Santa Rosalia

vandycksrosalia162227Rosalia Sinibaldi nacque a Palermo intorno al 1128. Secondo la tradizione il padre Ruggero, signore dei feudi della Quisquina e del Monte delle Rose, apparteneva ad una nobile famiglia che discendeva addirittura da Carlo Magno. Maria Guiscardi, la madre di Rosalia, era anch’ella di origini illustri ed era imparentata con le casate più in vista dell’entourage del sovrano. In virtù di questo altissimo lignaggio, Rosalia visse la sua giovinezza a stretto contatto con la corte dove fu probabilmente damigella della regina Margherita, moglie del re normanno Guglielmo I il Malo.

Quando Rosalia era appena adolescente, il sovrano ordinò a suo padre di darla in sposa al conte Baldovino: la fanciulla, però, si ribellò con decisione manifestando il fermo proposito di prendere il velo. Rosalia lasciò quindi la casa paterna ed entrò nel monastero delle monache basiliane di Palermo: qui, però, i parenti e il promesso sposo la visitavano in continuazione cercando di farle cambiare idea e di convincerla ad accettare il matrimonio. Esasperata da tanta insistenza e desiderosa di vivere intensamente la sua vocazione, Rosalia abbandonò dunque la vita monacale per vivere da eremita in una grotta nei pressi di Bivona.

Ben presto la fama della sua santità si sparse attirando pellegrini da ogni parte dell’isola: per questo, dopo 12 anni di romitaggio Rosalia fu costretta a lasciare anche questo luogo cercando isolamento e raccoglimento prima nella casa paterna, poi in una grotta sul Monte Pellegrino. In questo rifugio, la giovane trovò una fonte d’acqua e un altare pagano, che fu poi consacrato alla Madonna. Rosalia vi dimorò otto anni: è possibile che nell’ultimo periodo del suo eremitaggio ella vi si sia fatta murare dentro, come avevano fatto prima di lei altri eremiti particolarmente ferventi. Nel settembre del 1165 fu trovata morta da un gruppo di pellegrini.

Le sue ossa furono rinvenute a distanza di anni da un cacciatore, che le estrasse dalla roccia e le consegnò al clero cittadino. Ai tempi del ritrovamento, però, non si era del tutto certi che queste ossa appartenessero alla santa: fu proprio Santa Rosalia a fugare ogni dubbio. Nel 1625, quando a Palermo infuriava la peste, la santa apparve ad un povero saponaro di nome Vincenzo Bonelli ordinandogli di riferire all’arcivescovo che le reliquie ritrovate sul Monte Pellegrino erano proprio le sue e che portandole in processione la peste sarebbe cessata.

In questo modo, Santa Rosalia salvò Palermo dalla terribile epidemia: in suo onore, i cittadini esautorarono gli altri patroni della città riconoscendole il primato assoluto. Nello stesso periodo fu rinvenuta nella grotta di Bivona questa scritta: “EGO ROSALIA SINIBALDI QUISQUINE ET ROSARUM DOMINI FILIA AMORE D/NI MEI JESU CRISTI IN HOC ANTRO HABITARI DECREVI”.

Nel 1630, Santa Rosalia è stata inclusa ufficialmente nel martirologio romano da papa Urbano VIII. In tutte le icone che la raffigurano, la santa è ritratta con alcuni simboli particolari, come il saio penitenziale, la corona di rose ma soprattutto il teschio, che testimonia il suo distacco dalla vita terrena.

Donatella Pezzino

Immagine: Van Dyck, Santa Rosalia ( 1622-27) Palermo, Palazzo Abbatellis ( da http://www.tanogabo.it )

Fonti:

http://www.wikipedia.it

http://www.santarosalia.info

http://www.santuariosantarosalia.it

http://www.santiebeati.it

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La “Santa Casa di Loreto” a Catania

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Si trova all’interno del santuario di Santa Maria dell’Aiuto, nel cuore del centro storico di Catania: questa bellissima Santa Casa è stata costruita nel Settecento per iniziativa del canonico della Cattedrale Giuseppe Lauria, che l’ha offerta alla Madonna in segno di devozione.

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Un fervido culto alla Madonna di Loreto è attestato a Catania fin da tempi antichissimi: nel vecchio quartiere della Giudecca, infatti, esisteva già prima del terremoto del 1693 una cappelletta dedicata a Nostra Signora di Loreto.

Le pareti esterne del monumento sono opera dello scultore palermitano Michele Orlando; l’interno, ornato di affreschi, riproduce fedelmente la struttura originale della Santa Casa. In una nicchia è esposto un simulacro della Madonna di Loreto risalente al XVIII secolo, ricoperto dal caratteristico mantello.

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La cappella è stata recentemente oggetto di restauri che l’hanno riportata al suo splendore originario.

Donatella Pezzino

Fonte per notizie e foto: http://www.santuariomadonnaiuto.it

Le edicole votive, un patrimonio in via d’estinzione

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Ancora oggi il territorio di tutta Italia è pieno di edicole votive, molte delle quali curate e seguite con lo stesso amore di una volta. La Sicilia è una terra particolarmente ricca in questo senso.

Alcuni altarini sorgono nelle vie più centrali dei centri abitati, e per iniziativa dei Comuni o della Chiesa locale, a memoria di un particolare evento: un’apparizione della Madonna, un miracolo cui si attribuisce la salvezza della città, ecc. Ma non sono i casi più frequenti: la maggior parte delle edicole votive sono state erette da privati per grazia ricevuta o per garantire protezione alla propria casa e all’intero quartiere.

E ai privati, specialmente alle donne, si deve la cura amorosa che queste edicole hanno sempre ricevuto, quotidianamente, fin dal loro nascere: cura che consisteva non solo nelle normali operazioni di pulizia e addobbo con fiori e lumini, ma anche nell’addobbo straordinario durante le feste più importanti, durante le quali le edicole venivano adornate con tovaglie ricamate, corone di fiori e frutta e perfino oggetti preziosi.

Ogni giorno davanti all’altarino venivano recitate diverse preghiere e devozioni: molte di esse erano “personalizzate”, cioè venivano destinate appositamente a quella specifica edicola. In gran parte si tratta di orazioni semplici, nate in ambiente popolare e quindi fra le più genuine espressioni del sentimento religioso della gente: tramandate oralmente di generazione in generazione, sono purtroppo quasi tutte perdute.

Impensabile per chiunque passasse davanti all’altarino – questo era costume e modo di sentire comune almeno fino a 50 anni fa – non fermarsi a rendere omaggio e pregare. Questo sia che l’edicola sorgesse in paese, sia che la si incontrasse in zone isolate, o in aperta campagna. In tutti i casi svolgeva anche un’altra preziosa funzione, perchè il lumino che ardeva al suo interno era sempre acceso, e gettava un debole chiarore sulla strada. Molto utile se pensiamo ai periodi in cui non esisteva ancora l’illuminazione stradale.

Inoltre incontrare un’edicoletta sul proprio cammino, specie di notte, poteva significare sentirsi davvero rassicurati : si credeva infatti fermamente che nei suoi pressi nulla di male sarebbe potuto accadere. Grande fede e grande affetto circondavano queste icone, per le quali si provava un sentimento molto simile a quello che generalmente si prova per una persona di famiglia. Molto vari i soggetti raffigurati: Cristo, la Madonna, i Santi, ma non Dio, che la sensibilità popolare percepiva come troppo lontano e trascendente.

Sempre molto convenzionale invece l’aspetto esterno della nicchia, di solito dalla caratteristica forma a tempietto ereditata dal periodo romano: in quell’epoca antesignano delle nostre icone erano i cosiddetti Lares, divinità protettrici del focolare domestico identificate con lo spirito degli antenati e raffigurate con piccole sculture o pitture all’interno di altarini posti all’interno delle abitazioni, di solito in cucina.

Il cristianesimo ne adotta la forma per i propri contenuti, trasferendone la dislocazione all’esterno della casa, al centro dei quartieri o ai crocicchi, lungo le strade di campagna o sulla pubblica via. Così essi possono irradiare la loro protezione ovunque vi siano anime che vivono e lottano quotidianamente, condividendo con il “loro” altarino gioie, dolori e speranze.

Donatella Pezzino