Recensione a “Le voci remote” di Felice Serino

In ogni mondo esiste una porta di comunicazione con tutto il resto. Conoscerne l’esatta ubicazione, aprirla e attraversarla non presuppone capacità medianiche, ma solo un umile atto di fede: una fede qualsiasi, in Dio, nell’amore, nelle energie della natura, in sé stessi. Credere, semplicemente. Ecco, leggere Felice Serino è un po’ come riappropriarsi della consapevolezza che quello stargate esiste, e che possiamo attraversarlo in qualsiasi momento, spinti dalla forza degli eventi, da un desiderio di trascendenza o dalla riflessione sull’oltre che ci attende alla fine dei nostri giorni. In “Le voci remote”, l’anima del poeta ha raggiunto la sua dimensione ideale, meta di un lungo viaggio che lo ha visto percorrere a piedi nudi i vasti deserti umani alla ricerca del sé più puro, nel quale la grandezza dell’uomo sta nella sua valenza infinitesimale e il buio è solo assenza di Dio.

tu sei l’ombra

del Sé: l’alterego o se vuoi

l’angelo che

ti vive a lato nei

paradossi della vita

La lanterna di questo instancabile Diogene non si affida al lume ma al suono: un suono interiore, fatto di silenzi costantemente modulati allo scopo di rievocare i dolori, le gioie e perfino le insipidezze della vita trascorsa. E fra i suoni che questo silenzio è in grado di intercettare ci sono, appunto, le “voci remote”: appena udibili alcune, più chiare e distinte altre. Un titolo niente affatto casuale, come casuale non è, in apertura, la scelta dei versi del poeta greco Ghiorgos Seferis sulle “voci remote/ delle anime in sogno” che riassumono in un certo senso la cifra dell’intera opera. Ma cosa sono queste voci remote, e a chi appartengono?

nell’oltre

non ci son porte e chiavi

è tutto -in trasparenza-

un fondersi di sguardi

Sguardi; anime; vite. Si, perché la dimensione “altra” non è un luogo solitario; al contrario, è un humus fertile d’amore a nutrire mani, volti e profumi che dalla realtà visibile, come tutti noi, sono passati; e che ora, abbandonati i pesanti costumi teatrali della quotidianità terrena, ci guardano e ci giudicano.

eccoti un ectoplasma ovvero

un antenato

a sentenziare da un aldilà

-non sapete neppure vestirvi

-bella forza: voi con i vostri

doppiopetti

vi credevate dio in terra o guappi

noi

casual-cibernetici

della libertà siamo bandiera

grida il rosso

del nostro sangue nelle piazze

per le ginocchia aria di primavera

Ma più spesso, in queste entità ultraterrene è l’amore a vincere: una pietas che non è -come si potrebbe pensare- l’atteggiamento compassionevole di chi, già in salvo sulla riva, cerca di portare conforto ai naufraghi ancora in mare; piuttosto, il contrario. A dispetto di tutti i luoghi comuni sul paranormale, Serino ci propone l’idea di un interscambio dove le barriere tra morte e vita si annullano e dove il bisogno di contatto non è univoco:

m’invitano i miei morti

a una uscita fuori porta

amano

farmi partecipe del loro mondo

m’avvedo

dagli occhi lucenti e i sorrisi complici

ch’è molto molto gradita

indispensabile quasi la mia presenza

ché senza orfani sarebbero

e tristi forse

pur essendo estraneo al loro mondo

di luce

Ma voci remote sono anche il frutto della nostra mente: i pensieri, le riflessioni, i sogni e tutte quelle immagini che non sappiamo spiegare e che tante volte ci sconcertano per la loro potenza, ovvero

visioni aleggianti nelle

stanze del tuo sangue

che spesso restano sepolte per anni prima di riaffiorare dal nostro sottosuolo e che conoscono tutte le nostre debolezze, perché in esse abbiamo creato l’unico specchio in grado di afferrarci quando rischiamo di perderci:

vedi: se

qualcuno è a spiarti

non sei che tu

da un altrove

E poi, ci sono i sogni. In questo labirinto di immagini che si stendono come un ponte tra il visibile e l’ultraterreno, la dimensione onirica si configura come la materia che ci plasma e dalla quale, al tempo stesso, veniamo plasmati. In questo contesto, la poesia è l’unico linguaggio che rende accessibile il mistero, consentendo all’anima di ritrovare la strada:

in questo minuscolo essere

smarritosi

nella sua realtà-sogno

vedi te stesso se lasci che la vita

ti conduca lungo

i labirinti viola della mente

Il sogno è la culla, il rifugio. E’ la linea di confine che rende possibile il momentaneo distacco dell’anima dal corpo; è, in ultima analisi, quel punto di contatto tra il nostro sé terreno e “l’altro” che prefigura il passaggio da questa vita a quella che ci attende.

il sogno è proiezione? o

sei tu in veste onirica

uscito dal corpo?

sognare è un po’

essere già morti

Eccola la porta, lo stargate: il valico che, in qualsiasi momento, ci mette in comunicazione con “l’altrove” consentendo alla nostra anima di espandersi e vivere, anche solo per pochi istanti, la vita che le è congeniale.

di notte sto bene con me e l’altro

sono io l’altro che -c’hai mai

pensato?- non proietta ombra

ombra di me è il sogno

come un bambino

avvolto dal regno delle ombre

affido tutto me stesso alla notte

E su tutto, come un velo impalpabile ma sempre presente, domina il pensiero della morte, intesa non come la fine di un ciclo, ma piuttosto come l’ennesima tappa di un viaggio: un nuovo giorno che si schiude e dove il peso delle cose di questo mondo è un fardello che si abbandona volentieri. Perché la vita che abbiamo sempre voluto non è che leggerezza, e la leggerezza viene dalla libertà, e la libertà è possibile solo sciogliendo le corde che ci legano alla materia:

confidare

nelle cose che passano

è appendere la vita

al chiodo che non regge

è diminuirsi la vera ricchezza

-arrivare all’essenza

lo scheletro la trasparenza

L’essenza, lo scheletro, la trasparenza: tutto qui tende allo spoglio, al nocciolo, allo sfrondo. Perché solo togliendo le sovrastrutture con cui spesso la vita ci inganna è possibile strappare il velo che ci copre gli occhi e arrivare alla verità. Un’esigenza, questa, che emerge sempre più forte nella matura poesia di Serino e che si riflette anche nell’impianto strutturale: nei componimenti brevi, nella crudità delle riflessioni, nei versi nudi fino alla scarnificazione. “Invettive”, dedicata a Padre Pio, ne è un esempio eloquente:

una parola un fendente

minimizzi

l’orgoglio un ordigno

inesploso

carità

ti accompagnerà nella polvere

Parola che scarnifica, dunque; che si fa, come la morte, strumento di scavo, liberazione, palingenesi, dando un nuovo significato agli anni che avanzano. Vincendo, soprattutto, l’atavica paura del nulla, con un fatalismo capace, talvolta, di sconfinare nello humour nero:

ho a volte il pallino

-farneticare dell’età-

che d’improvviso qualcuno mi spari

da un’auto che rallenta e poi via

-come in una scena da gangsters

-è fantasioso ma

freddamente reale

Sorridendo: si, perché uno degli aspetti più tipici della poesia seriniana è il sorriso, declinato in tutte le sue sfumature. Dolce nel rimpianto, feroce nel dolore, sereno nel pensiero di Dio; sornione a volte, mai cinico. Il sorriso del giusto, pronto a consegnarsi nelle mani di Dio con tutta la sua miseria, le sue cicatrici, la propria inesorabile condizione di uomo.

ricorda: sei parte

dell’Indicibile – sua

infinita Essenza

pure

nato per la terra

da uno sputo nella polvere

La religiosità di Felice Serino: cristiana, ma non solo. C’è, nella sua fede, qualcosa di universale, di applicabile a qualsiasi credo: un sentimento che è soprattutto apertura, anelito. Più che limitarsi ad essere credente, l’uomo di Serino guarda oltre, desidera oltre: e nel farlo, il suo sguardo incontra Dio.

una farfalla è una farfalla ma

tutto un mondo nella sua essenza

la natura

riflesso del cielo è preghiera

ogni respiro ogni sangue

vòlto verso l’alto è lode

l’anima nel suo profondo

in segreto s’inginocchia e piange

*

Donatella Pezzino

Annunci

Recensione a “Terra bruciata di mezzo” di Mirko Servetti

“Terra bruciata di mezzo” è il viaggio di un’anima attraverso le pieghe dei ricordi, le malinconie insondate, i vapori esalati dalle dolci correnti di un vento ormai passato, la cui stanchezza è negli anni e non nella capacità di sentire e amare. Rifugiarsi in quegli

Anfratti di cucina

dove i tuoi parlari

furono scaldico diletto,

fabulae inventate alle finestre

bratte di piovaschi

cumulati per anni

solo per indugiare al gioco

come metafisica dozzinale

diventa quasi una meta obbligata per espiare con le struggenti gioie della rievocazione una sofferenza congenita e mai del tutto vinta. Sofferenza che aleggia come una nebbia, un profumo, un male sottile ed invisibile; che permea ogni angolo di questa terra avara di carezze e prodiga di solitudini, il cui paesaggio è più quello che ci si lascia alle spalle piuttosto che un orizzonte al culmine della sua pienezza.

Ma fu misura dell’esser solitudini,

un confronto col quartiere

che gradualmente

si riscuote dal sopore.

Ogni verso, un respiro: è questa la poesia di Servetti che, lontana da artifici tecnici emotivamente paralizzanti, segue il fluire delle sensazioni, il sapore cangiante dell’aria, il silenzio ovattato dove tutto parla e dove tutto vive e palpita. Palpita, è vero: ma lo fa con un battito antico che segna il passo alla caducità delle cose, filtrando l’eternità attraverso il tempo con la sensibilità profonda di chi si aggrappa all’istante senza dimenticare le proprie radici, consapevole che solo in esse sta il senso che l’uomo ha cercato da sempre:

Una sfilata di morti anonime

con gl’intervalli degli spot

mozzature spettacolari

colaticci di bava mantecata

alle lacrime;

e qui si pensa d’essere al sicuro,

le percezioni alterate,

le nubi storpiate

dal frastuono e dal calore.

Tutto, in questa terra di mezzo, nasce dall’intreccio del presente con un passato assai più remoto di quello che ognuno di noi ha vissuto: ecco perché stringendo nel pugno anche una sola zolla di quella terra si prova forte la sensazione di restare avvinti al proprio sé, e soprattutto a quel sé che non si è mai conosciuto e al quale tende il lungo cammino dell’autocoscienza. E, “poichè l’inganno è nel dire/ che il mondo è situato qui/ e il dolore altrove”, la terra di mezzo si rivela nel suo doloroso compito di traghettarci verso un risveglio brusco ma necessario che spalanca i nostri occhi con forza e li mette di fronte alla morte di tutte le illusioni. E cosa sono le illusioni se non la vita stessa?

Il risveglio permane incerto

e chi in maniche di camicia

inizia a rastrellare vuoti d’aria,

chi per burla ridisegna

i profili delle colline rosicate

e brunite dalle vampe della notte.

Una vena di esistenzialismo emerge potente quando l’obiettivo si sposta dalla realtà alla dimensione individuale: e, anche in quel caso, la profonda sensibilità dell’autore gratta dalla superficie gli ultimi residui di antropocentrismo per scoprire nell’essere umano l’estremo brandello di una creazione che resta quasi indifferente al suo destino:

Sono specchiato dove non nasco,

spettro e residuo

d cateratta solare

quasar perduta nell’arsura

dei muri e dei vetri,

illuso d’esser figurato sdrucitura

di questa veduta patinata,

strappo e ferita fino al nadir

che come un tracciato si stende

sulle lenzuola ancor zuppe;

e il sentore delle mandorle

abbandonate dopo le feste d’inverno

persevera molle

prima di struggersi

tra i pensili e nei fondi

delle tazze sbeccate.

L’uomo, ombra malata che nel frastuono crede di trovare un balsamo alle ferite del suo nulla, si staglia sullo sfondo di una commedia quotidiana dove anche l’amore ha un retrogusto crepuscolare, e dove un sottofondo di morte lo tiene avvinto come un tralcio:

le manopole del gas

perigliosamente schiuse

i bicchieri implosi

il rintrono del cuore tuo

rasente il mio silenzio.

In questo amore, le parole taciute sembrano il vero e unico collante che salda le anime nel conforto di un tormento continuo e senza scampo, un veleno sottile che inebria mentre uccide lentamente:

L’indifferenza forse,

quella che come un ricatto

succede all’angoscia,

fu sospesa nel vento

che spirava dal fontanile di mare;

eppure sembrava tenerci al sicuro.

La fugacità degli ardori più sensuali potrebbe offrirsi come antidoto alla cancrena dello spirito , ma ancora una volta tutto sfuma in un silenzio carico d’inconsistenza dove l’infelicità ha le sembianze di una donna fragile e inesplorabile:

Il giorno seguita nell’indugio,

si proroga tra biancheria intima

e odori di poc’anzi

e il bricco del tè

tace sull’ebollizione

e non ne sapremo più nulla.

Ma sarebbe stato il primo

dei doveri da assolvere

dopo esserti rivestita

un po’ tremante d’agitazione

o per l’umidità esterna.

Anche quando le mani colgono le gioie dell’amore, è come quel substrato d’infelicità esistenziale negasse loro la pienezza, regalando solo la scintilla fuggevole di un piacere a lungo sognato. E da questo istante fiorisce quel rimpianto che, al tramonto della vita, si ribella all’immobilità alla ricerca di un ultimo, forsennato anelito di bellezza :

… verrai da un viaggio

di vent’anni fa

i polsi incatenati

a ragnatele splendenti,

priva del senno

che la senilità infligge.

E ci ostineremo a non credere

che il mondo continui da qui

e che l’arte sia ben più breve

della vita. Ci rivedremo,

conviviali di ore vespertine,

per ravvisare bellezza

negli spazi senza colori

col lessico d’amore sulle labbra,

lontani dal centro del cosmo.

Questo verseggiare onirico e al tempo stesso fortemente permeato di crudo realismo sfiora l’amore come una brezza nostalgica, consapevole che tutto si riduce ad un lento decomporsi. Eppure, il nichilismo di Servetti non è mai fine a sé stesso, prelude ad una ricerca sempre nuova che germoglia dalle sue stesse disillusioni. Ciò si riflette, oltre che nel suo sentire, anche nella sua stessa poetica, che parte dall’amore per la tradizione per metterne in discussione uno dei presupposti fondamentali, ovvero la consequenzialità spazio-temporale. Il suo è un poetare che segue il libero fluire del pensiero, spesso disomogeneo e discontinuo ma sempre profondamente autentico, intuitivo e ricco di spontaneità. A questo librarsi della mente, “Terra bruciata di mezzo” associa una forza emotiva dirompente che esonda da ogni verso per oltrepassare tutte le barriere e farsi cuore, pelle e respiro: una fusione totale con l’animo del fruitore che ne diventa parte integrante più che spettatore.

*

Donatella Pezzino

Poesie di Rosina Muzio Salvo

rosinamuziosalvo2b

Rosina Muzio Salvo ( Termini Imerese, PA,1815-1866) si distinse fin da giovanissima per una forte inclinazione verso le idee liberali, l’anticlericalismo e il femminismo. Ci ha lasciato articoli, poesie, romanzi e vari scritti dove l’intento pedagogico si mescola ad un profondo amor di patria, al ruolo centrale degli affetti familiari e ad una tenace fede nelle potenzialità della donna. Le poesie qui riportate sono tratte da un volumetto che l’autrice pubblicò a Palermo nel 1845.

***

Romanza

Ahi quante volte all’aura,

Che mi lambiva il viso

Dei tuoi sospir , conquiso

Balzava forte il cor,

E d’ogni cura immemore

Viveva per l’amor!

 

Nei lumi tuoi specchiandomi,

L’immago mia vedea,

Ed ebbra a te dicea:

« lo son felice appien. »

Vidi mia viva immagine

Incisa nel tuo sen….

Ma assisa sotto il salice,

Quando dicesti: « Addio! »

La terra a me spario,

Sugli occhi scese un vel:

Quindi gli apersi…. al misero

Ch’è mai la terra, il ciel?

(2 agosto 1841)

***

Giulietta

Addio! – Sa ’l ciel se dato fia vederci! –

Languidamente nelle vene freddo

Timor mi serpe, e de la vita il foco

Par che si spenga. –I miei più fidi or tosto

Vo’ richiamar, conforto al cor daranno.

Mia dolce madre… Oh cielo! a che venirne?

lo tal cimento affrontar deggio sola….

A me nappo pietoso…. Ahimè! se vano

Liquor racchiuda, ad altri sposa andarne

Forza mi fora?… Ah no! tu ’l vieterai….*

Ma se timor l’astuto frate spinse

Ad apprestarmi un tosco, onde sottrarsi

A la vergogna, che su lui cadria

Pel dolce nodo ch’a Romeo mi stringe,

E ch’egli benedisse?… Lungi, lungi

Sospetto vil! Ciascun santo lo chiama ,

E l’opre sue non tradîr mai tal grido. –

Nuovo , giusto timer l’alma m’invade…

S’io nell’avel pria di venir Romeo

Schiudessi i lumi!… aura feral spirando

Entro quell’arca , in la cui sozza bocca

Aura di vita mai non spira. . . . Ahi priva

Di sensi giacerei pria di vederlo!…

E ov’io pur viva ancor , la fantasia

Da tetra notte orrendamente accesa ,

Da spaventose immagini di morte,

E dal terror del luogo , agli avi miei

Antico asil…u’ l’ossa ammonticchiate

Confondonsi coi teschi…. ove Tebaldo

Intriso ancor di sangue, in suo lenzuolo

Avvolto, ai vermi è pasto. . .. ove s’aduna

Di truci spettri orrido stuol la notte. . . .

Ahi! tra l’infame lezzo, e orrendi stridi,

Al di cui suono impazzano i viventi,

Cinta d’interno da pàure atroci,

Il senno perderò !. . . Tripudiando

Furente allor dei padri miei coll’ossa ,

Io correrò Tebaldo a svincolare

Dal funebre suo velo, e a brani a brani

In un baleno squarcerò sua salma ,

E da tremenda stolta furia invasa ,

Di gioia schiamazzando, con un osso

Percoterò mie tempia , e le midolle

Ne schizzeran. .,. Oh! mira! è di Tebaldo

Lo spettro… . A vendicar l’inulto sangue

Sul mio Romeo sen viene…. Ahi! ferma! ferma!

lo volo a te Romeo! Tutto il tracanno.

(1841)

*Posa un pugnale

***

La delusa

Là dov’è ’l ciel più fulgido ,

Fragrante più ’I sentier,

Ove più Palma innalzasi

Su i vanni del pensier;

 

Tra le carole l’alito

D’amore mi creò ,

E di sventura il turbine

Nel duol m’inabissò.

 

Speme di gloria invasemi ,

Ed ebbra di desir ,

Di tante pene immemore ,

Vivea nell’avvenir. . . .

 

Stoltezza! più non s’agita

A quel sorriso il cor;

Ch’è mai, ch’è mai la gloria,

Se non l’abbella amor!

(30 maggio, 1842)

***

Siciliani

Havvi un divino senso, un’armonia

Tra cuore a cuore; una possente, arcana

Voce fraterna, che ad amar ne, sforza!

O tu, il cui nome tra gl’incensi e gl’inni

Una gente codarda al cielo estolle ,

Dorata plebe , ascolti tu tal suono?

Ascolti tu la disperata madre,

Ch’urta, rompe la folla , si gridando:

« Rendetemi il mio figlio! Ahi! con quest’occhi

Da un ribaldo, da un demone assalito ,

Cader trafitto il vidi! » Il grido ascolti

D’una gente raminga , senza un tetto

Che la ricovri, un pan che la disfami?

L’irrequieta , baldanzosa turba ,

Nel cui cipiglio è fitto un pensier truce,

Pensier di sangue, non iscorgi?… Ahi tutti

Sul tuo capo ricadano i misfatti!

E di chi è mai la colpa, se nel sangue

Una sfrenata plebe si gavazza,

Sfamando il duole, l’innasprita rabbia

Di vedersi qual gregge vilipesa?

E mente, e core forse il ciel concesse

A te soltanto, e l’umile genia

D’ogni luce privò? Di questo suolo,

Di questo ciel, che onnipossenti fiamme

Nell‘anime trasfonde, non è figlio

Il derelitto vulgo? Or questo foce,

Che per immensi campi spaziando,

È fatto divo dallo studio, e l’arte;

Questo foce compresso, alfin prorompe

Rapidissimo, e tutto incende, e strugge!

O stuol patrizio, a cui fortuna arrise,

Non vedi tu quanta miseria accogli

Tra l’immense dovizie? Orsù , tracanna ,

Tracanna il nappo di tuo folle orgoglio…

Ebbro n’esulta… ma non senti a tergo

Una voce tremenda che ti grida:

« Di tua possanza è già caduto il regno? »

 

Dal Tamigi al Sebeto in ampie sale

Radunansi i fanciulli, un amoroso

Sacro ministro alla virtù li educa,

Mentre una donna con soave affetto

Libri, lavori appresta, e quanto puote

L’intelletto avvivar, rendere un giorno

Utili quelle braccia, quelle menti

A se stessi, alla patria. Ai pensier casti

I fanciulli nudriti, ed al lavoro,

Del delitto le vie fuggono adulti.

Or mentre ovunque alla virtù s’educa

L’infima plebe, su di cui pietosa

Veglia l’illustre gente, alle rapine

Alle bestemmie, al sangue, tra noi cresce,

Educasi, s’inspira! Amor, pietade,

Non sole preci, è del Signor la legge. –

Va dal tapino, ne raccogli i nati,

E in terra un serto, in cielo un seggio avrai.

(2 dicembre, 1843)

***

Romanza

Ogni fior mi sorridea ,

Ogni suono mi beava,

Quando in mente risplendea

Un angelico pensier.

 

Carolando a me d’innanti ,

S’involò l’ebbrezza arcana ,

Spine acute, laceranti

M’ingombrarono il sentier.

 

È pur questo il cielo mio,

Tutto luce , tutto amore;

Questo il caro suol natio ,

Questi i fior ch’amavo un di.. . .

 

Ma qual’ombra errante affiso 

Gli astri, il cielo, il colle, il prato,

Da quell’estasi diviso,

Tacque il mondo, e disparì!

(Febbraro , 1845)