“Ombra adorata” di Mariannina Coffa

Che mi valse l’ingegno,il core e l’arte
Se te perdendo ogni Ciel perdei?
Se il nume che fu vita ai sogni miei
Mi condanna tacendo e si diparte?
Oh se vedrai queste dolenti carte
Che d’un alito ignoto accendi e bei
Saprai ch’ove sospiri,e piangi e sei
Ivi piange il mio core a parte a parte.
Saprai ch’io t’amo,ed è miracol novo
La vita mia….perchè son morta e vivo,
E là dove non sei non ritrovo!
Saprai, ch’ombra adorata,a me d’accanto
Ti riveggio pur sempre o sogno o scrivo
E più che il labro tuo trovo il tuo pianto.

*

Mariannina Coffa (Noto,  30 settembre 1841 – Noto,  6 gennaio 1878)

Nel video: Il cantautore Carlo Muratori (Siracusa, 19 settembre 1954)

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Lauretta Li Greci

Nata a Palermo il 15 novembre 1833, Lauretta li Greci era poco più che una bambina quando cominciò a scrivere e pubblicare versi. Il suo precoce talento poetico le procurò un’immediata fama, insieme all’apprezzamento per la finezza stilistica dei versi  e per la dolcezza malinconica delle riflessioni di cui si facevano portavoce. Nonostante la giovanissima età, Lauretta scriveva soprattutto con il pensiero rivolto alla morte: la giovinetta era infatti ammalata di tisi e la consapevolezza della fine imminente non poteva che permeare in modo significativo tutta la sua scrittura.

Adombrandone ogni parola e ogni afflato, la morte fu sempre presente nei suoi versi e li velò di una tenerezza cupa e struggente: un rimpianto che fu, insieme, accorato e rassegnato. Lauretta Li Greci morì, non ancora sedicenne, il 3 luglio 1849.

Dotata di una sensibilità non comune e di una cultura notevole per la sua giovane età, la poetessa lasciò nella poesia femminile dei suoi tempi un’impronta profonda, tanto da essere ricordata a lungo nei decenni successivi alla sua morte. A compiangerne la perdita furono tanti intellettuali e poeti, siciliani e non; un omaggio particolarmente affettuoso le venne tributato da Rosina Muzio Salvo, che le dedicò il celebre carme “In morte di Lauretta Li Greci”. Il poeta Ettore Arculeo scrisse di lei: “La sua vita fu quanto il crepuscolo di un giorno e il suo passaggio su questa terra fu come il trasvolare di un angelo fra gli uomini; ella non lambì il lezzo della terra e, fortunata, non arrivò a comprenderne l’impurità e la sozzura“.

Ancora oggi è possibile ammirare il monumento a lei dedicato, opera dello scultore Rosario Anastasi, nella chiesa di San Domenico a Palermo, di fronte alla tomba di un’altra illustre poetessa, Giuseppina Turrisi Colonna. Dimenticata e molto difficile da reperire, invece, è la sua produzione poetica. I versi che seguono sono contenuti in una silloge poetica dell’amico Girolamo Ardizzone, che così la ricorda:

Conobbe il greco, il latino, il francese, lasciò molte poesie inedite, fra le quali parecchi frammenti di una novella in versi sciolti, Giovanna Greij, e alcune traduzioni di Saffo e di Simonide che furono da me pubblicate nella Rivista Scientifica Letteraria ed Artistica per la Sicilia, anno 1833. Il suo monumento sorge nella chiesa di San Domenico , rimpetto a quello dell’ illustre poetessa Giuseppina Turrisi Colonna, della quale un anno innanzi aveva pianto in dolcissimi versi la immatura perdita.

E ancora, a proposito della poesia “Alla luna”:

I versi stampati in corsivo furono scritti da Lauretta Li Greci un giorno innanzi la sua morte. Stanca dal lungo morbo che la consuma, ella volge i suoi sguardi alla Luna, e l’invoca pietosa ai suoi dolori,
e quasi presaga del suo fine, le volge l’ultimo addio. Questo canto,diffuso di una cara malinconia , non fu da lei compito ; forse per le prostrate sue forze non potè rivelare interamente quello slancio
sublime dell’ anima, quell’ estrema scintilla di una luce vicina ad estinguersi. Io ho tentalo di continuarlo, seguendo le tracce de’ suoi pensieri e investendomi degli affetti della morente giovinetta.

***

Alla luna (1841)

0 amica Luna, che agli afflitti il core
Dolcemente conforti, a te rivolgo
Le mie querele, tu pietosa almeno
A me sorridi, e quando il firmamento
Da’ tuoi raggi coperto, in tuo viaggio
Peregrina trascorri, a me l’estremo
Addio rivolgi!… Un giorno ancora!… un giorno…
E forse io più non ti vedrò!… la tua
Pallida luce splenderà più mesta
Sul mio sepolcro!

Oh potess’ io pei campi
Del del teco vagar, dalla mortale
Creta disciolta ! oh potess’ io, solingo
Spirto, aggirarmi sulle verdi zolle
Della terra nativa, i cari luoghi
Riveder dei dolci anni e il mio soave
Tetto materno!

*

A Girolamo Ardizzone (1849)

E quella dolce speme, che risplende
Qual iride di pace oltre l’avello,

Mi conforta sovente in sulla terra,

Ov’ io languo qual fior, che innanzi sera
Piega le foglie. Nel materno tetto
In cui vivo solinga, a me dischiusi
Fur dell’arte i misterij e l’armonia
Del bello intesi, che a profano orecchio
Risonar non può mai; nella celeste
Luce del vero s’ispirò la mente,

E ignoto spirto, ch’io comprendo ed amo.
Su di un raggio di stella a me discese:

« E, prendi egli mi disse, o mia diletta,

« Prendi quest’ arpa che dal ciel ti reco
Messaggiero di Dio; ma casta e pura
« Qual da me la ricevi ognor la serba! »

E tentai quelle corde, e dolci suoni
Ne trassi, amor cantando, e fede, e speme,

Unica meta coi l’uman pensiero
Negli affanni vagheggia e nel dolore.

Or muta è l’ arpa: dal mortai riposo
Chi destarla potrà ? qual man rapirle
Nuovi concenti? Tutta in me già sento
Mancar la vita; più non m’ arde in petto
L’ immensa, arcana, irresistibil fìamma,
Che a cantar m’incitava. Eppur sovente
In quell’ ore solinghe al pianto sacre,
Rammento i dì felici, in cui vegliando
Al fioco lume di notturna lampa
Educava la mente a nobil’opre;

E del cieco di Scio negli immortali
Canti, e di Saffo nelle ardenti note
lo m’ ispirava. La magnanim’ ira
Dell’esul ghibellino; il casto amore
Del cantor di Vaichiusa; il rio destino
Del misero Torquato, e il tardo alloro
Che la sua coronò gelida fronte;

Di Gaspara gli affanni e il disperato
Amor, che innanzi tempo a lei dischiuse
L’avello ; di Vittoria il nobil core,

Ed il casto da lei vedovo letto
Lungamente serbato; ahi tutto allora
Mi destava nel cor sublimi sensi !

E salve, io ripetea, salve o d’Italia
Illustri figli, che in perenne lotta
Colla sventura, intemerata fama
Serbaste e nome altero! Ahi quante volte
Brancolando cercai dentro le vostre

Tombe quel foco animator, che i vostri
Petti infiammava! ahi quante volte attinsi
Da voi nova virtude e forze nove!

Dalla Terra del sol, dalle ridenti
Prode che bagna il limpido Tirreno
A voi mando un saluto! Oh se potessi
A voi congiunta nell’ eterno Amore,
Inebbriarmi, errar di stella in stella.

Tutta goder quella suprema, immensa
Felicità, che invan si cerca in terra;

Quanto lieta sarei! ma forse ancora

Mi rimane a soffrir; forse vicino

Non è quel giorno, in cui, dal suo terreno

Velo disciolta, alle celesti sfere

Spiegherà la mia stanca anima il volo!

(Dal libro “Canti di Girolamo Ardizzone” – 1867 – Tipografia del Giornale di Sicilia – consultabile al seguente link: https://archive.org/details/bub_gb_K6CXm0ZrJ3sC)

Nella foto: La scultura che ritrae Lauretta Li Greci, posta sul suo monumento commemorativo al pantheon del convento di San Domenico a Palermo ( da http://www.domenicani-palermo.it/pantheon.html)

Altre fonti:

Donatella Pezzino

 

Cecilia Deni

 

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Cecilia Deni nacque a di Militello in Val di Catania ( CT) nel 1872.

Fin da giovanissima si distinse per le sue spiccate doti intellettuali e per la sua delicata sensibilità poetica: con il suo primo volumetto di poesie “Primi canti” , pubblicato a soli 18 anni, Cecilia attrasse l’attenzione di Mario Rapisardi che ebbe per lei parole di elogio.  Ottenuto il diploma magistrale a Catania nel 1890, si laureò a Roma nel 1894 con il massimo dei voti in Lingua e Letteratura Italiana. Tornata in Sicilia, ottenne subito la cattedra di lettere italiane alla Regia Scuola Normale “Giuseppina Turrisi Colonna” di Catania; successivamente, dal 1916 al 1932, ebbe l’incarico di Preside della Scuola Normale “Regina Elena” di Acireale, di recente fondazione.

Alla professione di educatrice, Cecilia affiancò una fiorente attività letteraria che si espresse nella pubblicazione di numerose raccolte di poesie, nella stesura di un poema ( l'”Alberto”, 1922), in collaborazioni con giornali e riviste e in testi di critica e storia della letteratura. Fra i suoi saggi più importanti si ricordano “La donna nella poesia del Medio Evo”, “Il pessimismo nei poeti italiani precursori di Leopardi”, “Le donne del romanticismo”, “I Madrigali di Mario Tortelli”  e “I sonetti di Vittorio Alfieri”. Non mancò in lei l’interesse per la cultura e il folclore di Sicilia, soprattutto in merito ai canti popolari e alla poesia dialettale: a queste tematiche Cecilia dedicò diversi studi, che culminarono nella pubblicazione dei saggi “Canti di popolo in Sicilia” e “La poesia popolare e i poeti dialettali in Sicilia”. A questi scritti si aggiungono due raccolte di favole e la bozza manoscritta di un romanzo rimasto incompiuto.

La sua vasta e articolata cultura riscosse l’ammirazione dei contemporanei; ebbe contatti con i più grandi letterati del tempo ( Ada Negri, Verga, Capuana, Carducci, Martoglio, solo per citarne alcuni) con i quali intrattenne rapporti di amicizia e di corrispondenza.  Oltre che nell’attività di letterata, Cecilia fu molto attiva dal punto di vista umano e assistenziale: nel 1909 fu una delle fondatrici della sezione catanese dell”Unione Femminile Nazionale”, un’associazione benefica a favore dell’infanzia, della famiglia e della donna. Morì nel 1934.

La Cecilia Deni poetessa ci ha lasciato in tutto sette raccolte: la già citata Primi canti (1890), Verso l’erta (1900), Echi primaverili (1901), Idilli e Scene (1903), Idillj (1912), Patria (1916) e Liriche (1934). Composta da pensieri, prose e liriche è l’opera “Adorazione”, che Cecilia pubblicò nel 1907 in memoria del marito. Per la freschezza dello stile, la grande forza espressiva e la classicità delle forme, i suoi versi sono stati spesso accostati a quelli di Ada Negri.

Donatella Pezzino

Leggi le liriche di Cecilia Deni

Fonti:

Mariannina Coffa Caruso

mariannina-coffa

Farfalla solitaria

L’ali io rivolgo ove più bello è il sole;

 Vivo nel mite effluvio

 Che si solleva dalla terra al ciel,

Parlo cogli astri armoniche parole

L’immenso spazio è il mio dorato avel.

Mariannina Coffa Caruso nacque a Noto ( SR ) il 30 settembre 1841.

Fu una bambina sensitiva e precocemente ispirata che il padre, rinomato avvocato e patriota, impegnato nelle rivoluzioni del 1848 e 1860, si compiaceva di far esibire nei salotti e nelle accademie con le sue poesie improvvisate su temi dettati estemporaneamente.

Istruita prima in collegio e poi sotto la guida di un precettore, imparò versificazione e francese. Nonostante il padre le avesse scelto come precettore un canonico, affinchè la indirizzasse nelle letture e nell’attività poetica verso temi religiosi tenendo a freno il suo temperamento focoso, la poesia di Mariannina restò di impronta romantica.

Poesie di Mariannina Coffa Caruso

  Ohimè!….quest’alma a tanto gaudio avvezza

 Gioie mortali desiar non può.

 Oh quante volte un alito

Di questo amor sognai!

Lo chiesi indarno agli uomini

Chè fu muto ogni core al mio desir!…

Io non dovevo palpitar giammai

  O dei palpiti miei dovea morir!….

A soli 14 anni, si innamora perdutamente del suo maestro di pianoforte, il venticinquenne Ascenso Maceri.

Ascenso la ricambia e i due si fidanzano: ma è una felicità di breve durata per Mariannina. A 18 anni, il giorno di Pasqua del 1860, i genitori le impongono di sposare un ricco proprietario terriero di Ragusa. Lei non riesce a ribellarsi al volere dei genitori e non accetta neanche la proposta di Ascenso di una fuga insieme.

La sua nuova vita si svolge a Ragusa, nel palazzo di famiglia del marito che è spesso assente in quanto sindaco della città:Mariannina trascorre una esistenza triste, costretta a scrivere le sue poesie di nascosto e di notte a causa dell’ostilità del suocero, uomo gretto e insensibile, per il quale scrivere era cosa “per donne disoneste”.

In più le continue gravidanze e i lavori domestici tormentavano il suo gracile corpo; ad aggravare le cose un lutto, la morte di una figlia, la gettò in uno stato di profonda prostrazione. Nello stesso periodo Mariannina riallacciò i contatti con Ascenso, con cui iniziò una fitta corrispondenza: ma ciò invece di darle sollievo le diede nuove amarezze, perchè il suo antico innamorato non le perdonava di aver assecondato il volere dei genitori. Desiderosa di vederlo e di parlargli, fra mille rischi Mariannina gli diede perfino un appuntamento a Ragusa, ma lui non si fece vedere.

Dopo questa delusione, Mariannina continuerà la sua esistenza sdoppiata di moglie/madre e poetessa, iscritta a diverse accademie e collaboratrice di diversi giornali e riviste letterarie, come “La donna e la famiglia” di Genova. Corrisponde con artisti e letterati ( famose il suo carteggio con Mario Rapisardi), si iscrive a logge massoniche e stringe amicizia con il medico omeopata Giuseppe Migneco che la introduce allo spiritismo e al sonnambulismo, pratiche esecrate dalla Chiesa cattolica ma che a lei danno per un attimo la speranza di poter curare i mali del proprio corpo e della propria psiche.

Cantai l’amore? Ahi! fra sorrisi immondi

  Il mio bel voto illanguidir vedea,

E agonizzar fra scheletri infecondi

La più sublime e creatrice idea.

Ché sempre al suo venir fra un mondo cieco

Non trova impulso un vergine pensiero,

E i dettami del nobile e del vero

  Non hanno un plauso, una parola, un’eco!

 Lascia il marito per tornare dai suoi dove spera di trovare un di serenità:ma i suoi la respingono per non essere coinvolti dallo scandalo della sua separazione. Mariannina è gravemente malata di tumore all’utero e solo un chirurgo catanese potrebbe salvarla:ma i suoi si rifiutano anche di pagarle le cure.

Sola, ignorata, ad ogni ben più caro

  L’aspirar mi fu colpa! e in tanto affanno,

  Io non so qual parlasse in me più amaro

  O il cader dei miei giorni, o il disinganno!

Presso al diserto capezzal non una

Lacrimando inchinossi alma pietosa:

Madre, figlia, sorella, amica e sposa,

Pugnai col tempo e colla ria fortuna!

Nella sua poesia i toni si fanno di aspra denuncia verso una società ipocrita che sacrifica alle convenzioni sociali anche gli affetti più sacri: soprattutto, Mariannina urla tutto il suo dolore e la sua rabbia contro i genitori che le portano via anche il figlio, unico suo conforto nella solitudine e nella malattia. Si spegne così a soli 36 anni Mariannina Coffa Caruso, la “poetessa maledetta” che aveva amato e scritto tanto, e il cui ardente amor di patria, rimasto vivo ancor oggi in alcune sue bellissime liriche, è allo stesso tempo anelito alla libertà di vivere e di amare.

Si…vivrei per amarti,e ignota e oscura

 Morir vorrei sull’adorato petto!

Donatella Pezzino