Recensione a “Quarto giorno” di Marcello Comitini

Non esiste distinzione più classica di quella che oppone il vivere al morire. In Marcello Comitini, invece, la vita e la morte sono sorelle, in quanto figlie della stessa insoddisfazione; e adesso, al crepuscolo dell’esistenza, è il tedio della vita a restituire senso ad una morte forse da sempre, più o meno segretamente, vagheggiata. Ma in questo “Quarto giorno”, più un moleskine che una silloge in senso stretto, il naufrago di tutti gli altri giorni approda al pensiero di una morte che non è, come per molti altri della sua generazione, la meta finale di un percorso lineare, seppur sofferto; la morte, qui, è un tutt’uno con il desiderio del nulla, dell’annichilamento totale. Niente oltre, niente aldilà; di Dio non si nega l’esistenza, ma lo si percepisce distaccato, quasi ostile. Dio non parla, non condanna e non assolve: a giudicare Marcello è solo Marcello, e il verdetto, in questo caso, non lascia scampo. Comitini è il demiurgo scontento di ciò che ha plasmato, l’artista che distoglie lo sguardo dall’opera di tutta una vita che, nonostante le tante correzioni, si ostina a restare un abbozzo, un incompiuto: sé stesso.

I miei capelli hanno il colore dell’erba inaridita.
Si sciolgono i miei piedi, tornano nel fango.
Dal polso spezzato la mia mano pende
come un frutto rinsecchito.

Giaccio incompiuto nell’alito di Dio che
ha distolto lo sguardo dal suo terribile errore.

Tornare al fango, essere niente; è questo, probabilmente, il destino di chi ha troppo desiderato? Un desiderio che ha assunto moltissime forme, lambito città, corpi, voci; che ha creduto di trovare nella bellezza femminile, nell’arte, persino nella solitudine, l’appagamento edonistico dei sensi e dell’anima, per poi incontrare invece, alla fine, solo la sua stessa immagine riflessa? Ma è dunque solo un relitto quest’uomo, al termine della sua lunga ricerca infruttuosa? Un pezzo di legno fradicio abbandonato sulla spiaggia, in attesa di riassorbirsi nell’impietoso ciclo della materia? Sono queste le domande che stanno alla base di tutta la raccolta, e che vedono l’uomo e il poeta a colloquio con l’amico-nemico di sempre: il tempo. La creazione del tempo (il “quarto giorno” che dà appunto il titolo al libro) viene qui vista come l’inizio, per l’essere umano, di una condizione di schiavitù e di alienazione tanto più insidiosa se si considera che per la maggior parte degli uomini essa è un asservimento sotterraneo, inconsapevole e sempre più brutale con l’avanzare del progresso.

l’andare lento delle auto come animali rassegnati
che fiatano sospinti da una mano

La perdita dei valori, della semplicità genuina di cui ancora la memoria del poeta conserva gelosamente traccia, ha portato al trionfo della città tentacolare, e di una non-vita dove l’uomo si ritrova ad essere strumento delle cose; e dove ogni giorno è una corsa cieca nella quale l’anima soffoca e svilisce.

Un altro giorno di vita – una ferita –
che leggermente sanguina e sfiorisce
rinchiudendo in sé stesso i colori della sera.

In questo sordido vuoto di cemento e di rumore, aprire gli occhi significa ritrovare e al tempo stesso smarrire la propria identità, toccarsi e non sentirsi, cercare invano un punto del fondale dove poggiare il piede.

Trascino le mie ali lungo il mio deserto
di polvere e di gesso.
– Io poeta sordo al mio stesso canto.

Comitini è uno di quegli spiriti delicati e inquieti che restano ai bordi delle strade, respinti da una folla di occhi tutti uguali, a guardare impotenti lo sfacelo del mondo e dei propri sogni.

In questa città stipata di uomini e di auto
che ingolfano le strade e ci spingono contro i muri
c’è spazio per le mie mani e i tuoi capelli?
Ci lascerà toccare le nubi oltre le case,
tenere fermo il sole nell’azzurro che s’imbruna?
Vedo le nostre bocche ferite dal frastuono
i nostri corpi insanguinati stendersi
nell’erba dolorosa di rugiada.
Con le mie mani consolerò i tuoi occhi.
Tu offrimi la notte dei tuoi capelli.

La donna, in particolare, ha sempre rappresentato per questo autore la terra promessa, la catarsi che salva. Eppure, nonostante le sue mani l’abbiano sfiorato tante volte, il corpo femminile resta una riva lontana, che il possesso fugace del sensi rende ancor più irraggiungibile.

L’amore straziato dal silenzio
di sorrisi, da tutti i fiori sparsi
dai cuori sui sentieri deserti
sa che alla fine scenderà
la pioggia sulle parole
e non sapremo mai chi siamo
quando tengo le tue mani
bianche e inquiete tra le mie

La donna, per Marcello, è come l’amore: una felicità che sfugge nello stesso istante in cui si afferra. Tutto ciò che ne rimane è un sapore di cose perdute, quello “stupore doloroso del vuoto” dal quale germoglia, veleno e al tempo stesso antidoto alla precarietà del tutto, il disinganno. Ci si aspetterebbe, a questo punto, di scorgere tra i versi di Comitini i segni di quella avanzata vecchiaia che deriva dalla rinuncia a tutte le illusioni; ma così non è. Marcello è giovane: è un Dorian Gray che vede invecchiarsi intorno luoghi e persone, scontando la sua insoddisfazione con un’atroce, eterna giovinezza. Una giovinezza che è solo un replicarsi all’infinito delle stesse angosce, delle stesse solitudini, delle stesse attese deluse. Scrive infatti ne I vagabondi:

Resta il disordine delle sedie intorno alla tavola
il cibo lasciato a metà dentro i piatti
e un vivo calore di dita sul metallo delle posate.
Il bagliore bianco della tovaglia
tra i calici rossi di vino come gelidi fiori d’anemoni
alle carezze del vento
attende che tornino gli ospiti verso quel sogno
più vasto e vano del consumarsi dei giorni.

Giorni come petali che un fiore perde lentamente, uno dopo l’altro, attendendo anche per sé una caduta che non arriva. Spoglio di tutte le vite che ha amato, di tutti i sogni che ha inseguito, il poeta resta solo con sé stesso e con i suoi ricordi, due ostacoli che gli impediscono di convivere non solo con il passato, ma anche con il presente:

Qualcosa nel cuore ci dice ricorda
e le nuvole tornano a oscurare il cielo.

Venga allora la morte: ma com’è, poi, questa liberatrice? Che aspetto ha? Non di porta che si apre, gentilmente, per accogliere il viandante stremato dalle tempeste della vita; non di braccia divine che s’aprono per consolare, promettendo la pace. Qui la morte è uno specchio: e ha lo stesso volto dell’uomo, per una volta arbitro del suo destino.

Facoltà di lapidazione da esercitare con un colpo
secco, con un qualcosa che si spezza. E l’ideale
sarebbe che il corpo divenisse rigido in pochi attimi
e grigio come una statua di pietra.
Intanto siamo qui in attesa che la morte si avvalga,
se le va, della facoltà di lapidazione. Non con pietre
colte intorno, come vorrebbe il rituale, ma
con brandelli del nostro stesso corpo trasformato in
sassi.

Il nulla del dopo vuol dire nessun rimpianto: del resto, ognuno di noi è, dalla nascita alla morte, semplicemente un frutto acerbo. Aver vissuto, aver amato, aver lasciato memoria nei figli o nei nipoti, non ci assegneranno alcun ruolo in questo gigantesco paradosso. Particelle confuse e irrilevanti, scompariremo come siamo apparsi: senza le giuste risposte.

Inutilmente ci chiediamo
con le mani al viso in che stagione siamo.
La sentiamo in fondo al cuore
la stagione dei morti
la stagione dei cadaveri scoperti
dalla pietà dei vivi sotto enormi pietre bianche
e il pallido lucore di lumini indifferenti e inerti.
La stagione in cui guardiamo al mondo
nell’afrore umido del vento
come se non ci appartenesse,
come se non avessimo
altre stagioni che ci attendono.
*
Donatella Pezzino

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Recensione a “Solo una virgola piegata sull’asfalto” di Massimiliano Moresco

Per comprendere la realtà, dovremmo sognare di più. Perché solo l’occhio dell’immaginazione riesce a cogliere la vera consistenza del reale, che in sostanza risiede più in ciò che non si vede. E’ questo il messaggio di Massimiliano Moresco, ligure, classe 1976, mente filosofica e al tempo stesso sognatore convinto, a tal punto da ricercare, attraverso una poesia fatta di voli, il centro in cui convergono e si annullano tutti gli opposti.

Ho questo strano vizio
di coltivare galassie
lì, sotto le spinte del giorno,
appena chiudo gli occhi.

Per Massimiliano, il poeta “vede ciò che esiste lontano dalla comprensione logica perché si immerge nella realtà immaginale”: la poesia, per lui, coincide con la scoperta che questa realtà esiste e che può aiutarci a ritrovare il filo di noi stessi. Anzi: la poesia, in tal senso, è la scoperta. Rappresenta la via inaspettata che ad un certo punto del percorso si apre al nostro occhio, evitandoci di cadere nel baratro della disillusione, degli orizzonti che si sfaldano, di una precoce vecchiaia interiore. Lungi quindi dal proporsi unicamente come mezzo espressivo, la poesia ci offre la chiave per una decodifica scevra da preconcetti, ma ricca di tutta la linfa vitale che solo le illusioni – foscolianamente – sono da sempre in grado di infonderci. Queste illusioni, questi sogni: ma cosa sono, alla fine? Non certo un mezzo per sfuggire la realtà: nei versi di Moresco non si ritrova alcuna voglia di scappare dal mondo circostante. Semmai, ciò che preme al poeta è trascendere questa realtà per meglio comprenderla: dall’alto, infatti, ogni piccolo dettaglio acquista la sua giusta prospettiva, e ogni fiore, ogni corteccia, ogni goccia di pioggia trovano la loro esatta collocazione all’interno di un Tutto che è prima di tutto armonia.

Quando sono calmo
ho una luce rossa
che mi avvolge
e una semantica di ciclamini,
la driade
nel bosco mi dice tutto
ciò che c’è da sapere
sul cantico dei fiori.

Ecco il cuore della sensibilità di Massimiliano: questa costante ricerca di accordo nelle differenze, nei contrasti, fin nelle piccole pieghe apparentemente disarmoniche della natura. Questa natura che lui, da uomo prima ancora che da poeta, osserva e ama per sé stessa, godendone con occhio semplice e primitivo, riveste un ruolo fondamentale nel processo di scavo interiore: contemplandola, infatti, l’anima riconosce in essa una parte di sé, portando alla luce le emozioni più riposte, sotterranee, incomprensibili perfino a noi stessi.

Ricordare di essere tundra
ma italico con le foreste, le giogaie,
il fienile col tetto di erba impermeabile.
Ricordare di essere derma e un invito
alle capriole del vento, di essere mare,
campagna, alture e fessure necessarie
a far entrare quanto basta.
Dicevo un luogo, il valico della memoria
dove si trova il meandro della fioritura,
indossare uno scafandro per alitarci dentro
per ricordare meglio l’icona del sorriso,
per disegnarci un pesco con la lingua
mentre il bulbo affina i denti per l’inverno

In questo fine lavoro si inserisce, viva e pulsante più che mai, la parola. La parola ricercata è stata spesso indicata come il punto nodale della poesia di questo autore, e non sempre in senso positivo: il frequente ricorso ad un lessico desueto, infatti, è stato visto da alcuni unicamente nelle sue implicazioni più rischiose, ovvero come tentativo di privilegiare la forma a discapito dei contenuti. Ma ad un’attenta disamina, e soprattutto ad un occhio disinteressato (e torniamo ancora, così, all’importanza di valutare senza pregiudizi) questo particolare aspetto della poesia moreschiana obbedisce solo in parte alla volontà di creare un linguaggio poetico; la sua principale funzione è quella di riprodurre nella semantica la complessità del reale e, di conseguenza, di trovare una chiave interpretativa di ogni fenomeno – fisico o psichico – che caratterizza il nostro vissuto.

La guaina in cui custodisco falesie
è il follicolo dove smorza
l’ipersensibilità al cadere
è così che allevo la dentizione
per sottrazione di membrane
per tornare disadorno e terracqueo.

In questa ottica, la parola elaborata cela un estremo bisogno di ridurre all’essenziale ogni cosa, e di raggiungere quel profondo stato di consapevolezza che richiede la totale libertà da tutte le sovrastrutture e le costrizioni del nostro quotidiano. Anche l’amore non si sottrae a questo desiderio di semplicità, di immediatezza, di libertà da regole e orpelli:

Ti saluto con occhi senza veli
che cento parole non basterebbero
ad evocare l’incanto di un silenzio.

E ancora:

Questo è l’amore:
ricoprirsi di petali
in modo da potersi sfogliare
e, nella sospensione dell’ultimo strappo,
sapere se ardere o scindere lo sterno:
per strappare il cuore come fosse uno sterpo.

E non c’è che un modo per sfrondarsi, per ricondursi e ricondurre tutto all’essenziale: farsi bambini, ritrovare, appunto, la nostra essenzialità primordiale.

nutro il bimbo che gracchia dentro,
è quest’anima e quest’anima
assomiglia a un corvo, svenuto,
dove sgorgano alfabeti sconosciuti

Attingere a quella parte che in noi non è mai scomparsa, anche quando l’avremmo voluto. Il bambino di Massimiliano Moresco, però, è anche in questo caso sui generis: non ingenuo, non inconsapevole, non al di fuori della realtà. E’ un bambino maturo, che torna alle sue favole, ai suoi animali fantastici e a quelli reali con un senso della magia che ha del forte e del concreto. Convinto della necessità di portare la poesia nel sogno e il sogno nella realtà: mai il contrario.

Mi piaceva sognare sopra una nuvola
Per fare un cerchio con la bocca
lo stupore di vedere in successione
unicorni, ippopotami, ippocastani
partoriti dalla stesso gambo di cielo
fecondati da me, dal grembo
della mia immaginazione
e le prendevo in braccio
solo un momento, un milione di anni
il tempo necessario perché il vento
cambiasse la forma, la dimensione

E’ inevitabile, però, che ad un certo punto sorga l’imprevisto, è che la parola-poesia-sogno, fin nella più piccola interpunzione, possa perdere l’equilibrio e cadere rovinosamente: eccola, la virgola che si piega sull’asfalto, precipitata forse con troppa violenza dalla nuvola più alta. Eppure, anche così, quella virgola non cambia il suo orientamento: continua a guardare in su, verso il cielo. Verso la prossima nuvola.

Donatella Pezzino

Recensione a “Le voci remote” di Felice Serino

In ogni mondo esiste una porta di comunicazione con tutto il resto. Conoscerne l’esatta ubicazione, aprirla e attraversarla non presuppone capacità medianiche, ma solo un umile atto di fede: una fede qualsiasi, in Dio, nell’amore, nelle energie della natura, in sé stessi. Credere, semplicemente. Ecco, leggere Felice Serino è un po’ come riappropriarsi della consapevolezza che quello stargate esiste, e che possiamo attraversarlo in qualsiasi momento, spinti dalla forza degli eventi, da un desiderio di trascendenza o dalla riflessione sull’oltre che ci attende alla fine dei nostri giorni. In “Le voci remote”, l’anima del poeta ha raggiunto la sua dimensione ideale, meta di un lungo viaggio che lo ha visto percorrere a piedi nudi i vasti deserti umani alla ricerca del sé più puro, nel quale la grandezza dell’uomo sta nella sua valenza infinitesimale e il buio è solo assenza di Dio.

tu sei l’ombra

del Sé: l’alterego o se vuoi

l’angelo che

ti vive a lato nei

paradossi della vita

La lanterna di questo instancabile Diogene non si affida al lume ma al suono: un suono interiore, fatto di silenzi costantemente modulati allo scopo di rievocare i dolori, le gioie e perfino le insipidezze della vita trascorsa. E fra i suoni che questo silenzio è in grado di intercettare ci sono, appunto, le “voci remote”: appena udibili alcune, più chiare e distinte altre. Un titolo niente affatto casuale, come casuale non è, in apertura, la scelta dei versi del poeta greco Ghiorgos Seferis sulle “voci remote/ delle anime in sogno” che riassumono in un certo senso la cifra dell’intera opera. Ma cosa sono queste voci remote, e a chi appartengono?

nell’oltre

non ci son porte e chiavi

è tutto -in trasparenza-

un fondersi di sguardi

Sguardi; anime; vite. Si, perché la dimensione “altra” non è un luogo solitario; al contrario, è un humus fertile d’amore a nutrire mani, volti e profumi che dalla realtà visibile, come tutti noi, sono passati; e che ora, abbandonati i pesanti costumi teatrali della quotidianità terrena, ci guardano e ci giudicano.

eccoti un ectoplasma ovvero

un antenato

a sentenziare da un aldilà

-non sapete neppure vestirvi

-bella forza: voi con i vostri

doppiopetti

vi credevate dio in terra o guappi

noi

casual-cibernetici

della libertà siamo bandiera

grida il rosso

del nostro sangue nelle piazze

per le ginocchia aria di primavera

Ma più spesso, in queste entità ultraterrene è l’amore a vincere: una pietas che non è -come si potrebbe pensare- l’atteggiamento compassionevole di chi, già in salvo sulla riva, cerca di portare conforto ai naufraghi ancora in mare; piuttosto, il contrario. A dispetto di tutti i luoghi comuni sul paranormale, Serino ci propone l’idea di un interscambio dove le barriere tra morte e vita si annullano e dove il bisogno di contatto non è univoco:

m’invitano i miei morti

a una uscita fuori porta

amano

farmi partecipe del loro mondo

m’avvedo

dagli occhi lucenti e i sorrisi complici

ch’è molto molto gradita

indispensabile quasi la mia presenza

ché senza orfani sarebbero

e tristi forse

pur essendo estraneo al loro mondo

di luce

Ma voci remote sono anche il frutto della nostra mente: i pensieri, le riflessioni, i sogni e tutte quelle immagini che non sappiamo spiegare e che tante volte ci sconcertano per la loro potenza, ovvero

visioni aleggianti nelle

stanze del tuo sangue

che spesso restano sepolte per anni prima di riaffiorare dal nostro sottosuolo e che conoscono tutte le nostre debolezze, perché in esse abbiamo creato l’unico specchio in grado di afferrarci quando rischiamo di perderci:

vedi: se

qualcuno è a spiarti

non sei che tu

da un altrove

E poi, ci sono i sogni. In questo labirinto di immagini che si stendono come un ponte tra il visibile e l’ultraterreno, la dimensione onirica si configura come la materia che ci plasma e dalla quale, al tempo stesso, veniamo plasmati. In questo contesto, la poesia è l’unico linguaggio che rende accessibile il mistero, consentendo all’anima di ritrovare la strada:

in questo minuscolo essere

smarritosi

nella sua realtà-sogno

vedi te stesso se lasci che la vita

ti conduca lungo

i labirinti viola della mente

Il sogno è la culla, il rifugio. E’ la linea di confine che rende possibile il momentaneo distacco dell’anima dal corpo; è, in ultima analisi, quel punto di contatto tra il nostro sé terreno e “l’altro” che prefigura il passaggio da questa vita a quella che ci attende.

il sogno è proiezione? o

sei tu in veste onirica

uscito dal corpo?

sognare è un po’

essere già morti

Eccola la porta, lo stargate: il valico che, in qualsiasi momento, ci mette in comunicazione con “l’altrove” consentendo alla nostra anima di espandersi e vivere, anche solo per pochi istanti, la vita che le è congeniale.

di notte sto bene con me e l’altro

sono io l’altro che -c’hai mai

pensato?- non proietta ombra

ombra di me è il sogno

come un bambino

avvolto dal regno delle ombre

affido tutto me stesso alla notte

E su tutto, come un velo impalpabile ma sempre presente, domina il pensiero della morte, intesa non come la fine di un ciclo, ma piuttosto come l’ennesima tappa di un viaggio: un nuovo giorno che si schiude e dove il peso delle cose di questo mondo è un fardello che si abbandona volentieri. Perché la vita che abbiamo sempre voluto non è che leggerezza, e la leggerezza viene dalla libertà, e la libertà è possibile solo sciogliendo le corde che ci legano alla materia:

confidare

nelle cose che passano

è appendere la vita

al chiodo che non regge

è diminuirsi la vera ricchezza

-arrivare all’essenza

lo scheletro la trasparenza

L’essenza, lo scheletro, la trasparenza: tutto qui tende allo spoglio, al nocciolo, allo sfrondo. Perché solo togliendo le sovrastrutture con cui spesso la vita ci inganna è possibile strappare il velo che ci copre gli occhi e arrivare alla verità. Un’esigenza, questa, che emerge sempre più forte nella matura poesia di Serino e che si riflette anche nell’impianto strutturale: nei componimenti brevi, nella crudità delle riflessioni, nei versi nudi fino alla scarnificazione. “Invettive”, dedicata a Padre Pio, ne è un esempio eloquente:

una parola un fendente

minimizzi

l’orgoglio un ordigno

inesploso

carità

ti accompagnerà nella polvere

Parola che scarnifica, dunque; che si fa, come la morte, strumento di scavo, liberazione, palingenesi, dando un nuovo significato agli anni che avanzano. Vincendo, soprattutto, l’atavica paura del nulla, con un fatalismo capace, talvolta, di sconfinare nello humour nero:

ho a volte il pallino

-farneticare dell’età-

che d’improvviso qualcuno mi spari

da un’auto che rallenta e poi via

-come in una scena da gangsters

-è fantasioso ma

freddamente reale

Sorridendo: si, perché uno degli aspetti più tipici della poesia seriniana è il sorriso, declinato in tutte le sue sfumature. Dolce nel rimpianto, feroce nel dolore, sereno nel pensiero di Dio; sornione a volte, mai cinico. Il sorriso del giusto, pronto a consegnarsi nelle mani di Dio con tutta la sua miseria, le sue cicatrici, la propria inesorabile condizione di uomo.

ricorda: sei parte

dell’Indicibile – sua

infinita Essenza

pure

nato per la terra

da uno sputo nella polvere

La religiosità di Felice Serino: cristiana, ma non solo. C’è, nella sua fede, qualcosa di universale, di applicabile a qualsiasi credo: un sentimento che è soprattutto apertura, anelito. Più che limitarsi ad essere credente, l’uomo di Serino guarda oltre, desidera oltre: e nel farlo, il suo sguardo incontra Dio.

una farfalla è una farfalla ma

tutto un mondo nella sua essenza

la natura

riflesso del cielo è preghiera

ogni respiro ogni sangue

vòlto verso l’alto è lode

l’anima nel suo profondo

in segreto s’inginocchia e piange

*

Donatella Pezzino

Recensione a “Terra bruciata di mezzo” di Mirko Servetti

“Terra bruciata di mezzo” è il viaggio di un’anima attraverso le pieghe dei ricordi, le malinconie insondate, i vapori esalati dalle dolci correnti di un vento ormai passato, la cui stanchezza è negli anni e non nella capacità di sentire e amare. Rifugiarsi in quegli

Anfratti di cucina

dove i tuoi parlari

furono scaldico diletto,

fabulae inventate alle finestre

bratte di piovaschi

cumulati per anni

solo per indugiare al gioco

come metafisica dozzinale

diventa quasi una meta obbligata per espiare con le struggenti gioie della rievocazione una sofferenza congenita e mai del tutto vinta. Sofferenza che aleggia come una nebbia, un profumo, un male sottile ed invisibile; che permea ogni angolo di questa terra avara di carezze e prodiga di solitudini, il cui paesaggio è più quello che ci si lascia alle spalle piuttosto che un orizzonte al culmine della sua pienezza.

Ma fu misura dell’esser solitudini,

un confronto col quartiere

che gradualmente

si riscuote dal sopore.

Ogni verso, un respiro: è questa la poesia di Servetti che, lontana da artifici tecnici emotivamente paralizzanti, segue il fluire delle sensazioni, il sapore cangiante dell’aria, il silenzio ovattato dove tutto parla e dove tutto vive e palpita. Palpita, è vero: ma lo fa con un battito antico che segna il passo alla caducità delle cose, filtrando l’eternità attraverso il tempo con la sensibilità profonda di chi si aggrappa all’istante senza dimenticare le proprie radici, consapevole che solo in esse sta il senso che l’uomo ha cercato da sempre:

Una sfilata di morti anonime

con gl’intervalli degli spot

mozzature spettacolari

colaticci di bava mantecata

alle lacrime;

e qui si pensa d’essere al sicuro,

le percezioni alterate,

le nubi storpiate

dal frastuono e dal calore.

Tutto, in questa terra di mezzo, nasce dall’intreccio del presente con un passato assai più remoto di quello che ognuno di noi ha vissuto: ecco perché stringendo nel pugno anche una sola zolla di quella terra si prova forte la sensazione di restare avvinti al proprio sé, e soprattutto a quel sé che non si è mai conosciuto e al quale tende il lungo cammino dell’autocoscienza. E, “poichè l’inganno è nel dire/ che il mondo è situato qui/ e il dolore altrove”, la terra di mezzo si rivela nel suo doloroso compito di traghettarci verso un risveglio brusco ma necessario che spalanca i nostri occhi con forza e li mette di fronte alla morte di tutte le illusioni. E cosa sono le illusioni se non la vita stessa?

Il risveglio permane incerto

e chi in maniche di camicia

inizia a rastrellare vuoti d’aria,

chi per burla ridisegna

i profili delle colline rosicate

e brunite dalle vampe della notte.

Una vena di esistenzialismo emerge potente quando l’obiettivo si sposta dalla realtà alla dimensione individuale: e, anche in quel caso, la profonda sensibilità dell’autore gratta dalla superficie gli ultimi residui di antropocentrismo per scoprire nell’essere umano l’estremo brandello di una creazione che resta quasi indifferente al suo destino:

Sono specchiato dove non nasco,

spettro e residuo

d cateratta solare

quasar perduta nell’arsura

dei muri e dei vetri,

illuso d’esser figurato sdrucitura

di questa veduta patinata,

strappo e ferita fino al nadir

che come un tracciato si stende

sulle lenzuola ancor zuppe;

e il sentore delle mandorle

abbandonate dopo le feste d’inverno

persevera molle

prima di struggersi

tra i pensili e nei fondi

delle tazze sbeccate.

L’uomo, ombra malata che nel frastuono crede di trovare un balsamo alle ferite del suo nulla, si staglia sullo sfondo di una commedia quotidiana dove anche l’amore ha un retrogusto crepuscolare, e dove un sottofondo di morte lo tiene avvinto come un tralcio:

le manopole del gas

perigliosamente schiuse

i bicchieri implosi

il rintrono del cuore tuo

rasente il mio silenzio.

In questo amore, le parole taciute sembrano il vero e unico collante che salda le anime nel conforto di un tormento continuo e senza scampo, un veleno sottile che inebria mentre uccide lentamente:

L’indifferenza forse,

quella che come un ricatto

succede all’angoscia,

fu sospesa nel vento

che spirava dal fontanile di mare;

eppure sembrava tenerci al sicuro.

La fugacità degli ardori più sensuali potrebbe offrirsi come antidoto alla cancrena dello spirito , ma ancora una volta tutto sfuma in un silenzio carico d’inconsistenza dove l’infelicità ha le sembianze di una donna fragile e inesplorabile:

Il giorno seguita nell’indugio,

si proroga tra biancheria intima

e odori di poc’anzi

e il bricco del tè

tace sull’ebollizione

e non ne sapremo più nulla.

Ma sarebbe stato il primo

dei doveri da assolvere

dopo esserti rivestita

un po’ tremante d’agitazione

o per l’umidità esterna.

Anche quando le mani colgono le gioie dell’amore, è come quel substrato d’infelicità esistenziale negasse loro la pienezza, regalando solo la scintilla fuggevole di un piacere a lungo sognato. E da questo istante fiorisce quel rimpianto che, al tramonto della vita, si ribella all’immobilità alla ricerca di un ultimo, forsennato anelito di bellezza :

… verrai da un viaggio

di vent’anni fa

i polsi incatenati

a ragnatele splendenti,

priva del senno

che la senilità infligge.

E ci ostineremo a non credere

che il mondo continui da qui

e che l’arte sia ben più breve

della vita. Ci rivedremo,

conviviali di ore vespertine,

per ravvisare bellezza

negli spazi senza colori

col lessico d’amore sulle labbra,

lontani dal centro del cosmo.

Questo verseggiare onirico e al tempo stesso fortemente permeato di crudo realismo sfiora l’amore come una brezza nostalgica, consapevole che tutto si riduce ad un lento decomporsi. Eppure, il nichilismo di Servetti non è mai fine a sé stesso, prelude ad una ricerca sempre nuova che germoglia dalle sue stesse disillusioni. Ciò si riflette, oltre che nel suo sentire, anche nella sua stessa poetica, che parte dall’amore per la tradizione per metterne in discussione uno dei presupposti fondamentali, ovvero la consequenzialità spazio-temporale. Il suo è un poetare che segue il libero fluire del pensiero, spesso disomogeneo e discontinuo ma sempre profondamente autentico, intuitivo e ricco di spontaneità. A questo librarsi della mente, “Terra bruciata di mezzo” associa una forza emotiva dirompente che esonda da ogni verso per oltrepassare tutte le barriere e farsi cuore, pelle e respiro: una fusione totale con l’animo del fruitore che ne diventa parte integrante più che spettatore.

*

Donatella Pezzino

Recensione a “La vita nascosta” di Felice Serino

Il poeta: sognatore, visionario, angelo caduto. Nel caso di Felice Serino, anche viandante. La cui strada sta in quella sottile zona intermedia tra il mondo sensibile e la dimensione trascendente. Per questo viandante, la vita stessa è viaggio; una ricerca continua e instancabile, un afflato spirituale, prima ancora che lirico, verso quell’oltre che ogni realtà sembra sempre celare in sé. Non a caso, “La vita nascosta” è il titolo della pluriennale raccolta di liriche nelle quali, dal 2014 al 2017, l’anima del viandante si è voluta raccontare, riversare, svelare: nelle dolcezze dell’attimo, negli inciampi sotto la pioggia battente, nei vuoti incolmabili, nelle domande senza risposta; nei lunghi dialoghi con sé stessa e con Dio. Questo è Felice Serino, fine artigiano di sogni reali e di realtà sognante, aedo di una dimensione parallela in cui tutto parla con il linguaggio perfetto, intellegibile solo all’anima: il silenzio. E in Serino il silenzio racconta i ricordi, le lotte, gli affanni segreti; facendosi racconto di un lungo percorso verso  quel punto luminoso e vitale che, lungi dall’essere il punto d’arrivo, diventa abbandono catartico. In questo percorso, l’anima errante si fa parola, e parola silenziosa; in quella contemporaneità di passato, presente e futuro che è, in fondo, la vera estensione del nostro vissuto. Come ogni silenzio, anche la parola silenziosa di Serino è coincidenza di opposti: tutto e niente, vita e morte, trascendenza e immanenza, carne e spirito. In quanto tale, ogni parola è un infinito: di voci, di suoni, di odori; di ricordi, di percezioni; di gioie incontenibili e di dolori laceranti. Quante cose quindi potrà raccontare? Quante potrà fare emergere dal cuore di chi sa ascoltare? Per questo, in Serino l’autore si fa, più che creatore, scultore del verso: uno scultore sensibile e amorevole, che rivela, sbozza, combina forme e sfumature; senza mai eccedere, perché la bellezza, così come la verità, sta sempre nel giusto, nell’armonico, mai nell’eccesso. Ecco perché ogni poesia di questo autore spicca per la sua moderazione: nei colori soffusi, quasi un bianco e nero appena rosato; nel numero dei versi, pochi e intrisi di dolcezza, anche quando in essi è il grido dirompente, lo strazio esistenziale, la malinconia che corrode. Un fiore esangue, spampanato già al suo sbocciare: perché nei suoi colori, l’occhio dell’anima vede già come fatto compiuto quel trascolorare che della morte ha solo l’apparenza, ma che in realtà manifesta la vera essenza della vita. Lo spirito: ecco la dimensione nella quale tutta la poesia di Serino si fa carne e sangue, per sublimare poi nella fede ciò che per altri è destinato a rimanere puro male di vivere. In Serino, la coscienza del dolore è ferita aperta: viva, bruciante, inguaribile. Eppure, il dolore è luce. Che ci guida, che ci sostiene. E che pure è possibile amare:

pure
ami la luce
ferita:

chiedile
delle infinite crocifissioni

fattene guanciale
in notti di pianto

Una fine che è dentro ogni inizio: perché andare avanti è un guardarsi indietro, dove uno specchio moltiplica all’infinito le nostre contraddizioni:

Luce ed ombra rebus in cui siamo
impronte di noi oltre la memoria
forse resteranno o
risucchiati saremo
ombre esangui nell’imbuto
degli anni

guardi all’indietro ai tanti
io disincarnati
attimi confitti nel respiro
a comporre infinite morti

C’è ovunque, in questo voltarsi indietro, un forte senso delle cose perdute: non puro e semplice rimpianto, ma quasi una cancrena, cresciuta nella parte più nascosta del cuore per poi radicarsi  in ogni punto della carne, fino a creare un velo tra noi stessi e la nostra capacità di rapportarci al presente:

pensando a te vedo
il vuoto di una porta
e dietro la porta ricordi
a intrecciare sequenze indistinte
sogni e pensieri asciugati
mentre un sole
di sangue s’immerge nel mare

Il presente, in questo senso, si configura come una lunga sequenza di deja-vu, intrecciando il vissuto alla memoria, e le immagini dei luoghi sognati a profumi realmente accaduti:

del luogo sente quasi il profumo
salire dalla terra
lo spirito che si piega
a contemplare

gli sembra di esserci già stato
o forse l’ ha sognato
… e quell’albero vetusto
sopravvissuto
a suo padre a fargli ombra
a occultargli
in parte l’ampia veduta
del mare quello stesso mare
che vide i suoi verdi anni

e il vissuto
(come in sogno) divenuto
lontana memoria

Il mare, la terra, la giovinezza; la visione, il ricordo, e poi, più profondamente, la coscienza di sé, nuda, scarna. Un sé da cui la morte, prima ancora che la vita ci abbia detto chi siamo, ci separa, ci libera, stemperandoci amnioticamente nelle acque di un cielo in cui la rinascita è al tempo stesso un ritorno.

alla fine del tempo
è come ti separassi da te stesso
in un secondo ineluttabile strappo
simile alla nascita
quando
ti tirarono fuori dal mare
amniotico
luogo primordiale del Sogno
stato che
è casa del cielo

Nella morte tutto, forse, sembra acquisire un senso nuovo: perché in quel distacco, paradossalmente, il mondo ci possiede come mai quando eravamo in vita:

ritenere antinomia
la morte – la tua

come un abbaglio o un
trapassare di veli

e nel distacco
quando
il mondo senza più te sarà
impregnato della tua essenza

” leggerai” il tuo
necrologio
pagato un tanto a riga

Non manca, in queste liriche, l’appello al sogno come via di salvezza dalla più scabra disillusione: ma lo scandaglio, minuzioso e severo, sembra non avere esito certo. La domanda resta appesa; gli anni a tremare, indistinti, nella loro stessa ombra. E’ l’indefinito, uno dei motivi più forti e pregnanti di tutta l’opera: quel punto cartesianamente evidente, chiaro e distinto, l’unica verità delle cose che, in ultima analisi, ci è data di conoscere.

è nello spazio delle attese
nel bianco del foglio
nel buco nero del grido di munch

l’indefinito
è nell’aprirsi del fiore
nel fischio del treno in un lancinante addio
nell’intaglio
dello scalpello su un marmo abbozzato

l’indefinito è in noi
sin dallo strappo
di sangue della nascita

Non esiste antidoto alla nostra piccolezza, alla nostra finitezza: tutte le riflessioni, anche le più raffinate, ci portano sempre allo stesso vicolo cieco, alla stessa prigione di carne e sangue dove lo spirito soffre, ricorda, ama. Per questo il viaggio, seppure inquieto e periglioso, è preferibile alla quieta stasi di una stanza chiusa: “forse meglio l’attesa/a dipanare e sdipanare le ore/che l’appagamento/senza più desideri”, perché il bisogno di desiderare è insito nella stessa condizione umana; quasi come l’atto del respirare, in cui un respiro ne attende un altro, e poi un altro ancora, per permettere al corpo di continuare a vivere. E’ questa attesa che rende l’uomo, pur nella sua limitatezza, arbitro del suo destino; all’interno, però, di un disegno più grande da cui Serino, in quanto uomo di spirito e di fede, non può prescindere:

chi mai ti toglierà quel posto
da Lui riservato
secondo i tuoi meriti
altro è la poltrona
accaparrata a
sgomitate
trespolo che pur traballa
come in un mare mosso
finché uno tsunami
non la rovescia la vita

Chi è il Dio di Felice Serino? Da un filosofo, costantemente proteso al fine lavoro speculativo, potremmo forse aspettarci qualcosa di complesso, di aristotelico, che ci spieghi in qualche modo i grandi quesiti dell’esistenza. Invece, il Dio di Serino è amore. Solo e semplicemente amore, e conoscibile in quanto la nostra anima ne costituisce il riflesso:

noi siamo proiezione di Dio
e come angeli incarnati
del nostro Sé
similmente di noi
i nostri figli

-frecce scoccate oltre
il corpo
dall’arco teso dell’amore

E’ il Dio dell’infanzia, della semplicità: dei lunghi colloqui del bambino con il proprio angelo custode, della vita dopo la morte, dell’eternità di quella Luce che culla e conforta l’anima alla fine del viaggio:

la Tua luce
abita la mia ferita
che trova
un lieto solco
nel suo risplendere

Tu
a farti bambino ed ultimo

per accogliere
il nomade d’amore
dalle aperte piaghe

Piaghe che rimandano ad altre, più profonde e traboccanti: le piaghe della Passione, il cui rosso sangue diventa, come l’ultima luce del cielo al tramonto, faro di salvezza per le anime disperse nei marosi della vita:

acqua mutata in vino
perché continui la festa

così al banchetto del cielo
con l’Agnello sacrificato
acqua e sangue dal Suo costato
dal sacro cuore vele
le vele rosse della Passione
nella rotta del Sole
per gli erranti della terra

E, seguendo questa rotta, si arriva; come è accaduto alle anime piccole che hanno creduto, e che chiudendo gli occhi hanno visto, attraversando il fango del mondo senza restarne macchiati, come espresso in questi versi dedicati a Madre Teresa:

la verità è il tuo sangue
che vola alto
planando
su celestiali lidi

oltre

le sere che chiudono le palpebre
sul cerchio opaco del male

*

Donatella Pezzino