I “dialoghi dell’anima” di Giovanni Formisano

 

Di Giovanni Formisano (1878-1962) non è del tutto esatto dire che ha fatto poesia. Il grande poeta e commediografo catanese è stato egli stesso poesia: poesia era il suo modo di vedere e sentire le cose, di viverle, di raccontarle. La poesia in lui nasceva da un preciso e spontaneo bisogno, quello di interagire con un mondo non certo perfetto, ma di cui egli sapeva cogliere – e cercava in ogni momento di farlo – gli accenti positivi. E lo si vede bene nei suoi versi, dove aleggia un’atmosfera trasognata, incantata, stupita quasi di riconoscere continuamente nel microcosmo umano la bellezza dei valori più semplici, il buono degli animi e soprattutto la dolcezza dell’amore.

La donna e l’amore sono cantate da Formisano con un rapimento ed una passione che riecheggia il dolce stil novo, ma senza per questo relegare l’essere femminile ad uno stereotipo di bellezza algida e passiva. Il nostro ammira infinitamente la donna, e la stima per quello che è con i tempi nuovi: madre di famiglia e lavoratrice, battagliera nel rivendicare i propri diritti e consapevole delle proprie capacità di affermazione. Una poetica della donna e dell’amore, quella di Formisano, non retrograda e misogina, quindi, ma tutta permeata dei nuovi fermenti di una società in trasformazione.

Melodie struggenti sgorgano da un cuore sensibile ai richiami della vita e della morte: la lontananza degli affetti più cari, il rimpianto della giovinezza perduta, l’intima sofferenza per le calamità umane e la meditazione dinanzi alle lapidi commemorative al camposanto di Catania. L’esistenzialismo vi si sposa ad un lirismo tipico della tradizione più alta della poesia italiana ma non scevro da quella vena di ironia agrodolce che è poi un tratto comune a tanti catanesi (basti pensare a Martoglio). Da qui nascono capolavori come E vui durmiti ancora (celeberrimo canto d’amore, poi musicato da Emmanuel Calì), le epigrafiche Lapidi a lu campusantu di Catania, i versi crepuscolari di Una storia vera! e A la me vecchia casa! Senza dimenticare le opere teatrali tra cui Matrimoni e Viscuvati…, rappresentato con successo ancor oggi.

Il dialetto, più che uno strumento linguistico, diventa qui talmente vivo e palpitante da costituire parte integrante ed inscindibile di quel lirismo struggente che eleva la quotidianità ad arte: non un siciliano crudo e rustico, ma un parlato aulico, in una perfetta simbiosi con il dialogo interiore. Non semplicemente versi, ma dialoghi, dialoghi fra sé e sé e fra il suo animo ed il mondo: riscoprire questo grande poeta significa oggi accettare l’invito di un cuore bonario, aperto e senza superbia, appagato delle semplici gioie quotidiane, ed entrare ad ascoltare questi dialoghi. Sembra quasi di vederlo, Formisano, aprire la porta del suo animo e con un sorriso invitarci ad entrare….

Ed entrando nel vivo della sua poesia si ha l’impressione che tutto ciò che di bello egli riusciva a cogliere e cantare nella sua realtà fosse però di una caducità estrema: non esiste verso del catanese in cui non si afferri questo continuo rimpianto per le cose più belle che sfuggono fra le dita lasciando appena il tempo di gustarle, come per un sogno quasi sfiorato e mai appagato, e perciò ancor più bruciante nel suo desiderio di essere raggiunto. I sogni di Formisano si sfiorano e poi sfuggono: ciò che resta è l’eterna malinconia di aver perduto qualcosa che non verrà mai più.
*
Donatella Pezzino

Articolo pubblicato su “Punto di Vista” n.40  – Libraria Padovana Editrice – 2004 (http://www.literary.it/dati/pdv/pezzino/giovanni_formisano.html)

E vui durmiti ancora

Lu suli è già spuntatu di lu mari
e vui, bidduzza mia, durmiti ancora,
l’aceddi sunnu stanchi di cantari
e affriddateddi aspettanu ccà fora,
supra ‘ssu balcuneddu su’ pusati
e aspettanu quann’è cca v’affacciati!
Li ciuri senza vui nun ponnu stari,
su tutti ccu’ li testi a pinnuluni,
ognunu d’iddi nun voli sbucciari
si prima non si grapi ‘ssu balcuni,
dintra li buttuneddi su’ ammucciati
e aspettanu quann’è ca v’affacciati!
Lassati stari, non durmiti chiùi,
ccà ‘mmenzu a iddi, dintra a ‘sta
vanedda
ci sugnu puru iù, ch’aspettu a vui,
pri vidiri ‘ssa facci accussi bedda,
passu ccà fora tutti li nuttati
e aspettu puru quannu v’affacciati.
 *
Traduzione
Il sole è già spuntato in mezzo al mare
e voi bellezza mia dormite ancora,
gli uccelli sono stanchi di cantare
e infreddoliti aspettano qua fuori,
sopra questo balconcino sono poggiati
e aspettano quand’è che vi affacciate!
I fiori senza di voi non possono stare
sono tutti con la testa penzolante
ognuno di essi non vuole sbocciare
se prima non si apre questo balcone
dentro il bocciolo sono nascosti,
e aspettano quand’è che vi affacciate!
Lasciate stare, non dormite più,
che in mezzo a loro in questo vicolo
ci sono pure io che aspetto voi
per vedere questo volto così bello
passo qui fuori tutte le notti
e aspetto anche quando vi affacciate.
 *

Nella foto: Il monumento a Giovanni Formisano in piazza Maiorana a Catania (da http://www.vivict.it)

Fonti

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“C’era la luna” di Giuseppe Nicolosi Scandurra

A 34241

Ntra lu silenziu di la notti funna
sulu pri la campagna caminava;
c’era la luna ccu la facci tunna;
chi li munti e li chiani inargintava.

Non si muvia di l’arvuli na frunna,
ogni filiddu d’erva ripusava,
di lu mari durmia placida l’unna
e l’aura di la notti triunfava.

Ntra lu funnu vadduni, alluntanatu,
sintia lu cantu di lu rusignolu
ca duci si spargìa di pratu in pratu.

Lu passanti cantava pri la via
ccu la cadenza a l’usu campagnolu,
e la luna la scena si vidìa.

*

Giuseppe Nicolosi Scandurra (Catania 1877-1966)

Immagine: “Chiaro di luna”, dipinto di Giuseppe Gandolfo (Catania, 1792 – 1855) dal sito http://www.gandolfosfamilyarts.com

(Traduzione: Dentro il silenzio della notte fonda/ solo per la campagna camminavo;/ c’era la luna con la faccia tonda;/ che i monti e i piani inargentava./Non si muoveva degli alberi una fronda,/ogni filino d’erba riposava,/del mare dormiva placida l’onda/ e l’aria della notte trionfava./ Nel profondo vallone, da lontano,/sentivo il canto dell’usignolo/che dolce si spargeva di prato in prato./ Il passante cantava per la via/ con la cadenza all’uso campagnolo/ e la luna si guardava la scena.)

“Teatro” di Giuseppe Villaroel

 

La veste di tulle rosa avvolge come una nuvola
estiva il tuo corpo di giunco. E il batuffolo biondo della chioma
ha una raggiante letizia di sole autunnale e un aroma
di ginepri fioriti all’alba sotto il cielo puro di viola.

Gli occhi ti brillano all’ombra delle lunghe ciglia oscure
e la mano bianca s’abbandona sul velluto rosso del palco.
Fiammeggiano i lumi. E con morbida profondità di ricalco
si staglia nello sfondo la sagoma delle tue linee pure.

Oh, semplicemente guardarti così come gli ebri che sognano,
occultamente amarti con l’anima che non spera
e tornare soli a casa per vie deserte ogni sera
con la luce dei tuoi occhi dentro le vene che bruciano!

E poi ne la stanza aperta, in una tristezza estrema,
vinti dal grande silenzio dei neri spazii profondi
che vibrano dell’infinito addio luminoso dei mondi,
cascare pallidi e stanchi sul letto, col cuore che trema.

E morire di desiderio così lentamente avvolti
in un torpore dolcissimo di sogni vago e lontano
e credere di sentire nella mano la carezza della tua mano
e sull’arida bocca il profumo dei tuoi capelli disciolti.

*

Giuseppe Villaroel (Catania, 26 ottobre 1889 – Roma, 10 luglio 1965) – poesia tratta dalla raccolta “La tavolozza e l’oboe”, ed. Taddei, Ferrara, 1918.

Immagine: un quadro di Francesco Longo Mancini (Catania,1880 – Roma,1954) dal sito http://www.antoniorandazzo.it/galleriaromasiracusa/www.galleriaroma.it

Donatella Pezzino

Da “Partenza” di Mario Rapisardi

Italy, Sicily, Catania, Town Hall. Whole artwork view. Portrait of a betrayed woman with curly hair. Her blouse is drawn open on the left side of the body. She wears a long, dark-coloured skirt. She sits on a floral sofa; behind her, can be seen a curtain. At her left, the sheet of a letter with inscriptions is posed on a drape. Black, white and dark tones are the predominant colours of the painting, characterized by light and shadow.

Quando ne le tacenti
Rigide notti un timoroso affetto,
Come a trepida lampa aura che fugge
Ad agitar ti vien l’anima in petto,
E tutta paurosa ne le custodi coltrici ti stringi,
E al vigile pensier schermo non trovi,
Io sonno esser vorrei:
Come farfalla in giglio
Io l’ala poserei
Sovra il tuo roseo ciglio.

Mario Rapisardi ( Catania, 1844-1912) da “Partenza”, in “Le ricordanze”, 1872.

Immagine: “La tradita” di Giuseppe Sciuti (Zafferana Etnea, CT, 1834- Roma, 1911) da http://www.gettyimages.it/