Che il sorriso di pace e gli ozj brama ,

E ne lusinga e regge

A magnanima fama,

D’ ogni affetto maestra e d’ ogni legge.

Vile chi sdegna la sudata palma!

Saprà, nelle funeste

Cure invilito, nei piacer bugiardi,

Come il rossor, se pur l’infiamma, è tardi.

E da quest’ almo suolo

Arditamente d’ animosa donna

Aprivan gl’ inni il volo.

Oh quel vanto perchè più non s’ agogna

Da libero pensiero?

Perchè l’ umili cure e l’ ozio indegno

Tolgon foco all’ ingegno

Se qui, di senno e di virtù colonna,

Qui preparava Nina,

Disdegnando la gonna,

Al divino Alighier l’ arpa divina?

Deh, mel credete, eh’ io favello il vero,

Il celarsi è vergogna.

Sorgete, o care, e nella patria stanza

Per voi torni l’ ardire e la speranza.

Giovinezza non dura

Sulle gote vermiglie e sul bel crine

Per letizie o per cura,

E tutti spegne dell’ etate il gelo

Quanti florian diletti,

Finchè si scavi all’ ultima percossa

Un obbliata fossa.

Deh men crudeli di quaggiù le spine

Il bell’ oprar ne renda,

Ben nate cittadine,

E del loco natio l’ amor v’ accenda.

Più sicure dovizie agli intelletti

Non piovono dal cielo;

Nè soave lusinga o dolce incanto

È qui verace, ove sol dura il pianto.

Sicilia in noi riscossa

Rintegrerà l’ indomito ardimento,

Le leggi sue, la possa.

Ahi ! smisurato divampava lntorno

Il morbo furibondo,

E le rapia l’ alme più calde, i primi

Esemplari sublimi.

Senz’irà, senza onor, senza cimenti

Un popol si moria.

Derelitto, sgomento,

Per le case dolenti e per la via !

Quanti del sogno ebe più ride al mondo

Eran sul primo giorno

Quando s’ affanna irrequieto il core

Nei dolci voti e nel desio d’ onore !

0 sfortunati nostri,

Su voi commosso qual fratel più sente

Deplorando si prostri ;

Guati la croce, e le glebe, e le pietre

Su pel funereo loco,

E d’uguale virtù, d’uguale affetto

Arda il commosso petto. —

Pel suol che vi nutria sì dolcemente,

E in che durano pure

Quanti amati lasciaste alle sventure,

Voi lassù, redivivi Angeli, invoco:

Le divine faretre

Suonin sugli empi, e alle natie contrade

Torni dei prischi Eroi, torni l’ etade.

***

L’addio di Lord Byron all’Italia

Alfin partia. Chi del crudel momento

Può narrar le memorie ed il dolore,

E ciò che disse ai monti, all’acque, al vento
Di quella terra ove lasciava il core?
Oh come quel dolcissimo lamento
Fu travolto per ira o per livore!
Qual menzognero addio sulle divine
Labbra pose un Francese, un Lamartine?

Taci! L’italo amor del mio Britanno,

Gl’itali sensi, oh male, oh mal comprendi:
Non all’Italia no; ma frutteranno
Onta infame a te stesso i vilipendi.
Italia morta? e innanzi a te non stanno
Ancor vivi, temuti, ancor tremendi
Ugo, Alfieri, Canova’ e presso a questi
Sì magnanimi Eroi, dinne, che resti? —

Quella terra, quel ciel che l’innamora,
Pien di mille pensier, di mille affetti,
Giorgio saluta dalla mesta prora
Coi sospiri, coll’anima, coi detti:
Chi non sogna di te? chi non t’adora,
O bella Patria d’ animosi petti,
Bella Patria dell’arti! il viver mio
Tu che allegrar potesti, Italia, addio.

Italia! Italia! com’è dolce il suono
Della celeste armonica favella!
Nel ciel, nelle odorate aure, nel dono
D’ ogni cosa gentil, come sei bella !
Di foco è l’alma dei gagliardi, sono
Di foco gli occhi d’ ogni tua donzella;
E da quegli occhi, da quell’alme anch’io
Se il bel foco ritrassi, Italia, addio.

Ahi ! per le sette cime e per le valli

Dei famosi che avean la terra doma,
Più non s’urtan guerrieri, armi, cavalli,
Più non suona il trionfo Italia e Roma;
Nè più s’avventa ai minacciosi Galli,
Sanguinoso gli artigli, irto la chioma,
Il gran Leon di Marco, e steso e muto
Anco abborre l’Eroe che l’ ha venduto.

Venduto! ahi rabbia! qual vergogna è questa,
Qual crudo patto, quale iniquo orgoglio !
L’italo sangue avrai sulla tua testa
O snaturato nell’ infame scoglio.
Tu le piaghe sanar d’Italia mesta,
Tu rialzar dovevi il Campidoglio,
Tu di Cammillo erede, il brando e il senno
Vendesti ai figli che scendean di Brenno.

Fioria d’ogni virtù, d’ogni divina
Arte di pace questo suol fioria,
E il tuo brando recò fatal ruina,
E libertà peggior di tirannia.
Oh bugiardi Licurghi! oh Cisalpina,
Oh congrega di ladri, oh peste ria!
Fu per l’italo suol, fu crudo inganno
Se Marengo vincesti e l’ Alemanno.

Com’ aquila fra i nembi, o come lampo
Terribil passa, egli passò l’invitto;
E copre mesto, solitario campo
Il terror dell’ Italia e dell’ Egitto.
Io, benché tutto alla memoria avvampo
Di tanto Eroe, di sì fatal conflitto,
Io fremo, e dico: se vittoria il guida,
La comprò col delitto il parricida !

Oh perdona all’ ingrato! oh alfin riposa
Dopo tanto dolor, tanto contrasto,
E a più bei studi intenta, o Generosa,
Spregia l’armi crudeli e spregia il fasto:
Teco, Madre d’Eroi, teco avrò posa
Io che a soffrir la vita, ohimè ! non basto.
Ritornerò più grande; il cener mio
Qui dormirà compianto: Italia, addio.

Deh posa, posa: troppo dolce e santo
È d’una pace desiata il raggio;
Ma pace bella d’ogni nobil vanto,
Non ozio d’infingarde alme retaggio.
Divina Italia! con che amaro pianto
Vado altrove a cercar lodi al coraggio;
Pur Grecia sogno, e mi vi chiama un Dio…
Addio, Patria mia vera, Italia addio.

***

All’Angelo mio

Oh di te nulla è più soave, oh nulla

Di te più ride nella mente mia!

Tu mi baciasti nella rosea culla,

Mi bacerai nell’ ultima agonia:

Tu spiravi alla tenera fanciulla

Pensier celesti, amabile armonia:

Tu meco in ogni tempo; ma nell’ ore

Più solitarie più ti sente il core.

 

Quaggiù non ti vedrò: quell’immortale

Beltà sol degna è d’ ammirarsi in cielo;

Ma il soffio leggerissimo dell’ ale

M’ agita, mentre io parlo, il crine e il velo.

Amar dunque tu puoi cosa mortale,

Tu puoi vegliarmi con fraterno zelo?

O mio fedel Cherubo, o mio verace

Consolator nei rischi e nella pace.

 

Quando è il pensier più mesto e in sè raccolto,

Al mio pianto risponde un suon di pianto;

Sento una man che m’ accarezza il volto,

Sento una voce che m’ invita al canto:

È la tua man, la tua voce che ascolto,

Sei tu che piangi all’ infelice accanto ;

Più degli eterei balli, o giovinetto,

Ami i nostri colloquj, il nostro affetto.

 

E tu invisibil nella valle amara

Mi seguirai, misterioso amico:

Oh mi rendi, se il puoi, la vita cara,

La vita che paventa il cor pudico.

O almen di rose infiorami la bara,

Fa che in terra non lasci alcun nemico,

Dammi il bacio di morte: il volto mesto

Io sul tuo collo piego, e in Ciel mi desto.

***