Lauretta Li Greci

Nata a Palermo il 15 novembre 1833, Lauretta li Greci era poco più che una bambina quando cominciò a scrivere e pubblicare versi. Il suo precoce talento poetico le procurò un’immediata fama, insieme all’apprezzamento per la finezza stilistica dei versi  e per la dolcezza malinconica delle riflessioni di cui si facevano portavoce. Nonostante la giovanissima età, Lauretta scriveva soprattutto con il pensiero rivolto alla morte: la giovinetta era infatti ammalata di tisi e la consapevolezza della fine imminente non poteva che permeare in modo significativo tutta la sua scrittura.

Adombrandone ogni parola e ogni afflato, la morte fu sempre presente nei suoi versi e li velò di una tenerezza cupa e struggente: un rimpianto che fu, insieme, accorato e rassegnato. Lauretta Li Greci morì, non ancora sedicenne, il 3 luglio 1849.

Dotata di una sensibilità non comune e di una cultura notevole per la sua giovane età, la poetessa lasciò nella poesia femminile dei suoi tempi un’impronta profonda, tanto da essere ricordata a lungo nei decenni successivi alla sua morte. A compiangerne la perdita furono tanti intellettuali e poeti, siciliani e non; un omaggio particolarmente affettuoso le venne tributato da Rosina Muzio Salvo, che le dedicò il celebre carme “In morte di Lauretta Li Greci”. Il poeta Ettore Arculeo scrisse di lei: “La sua vita fu quanto il crepuscolo di un giorno e il suo passaggio su questa terra fu come il trasvolare di un angelo fra gli uomini; ella non lambì il lezzo della terra e, fortunata, non arrivò a comprenderne l’impurità e la sozzura“.

Ancora oggi è possibile ammirare il monumento a lei dedicato, opera dello scultore Rosario Anastasi, nella chiesa di San Domenico a Palermo, di fronte alla tomba di un’altra illustre poetessa, Giuseppina Turrisi Colonna. Dimenticata e molto difficile da reperire, invece, è la sua produzione poetica. I versi che seguono sono contenuti in una silloge poetica dell’amico Girolamo Ardizzone, che così la ricorda:

Conobbe il greco, il latino, il francese, lasciò molte poesie inedite, fra le quali parecchi frammenti di una novella in versi sciolti, Giovanna Greij, e alcune traduzioni di Saffo e di Simonide che furono da me pubblicate nella Rivista Scientifica Letteraria ed Artistica per la Sicilia, anno 1833. Il suo monumento sorge nella chiesa di San Domenico , rimpetto a quello dell’ illustre poetessa Giuseppina Turrisi Colonna, della quale un anno innanzi aveva pianto in dolcissimi versi la immatura perdita.

E ancora, a proposito della poesia “Alla luna”:

I versi stampati in corsivo furono scritti da Lauretta Li Greci un giorno innanzi la sua morte. Stanca dal lungo morbo che la consuma, ella volge i suoi sguardi alla Luna, e l’invoca pietosa ai suoi dolori,
e quasi presaga del suo fine, le volge l’ultimo addio. Questo canto,diffuso di una cara malinconia , non fu da lei compito ; forse per le prostrate sue forze non potè rivelare interamente quello slancio
sublime dell’ anima, quell’ estrema scintilla di una luce vicina ad estinguersi. Io ho tentalo di continuarlo, seguendo le tracce de’ suoi pensieri e investendomi degli affetti della morente giovinetta.

***

Alla luna (1841)

0 amica Luna, che agli afflitti il core
Dolcemente conforti, a te rivolgo
Le mie querele, tu pietosa almeno
A me sorridi, e quando il firmamento
Da’ tuoi raggi coperto, in tuo viaggio
Peregrina trascorri, a me l’estremo
Addio rivolgi!… Un giorno ancora!… un giorno…
E forse io più non ti vedrò!… la tua
Pallida luce splenderà più mesta
Sul mio sepolcro!

Oh potess’ io pei campi
Del del teco vagar, dalla mortale
Creta disciolta ! oh potess’ io, solingo
Spirto, aggirarmi sulle verdi zolle
Della terra nativa, i cari luoghi
Riveder dei dolci anni e il mio soave
Tetto materno!

*

A Girolamo Ardizzone (1849)

E quella dolce speme, che risplende
Qual iride di pace oltre l’avello,

Mi conforta sovente in sulla terra,

Ov’ io languo qual fior, che innanzi sera
Piega le foglie. Nel materno tetto
In cui vivo solinga, a me dischiusi
Fur dell’arte i misterij e l’armonia
Del bello intesi, che a profano orecchio
Risonar non può mai; nella celeste
Luce del vero s’ispirò la mente,

E ignoto spirto, ch’io comprendo ed amo.
Su di un raggio di stella a me discese:

« E, prendi egli mi disse, o mia diletta,

« Prendi quest’ arpa che dal ciel ti reco
Messaggiero di Dio; ma casta e pura
« Qual da me la ricevi ognor la serba! »

E tentai quelle corde, e dolci suoni
Ne trassi, amor cantando, e fede, e speme,

Unica meta coi l’uman pensiero
Negli affanni vagheggia e nel dolore.

Or muta è l’ arpa: dal mortai riposo
Chi destarla potrà ? qual man rapirle
Nuovi concenti? Tutta in me già sento
Mancar la vita; più non m’ arde in petto
L’ immensa, arcana, irresistibil fìamma,
Che a cantar m’incitava. Eppur sovente
In quell’ ore solinghe al pianto sacre,
Rammento i dì felici, in cui vegliando
Al fioco lume di notturna lampa
Educava la mente a nobil’opre;

E del cieco di Scio negli immortali
Canti, e di Saffo nelle ardenti note
lo m’ ispirava. La magnanim’ ira
Dell’esul ghibellino; il casto amore
Del cantor di Vaichiusa; il rio destino
Del misero Torquato, e il tardo alloro
Che la sua coronò gelida fronte;

Di Gaspara gli affanni e il disperato
Amor, che innanzi tempo a lei dischiuse
L’avello ; di Vittoria il nobil core,

Ed il casto da lei vedovo letto
Lungamente serbato; ahi tutto allora
Mi destava nel cor sublimi sensi !

E salve, io ripetea, salve o d’Italia
Illustri figli, che in perenne lotta
Colla sventura, intemerata fama
Serbaste e nome altero! Ahi quante volte
Brancolando cercai dentro le vostre

Tombe quel foco animator, che i vostri
Petti infiammava! ahi quante volte attinsi
Da voi nova virtude e forze nove!

Dalla Terra del sol, dalle ridenti
Prode che bagna il limpido Tirreno
A voi mando un saluto! Oh se potessi
A voi congiunta nell’ eterno Amore,
Inebbriarmi, errar di stella in stella.

Tutta goder quella suprema, immensa
Felicità, che invan si cerca in terra;

Quanto lieta sarei! ma forse ancora

Mi rimane a soffrir; forse vicino

Non è quel giorno, in cui, dal suo terreno

Velo disciolta, alle celesti sfere

Spiegherà la mia stanca anima il volo!

(Dal libro “Canti di Girolamo Ardizzone” – 1867 – Tipografia del Giornale di Sicilia – consultabile al seguente link: https://archive.org/details/bub_gb_K6CXm0ZrJ3sC)

Nella foto: La scultura che ritrae Lauretta Li Greci, posta sul suo monumento commemorativo al pantheon del convento di San Domenico a Palermo ( da http://www.domenicani-palermo.it/pantheon.html)

Altre fonti:

Donatella Pezzino

 

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Letteria Montoro

Letteria Montoro nacque a Messina il 19 aprile del 1825.

Diverse fonti coeve ne lodarono la fine bellezza e la spiccata intelligenza; ma Letteria fu anche una donna politicamente impegnata, liberale convinta e dotata di una personalità forte, combattiva e spesso ribelle, caratteri che mal si accordavano al contesto culturale e sociale – fortemente maschilista – nel quale viveva. Così recitava il testo dell’epitaffio posto sulla sua tomba al cimitero monumentale di Messina:

Qui per volere del Comune/ l’ala dell’oblio non graverà sulle ceneri/ di LETTERIA MONTORO/ che l’anima forte ed eletta/ trasfuse in versi soavii ed in prose eleganti/ donna di spiriti liberali/ confortò i fratelli che combattevano/ per la redenzione d’Italia/ li seguì nell’esilio/ e ad essi tornati in patria/ sacrificò cristianamente la vita/ mirabile esempio di fraterno affetto!/ 19 aprile 1825 – 1 agosto 1893

Oggi questo epitaffio non esiste più: la lapide che lo conteneva, infatti, è andata distrutta durante il terremoto del 1908. Ma anche la memoria di Letteria ha subito un triste destino: caduta progressivamente nell’oblio dopo la sua morte, la poetessa è oggi quasi completamente dimenticata ed è solo grazie all’impegno di studiose come Daniela Bombara se abbiamo la possibilità di riscoprirla.

Figlia di un esule per motivi politici, la giovane Letteria partecipò attivamente ai grandi eventi risorgimentali: durante i moti del 1848 collaborò con il settimanale “L’aquila siciliana” e fornì il suo sostegno ai patrioti che combattevano in prima linea. Dopo la conclusione dei moti, scelse volontariamente di seguire i suoi fratelli nell’esilio. Questa scelta non era dettata solo da motivi di generosità, affetto o coerenza morale: in quell’epoca, infatti, la donna esule svolgeva spesso una preziosa opera di mediazione tra i proscritti politici e le istituzioni governative. E’ quindi probabile che Letteria abbia approfittato del confinamento per proseguire la sua attività in favore dei patrioti.

Tornata a Messina, si assunse l’impegno di curare da sola la sua numerosa famiglia sollevando suo fratello sacerdote da diversi compiti gravosi; nonostante ciò, riuscì anche a dedicarsi alla scrittura. Dal 1850 cominciò a pubblicare poesie, romanzi e novelle, scritti nei quali trasfondeva i moti del suo animo e le tracce della sua vicenda autobiografica e che riscossero un immediato successo di pubblico e critica.

Articolate in un’ampia varietà di generi – civile, patriottico, lirico, d’occasione –  le poesie di Letteria destarono interesse soprattutto per la loro forte impronta leopardiana: in esse, la giovane letterata messinese cercò di unire le sue spiccate attitudini speculative ad uno struggente lirismo, con frequenti richiami al lessico e alle tematiche tipiche di Leopardi. Tuttavia, il suo contatto con il pensiero leopardiano restò perlopiù limitato alla visione del dolore come elemento costitutivo della vicenda umana, un tratto che ella sentì in forte sintonia col proprio vissuto e col proprio sentire. In lei, però, questo dolore trova una via d’uscita nella fede religiosa e nella convinzione dell’esistenza dell’anima, mentre le restano estranei il concetto di “natura matrigna” e il laicismo. “Il pensiero dell’anima”(1885), una delle poesie più famose e apprezzate della Montoro, costituisce sicuramente la cifra più rappresentativa di questo suo “leopardismo minore”. Eccone uno stralcio :

O peregrina idea

Ove ti aggiri e celi

Lungi dal guardo mio! Qual erma sede

Solo per te creata,

O quale avventurata

Dell’immenso universo ascosa parte

Di tua presenza bei?

Dimmi se vera è tua sostanza in questo

Moto eterno dell’essere infinito,

O vagheggiata invano dal pensiero

Ognor tu fosti e sei. Qual nell’umana

O celeste famiglia,

Qual beltade alla tua si rassomiglia?

Nonostante la saltuarietà con la quale Letteria, assorbita dagli impegni domestici, potè dedicarsi all’attività letteraria, contemporanei del calibro di Giuseppe Pitrè tributarono ai suoi versi un’altissima considerazione, tanto da affiancarli alle opere di altre sue grandi conterranee quali Mariannina Coffa, Giuseppina Turrisi Colonna, Rosina Muzio Salvo e Concettina Ramondetta Fileti.

Fra i suoi scritti in prosa, fu particolarmente apprezzato il romanzo storico “Maria Landini”: considerato la sua opera maggiore, è ricco di spunti autobiografici, a cominciare dal carattere della protagonista. “L’autrice” scrive Daniela Bombara “propone qui un’eroina fascinosa e combattiva, che cerca di affermare la propria volontà e libertà di scelta in un contesto sociale degradato, corrotto e violento.” In questo lavoro, Letteria sfrutta gli strumenti del romanzo “misto di storia e di invenzione” per dar vita ad una vicenda avvincente e scorrevole mostrando, allo stesso tempo, la reale condizione della Sicilia del suo tempo: vi risalta la marginalità culturale e sociale dell’isola rispetto al resto d’Europa nonostante i tanti fermenti culturali e artistici, ma soprattutto la condizione femminile vista da una singolare angolazione, quella di una donna – Letteria, appunto –  soffocata da un ambiente misogino e restrittivo, che non le perdonava il fatto di non essere sposata e di aver preteso di fare della scrittura uno strumento di emancipazione e di legittimazione sociale.

Dopo l’Unità d’Italia, Letteria vide pubblicati i suoi scritti sul periodico genovese “La Donna”; collaborò inoltre alla Strenna femminile dell’Associazione filantropica delle Dame Italiane (1861), alla raccolta Poesie di illustri italiani contemporanei (1865), alla Strenna veneziana (1866) e al volume Candia, pubblicato a cura del Comitato Italo-Ellenico di Messina (1868). Nel 1865 fu l’unica poetessa messinese chiamata a commemorare il centenario di Dante: in questo evento, la città di Messina riunì i migliori intelletti della città fra letterati e docenti universitari. Per l’occasione, Letteria scrisse un componimento intitolato Pel centenario di Dante Alighieri, sostenendo la tradizionale immagine risorgimentale del Dante prefiguratore dell’Unità d’Italia. Morì nel 1893.

Donatella Pezzino

Immagine: un ritratto di Letteria Montoro tratto dal sito http://www.enciclopediadelledonne.it

Fonti:

  • Daniela Bombara, Ripensamento della tradizione e approdo alle idealità romantiche nella Sicilia di primo Ottocento: vita e opere di tre letterate ribelli, in Quaestiones Romanicae, III/2, Università di Timisoara, 2015, pp.400-412.
  • http://www.enciclopediadelledonne.it/biografie/letteria-montoro/
  • Daniela Bombara, Al margine dei margini: ribellione, esperienza del dolore e denuncia sociale in Letteria Montoro, donna siciliana e scrittrice del romanticismo, nstitucional.us.es/revistas/Culturas/20/HTML/13_Bombara_daniela.html
  • Rita Verdirame, Narratrici e lettrici (1850-1950). Le letture della nonna da Contessa Lara a Luciana Peverelli, Padova, Libreria Universitaria, 2009.
  • https://www.yumpu.com/it/document/view/14946143/poesie-di-illustri-italiani-contemporanei-scelte-e-ordinate/159
  • Montoro, L., Maria Landini. Romanzo, Palermo, Clamis e Roberti, 1850.
  • Montoro, L., “Il pensiero dell’anima”. Francesco Guardione ed. Antologia poetica siciliana del secolo XIX , con proemio e note, Palermo, Tempo, 1885, pp. 333-336.
  • Montoro, L., Sul sepolcro del sacerdote Francesco Montoro, sua sorella Letteria., Messina, Tip. del Progresso, 1886.
  • Sulla tomba della Chiarissima Mariannina Coffa poetessa notina. Versi sciolti letti nell’Accademia radunanza straordinaria del 6 aprile 1878 nel Gabinetto Letterario Ibla Erea di Ragusa, Palermo, Virzì, 1878

Maria Costa, la poetessa del mare

Maria Costa è nata a Messina il 12 dicembre 1926.

Nata e cresciuta a Case Basse di Paradiso, un rione di pescatori, la poetessa comincia a scrivere molto presto, verso gli 11 anni di età: con la passione per la cultura trasmessagli da suo padre e il talento per la scrittura ereditato da una sua antenata, la giovane Maria fa della poesia lo strumento privilegiato per dar voce al mare, alla sua gente e alle antiche memorie della sua terra. Fra queste, un posto di rilievo ha sicuramente il dramma del terremoto del 1908; ma la poesia di Maria si spinge ancora più lontano nel tempo, affondando le sue radici nel patrimonio di miti e leggende che da secoli viene tramandato oralmente, come la leggenda di Colapesce. Ma è il mare, soprattutto, ad ispirare il cuore di Maria: nei suoi versi, la donna e il mare diventano una cosa sola, uniti in un canto eterno che trascende il tempo e lo spazio.

Il suo stesso quartiere d’origine, Case Basse, gli fornisce materia preziosa per molte composizioni, come era già successo ad un altro grande della poesia, Giovanni Pascoli: durante il suo soggiorno messinese, infatti, Pascoli era stato ispirato dalla vista dei ragazzini del rione che giocavano sulla spiaggia e aveva scritto la poesia “L’aquilone”.

Per Maria la gente e la terra, la storia e il mito, la spiaggia e lo Stretto sono al tempo stesso abbraccio materno e tesoro da custodire, ispirazione e rifugio: sarà per questo, probabilmente, che la poetessa non sentirà l’urgenza di crearsi una propria famiglia e si donerà interamente, per la vita, alla sua Messina, di cui diventerà l’emblema e l’orgoglio.

Nella sua poesia si mescolano, come nella stessa natura del siciliano, il dolce e l’amaro, il veleno e il nettare, la lama che ferisce e il fiore che accarezza. Nel suo linguaggio c’è una straordinaria freschezza: ricco di declinazioni lessicali tipiche e quasi ruvide nella loro genuinità, il dialetto di Maria è tutt’ora al centro di studi accurati non solo per la sua valenza semantica ma soprattutto per il suo carattere antropologico, per la sua espressività potente, per l’intensità con cui sa farsi portatore della spiritualità e della cultura che lo ha visto nascere. Ma Maria non si è limitata a scriverli, i suoi versi: grande affabulatrice, splendida interprete, è rimasta celebre per il suo eccezionale modo di “raccontare” la poesia, forte di una mimica e di una gestualità ancora oggi uniche nel loro genere.

Energica, sensibile e combattiva, Maria incarnava in pieno la vera donna sicula, dotata di inesauribile linfa vitale e di un fascino irresistibile: un carisma quasi sacrale, che rimanda ai legami misteriosi e indissolubili fra l’anima e il cosmo. Nel suo caso, erano legami che la stringevano al mare, del quale cantò per tutta la vita le storie e i segreti.

Famosa e apprezzata anche fuori dalla Sicilia, più volte premiata, la Costa ha partecipato nell’arco della sua lunga vita a innumerevoli manifestazioni culturali, festival di poesia, spettacoli teatrali; le sono stati dedicati servizi, interviste, tesi di laurea e perfino un documentario, firmato dal regista messinese Fabio Schifilliti ( “Come le onde” – 2012 ). Fra i suoi volumi di poesie più celebri si ricordano Farfalle serali (1978), Mosaico (1980), ‘A prova ‘ill’ovu (1989), Cavaddu ‘i coppi (1993), Scinnenti e muntanti (2003), Abbiru maistru (2013). Nel 2006 è stata inserita nel registro dei “Tesori Umani Viventi” dall’Unità Operativa XXVIII – Patrimonio UNESCO, Registro Eredità Immateriali della Regione Siciliana. Si è spenta a Messina il 7 settembre del 2016.

Alcune poesie di Maria Costa

Donatella Pezzino

 

Nella foto: Maria Costa in una foto giovanile ( da http://pti.regione.sicilia.it)

Fonti:

Alcune poesie di Maria Costa

Conosciuta come “la poetessa del mare”, “la poetessa dello Stretto” o “la poetessa di Case Basse”, Maria Costa ( 1926-2016) ha dato voce all’anima della città di Messina e in particolare al suo mare, cantandone per tutta la vita le memorie, i colori e i profumi. Tra le sue più belle raccolte poetiche spiccano “Farfalle serali” (1978), Cavaddu ‘i coppi”(1993) e Abbiru maistru (2013). Quest’ultima comprende anche dieci racconti.

Dal 2006 il suo nome è iscritto nel registro dei “Tesori Umani Viventi” dall’Unità Operativa XXVIII – Patrimonio UNESCO, Registro Eredità Immateriali della Regione Siciliana.

Alla sua splendida figura di donna e di autrice, il regista messinese Fabio Schifilliti ha dedicato il cortometraggio Come le onde.

Vedi la biografia di Maria Costa

28 dicembre 1908
Cambiò di spalla
Colapesce,
quel nefando mattino

Sussultò la terra,
in ruina infernale,
flagello,
giudizio universale.

Tu, prostrata,
sventurata,
naufragasti in macerie,
gemiti, smarrimento,
lamento,miasmi,
e fu schianto e fu pianto;
Madonna di dolore.

Pianse il Tamigi,
il Don e l’Eufrate;
oh Messana.
Città di Fata Morgana,
miti e leggende.

L’alba spettrale,
ti fasciò di gramaglie,
dai picchi alla marina,
ma dai mari glaciali,
primiera salpò la schiera,
dai pompon rosso corallo e
solini azzurro intenso.

Voi, russi fratelli,
foste balsamo, malva,
unguento, linimento,
infuso e decotto,
alle ferite dell’anima,
di quel Dicembre
milenovecentotto!

Messina, 2006

*

Sigesta ( da “Abbiru Maistru”)

‘Ntaccunavi, “Sigesta”, ‘nta scurata

cu ‘dda scia ‘i maretta mirlittata.

Puntiava d’oru vecchiu già Missina.

‘Ntrasattu ‘na prua, putenti, azzariata

ti trapassàu ‘u cori e fu ruina.

O fotti naviganti

sbattuti di li venti,

vui fustu eroi e santi

su bacchi e bastimenti.

Segesta

Correvi, “Segesta” , all’imbrunire

con quella scia di maretta merlettata.

Luccicava d’oro vecchio già Messina.

Improvvisamente una prora, potente, d’acciaio

ti trapassò il cuore e fu rovina.

Oh forti naviganti

sbattuti dai venti,

voi foste eroi e santi

sopra barche e bastimenti.)

Messina, 2012

*

In questo video il cuore di Maria e la voce del mare, insieme, danno vita a un momento di pura poesia.

Colapisci

So matri lu chiamava: Colapisci!
sempri a mari, a mari, scura e brisci,
ciata ‘u sciroccu, zottiati sferra,
o Piscicola miu trasi ntera!
Iddu sciddicava comu anghidda
siguennu ‘u sò distinu, la sò stidda.
Annava fora, facia lagghi giri,
e Canzirri, ‘o Faru e Petri Niri.
Un ghionnu sò maistà ‘u vinni a sapiri,
e si pprisintau a iddu cù stu diri:

Iò sacciu chi si l’incantu da’ rivera
e di lu Faru potti la bannera,
scinni ‘o funnu a metri, passi e milia
e dimmi com’è cumposta la Sigilìa,
sè supra rocchi, massi o mammurina
e qual’è la posa di la tò Missina.
E Colapisci, figghiolu abbidienti
mpizzau ‘o funnu, rittu tempu nenti.
‘U Re facìa: chi beddu asimplari
e figghiu a Cariddi e non si nigari.

Sulligitu nchianau Colapisci
comu murina chi so’ canni lisci,
dicennu: “maistà ‘a bedda Missina
vessu punenti pari chi ssi ‘ncrina.
Sù tri culonni cà tenunu mpedi,
una è rutta, una è sana e l’autra cedi.

Ma ‘u Re tistazza ‘i gemmanisi
‘u rimannau pi’ n’autri centu stisi.
Iddu ssummau e ci dissi: Maistà
è tutta focu ‘a basi dà cità.
‘U Re ‘llampau e ‘n ‘coppu i maretta
‘i sgarru ci sfilau la vigghetta.

Giovi, Nettunu, dissi a vuci china,
quantu fu latra sta ributtatina.
Oh Colapisci, scinni lupu ‘i mari
e vidi si mi la poi tu truvari!
Era cumprimentu dà rigina,
l’haiu a malaggurio e ruina.

E Colapisci, nuncenti, figghiu miu,
‘a facci sa fici ianca dù spirìu
dicennu: Maistà gran dignitari
mi raccumannu sulu ‘o Diu dù mari.
e tempu nenti fici a gira e vota
scutuliau a cuta e a lena sciota
tagghiau ‘i centru e centru a testa sutta
e si ‘ndirizzau pà culonna rutta.

Ciccava Colapisci ‘i tutti i lati
cu di mani russi Lazzariati,
ciccau comu potti ‘ntò funnali
ma i boddira ‘nchianavanu ‘ncanali.
‘U mari avia ‘a facci ‘i viddi ramu
e allura ‘u Re ci fici ‘stu richiamu:
Colapisci chi fai, dimurasti?
e a vint’una i cavaddi foru all’asti.

E Cola cecca e cecca ‘ntà lu strittu
‘st ‘aneddu fattu, ‘ntà l’anticu Agittu.
Sò matri, mischinedda ancora ‘u chiama
cà mani a janga e ‘ncori ‘na lama.
Ma Colapisci cecca e cicchirà
st’aneddu d’oru pi l’atennità.

Colapesce (traduzione del poeta Antonio Cattino)

Sua madre lo chiamava: Colapesce!
sempre a mare, a mare, da mattino a sera,
soffia lo Scirocco, frustate sferra,
o Pescecola mio, vieni a terra!
Lui scivolava come un’anguilla
seguendo il suo destino, la sua stella.

Andava fuori, faceva larghi giri,
a Ganzirri, al Faro e alle Pietre Nere.
Un giorno sua Maestà venne a sapere,
e si presentò a lui con questo dire:

Io so che tu sei l’incanto della riviera
e del Faro porti la bandiera,
scendi al fondo per metri,passi e miglia
e dimmi com’è composta la Sicilìa,
s ‘è sopra rocce, massi  o marmorina
e qual’è  l’appoggio della tua Messina.

E Colapesce ragazzo ubbidiente
raggiunse il fondo, dritto tempo niente.
Il Re diceva: Che bell’esemplare!
è figlio a Cariddi, non si può negare.

In breve tempo risalì Colapesce
come murena dalle sue carni lisce,
dicendo: “maestà la  bella Messina
verso Ponente pare che s’inclina.
Sono tre colonne che la tengono in piedi,
una è rotta, una è intera e l’altra cede.”

Ma il Re testaccia di tedesco
lo rimandò per altre cento misure.
Lui risalì e gli disse: Maestà
è tutta fuoco la base della città.
Il re trasecolò ed un’ondata repentina
di soppiatto gli sfilò la sua fedina.

Giove, Nettuno, disse a voce piena,
quanto è stata ladra quest’onda riversata.
Oh Colapesce, scendi  lupo di mare
e vedi se me la poi tu ritrovare!
Era un regalo della regina,
ce l’ho a malaugurio e rovina.

E Colapesce, innocente, figlio mio,
La faccia se la fece bianca dall’angoscia
dicendo: Maestà gran dignitari
mi raccomando solo al Dio del mare.
E immediatamente fece un tuffo all’indietro
vibrando le gambe e a lena sciolta
tagliò  preciso a testa sotto
e s’indirizzò verso la colonna rotta.

Cercava Colapesce da ogni parte
con quelle mani rosse ,scorticate,
cercò come potette nel fondale
ma le bolle risalivano su al canale.
Il mare aveva la faccia verde rame
e allora il Re gli fece questo richiamo:
Colapesce che fai, ti stai attardando?
e immediatamente i cavalli furono alle aste.*

E Cola cerca cerca nello Stretto
quest’anello fatto nell’antico Egitto
Sua madre poveretta ancora lo chiama
con la mano alla guancia ed in cuore una lama.
Ma Colapesce cerca e cercherà
quest’anello d’oro per l’eternità.

*(“i cavalli furono alle aste”: espressione idiomatica per dire che
il destino si compì)

Foto da http://www.costajonicaweb.it

Fonti:

Gli inni sacri di Elpide

elpide

Vissuta nel V secolo, la siciliana Elpide è stata la prima poetessa latina cristiana. La città di nascita è a tutt’oggi incerta: alcune fonti parlano di lei come “Elpide da Trapani”, mentre altre riferiscono che ella nacque a Messina. Appartenente al patriziato romano legato alla corte del re ostrogoto Teodorico, Elpide fu la prima moglie del celebre filosofo Severino Boezio. Donna colta e dotata di grande sensibilità artistica, seppe imprimere alla poesia femminile cristiana un corso tutto nuovo grazie alla sua capacità di infondere al verso un caldo afflato poetico e di superare così la tradizionale freddezza dell’inno sacro. Non a caso, di lei lo studioso siciliano Biagio Pace ha scritto: “La fiamma della fede cristiana rischiara or­mai la nuova poesia”. Morta verso il 493, fu sepolta a Roma presso i “Portici Vaticani”, luogo che conferma la considerazione di cui dovette godere all’epoca come donna e come letterata. Sulla sua epigrafe si può leggere: “Dicta fui Siculae regionis alumna” (fui chiamata figlia della terra siciliana). Di lei ci sono pervenuti due inni, l'”Aurea Lux” e il “Felix per omnes”, dedicati ai santi Pietro e Paolo. Di questi due inni riporto la versione allegata al testo del “De consolatione philosophia” di Severino Boezio tradotto da Benedetto Varchi. A lei, molte fonti accreditate attribuiscono anche il celebre “Decora lux”, recitato ancora oggi in occasione della festa dei santi Pietro e Paolo; secondo alcuni studiosi, però, la paternità di questo inno è da ascriversi a Paolino d’Aquileia. Del Decora Lux riporto la traduzione italiana al testo del Liber Usualis, presente in Wikipedia.

Donatella Pezzino

***

Aurea Lux

Di bella eterna luce

E di color vermiglio, astri gemelli,

In questo dì, che le serrate porte,

Mercè di vostra gloriosa morte,

Di perdon apre ai peccator rubelli,

E terra, e Ciel riluce.

Portinajo del Cielo,

E maestro del Secol folle, e rio,

Ambidue de’ mortai giudici, e guide,

L’uno, e l’altro di voi alto s’affide;

Or che la Croce al’un rapìo

La spada il terren vela

Di supplichevol core

Clemente odi le preci, e i lacci rei,

Con quella man ricca di tal virtude

Sciolgi, che a tutti il Cielo e terra, e schiude

Tu con la tua voce l’Alme o danni, o bei

O Pietro almo pastore.

Correggi gli usi nostri,

Paolo maestro, e fa, che nostra mente

Poggi felice ale magion celesti;

Finchè la su voliam rapidi, e presti

Scevri dala rìa salma, e chiaramente

Qual’è Dio ci si mostri.

O germogli d’Oliva,

Cresciuti al paro, e di bei frutti carchi,

Deh fede, e speme, ognora ci mantenga:

Nè mai la doppia Carità si spenga,

Onde quando sarem del corpo scarchi,

Vita godiam giuliva.

Ognora a Dio si dia

Diviso in tre persone, uno in essenza

Onor, e gloria, e potestate eterna.

Egli è, che creò ‘l tutto,

E che ‘l governa

Né passò mai, né passa di lui senza

Il tempo, e così sia.

***

Felix per omnes

Angol non è del mondo

Che in questo dì di doppie palme misto

Di Pietro, e Paolo lieto non festeggi,

I quai col sangue mondo

Sacrati, che dal corpo uscìo di Cristo,

Premon di Chiesa Santa i primi seggi.

Son questi le due Olive,

E i vaghi Candelier, che in faccia a Dio

Mandan le chiare lor eterne luci

Lumiere ognora vive

Son di là su: sciolgono il laccio rio,

E per le vie del Ciel ci fanno i Duci.

Col suon di lor favella

Le porte fatte di smeraldi, e d’oro

Chiuder ponno od aprir, e le divine

Belle stanze di quella

Magion: chiave è del Ciel la lingua loro,

E le larve, oltre caccia ogni confine.

Di catene ( oh stupore!)

Mercè del Ciel Pietro vi ruppe i lacci,

Custode dell’Ovil, comun maestro,

Del bel Gregge Pastore:

Ei le sue pecorelle ai crudi impacci

Toglie dé lupi coraggioso, e destro.

Quel ch’egli in su la terra

Forte v’allaccia, sia legato ancora

Là sovra agli Altri: e là più sciolto resta

Quel, che quaggiù disserra:

Ei giudice d’ognun sedrà in quell’ora,

Che ogni piaggia arderà fiamma funesta.

Paolo va lui del paro

Maestro delle genti, e vaso eletto

Compagno nella morte, e in la Vittoria.

Ognun di splendore chiaro

Alluma e terra, e Ciel col bel suo aspetto,

Eterno del Chiesa, e Duce, e Gloria.

Ben tu, Roma felice,

Tinta del chiaro sangue ora ti godi

di due sì grandi, ed onorati Eroi,

Non ha ‘l Mondo Pendice

Che a te venga del par, non per tue lodi:

Solo per merito de’ custodi tuoi.

Dunque voi, gloriose

Alme di Pietro, e Paolo, eletti Gigli,

Dela corte del Ciel forti Campioni

Deh non ci sìen nascose

Le grazie vostre, e dai mortai perigli

Scevri n’andiam, alle del Ciel magioni.

Gloria a Dio Padre eterna,

Onor, e impero a Te, Figlio divino,

Potestà al Santo Spirito ognor si dia:

In quella alta superna

E in questa bassa fede all’uno, e trino

Nume immortal per sempre, e così sia.

***

Decora Lux

La bella luce dell’eternità irrigò
con beati raggi l’aureo giorno
che corona i Principi degli Apostoli
e (che) ai peccatori in cielo apre una libera strada.
Il Maestro del mondo e il Custode della porta celeste,
Padri di Roma e Arbitri delle Genti,
vincitore quello per (morte) di spada, questo per morte di croce,
siedono nel convivio della vita (eterna), ornati di alloro.
O beato pastore Pietro, accogli clemente
le voci dei supplici e le catene dei peccati
sciogli con la tua parola, a cui (è) attribuito il potere
di aprire alle terre il cielo (e, se) aperto, di chiuderlo.
O egregio dottore Paolo, insegna le leggi
e i nostri spiriti attira con te al cielo,
fin quando l’oscurata fede scorga il mezzodì
e la sola carità regni a somiglianza del sole.
O Roma fortunata, che sei consacrata
col glorioso sangue dei due Principi,
(e) imporporata col loro sangue:
solo per ciò sovrasti le altre bellezze del mondo.
Sia gloria eterna,
onore, potenza e giubilo alla Trinità,
che in unità ogni cosa governa
per tutti i secoli dell’eternità.
***

Immagine: il “Rilievo di Elpide” conservato al Museo Regionale di Messina, da: http://www.societamessinesedistoriapatria.it

Fonti:

Cecilia Deni

 

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Cecilia Deni nacque a di Militello in Val di Catania ( CT) nel 1872.

Fin da giovanissima si distinse per le sue spiccate doti intellettuali e per la sua delicata sensibilità poetica: con il suo primo volumetto di poesie “Primi canti” , pubblicato a soli 18 anni, Cecilia attrasse l’attenzione di Mario Rapisardi che ebbe per lei parole di elogio.  Ottenuto il diploma magistrale a Catania nel 1890, si laureò a Roma nel 1894 con il massimo dei voti in Lingua e Letteratura Italiana. Tornata in Sicilia, ottenne subito la cattedra di lettere italiane alla Regia Scuola Normale “Giuseppina Turrisi Colonna” di Catania; successivamente, dal 1916 al 1932, ebbe l’incarico di Preside della Scuola Normale “Regina Elena” di Acireale, di recente fondazione.

Alla professione di educatrice, Cecilia affiancò una fiorente attività letteraria che si espresse nella pubblicazione di numerose raccolte di poesie, nella stesura di un poema ( l'”Alberto”, 1922), in collaborazioni con giornali e riviste e in testi di critica e storia della letteratura. Fra i suoi saggi più importanti si ricordano “La donna nella poesia del Medio Evo”, “Il pessimismo nei poeti italiani precursori di Leopardi”, “Le donne del romanticismo”, “I Madrigali di Mario Tortelli”  e “I sonetti di Vittorio Alfieri”. Non mancò in lei l’interesse per la cultura e il folclore di Sicilia, soprattutto in merito ai canti popolari e alla poesia dialettale: a queste tematiche Cecilia dedicò diversi studi, che culminarono nella pubblicazione dei saggi “Canti di popolo in Sicilia” e “La poesia popolare e i poeti dialettali in Sicilia”. A questi scritti si aggiungono due raccolte di favole e la bozza manoscritta di un romanzo rimasto incompiuto.

La sua vasta e articolata cultura riscosse l’ammirazione dei contemporanei; ebbe contatti con i più grandi letterati del tempo ( Ada Negri, Verga, Capuana, Carducci, Martoglio, solo per citarne alcuni) con i quali intrattenne rapporti di amicizia e di corrispondenza.  Oltre che nell’attività di letterata, Cecilia fu molto attiva dal punto di vista umano e assistenziale: nel 1909 fu una delle fondatrici della sezione catanese dell”Unione Femminile Nazionale”, un’associazione benefica a favore dell’infanzia, della famiglia e della donna. Morì nel 1934.

La Cecilia Deni poetessa ci ha lasciato in tutto sette raccolte: la già citata Primi canti (1890), Verso l’erta (1900), Echi primaverili (1901), Idilli e Scene (1903), Idillj (1912), Patria (1916) e Liriche (1934). Composta da pensieri, prose e liriche è l’opera “Adorazione”, che Cecilia pubblicò nel 1907 in memoria del marito. Per la freschezza dello stile, la grande forza espressiva e la classicità delle forme, i suoi versi sono stati spesso accostati a quelli di Ada Negri.

Donatella Pezzino

Leggi le liriche di Cecilia Deni

Fonti:

Liriche di Cecilia Deni

MI_Personaggi_CeciliaDeni-e1457467732734

Cecilia Deni (  1872-1934), nativa di Militello in Val di Catania ( CT), fu poetessa, educatrice, saggista e grandissima oratrice. A soli 18 anni, la pubblicazione del suo volume di poesie “Primi canti” le valse il plauso di Mario Rapisardi. Ottenuto il diploma magistrale a Catania nel 1890, si laureò a Roma nel 1894 con il massimo dei voti in Lingua e Letteratura Italiana. Tornata in Sicilia, insegnò lettere italiane alla Regia Scuola Normale “Giuseppina Turrisi Colonna” di Catania; successivamente, dal 1916 al 1932, ebbe l’incarico di Preside della neo-istituita Scuola Normale “Regina Elena” di Acireale. La sua vasta e articolata cultura riscosse l’ammirazione dei contemporanei; ebbe contatti con i più grandi letterati del tempo ( Ada Negri, Verga, Capuana, Carducci, Martoglio, solo per citarne alcuni) con i quali intrattenne rapporti di amicizia e di corrispondenza. Oltre che nell’attività di letterata, Cecilia si impegnò in diverse attività benefiche a favore dell’infanzia, della famiglia e della donna. La sua ricca produzione letteraria comprende opere in versi e in prosa, saggi di critica letteraria e articoli su giornali e riviste. Per la freschezza dello stile, la grande forza espressiva e la classicità delle forme, i suoi versi sono stati spesso accostati a quelli di Ada Negri. Ho tratto le poesie che seguono dalla raccolta “Verso l’erta” che Cecilia pubblicò nel 1900 con l’editore Giannotta di Catania.

Donatella Pezzino

Leggi la biografia dettagliata

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Foglie e speranze

Riposan nella quiete altissima del bosco

gli alberi sonnolenti, nel plenilunio mite,

si specchiano nel lago, come in un cielo fosco,

i tremolanti rami. Le foglie scolorite

 

van per l’acque vagando, simili a coppe d’oro,

con dolce ondulamento, staccante al ramo verde

della quercia superba, del faggio e dell’alloro.

E l’avido mio sguardo la debil traccia perde

 

del cammin fantastico! Io penso alle divine

speranze che del ramo fiorente di mia vita

si staccano ad ogni ora e in mar senza confine,

il funebre viaggio compion nella infinita

 

alta quiete del tempo…

***

Piazza dei Martiri

Benchè nel cielo s’asconda la luna

il mare brilla di strani bagliori,

e nella piazza, che avvolge la bruna

notte, gli spettri cospargono fiori.

 

O tu che aneli cantar la fortuna

di morte glorie e d’intrepidi amori,

o tu che sogni al chiaror della luna,

vieni a sognare qui sotto gli allori.

 

Vedrai nel sogno di giovani arditi

gli alteri petti le palle sfidare,

cader sui lembi di vecchie bandiere.

 

Che visioni di magiche sere,

che desideri di mondi infiniti,

nell’azzurrino silenzio del mare!

***

Sogni folli

Or la penna d’avorio posa stanca

sovra i nitidi fogli non vergati,

e folleggianti su la carta bianca

volano i miei pensier foschi e dorati.

 

Non può la penna mia agile e franca

vederli nelle strofe incatenati,

poiché ogni ardire, ogni vigor mi manca,

alla carezza dei miei sogni alati.

 

Così, vittoriosi prigionieri,

frangono i lacci, con disdegno audace,

e invano il core trepido sospira.

 

Ah nei sepolcri dei sonetti austeri

dormir non vonno, cercano la pace,

oltre la sfera che più larga gira!

***

Beatrice

Candide verso il limpido oriente

si distendon le nubi e il mattutino

sole, col vivo raggio adamantino,

bacia la terra di dolor fremente.

 

Solo vaga lo spirito dolente

del Vate, meditante sul destino

dell’uomo, come un sogno alto e divino,

Beatrice gli appare sorridente.

 

Ella, col dolce riso, in lui raccheta

i fieri sdegni, e in alto lo trasporta

e lo cinge d’eterno abbracciamento;

 

al canto onipossente del poeta

dell’Inferno si schiude l’altra porta,

si sgombrano le vie del firmamento.

***

Da “Verso l’Erta”, Catania, Niccolò Giannotta Editore, 1900 – reperibile per la lettura a questo link: https://www.yumpu.com/it/document/view/36420909/verso-lerta-the-university-of-chicago-library/11

Fonti:

– Santi Correnti, Donne di Sicilia, Catania, Tringale, 1990 pp.168-169.
http://www.siciliaedonna.it/senza-categoria/nello-musumeci-omaggia-la-poetessa-cecilia-deni
http://www.fancityacireale.it/wordpress2/piccola-storia-di-jaci-la-preside-cecilia-deni