“Dopo il ballo” di Maria Ricci Paternò Castello

Bello sedermi fino all’alba al foco,
Sola, pensando e ripensando a lui!
Tornare in sogno nello stesso loco,
Ove beata di sua vista fui!

Strano miraggio, veggo a poco a poco
Larve formarsi negli angoli bui
E – della illusïone estremo giuoco! –
Mista la sua con le figure altrui.

Gli dico allor, resa, nell’ombre, audace:
«Non te ne accorgi che ti voglio bene?
Non te ne accorgi che non ho più pace?»

Egli sorride. Ma rinasce il giorno
E, grave il cor di sconosciute pene,
Come non fosse, in sua presenza torno.

*

Maria Ricci Paternò Castello di Carcaci (Catania, 1845 -?) da “Nuove Poesie”, Firenze, Le Monnier, 1885.

Immagine: un dipinto di Luigi di Giovanni (Palermo,1856-1938) dal sito http://www.arcutifineart.com

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Il “Quadrato numero 38” di Luigia Ferro

Con il guanto liscio e inossidabile
della mano tua forte e materna
ti ho visto crearmi.

Di parole in preghiera
la favola serale dei baci
mi hai lasciato fame del tuo seno.

Nel corpo mio: ormai di donna
fetale al fianco tuo
cullato dagli Ave, trovo la pace.

Gli occhi ridenti, luminati di sacro dolore
m’accendano, al pensarli,
di orgoglio adorante.

Poco importa se il tuo tramonto
non lo misuro in passi,
la mente inganna: già mi manchi.

La grazia dell’omonima
stendardo al mio incedere
non sono degna ma benedetta.

*

Luigia Ferro (Catania, 1990 – Butera, 2016)

Fonte: http://www.symmachia.it

Sulla poetessa Luigia Ferro si veda anche: http://pennearmaterivista.blogspot.it/2016/04/omaggio-alla-poetessa-luigia-ferro.html

Immagine: Antonino Gandolfo (Catania, 1841-1910), Per via, 1885 – da https://howlingpixel.com

Da “Ancestrale” di Goliarda Sapienza

Separare congiungere
spargere all’aria
racchiudere nel pugno
trattenere
fra le labbra il sapore
dividere
i secondi dai minuti
discernere nel cadere
della sera
questa sera da ieri
da domani

*

Goliarda Sapienza (Catania, 1924-Gaeta, 1996)

Fonte: “Ancestrale”, poesie scelte, Ed. La Vita Felice, 2013

Immagine: Il “Nascondiglio di Venere” di Salvatore Fiume (Comiso-RG 1915-Milano 1997) dal sito http://giovannibonanno.com/novecento-in-sicilia/

 

Lauretta Li Greci

Nata a Palermo il 15 novembre 1833, Lauretta li Greci era poco più che una bambina quando cominciò a scrivere e pubblicare versi. Il suo precoce talento poetico le procurò un’immediata fama, insieme all’apprezzamento per la finezza stilistica dei versi  e per la dolcezza malinconica delle riflessioni di cui si facevano portavoce. Nonostante la giovanissima età, Lauretta scriveva soprattutto con il pensiero rivolto alla morte: la giovinetta era infatti ammalata di tisi e la consapevolezza della fine imminente non poteva che permeare in modo significativo tutta la sua scrittura.

Adombrandone ogni parola e ogni afflato, la morte fu sempre presente nei suoi versi e li velò di una tenerezza cupa e struggente: un rimpianto che fu, insieme, accorato e rassegnato. Lauretta Li Greci morì, non ancora sedicenne, il 3 luglio 1849.

Dotata di una sensibilità non comune e di una cultura notevole per la sua giovane età, la poetessa lasciò nella poesia femminile dei suoi tempi un’impronta profonda, tanto da essere ricordata a lungo nei decenni successivi alla sua morte. A compiangerne la perdita furono tanti intellettuali e poeti, siciliani e non; un omaggio particolarmente affettuoso le venne tributato da Rosina Muzio Salvo, che le dedicò il celebre carme “In morte di Lauretta Li Greci”. Il poeta Ettore Arculeo scrisse di lei: “La sua vita fu quanto il crepuscolo di un giorno e il suo passaggio su questa terra fu come il trasvolare di un angelo fra gli uomini; ella non lambì il lezzo della terra e, fortunata, non arrivò a comprenderne l’impurità e la sozzura“.

Ancora oggi è possibile ammirare il monumento a lei dedicato, opera dello scultore Rosario Anastasi, nella chiesa di San Domenico a Palermo, di fronte alla tomba di un’altra illustre poetessa, Giuseppina Turrisi Colonna. Dimenticata e molto difficile da reperire, invece, è la sua produzione poetica. I versi che seguono sono contenuti in una silloge poetica dell’amico Girolamo Ardizzone, che così la ricorda:

Conobbe il greco, il latino, il francese, lasciò molte poesie inedite, fra le quali parecchi frammenti di una novella in versi sciolti, Giovanna Greij, e alcune traduzioni di Saffo e di Simonide che furono da me pubblicate nella Rivista Scientifica Letteraria ed Artistica per la Sicilia, anno 1833. Il suo monumento sorge nella chiesa di San Domenico , rimpetto a quello dell’ illustre poetessa Giuseppina Turrisi Colonna, della quale un anno innanzi aveva pianto in dolcissimi versi la immatura perdita.

E ancora, a proposito della poesia “Alla luna”:

I versi stampati in corsivo furono scritti da Lauretta Li Greci un giorno innanzi la sua morte. Stanca dal lungo morbo che la consuma, ella volge i suoi sguardi alla Luna, e l’invoca pietosa ai suoi dolori,
e quasi presaga del suo fine, le volge l’ultimo addio. Questo canto,diffuso di una cara malinconia , non fu da lei compito ; forse per le prostrate sue forze non potè rivelare interamente quello slancio
sublime dell’ anima, quell’ estrema scintilla di una luce vicina ad estinguersi. Io ho tentalo di continuarlo, seguendo le tracce de’ suoi pensieri e investendomi degli affetti della morente giovinetta.

***

Alla luna (1841)

0 amica Luna, che agli afflitti il core
Dolcemente conforti, a te rivolgo
Le mie querele, tu pietosa almeno
A me sorridi, e quando il firmamento
Da’ tuoi raggi coperto, in tuo viaggio
Peregrina trascorri, a me l’estremo
Addio rivolgi!… Un giorno ancora!… un giorno…
E forse io più non ti vedrò!… la tua
Pallida luce splenderà più mesta
Sul mio sepolcro!

Oh potess’ io pei campi
Del del teco vagar, dalla mortale
Creta disciolta ! oh potess’ io, solingo
Spirto, aggirarmi sulle verdi zolle
Della terra nativa, i cari luoghi
Riveder dei dolci anni e il mio soave
Tetto materno!

*

A Girolamo Ardizzone (1849)

E quella dolce speme, che risplende
Qual iride di pace oltre l’avello,

Mi conforta sovente in sulla terra,

Ov’ io languo qual fior, che innanzi sera
Piega le foglie. Nel materno tetto
In cui vivo solinga, a me dischiusi
Fur dell’arte i misterij e l’armonia
Del bello intesi, che a profano orecchio
Risonar non può mai; nella celeste
Luce del vero s’ispirò la mente,

E ignoto spirto, ch’io comprendo ed amo.
Su di un raggio di stella a me discese:

« E, prendi egli mi disse, o mia diletta,

« Prendi quest’ arpa che dal ciel ti reco
Messaggiero di Dio; ma casta e pura
« Qual da me la ricevi ognor la serba! »

E tentai quelle corde, e dolci suoni
Ne trassi, amor cantando, e fede, e speme,

Unica meta coi l’uman pensiero
Negli affanni vagheggia e nel dolore.

Or muta è l’ arpa: dal mortai riposo
Chi destarla potrà ? qual man rapirle
Nuovi concenti? Tutta in me già sento
Mancar la vita; più non m’ arde in petto
L’ immensa, arcana, irresistibil fìamma,
Che a cantar m’incitava. Eppur sovente
In quell’ ore solinghe al pianto sacre,
Rammento i dì felici, in cui vegliando
Al fioco lume di notturna lampa
Educava la mente a nobil’opre;

E del cieco di Scio negli immortali
Canti, e di Saffo nelle ardenti note
lo m’ ispirava. La magnanim’ ira
Dell’esul ghibellino; il casto amore
Del cantor di Vaichiusa; il rio destino
Del misero Torquato, e il tardo alloro
Che la sua coronò gelida fronte;

Di Gaspara gli affanni e il disperato
Amor, che innanzi tempo a lei dischiuse
L’avello ; di Vittoria il nobil core,

Ed il casto da lei vedovo letto
Lungamente serbato; ahi tutto allora
Mi destava nel cor sublimi sensi !

E salve, io ripetea, salve o d’Italia
Illustri figli, che in perenne lotta
Colla sventura, intemerata fama
Serbaste e nome altero! Ahi quante volte
Brancolando cercai dentro le vostre

Tombe quel foco animator, che i vostri
Petti infiammava! ahi quante volte attinsi
Da voi nova virtude e forze nove!

Dalla Terra del sol, dalle ridenti
Prode che bagna il limpido Tirreno
A voi mando un saluto! Oh se potessi
A voi congiunta nell’ eterno Amore,
Inebbriarmi, errar di stella in stella.

Tutta goder quella suprema, immensa
Felicità, che invan si cerca in terra;

Quanto lieta sarei! ma forse ancora

Mi rimane a soffrir; forse vicino

Non è quel giorno, in cui, dal suo terreno

Velo disciolta, alle celesti sfere

Spiegherà la mia stanca anima il volo!

(Dal libro “Canti di Girolamo Ardizzone” – 1867 – Tipografia del Giornale di Sicilia – consultabile al seguente link: https://archive.org/details/bub_gb_K6CXm0ZrJ3sC)

Nella foto: La scultura che ritrae Lauretta Li Greci, posta sul suo monumento commemorativo al pantheon del convento di San Domenico a Palermo ( da http://www.domenicani-palermo.it/pantheon.html)

Altre fonti:

Donatella Pezzino

 

Maria Costa, la poetessa del mare

Maria Costa è nata a Messina il 12 dicembre 1926.

Nata e cresciuta a Case Basse di Paradiso, un rione di pescatori, la poetessa comincia a scrivere molto presto, verso gli 11 anni di età: con la passione per la cultura trasmessagli da suo padre e il talento per la scrittura ereditato da una sua antenata, la giovane Maria fa della poesia lo strumento privilegiato per dar voce al mare, alla sua gente e alle antiche memorie della sua terra. Fra queste, un posto di rilievo ha sicuramente il dramma del terremoto del 1908; ma la poesia di Maria si spinge ancora più lontano nel tempo, affondando le sue radici nel patrimonio di miti e leggende che da secoli viene tramandato oralmente, come la leggenda di Colapesce. Ma è il mare, soprattutto, ad ispirare il cuore di Maria: nei suoi versi, la donna e il mare diventano una cosa sola, uniti in un canto eterno che trascende il tempo e lo spazio.

Il suo stesso quartiere d’origine, Case Basse, gli fornisce materia preziosa per molte composizioni, come era già successo ad un altro grande della poesia, Giovanni Pascoli: durante il suo soggiorno messinese, infatti, Pascoli era stato ispirato dalla vista dei ragazzini del rione che giocavano sulla spiaggia e aveva scritto la poesia “L’aquilone”.

Per Maria la gente e la terra, la storia e il mito, la spiaggia e lo Stretto sono al tempo stesso abbraccio materno e tesoro da custodire, ispirazione e rifugio: sarà per questo, probabilmente, che la poetessa non sentirà l’urgenza di crearsi una propria famiglia e si donerà interamente, per la vita, alla sua Messina, di cui diventerà l’emblema e l’orgoglio.

Nella sua poesia si mescolano, come nella stessa natura del siciliano, il dolce e l’amaro, il veleno e il nettare, la lama che ferisce e il fiore che accarezza. Nel suo linguaggio c’è una straordinaria freschezza: ricco di declinazioni lessicali tipiche e quasi ruvide nella loro genuinità, il dialetto di Maria è tutt’ora al centro di studi accurati non solo per la sua valenza semantica ma soprattutto per il suo carattere antropologico, per la sua espressività potente, per l’intensità con cui sa farsi portatore della spiritualità e della cultura che lo ha visto nascere. Ma Maria non si è limitata a scriverli, i suoi versi: grande affabulatrice, splendida interprete, è rimasta celebre per il suo eccezionale modo di “raccontare” la poesia, forte di una mimica e di una gestualità ancora oggi uniche nel loro genere.

Energica, sensibile e combattiva, Maria incarnava in pieno la vera donna sicula, dotata di inesauribile linfa vitale e di un fascino irresistibile: un carisma quasi sacrale, che rimanda ai legami misteriosi e indissolubili fra l’anima e il cosmo. Nel suo caso, erano legami che la stringevano al mare, del quale cantò per tutta la vita le storie e i segreti.

Famosa e apprezzata anche fuori dalla Sicilia, più volte premiata, la Costa ha partecipato nell’arco della sua lunga vita a innumerevoli manifestazioni culturali, festival di poesia, spettacoli teatrali; le sono stati dedicati servizi, interviste, tesi di laurea e perfino un documentario, firmato dal regista messinese Fabio Schifilliti ( “Come le onde” – 2012 ). Fra i suoi volumi di poesie più celebri si ricordano Farfalle serali (1978), Mosaico (1980), ‘A prova ‘ill’ovu (1989), Cavaddu ‘i coppi (1993), Scinnenti e muntanti (2003), Abbiru maistru (2013). Nel 2006 è stata inserita nel registro dei “Tesori Umani Viventi” dall’Unità Operativa XXVIII – Patrimonio UNESCO, Registro Eredità Immateriali della Regione Siciliana. Si è spenta a Messina il 7 settembre del 2016.

Alcune poesie di Maria Costa

Donatella Pezzino

 

Nella foto: Maria Costa in una foto giovanile ( da http://pti.regione.sicilia.it)

Fonti:

Poesie di Jolanda Insana

jolanda-insana

Jolanda Insana è nata a Messina il 18 maggio del 1937. Laureatasi nella sua città d’origine con una tesi sulla letteratura greca, venne scoperta da Giovanni Raboni nel 1977, quando pubblicò la silloge “Sciarra amara” nella collana da lui diretta “Quaderno collettivo della Fenice”. Della sua poesia, Giuseppe Lo Castro ha scritto: “Al fondo la poesia di Insana mette in scena sentimenti viscerali di rabbia, di protesta,di invettiva prima che denuncia. La poesia non può essere in questo senso olimpica conciliazione col mondo, non elegge parole avvolgenti, ma forza le parole per costringerle a esprimere l’urgenza del dire.” Potente e lacerante, la parola di Jolanda si fa urlo per dar voce ad una ferita profonda che non può guarire perché radicata nell’atto stesso dell’esistere.

Alla sua attività poetica, la Insana ha sempre affiancato un intenso lavoro di traduttrice: ha tradotto autori classici come Saffo, Euripide, Callimaco, Ipponatte, Anacreonte, Lucrezio e Marziale, oltre al medievista Andrea Cappellano. A lei si devono le trasposizioni in versi di alcune opere di Ahmad Shawqi e Aleksandr Tvardovskij.

Fra le numerose raccolte poetiche di Jolanda Insana spiccano Sciarra amara (1977), Fendenti fonici (1982), La clausura (1987), Medicina carnale (1994), La stortura (2002) vincitrice del premio Viareggio per la poesia, Frammenti di un oratorio per il centenario del terremoto di Messina (2009) e Turbativa d’incanto (2012). E’ morta a Roma il 27 ottobre 2016.

Donatella Pezzino

 

Da “Sciarra amara”

Pupara sono

e faccio teatrino con due soli pupi

lei e lei

lei si chiama vita

lei si chiama morte

la prima lei per così dire ha i coglioni

la seconda è una fessicella

e quando avviene che compenetrazione succede

la vita muore addirittura di piacere

***

Da “L’erba in bocca”

faccio finta che è così
per lasciarmi isnervata prendere a tradimento
nel mare più salato e dolce dove voluta e mai posseduta
entro ma m’impiglio troppo a riva e dunque rientro
nelle valve conchiavate e più non mi sconchiglio

***

La parabola del cuore

vedo nel vuoto dove piove chiara salute e mi svuoto del superfluo
di presenze specchiandomi nella palla di cristallo
il tumulto è grande e non mi lasciano uscire
ma per chi parte reggono i muri e si fanno più arditi
ardendo in spazi più spazi
nel vuoto più vuoto dei trenta metri quadrati
serrati dalle grate

rinchiavardo l’unica porta e così è impossibile rientrare
a scaldare i lunghissimi piedi dalle belle dita irregolari
dentro il camino
e vedere quanto resiste e dura la camera di combustione
rinfocolata con l’arte che sai
e mi dispiace per te

sono qui e dici no all’abbraccio ammagatore
perché non vuoi che si veda quanto poco si ragguaglia la misura
ma io posso testimoniare che non fu illusione e la vista
durò aguzza per due notti
poi la visione per più di un mese e ora nell’addiaccio
l’estasi perde in levatura e stramazza in stasi

si prega di non abbandonare rifiuti
si legge sul sentiero che dalla spiaggia porta alla tua quarta casa
covo di cazzarne e straglio
bastardo e randa

l’empito per entrambi è rimesso in discussione
e la prima volta è sempre l’ultima
ma se esce pari vinco
e se esce dispari perdi

non riesco a riacciuffare il tuttocorpo effuso
dalla clausura della parlata monca e nel rintocco
del sangue il lutto è defraudato
ma quando dico di queste cose è di un’altra che parlo
di un’altra che finge di non parlare

so che per la consuetudine che hai di scozzare contro scogli
meno di un sughero pesi l’asino del sogno
al riparo di naufragi e dunque aspetto che la vela
approdi a riva perché calato il vento me ne torni alla mia stiva
fermamente risoluta a non tirare corde

offesa non ho che contemplarmi nella prima fenditura
riascoltando l’eco dell’ultima domanda
– io ti ho dato questa clausura e tu cosa puoi darmi tu? (…)

( da “La Clausura”)

***

Medicina Carnale

decisa a partire senza libro
medicina carnale
della mente e del corpo bellissima mai
mai a nessuno donata
la prenotazione era cancellata e ricciuto
capitano occhiverdi imbarcava acqua insana
mentre Citera mandava lampi

non era il caso
di nuotare nel tormentamento per devoti

non siamo osservanti in nulla stando sulla porta
della moschea nella città murata
e qui c’è l’agrume desto in frutti e zagara
nato in terreno grasso da caldo vento ventilato

in che senso la doppia immagine fotografata
nello specchio sopra la fontanella per i piedi?

l’acqua ha profumo di limone e ne usiamo la bellezza
pure sapendo che le promesse finiscono in pioggia

e ci fermiamo sotto linde finestre
davanti a portoncini ad ante cordate
e non fu necessario riprendere i fili
avendo capito che perisce ogni cosa creata
pure davanti alla trireme cicladica
incisa sulla roccia di Lindos

l’assenza è devotamente donata in bocca al lupo

e scendemmo al porticciolo di san Paolo
chiostrato dalla muraglia marina
e si fece da sé e da sé si diede nuovo nome
la schiena contornata d’azzurro
e vidi che bisognava pensare dentro e in proprio
impugnando la torcia

Bello avere un mantello di cielo
andando con i piedi a terra

mai viste olive concave con l’osso piegato
e la pelle piagata
cremìdi è la parola dell’estate
la cipolla e l’insalata
e ripresi il flauto e la spada e rimasi esitante
di fronte al pane appaiato sulla tovaglia

passando poi per la via dei cavalieri
odòs ippodòn
tornai all’agorà di tutti i giorni

così per la prima volta fotografai mulini a vento

***

Non c’è tempo

troppo cauta cerco il varco nella strettoia del momento
e sembra che tutto avvenga lentamente perchè di scatto
mi levo
e metto mano al fuoco volendo risentire la storia
delle due pietre e della scintilla che apre la pupilla
al seduttore di fantasmi canforati e lo rianima
e lo seduce alla vita

a calda forza precipita la ripida assenza
e poichè mi costringo a riceverla come dono
ho deciso di mettermi a tavola prima del suo ritorno
e scontando al meglio la mia parte
racconto dell’inferno come un angelo per riconquistarmi
la quotidiana porzioni di sete

l’anima corporale si fa azzurra
per andare incontro a un’altra azzurra
assaporando l’aria dove l’ombra è scancellata
e il desiderio ricucito per tentazione solare
così con le molte dissimiglianze visibili fanno modo
alla stretta rassomiglianza e l’eroe che incalzò
e mise alle strette il nemico
incespica sulle pietre del ritorno
incalzato dal fantasma che aveva disossato

esce dal banchetto di tutti i sensi con la mente limpida
e non può maledire o non può più
perchè ha veduto che di passione si muore o si rinasce

Ho le radici proprio qui beate nell’abisso di passione
e sono disgiunte e separate
e il pesco non saprà mai il sapore della pesca
né io posso chiamare beata l’anima che non sa il nome
atterrita da troppo fuoco
ed è acerbamente risaputo che è festa di spegnimento
senza botto
per i luoghi disastrati della terra

non rompe le nevi non sprezza le piogge né il vento
e s’avventa occhi e cuore in fiamma sul corpo
robusto disprezzatore di maneggi
e non arresta il corso
seguace di falsa apparenza sperde quello che ha
e fluisce lasciando traccia di fiato
male avvaertito a procacciare né mai a godere

dianzi non ero così sbiancata e parlavo e ho mancato
quando che la zagaglia mi ha mancato
molti luoghi attraversando e in nessuno restando
e però il massimo dei lussi me lo sono goduto
disponendo tutto il mio tempo nello sforzo massimo
di stare dentro il tempo

di questa lotteria non ho manco un biglietto
e giocata dalla tentazione arriverò in tempo per l’estrazione
godimento di tutti i piaceri senza confusione
abbrancare l’inabbrancabile
e corro e predo fino alla fattoria del profeta

***

Vanno vengono

Vanno vengono vengono vanno

avanzano indietreggiano

vengono vanno vanno vengono

sommuovono il suolo

e sotto i piedi è cupo il rimbombo –

*

Respinti e pressati

sulle strade del buio mattino

scappano s’infrattano

nelle caverne di città e villaggi –

*

Vengono dai tropici e dall’equatore

da deserti savane e foreste

alture e pianure

in cerca di pastura –

vengono da guerre genocidi e carestie

da terremoti tirannie e maremoti

e in fuga vanno per terre straniere –

***

Da “Frammenti di un oratorio per il centenario del terremoto di Messina”

accurrìti accurrìti gente
me figghia me figghia
portate una scala
me figghia
’na scala ’na scala
pigghiate me figghia
accurrìti accurrìti
u focu u focu
sa mancia
viva
a fini du munnu
a fini da so vita
viniti curriti
’na scala
tièniti tièniti
figlia

*

scanto
scanto grande
e mascelle serrate
narici aperte per assecondare il respiro
strette le chiappe per darsi un contegno
molli le gambe nel sobbollimento
di terra e mare
e gli occhi aggrottati
nel boato
finita
è finita la vita
ma riprende a fiatare
disserra la bocca
si tocca la testa
con due dita si carezza le guance e trema
non sa cosa c’è dietro la porta
di lì è passata la morte

*

impazzirono
e avevano sete
e non avevano acqua
e nudi correvano
alle finestre senza vetri
al balcone franato
con gli occhi insanguinati
in pianto

***

Immagine da https://www.unina.it/

Fonti:

Gli inni sacri di Elpide

elpide

Vissuta nel V secolo, la siciliana Elpide è stata la prima poetessa latina cristiana. La città di nascita è a tutt’oggi incerta: alcune fonti parlano di lei come “Elpide da Trapani”, mentre altre riferiscono che ella nacque a Messina. Appartenente al patriziato romano legato alla corte del re ostrogoto Teodorico, Elpide fu la prima moglie del celebre filosofo Severino Boezio. Donna colta e dotata di grande sensibilità artistica, seppe imprimere alla poesia femminile cristiana un corso tutto nuovo grazie alla sua capacità di infondere al verso un caldo afflato poetico e di superare così la tradizionale freddezza dell’inno sacro. Non a caso, di lei lo studioso siciliano Biagio Pace ha scritto: “La fiamma della fede cristiana rischiara or­mai la nuova poesia”. Morta verso il 493, fu sepolta a Roma presso i “Portici Vaticani”, luogo che conferma la considerazione di cui dovette godere all’epoca come donna e come letterata. Sulla sua epigrafe si può leggere: “Dicta fui Siculae regionis alumna” (fui chiamata figlia della terra siciliana). Di lei ci sono pervenuti due inni, l'”Aurea Lux” e il “Felix per omnes”, dedicati ai santi Pietro e Paolo. Di questi due inni riporto la versione allegata al testo del “De consolatione philosophia” di Severino Boezio tradotto da Benedetto Varchi. A lei, molte fonti accreditate attribuiscono anche il celebre “Decora lux”, recitato ancora oggi in occasione della festa dei santi Pietro e Paolo; secondo alcuni studiosi, però, la paternità di questo inno è da ascriversi a Paolino d’Aquileia. Del Decora Lux riporto la traduzione italiana al testo del Liber Usualis, presente in Wikipedia.

Donatella Pezzino

***

Aurea Lux

Di bella eterna luce

E di color vermiglio, astri gemelli,

In questo dì, che le serrate porte,

Mercè di vostra gloriosa morte,

Di perdon apre ai peccator rubelli,

E terra, e Ciel riluce.

Portinajo del Cielo,

E maestro del Secol folle, e rio,

Ambidue de’ mortai giudici, e guide,

L’uno, e l’altro di voi alto s’affide;

Or che la Croce al’un rapìo

La spada il terren vela

Di supplichevol core

Clemente odi le preci, e i lacci rei,

Con quella man ricca di tal virtude

Sciolgi, che a tutti il Cielo e terra, e schiude

Tu con la tua voce l’Alme o danni, o bei

O Pietro almo pastore.

Correggi gli usi nostri,

Paolo maestro, e fa, che nostra mente

Poggi felice ale magion celesti;

Finchè la su voliam rapidi, e presti

Scevri dala rìa salma, e chiaramente

Qual’è Dio ci si mostri.

O germogli d’Oliva,

Cresciuti al paro, e di bei frutti carchi,

Deh fede, e speme, ognora ci mantenga:

Nè mai la doppia Carità si spenga,

Onde quando sarem del corpo scarchi,

Vita godiam giuliva.

Ognora a Dio si dia

Diviso in tre persone, uno in essenza

Onor, e gloria, e potestate eterna.

Egli è, che creò ‘l tutto,

E che ‘l governa

Né passò mai, né passa di lui senza

Il tempo, e così sia.

***

Felix per omnes

Angol non è del mondo

Che in questo dì di doppie palme misto

Di Pietro, e Paolo lieto non festeggi,

I quai col sangue mondo

Sacrati, che dal corpo uscìo di Cristo,

Premon di Chiesa Santa i primi seggi.

Son questi le due Olive,

E i vaghi Candelier, che in faccia a Dio

Mandan le chiare lor eterne luci

Lumiere ognora vive

Son di là su: sciolgono il laccio rio,

E per le vie del Ciel ci fanno i Duci.

Col suon di lor favella

Le porte fatte di smeraldi, e d’oro

Chiuder ponno od aprir, e le divine

Belle stanze di quella

Magion: chiave è del Ciel la lingua loro,

E le larve, oltre caccia ogni confine.

Di catene ( oh stupore!)

Mercè del Ciel Pietro vi ruppe i lacci,

Custode dell’Ovil, comun maestro,

Del bel Gregge Pastore:

Ei le sue pecorelle ai crudi impacci

Toglie dé lupi coraggioso, e destro.

Quel ch’egli in su la terra

Forte v’allaccia, sia legato ancora

Là sovra agli Altri: e là più sciolto resta

Quel, che quaggiù disserra:

Ei giudice d’ognun sedrà in quell’ora,

Che ogni piaggia arderà fiamma funesta.

Paolo va lui del paro

Maestro delle genti, e vaso eletto

Compagno nella morte, e in la Vittoria.

Ognun di splendore chiaro

Alluma e terra, e Ciel col bel suo aspetto,

Eterno del Chiesa, e Duce, e Gloria.

Ben tu, Roma felice,

Tinta del chiaro sangue ora ti godi

di due sì grandi, ed onorati Eroi,

Non ha ‘l Mondo Pendice

Che a te venga del par, non per tue lodi:

Solo per merito de’ custodi tuoi.

Dunque voi, gloriose

Alme di Pietro, e Paolo, eletti Gigli,

Dela corte del Ciel forti Campioni

Deh non ci sìen nascose

Le grazie vostre, e dai mortai perigli

Scevri n’andiam, alle del Ciel magioni.

Gloria a Dio Padre eterna,

Onor, e impero a Te, Figlio divino,

Potestà al Santo Spirito ognor si dia:

In quella alta superna

E in questa bassa fede all’uno, e trino

Nume immortal per sempre, e così sia.

***

Decora Lux

La bella luce dell’eternità irrigò
con beati raggi l’aureo giorno
che corona i Principi degli Apostoli
e (che) ai peccatori in cielo apre una libera strada.
Il Maestro del mondo e il Custode della porta celeste,
Padri di Roma e Arbitri delle Genti,
vincitore quello per (morte) di spada, questo per morte di croce,
siedono nel convivio della vita (eterna), ornati di alloro.
O beato pastore Pietro, accogli clemente
le voci dei supplici e le catene dei peccati
sciogli con la tua parola, a cui (è) attribuito il potere
di aprire alle terre il cielo (e, se) aperto, di chiuderlo.
O egregio dottore Paolo, insegna le leggi
e i nostri spiriti attira con te al cielo,
fin quando l’oscurata fede scorga il mezzodì
e la sola carità regni a somiglianza del sole.
O Roma fortunata, che sei consacrata
col glorioso sangue dei due Principi,
(e) imporporata col loro sangue:
solo per ciò sovrasti le altre bellezze del mondo.
Sia gloria eterna,
onore, potenza e giubilo alla Trinità,
che in unità ogni cosa governa
per tutti i secoli dell’eternità.
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Immagine: il “Rilievo di Elpide” conservato al Museo Regionale di Messina, da: http://www.societamessinesedistoriapatria.it

Fonti: