Dieci poesie di Mariannina Coffa

La potenza della donna

A te la voce dell’ amor fu data,
A te la gloria, l’ armonia, l’ affetto,
Quando d’arcana speme inebriata,
Più sublime ti fai d’ ogni altro obietto.

E allor che di splendore irradiata
La bella chioma ti discende al petto
E di virtù favelli… oh, in te traslata
Veggio la possa dell’ eterno Detto!

E nei rai, nella voce, e nel sorriso
Fulge il gaudio di Dio che ti feconda,
Che congiunge la terra al paradiso!

Donna, che sei tu dunque?.. e Vita, e Morte. . .
E spesso adduci alla beata sponda,
E sovente del Ciel chiudi le porte!

*

Una sera d’està

L’aura che spira tra le verdi fronde
Pare un sospir di Dio;
Il pensiero si svolge, e si confonde
Di vita nell’ oblio;
Di speme un canto che le pene ammuta
Va lieve in sulla terra, e la saluta.

Il mormorio del fresco ruscelletto
Par l’ eco de la speme;
Ahi, la campagna, la foresta ha un tetto
Pel misero che geme,
Solo la terra più crudel, più dura
Nega un asilo ai giusti, alla sventura.

E il raggio della luna incerto e mesto,
Che imbianca i firmamenti,
Che vede? . . il mondo di sciagure infèsto,
E danni, e tradimenti,
E sotto il vago innamorato aspetto
Scopre in cor dei mortali, odio, e sospetto.

Qual dolcezza nell’ animo trabocca
Al mormorio del fonte!. .
Como l’ arpa che cessa d’ esser tòcca
Risponde amico il monte . . .
E dei mesti pensier l’ incerto volo
Si fa sublime nel pensier di un Solo.

*

I sogni

Tremante immago d’ un affetto estinto,
Ombra della speranza e dell‘ oblio,
Vieni al mio cor da tanti strazi avvinto,
Cui solo è guida… e l’ avvenire è Dio!

Vieni bell’ angiol mio!.. d’un lauro è cinto
Il tuo vergine capo… oh almen sei mio
Sei mio nei sogni.. . allor che a te sospinto
Si fa dolce e sublime ogni desio!!

Lieve come il sospir della speranza
Sì soave ti veggio in sulla sera,
Che tetra in sul mattino è la membranza

Forse disceso dall’ eterna sfera
Tu a me ti volgi… cui niun bene avanza…
Che la tua luce immaculata e vera!

*

Amore

Datemi un cor che all’alito
Dell’amor mio s’ispiri,
Che i suoi più dolci palpiti
Confonda ai miei sospiri,
Un cor che la sua vita
Senta al mio core unita,
Che ai miei segreti spasimi
Conceda il suo dolor!
Datemi un cor che intendere
Possa il mio spirto anelo,
Ch’abbia il candor degli angeli
Ch’ami qual s’ama in cielo.
Oh! Solo allor potrei
Credere ai sogni miei,
Viver potrei nell’estasi
Del canto e dell’amor.

*

A Luisa……
In un momento d’estasi magnetica

Bella, che il guardo appunti
Oltre il confin della mortale idea,
Che in un solo desio mostri congiunti
Il cor che piange e il core che si bea,
Dell’occhio onniveggente
Raggio disceso nell’argilla muta,
Miracol novo d’armonia tu sei!
D’un’armonia dolente
Che parla a’ mesti e l’anima trasmuta
In un sogno di luce a’ sogni miei.
Farfalla innamorata
Ch’ergi le penne oltre le vie del sole
Pel tuo foco medesmo inebrïata,
Sibilla arcana per le tue parole,
Se il mistico pensiero
Che di cielo ti veste opra è del Nume,
Anch’io piango… ti adoro… e grido anch’io:
Ecco un baleno dell’eterno vero,
Ecco una fiamma dell’etereo lume,
Ecco la creta che sospira a un Dio!
Se l’anima potesse
Varcar la meta che le diè natura,
E gir soletta a quelle plaghe istesse
Da cui ne venne immacolata e pura,
Per gli occhi onde riveli
Fiamma cotanta io la vedrei rapita
Peregrinante a le commosse sfere,
E direbbe al pietoso astro de’ cieli:
Deh riprendi i miei sogni e la mia vita,
Ma non torni a la terra il mio pensiere!
No, non fuggir… consenti
Che teco io sugga l’armonie passate,
E l’ebrezza dell’alma e i voli ardenti
Che mi fero in un gaudio amante e vate.
Lascia ch’io beva il riso
Di tue movenze allor che ti favella
Lo spirto accenso per virtù del core:
Lascia ch’io m’erga al sospirato eliso,
Ch’io voli in grembo a la perduta stella,
E gridi al mondo — l’anima non more!

*

Ombra adorata

Che mi valse l’ingegno,il core e l’arte
Se te perdendo ogni Ciel perdei?
Se il nume che fu vita ai sogni miei
Mi condanna tacendo e si diparte?
Oh se vedrai queste dolenti carte
Che d’un alito ignoto accendi e bei
Saprai ch’ove sospiri,e piangi e sei
Ivi piange il mio core a parte a parte.
Saprai ch’io t’amo,ed è miracol novo
La vita mia….perchè son morta e vivo,
E là dove non sei non ritrovo!
Saprai, ch’ombra adorata,a me d’accanto
Ti riveggio pur sempre o sogno o scrivo
E più che il labro tuo trovo il tuo pianto.

Da “San Luigi”
Fior solitario che in se stesso ha vita,
Astro gentil che la sua luce ignora,
Rondine senza posa, arpa ferita,
Cigno che fuor dell’onda incurvo plora,
Ghirlanda in su la tomba illanguidita,
Che perde il primo incanto e olezza ancora…
È desso!… è l’innocente peregrino,
È il vago raggio d’un pensier divino.
Bello come il fulgor dei firmamenti,
Chinato il volto all’ombra del mistero,
È l’angiol della speme e dei portenti
Che novi patti indice al mondo intero:
E fermo il vol su le smarrite genti
Ricongiunge ogni voto, ogni pensiero,
E meschini e pusilli e grandi e prodi
Tragge a l’amor con più possenti nodi…
Chè amor soltanto riconforta e sprona
E chiude in un accento e fede e speme;
E coi forti e coi deboli ragiona,
E la possanza e l’avvenir non teme.
Oh che vale lo scettro e la corona
Senza quei gaudî armonizzati insieme?!
All’ombra della croce e del dolore
È altare, è fiamma, è sacerdote, amore.

*

All’angelo mio

Angelo mio, che i sogni innamorati
Soavemente riconforti e bei,
Che sorridi pietoso a’ lagni miei
E ridesti la mente ai dì beati,

Nume che i miei pensier distruggi o crei
Sol che mi volga i lumi addolorati,
O mi fuggi, o t’involi… e tempi e fati
Mio ti disser nascendo, e mio tu sei!

Amarti!… Oh se potessi, angelo mio,
Un istante seguirti oltre le sfere
Che mi contende questa fral natura,

Perennemente assorta in tuo pensiere,
Ritornerei l’eletta creatura
Inebrïata all’alito di Dio!

*

Ricordi fantastici

Allor che al pallido — raggio di luna
Vagando immemori — per la laguna,
Di arcani tremiti — sommosso il core,
Mi offristi un candido — soave fiore…
Non ho più gaudii — non ho più speme,
Tutti i miei palpiti — svaniro insieme.
Verace imagine — del nostro amor
Quello sol restami — arido fior!
Or se ti veggio — pur da lontano
Mi trema il core — mi struggo invano;
Non so rivolgerti — amico un riso,
L’occulto foco — m’arde nel viso:
Vorrei fuggirti — ma piango e gemo,
Se a me ti appressi — deliro e temo;
Se mi favelli — del tuo dolor
Mi struggo invano — mi trema il cor!
Beata l’aura — dei tuoi sospiri,
Beato il raggio — cui sempre aspiri!
Quel vergin fiore — beato appieno
Che dolcemente — ti langue in seno,
Che mentre estatico — sorridi e pensi
Ti manda l’alito — dei brevi incensi,
E fra i tuoi baci — si curva e muor…
Beata l’aura — beato il fior!
Tu sei pur misero?… — Potessi almeno
L’anima affranta — versarti in seno,
Svelarti i gemiti — l’ansie, gli affanni,
Chiamarti l’angelo — de’ miei prim’anni!…
Ahi! ma quel povero — fiore appassito
Di caste lacrime — oggi è nutrito…
Nel petto lasso — lo serbo ancor,
Ultimo premio — del nostro amor!

*

A…

Chi… chi mi nega il sovrumano incanto
Onde ignota mi struggo, e m’innamoro?
È mia quest’arte, e me l’ha data il pianto,
Nè può comprarla ogni mondan tesoro.
Ma tu venduto alla malia dell’oro,
Ogni alto affetto ogni alto gaudio infranto,
Non sai che donna può levarsi al canto,
E ornar la fronte per sudato alloro!
Non sai che Amor favella al mio pensiero;
E sì l’alma sublima e sì la schiara,
Che i cieli abbraccia e l’universo intero!
Io ti compiango, ti perdono… e oblio —
È misero, non reo, chi non impara
Ch’arte è natura, e che natura è Dio.

*

Mariannina Coffa Caruso nacque a Noto ( SR ) il 30 settembre 1841.
Il padre, stimato avvocato, fu un patriota attivo nelle rivoluzioni del 1848 e 1860: da lui, Mariannina mutuò quel profondo e acceso “amor di patria” di cui sono pervasi tanti suoi componimenti. Inoltre, fu proprio lui a incoraggiare, per primo, le straordinarie doti della sua “bambina prodigio”, conducendola fin dalla più tenera età nei salotti e nelle accademie: qui, Mariannina improvvisava versi estemporanei fra lo stupore e l’ammirazione generale, dando prova di un talento precoce e di una sensibilità non comune. A soli 17 anni, faceva già parte di diverse accademie prestigiose, come quelle degli Zelanti di Catania e dei Trasformati di Noto.

Educata dapprima in collegio e poi sotto la guida di un precettore, apprese versificazione e francese. Per contenere il suo temperamento passionale, il padre le scelse come precettore un canonico, così da indirizzarla verso temi di carattere religioso: tuttavia, la sua scrittura resistette a qualsiasi tentativo di controllo, e restò di forte impronta romantica.

Ancora giovanissima, la poetessa si innamoro’, ricambiata, del suo maestro di pianoforte, il venticinquenne Ascenso Maceri. I genitori, però, le avevano trovato il classico “buon partito” in Giorgio Morana, un ricco proprietario terriero di Ragusa. Ascenso le propose di fuggire insieme: nonostante l’amore profondo che provava, Mariannina non ebbe la forza di lottare contro il volere dei genitori e si piegò al matrimonio di convenienza. Ascenso non glielo perdonerà mai.

Dopo le nozze (1860), la Coffa Caruso si trasferì a Ragusa, dove condusse un’esistenza triste e opprimente. Il marito era spesso assente da casa a causa dei suoi numerosi impegni politici (era il sindaco della città); in più, Mariannina doveva sopportare l’ostilità del suocero, un uomo gretto e pieno di pregiudizi che la criticava aspramente, ritenendo la cultura – e soprattutto la scrittura – un’attività scandalosa, assolutamente non adatta ad una donna perbene. Per evitare discussioni, l’autrice era costretta a leggere e a comporre nottetempo, di nascosto.

Mariannina era fragile e delicata non solo nell’animo, ma anche nel corpo: le gravidanze, la conduzione della casa, la continua pressione psicologica a cui era sottoposta e il dolore per la morte di una figlia finirono per indebolirla, intaccando pesantemente la sua salute. A ciò si aggiunse la ripresa dei contatti con Ascenso, con il quale tenne per un certo periodo una fitta corrispondenza. Questo evento avrebbe dovuto rappresentare un conforto alla sua vita tormentata; invece, le diede nuove amarezze, perché l’amato non perdeva occasione per recriminare sul passato. Mariannina tentò anche di incontrarlo, in segreto, a Ragusa: ma lui non si presentò, ponendo fine a qualsiasi possibilità di riappacificazione.

Dopo questa delusione, Mariannina si gettò a capofitto nella sua “doppia vita” di madre di famiglia e poetessa. Si iscrisse a diverse accademie e collaborò con riviste letterarie di tutta Italia; intrattenne rapporti epistolari e di amicizia con artisti e letterati (Mario Rapisardi, Giuseppe Macherione, Lionardo Vigo, solo per citarne alcuni). I suoi ideali romantici e patriottici, uniti alla crescente insofferenza verso una società ipocrita che sminuiva l’intelletto, i valori dello spirito e soprattutto le capacità della donna, la avvicinarono ad alcune logge massoniche. L’amicizia con il medico omeopata Giuseppe Migneco la iniziò allo spiritismo e al sonnambulismo, pratiche con le quali sperava di curare i mali del fisico e della psiche.

Col passare del tempo, la sua poesia inasprì i toni di denuncia verso le convenzioni sociali del suo tempo, alle quali venivano quotidianamente sacrificati gli affetti più sacri. Negli ultimi anni, l’infelicità e i rimpianti la portarono a nutrire un sordo rancore contro i genitori e i parenti, per averle impedito di vivere liberamente la sua vita e per la spietata insensibilità manifestata in tante occasioni. La sua decisione di lasciare il marito aggiunse nuovi motivi di attrito e di rancore: preoccupati per lo scandalo, infatti, i familiari le voltarono le spalle, abbandonandola al suo destino durante la malattia che doveva portarla alla morte. Mariannina si spense a Noto il 6 gennaio del 1878, a soli 36 anni.

Apprezzata dai suoi contemporanei che la chiamarono con ammirazione “Capinera di Noto” e “Saffo netina”, la Coffa Caruso è stata rivalutata ulteriormente negli ultimi anni, grazie a una più ampia diffusione delle sue opere e agli studi che le sono stati dedicati. I suoi versi, tecnicamente raffinati e al tempo stesso ricchi di una passione vibrante, hanno delineato intorno alla sua figura un’aura di “maledettismo” che contrappone alla Mariannina giovane, romantica e ingenuamente animata da un caldo afflato patriottico la Mariannina rabbiosa, sofferta e disillusa che emerge soprattutto nelle opere più mature. Una voce che si ribella, quasi con violenza, all’aridità sentimentale e intellettuale della buona società borghese del periodo post-unitario e soprattutto alle regole assurde imposte alle donne, costrette in un ruolo che spesso le soffoca e le mortifica.

Donatella Pezzino

Fonti:

– AA. VV., Antologia poetica siciliana del secolo XIX a cura di Francesco Guardione Palermo 1885
– Nuovi canti, di Mariannina Coffa Caruso da Noto, Noto, Stamperia Spagnoli 1859
– Nuovi canti, di Mariannina Coffa in Morana da Noto, Torino, Stamperia dell’Unione Tipografica Editrice 1863.

 

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Girolama Lorefice Grimaldi

Girolama Lorefice Grimaldi nacque a Modica (RG) il 27 settembre 1681.

Figlia del principe Enrico Grimaldi e della gentildonna Agnese Scalambro Valseca, ebbe come precettore il celebre medico, filosofo e letterato Tommaso Campailla (1668-1740), suo illustre concittadino. Campailla le si affezionò in modo particolare, colpito dalla sua propensione per le lettere e dalla sua curiosità per gli studi scientifici.  I due strinsero un affettuoso rapporto di stima e di amicizia, come testimoniano gli scambi epistolari e letterari. Lo scienziato mantenne sempre nei confronti della sua discepola e amica un ruolo di guida e di protezione.

Ancora giovane, Girolama andò sposa al barone di Camemi, Blasco Castilletti (zio di Campailla); rimasta vedova, si risposò con Giacinto Lorefice. Gli obblighi familiari non la allontanarono dalla poesia, che continuò sempre a coltivare con impegno e passione. Si affiliò a diverse accademie (De’ Geniali, Del Buon Gusto, Degli Occulti di Trapani, Dei Vaticinanti di Marsala, Degli Ardenti di Modica; dei Pastori Ereini di Palermo, con il nome di Cloe Florestilla), probabilmente introdotta dallo stesso Campailla.

In Girolama, Tommaso Campailla ritrovò il suo ideale di donna virtuosa: colta, intelligente, dai costumi morigerati e con un lodevole attaccamento alla famiglia. Era dotata anche di una notevole forza d’ animo, come dimostrò in occasione di gravi perdite familiari (come quella della madre, morta nel terremoto del 1693).  Un atteggiamento serio e discreto, quello della poetessa, che si mostra in modo evidente nell’aspetto estetico: come si nota nel ritratto pubblicato su “La Dama in Parnaso”, Girolama era bella, signorile, ricercata e al tempo stesso squisitamente sobria.

In un periodo in cui le dame ostentavano scollature, gioielli vistosi e acconciature elaborate, la Grimaldi indossava abiti ricchi ma castigati e si pettinava con un semplice chignon dietro la nuca, offrendo l’immagine di una bellezza fresca e spontanea nella quale rifulgevano soprattutto le doti interiori. Celebre, in proposito, è una sua “risposta poetica” ad un sonetto del Campailla sul rapporto fra bellezza e sapere:

Pocu mi curiria di la biddizza,

s’avissi veramenti lu sapiri;

pirchì la vera, e stimata biddizza,

è l’essir’arricchita di sapiri.

Nel 1723, Girolama pubblicò il volume “La Dama in Parnaso”, che raccoglieva alcune fra le sue migliori composizioni. Nonostante gli apprezzamenti entusiasti del Campailla e di altri arcadi, non mancarono le critiche, soprattutto negli anni successivi: nel suo Prospetto, ad esempio, Domenico Scinà scrisse che l’opera “non manca, è vero, di forza ne’ concetti, ma sempre va in traccia di bisticci, di esagerazioni, e di false arguzie.”

La silloge è composta per lo più da sonetti dedicati a familiari e amici: è quindi normale che risenta della scarsa originalità tipica dei componimenti d’occasione. Non mancano i versi di argomento sacro, storico e biblico, nonchè i testi dedicati a sé stessa.

Nella scrittura di Girolama emerge già quel movimento di reazione agli eccessi del barocco promossa dall’Accademia del Buon Gusto; lo stile attinge in larga misura al petrarchismo idillico, filtrato attraverso la fredda correttezza dell’Arcadia, secondo un canone proprio di tanta poesia del tempo. L’impronta petrarchesca è particolarmente vivida in questa poesia, intitolata Gode della solitudine:

Là, dove l’ombra fa mesta, ed oscura
selva di tronchi, e d’alberi frondosi,
drizzo le piante, e da’ ruscelli ondosi
traggo le linfe a dissetar l’arsura.

Quivi gl’ arcani occulti di natura
contemplo, ed i Fenomeni più ascosi,
e a le mie cure, a’ miei pensier nojosi
cerco di rallentar la sua tortura.

Piacemi di saper, come al suo Polo
la magnetica pietra ogn’or s’agiri,
e come tremi impaurito il suolo.

E d’ond’escono i venti, e d’onde l’Iri
rapporta i suoi color. Ma intender solo
la natura non sò de’ miei martiri.

Nonostante gli intensi contatti con accademie e letterati di ogni parte della Sicilia, la poetessa – esattamente come il suo maestro – non si allontanò mai dalla sua città d’origine, dove morì nel 1762.

*

Donatella Pezzino

Fonti:

 

“Mare” di Anna Maria Bonfiglio

Il mare era ai miei piedi
un passo appena
e l’anima lavata si dissolveva
verso l’orizzonte
Via dall’antro bruno di terra e sassi
dalle mura sconnesse
dall’edicola votiva
a ricordo dei caduti del mare
L’acqua azzurra come gli occhi
che mai m’hanno incontrato
mi diceva vieni riposati
in questo letto che dondola
come la culla dell’infanzia
Qui è la gioia e l’oblio
il silenzio che non grava il cuore
è il velo che ti ha avvolto
nel ventre della madre
Ti sarà nuvola sponsale
ti addolcirà la curva delle pene.

*

Anna Maria Bonfiglio (Siculiana – AG, 1942)

Fonte: Quaderni di Arenaria Vol XIV – Collana a cura di Lucio Zinna – Palermo, 2018 https://www.quadernidiarenaria.it/volumi/quadernidiarenaria-volume14.pdf

Immagine: Un quadro di Francesco Lojacono ( (Palermo, 1838 –  1915)

“Dopo il ballo” di Maria Ricci Paternò Castello

Bello sedermi fino all’alba al foco,
Sola, pensando e ripensando a lui!
Tornare in sogno nello stesso loco,
Ove beata di sua vista fui!

Strano miraggio, veggo a poco a poco
Larve formarsi negli angoli bui
E – della illusïone estremo giuoco! –
Mista la sua con le figure altrui.

Gli dico allor, resa, nell’ombre, audace:
«Non te ne accorgi che ti voglio bene?
Non te ne accorgi che non ho più pace?»

Egli sorride. Ma rinasce il giorno
E, grave il cor di sconosciute pene,
Come non fosse, in sua presenza torno.

*

Maria Ricci Paternò Castello di Carcaci (Catania, 1845 -?) da “Nuove Poesie”, Firenze, Le Monnier, 1885.

Immagine: un dipinto di Luigi di Giovanni (Palermo,1856-1938) dal sito http://www.arcutifineart.com

Da “La rimembranza” di Rosina Muzio Salvo

Qual puro spirto, allor che chiudo i lumi,
Vegli al mio fianco, e su di me dispieghi
L’ali dorate, e al sogno mio sei vita.
Oh dell’anima mia celeste parte!
Se nell’ebbrezza del più caro sogno
Tua man rompesse di mia vita il filo,
Certo in tuo cor mi desterei: siccome
Due raggi uniti, due sospir confusi,
L’alme nel bacio dell’amor trasfuse,
Una sarìan… e io respiro ancora!

*
Rosina Muzio Salvo ( Termini Imerese, PA, 1815-1866), da “La rimembranza”, in Poesie, Palermo, Tipografia Clamis e Roberti, 1845

Immagine: “Amore e morte”, dipinto di Calcedonio Reina ( Catania, 1842-1911).

“Ombra adorata” di Mariannina Coffa

 

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Che mi valse l’ingegno,il core e l’arte
Se te perdendo ogni Ciel perdei?
Se il nume che fu vita ai sogni miei
Mi condanna tacendo e si diparte?
Oh se vedrai queste dolenti carte
Che d’un alito ignoto accendi e bei
Saprai ch’ove sospiri,e piangi e sei
Ivi piange il mio core a parte a parte.
Saprai ch’io t’amo,ed è miracol novo
La vita mia….perchè son morta e vivo,
E là dove non sei non ritrovo!
Saprai, ch’ombra adorata,a me d’accanto
Ti riveggio pur sempre o sogno o scrivo
E più che il labro tuo trovo il tuo pianto.

*

Mariannina Coffa (Noto,  30 settembre 1841 – Noto,  6 gennaio 1878)

Immagine: da “La sepoltura di un garibaldino” di Filippo Liardo (Leonforte, 1834 – Asnières, 1917) dal sito https://www.touringclub.it/

 

Il “Quadrato numero 38” di Luigia Ferro

Con il guanto liscio e inossidabile
della mano tua forte e materna
ti ho visto crearmi.

Di parole in preghiera
la favola serale dei baci
mi hai lasciato fame del tuo seno.

Nel corpo mio: ormai di donna
fetale al fianco tuo
cullato dagli Ave, trovo la pace.

Gli occhi ridenti, luminati di sacro dolore
m’accendano, al pensarli,
di orgoglio adorante.

Poco importa se il tuo tramonto
non lo misuro in passi,
la mente inganna: già mi manchi.

La grazia dell’omonima
stendardo al mio incedere
non sono degna ma benedetta.

*

Luigia Ferro (Catania, 1990 – Butera, 2016)

Fonte: http://www.symmachia.it

Sulla poetessa Luigia Ferro si veda anche: http://pennearmaterivista.blogspot.it/2016/04/omaggio-alla-poetessa-luigia-ferro.html

Immagine: Antonino Gandolfo (Catania, 1841-1910), Per via, 1885 – da https://howlingpixel.com