Dieci poesie di Giannina Milli

Un desiderio

Vorrei col vol dell’aquila
Levar lo spirto anelo
A spaziar pe’ lucidi
Campi del vasto cielo;
Libera al par dell’aria,
Un solo istante almen,
Vorrei slanciarmi a vivere
Dell’infinito in sen!

Se in una stella scegliere
Dovessi mai dimora,
Non sceglierei la splendida
Foriera dell’aurora;
Ma in grembo a un astro, incognito
Al mortal guardo ancor,
Vorrei romita accogliermi,
Vivervi ascosa ognor.

*

Romanza

E’ ver, doglioso e mesto è il canto
Che a me sul labbro sospinge il cor;
Una inesausta vena di pianto
De’ più begli anni m’attrista il fior.

Par, se mi chiedi da che deriva
Quello che m’ange crudo martir,
Dirò che ho pena segreta e viva,
Ma perché peno, io non so dir.

Perché sospira chiedi a l’auretta,
E perché mormora chiedi al ruscel,
Chiedi a che geme la colombetta
Mentre ha d’appresso il suo fedel.

Ch’è in lor natura, risponderanno,
Spirare, gemere e mormorar;
Così i miei versi altro non hanno
Senso gradito, che il lamentar.

*

Il mattino

Allor che il lume della bionda aurora
La tranquilla rischiara aria serena,
Di un verde colle sull’altura amena
Sola co’ miei pensier traggo talora.

E come veggio tutta emerger fuora
Da rosea nebbia l’incantevol scena,
Cui fa specchio la pura onda tirrena
Lieve increspata dalla placid’ora;

In un mar di dolcezza indefinita
S’immerge la commossa anima, e oblia
Tutte le cure della stanca vita.

E a te, cara e gentil Napoli mia,
Cui fu tanta beltà da Dio largita,
Un saluto di amor per me s’invia.

*

La quarta rosa

Tre rose io m’ebbi, tre pudiche rose
Conforto e premio alla difficil via,
E dissi al fato: or più dilette cose
Dai non puoi né più sacre all’alma mia.

Ma qual pregio, o gentil tra le vezzose
Che l’odorata aura di maggio aprìa,
Qual altro pregio il cielo in te ripose
Poi che il vate d’Arnaldo a me t’invia!

Oh no! non urna preziosa tanto
Che di te degna sia, possiedo, o fiore,
Ch’io bacio e spargo di devoto pianto.
Ma qui starai, qui, sull’ardente core;
E tu v’addoppia, se t’è dato, il santo
Foco dell’arte e il cittadino amore.

*

A Milano
Nel giugno 1859

E fia pur ver che l’aborrito estrano,
Percosso il sen da subita paura,
Volse le spalle alle tue sacre mura
Novellamente, o mia gentil Milano?

E fia pur vero che al leal Sovrano
Che il gran riscatto in suo valor matura,
Spoglia d’ogni rival discorde cura,
Recasti il fren delle tue sorti in mano?

Benedetta sii tu, che generosa
Prima ripudii le gare meschine
Che diviser la patria dolorosa!

Benedetta sii tu, che dài primiera
Il grande esempio alle Città latine
Di quel che Italia, in lor mirando, spera!

*

Da “Ciò che amo”

Amo l’albe serene e i tramonti,
E le notti dall’umido velo,
Amo i monti coperti di gelo,
E le valli olezzanti di fior.

Amo i boschi dall’ombra conserta,
Caro asil di quiete profonda;
Amo il mare, o flagelli la sponda,
O sia specchio all’azzurro del ciel.

Amo il rio, che qual striscia d’argento
Lambe, appena scorrendo, la ripa;
Amo il fiume, che gonfio traripa,
Come popol che il freno spezzò.

Amo i fiori, gli augelli, le stelle,
E gli amici, e i parenti, e un cortese
Angiol mesto, che forma sol prese
dai fantasmi dell’ansio pensier.

*

Da “L’iride”

Per ogni cosa vaga e gentile
Ha un suono il verso che diemmi il Ciel:
Io canto l’aura del nuovo aprile,
E i fior’ dischiusi in su lo stel.

Canto del mare l’onda tranquilla,
Ed il sospiro d’un vergin cor;
Canto la sacra devota squilla,
E la preghiera del viator.

E fino allora che più su l’alma
Del duolo il pondo sento aggravar,
Canto: succedere dovrà la calma
De la tempesta al furiar.

E a te, leggiadro arco celeste,
che l’etra abbelli co’ tuoi color’,
ora a te volgo le rime meste
Ne l’improviso de l’estro ardor:

A te, che simile a un invocato
Riso, che al pianto succeder suol,
Fra rotte nubi nel ciel turbato
Nunzio apparisci che torna il sol.

Di spirti eterei stuolo infinito
Lungo la tua curva talor
Mostrasi al mio sguardo, rapito
Ne’ la vaghezza de’ tuoi color’.

*

Da “Raffaello e Bellini”

A te men fausto, Cigno Sicano,
Ne l’ore estreme parve il destin;
Fra stranie genti, in suolo estrano
fornisti il breve mortal cammin.

Plaudiva il mondo del Pesarese
Al novatore vasto pensier,
Ed ei, co’ suoni, de l’alte imprese
Rendea lo strepito, l’urlo guerrier.

Ma, tu, trascorsi quei splendidi anni,
Spento de i Marzii ludi il fragor,
Sorgesti interpetre di dolci affanni,
De le nascose pene del cor.

E Amina, e Norma, e la Straniera
Per te sì care note snodar,
Che la più bella e splendid’Era
De la melodica arte segnar.

Oh! catanese cigno divino,
Certo ne l’ora del tuo morir,
Presso il tuo letto l’Angel d’Urbino
Vedesti in rosea nube venir;

Aperti i labbri a un riso pio,
Vieni, ti disse, vieni o fratel;
Vieni e armonizza l’Osanna a Dio,
Le tue melodi insegna al Ciel.

*

Romanza

Quando i silenzii e l’ombra
De l’alta notte bruna
Sorge la bianca luna
Pietosa ad allegrar,
D’ogni creata cosa
Ne la solenne calma
Mesto conforto l’alma
Ritrova al suo penar.

Una gentil la stringe
Necessità di pianto
Rapita ne l’incanto
D’indefinito amor.
E, il ciel mirando, parle
Che da ogni vaga stella
Un’anima sorella
Risponda al suo dolor.

*

Ad una giovinetta – sonetto

Quando sul dolce tuo pensoso aspetto
talor s’affisa la pupilla mia,
Un senso arcano di fraterno affetto
M’infonde al cor la tua melanconia.

Degli anni in sul mattin limpido e schietto,
Quando tutto il creato è un’armonia,
E in fantastiche forme l’intelletto
Un incognito ben sogna e desia;

Tu amor sol chiedi, ed ogni tua parola
Svela qual s’ha necessità di amore
L’alma tua pellegrina al mondo e sola.

O giovinetta. Bada!… A te che tanto
Pensi altamente ed hai sì ingenuo il core,
Forse l’amor non frutterà che pianto!

*

Giovanna Milli, detta Giannina, nacque a Teramo il 24 maggio 1825.

Dopo una primissima educazione ricevuta in famiglia, approfondì i suoi studi con maestri eminenti, fra cui il letterato Stefano de Martinis e il musicista Camillo Bruschelli. La sua vena poetica emerse in giovane età e con la rara abilità dell’improvvisazione: molto apprezzate e richieste furono le sue famose “serate”, che si svolsero in teatri e salotti di diverse città d’Italia e nelle quali ella declamava versi estemporanei animati da un acceso afflato patriottico.

Fu in rapporti di stima e di amicizia con diversi grandi del tempo, fra cui Manzoni, Aleardi, Settembrini e De Sanctis; una delle sue amiche più care fu la contessa Clara Maffei, che la accolse sovente nel suo rinomato salotto. Visse per molto tempo a Roma, dove ricoprì importanti incarichi ministeriali inerenti la pubblica istruzione; sposata con un provveditore agli studi, si spostò successivamente in varie città italiane per seguire il marito. Morì a Firenze l’ 8 ottobre del 1888.

La Milli ci ha lasciato una mole poderosa di componimenti poetici, pubblicati in varie raccolte e antologie. Poche le poesie di argomento intimo, tutte soffuse da un senso di rimpianto vago e indefinito che ben poco ci svela del suo vissuto interiore e della sua personale sensibilità.

Però, come fanciul che piange i fiori
Che il verno inaridì, piango ancor io
Le gioie dei vissuti anni migliori.

La maggior parte della produzione di questa autrice è composta da versi patriottici, poesie dedicate a personaggi illustri della storia, dell’arte e della cultura italiana – volte soprattutto a dimostrare la grandezza dell’ingegno italico e quindi da includere nel novero della scrittura patriottica – e da testi encomiastici scritti per ringraziare, celebrare, esternare stima o affetto verso una città o una persona in particolare.

Probabilmente, proprio questo carattere d’occasione, con poche concessioni allo sfogo intimistico, ha contribuito a svalutare l’importanza della sua poesia, relegandola fra le opere che non valga la pena ricordare in quanto troppo “di maniera” e quindi prive di valore intrinseco. A ciò si è aggiunta la dipendenza spesso pedissequa dai termini, dai temi e dai moduli tipici della poesia romantico-risorgimentale, cosa che non le ha permesso di brillare di luce propria, né di elaborare un tratto fortemente distintivo in grado di fare la differenza e di resistere al mutare dei tempi.

Ma se si va oltre questa visione di superficie, ci si accorge che Giannina non solo possedeva una cultura vasta e raffinata, ma che il suo universo emotivo era quanto mai ricco e pregnante. In tutti i suoi versi, da quelli patriottici a quelli più “colti” e impersonali, i sentimenti si avvertono vivi e vibranti: restano, però, volutamente in sordina, nascondendosi dietro a più elevati intenti espressivi, nella convinzione che il poeta abbia prima di tutto una missione da compiere verso il Cielo, la patria e l’umanità intera.

Non dimentichiamo che Giannina era una poetessa estemporanea, dote, questa, nella quale non si eccelle veramente quando la tecnica non è supportata da un sentire delicato e profondo. Vista in questa ottica, la poesia di Giannina Milli riacquista la sua giusta dimensione, restituendoci una delle più talentuose esponenti della poesia femminile italiana del periodo  romantico.

*

Donatella Pezzino

Immagine da: http://www.abruzzoinmostra.it

Fonti:

– Wikipedia
– Poesie di Giannina Milli Volume Primo, Firenze, Le Monnier, 1862.
– Poesie di Giannina Milli Volume Secondo, Firenze, Le Monnier, 1863.
– Nuovi Canti di Giannina Milli, Napoli, Stamperia del Vaglio, 1855.

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Dieci poesie di Mariannina Coffa

La potenza della donna

A te la voce dell’ amor fu data,
A te la gloria, l’ armonia, l’ affetto,
Quando d’arcana speme inebriata,
Più sublime ti fai d’ ogni altro obietto.

E allor che di splendore irradiata
La bella chioma ti discende al petto
E di virtù favelli… oh, in te traslata
Veggio la possa dell’ eterno Detto!

E nei rai, nella voce, e nel sorriso
Fulge il gaudio di Dio che ti feconda,
Che congiunge la terra al paradiso!

Donna, che sei tu dunque?.. e Vita, e Morte. . .
E spesso adduci alla beata sponda,
E sovente del Ciel chiudi le porte!

*

Una sera d’està

L’aura che spira tra le verdi fronde
Pare un sospir di Dio;
Il pensiero si svolge, e si confonde
Di vita nell’ oblio;
Di speme un canto che le pene ammuta
Va lieve in sulla terra, e la saluta.

Il mormorio del fresco ruscelletto
Par l’ eco de la speme;
Ahi, la campagna, la foresta ha un tetto
Pel misero che geme,
Solo la terra più crudel, più dura
Nega un asilo ai giusti, alla sventura.

E il raggio della luna incerto e mesto,
Che imbianca i firmamenti,
Che vede? . . il mondo di sciagure infèsto,
E danni, e tradimenti,
E sotto il vago innamorato aspetto
Scopre in cor dei mortali, odio, e sospetto.

Qual dolcezza nell’ animo trabocca
Al mormorio del fonte!. .
Como l’ arpa che cessa d’ esser tòcca
Risponde amico il monte . . .
E dei mesti pensier l’ incerto volo
Si fa sublime nel pensier di un Solo.

*

I sogni

Tremante immago d’ un affetto estinto,
Ombra della speranza e dell‘ oblio,
Vieni al mio cor da tanti strazi avvinto,
Cui solo è guida… e l’ avvenire è Dio!

Vieni bell’ angiol mio!.. d’un lauro è cinto
Il tuo vergine capo… oh almen sei mio
Sei mio nei sogni.. . allor che a te sospinto
Si fa dolce e sublime ogni desio!!

Lieve come il sospir della speranza
Sì soave ti veggio in sulla sera,
Che tetra in sul mattino è la membranza

Forse disceso dall’ eterna sfera
Tu a me ti volgi… cui niun bene avanza…
Che la tua luce immaculata e vera!

*

Amore

Datemi un cor che all’alito
Dell’amor mio s’ispiri,
Che i suoi più dolci palpiti
Confonda ai miei sospiri,
Un cor che la sua vita
Senta al mio core unita,
Che ai miei segreti spasimi
Conceda il suo dolor!
Datemi un cor che intendere
Possa il mio spirto anelo,
Ch’abbia il candor degli angeli
Ch’ami qual s’ama in cielo.
Oh! Solo allor potrei
Credere ai sogni miei,
Viver potrei nell’estasi
Del canto e dell’amor.

*

A Luisa……
In un momento d’estasi magnetica

Bella, che il guardo appunti
Oltre il confin della mortale idea,
Che in un solo desio mostri congiunti
Il cor che piange e il core che si bea,
Dell’occhio onniveggente
Raggio disceso nell’argilla muta,
Miracol novo d’armonia tu sei!
D’un’armonia dolente
Che parla a’ mesti e l’anima trasmuta
In un sogno di luce a’ sogni miei.
Farfalla innamorata
Ch’ergi le penne oltre le vie del sole
Pel tuo foco medesmo inebrïata,
Sibilla arcana per le tue parole,
Se il mistico pensiero
Che di cielo ti veste opra è del Nume,
Anch’io piango… ti adoro… e grido anch’io:
Ecco un baleno dell’eterno vero,
Ecco una fiamma dell’etereo lume,
Ecco la creta che sospira a un Dio!
Se l’anima potesse
Varcar la meta che le diè natura,
E gir soletta a quelle plaghe istesse
Da cui ne venne immacolata e pura,
Per gli occhi onde riveli
Fiamma cotanta io la vedrei rapita
Peregrinante a le commosse sfere,
E direbbe al pietoso astro de’ cieli:
Deh riprendi i miei sogni e la mia vita,
Ma non torni a la terra il mio pensiere!
No, non fuggir… consenti
Che teco io sugga l’armonie passate,
E l’ebrezza dell’alma e i voli ardenti
Che mi fero in un gaudio amante e vate.
Lascia ch’io beva il riso
Di tue movenze allor che ti favella
Lo spirto accenso per virtù del core:
Lascia ch’io m’erga al sospirato eliso,
Ch’io voli in grembo a la perduta stella,
E gridi al mondo — l’anima non more!

*

Ombra adorata

Che mi valse l’ingegno,il core e l’arte
Se te perdendo ogni Ciel perdei?
Se il nume che fu vita ai sogni miei
Mi condanna tacendo e si diparte?
Oh se vedrai queste dolenti carte
Che d’un alito ignoto accendi e bei
Saprai ch’ove sospiri,e piangi e sei
Ivi piange il mio core a parte a parte.
Saprai ch’io t’amo,ed è miracol novo
La vita mia….perchè son morta e vivo,
E là dove non sei non ritrovo!
Saprai, ch’ombra adorata,a me d’accanto
Ti riveggio pur sempre o sogno o scrivo
E più che il labro tuo trovo il tuo pianto.

Da “San Luigi”
Fior solitario che in se stesso ha vita,
Astro gentil che la sua luce ignora,
Rondine senza posa, arpa ferita,
Cigno che fuor dell’onda incurvo plora,
Ghirlanda in su la tomba illanguidita,
Che perde il primo incanto e olezza ancora…
È desso!… è l’innocente peregrino,
È il vago raggio d’un pensier divino.
Bello come il fulgor dei firmamenti,
Chinato il volto all’ombra del mistero,
È l’angiol della speme e dei portenti
Che novi patti indice al mondo intero:
E fermo il vol su le smarrite genti
Ricongiunge ogni voto, ogni pensiero,
E meschini e pusilli e grandi e prodi
Tragge a l’amor con più possenti nodi…
Chè amor soltanto riconforta e sprona
E chiude in un accento e fede e speme;
E coi forti e coi deboli ragiona,
E la possanza e l’avvenir non teme.
Oh che vale lo scettro e la corona
Senza quei gaudî armonizzati insieme?!
All’ombra della croce e del dolore
È altare, è fiamma, è sacerdote, amore.

*

All’angelo mio

Angelo mio, che i sogni innamorati
Soavemente riconforti e bei,
Che sorridi pietoso a’ lagni miei
E ridesti la mente ai dì beati,

Nume che i miei pensier distruggi o crei
Sol che mi volga i lumi addolorati,
O mi fuggi, o t’involi… e tempi e fati
Mio ti disser nascendo, e mio tu sei!

Amarti!… Oh se potessi, angelo mio,
Un istante seguirti oltre le sfere
Che mi contende questa fral natura,

Perennemente assorta in tuo pensiere,
Ritornerei l’eletta creatura
Inebrïata all’alito di Dio!

*

Ricordi fantastici

Allor che al pallido — raggio di luna
Vagando immemori — per la laguna,
Di arcani tremiti — sommosso il core,
Mi offristi un candido — soave fiore…
Non ho più gaudii — non ho più speme,
Tutti i miei palpiti — svaniro insieme.
Verace imagine — del nostro amor
Quello sol restami — arido fior!
Or se ti veggio — pur da lontano
Mi trema il core — mi struggo invano;
Non so rivolgerti — amico un riso,
L’occulto foco — m’arde nel viso:
Vorrei fuggirti — ma piango e gemo,
Se a me ti appressi — deliro e temo;
Se mi favelli — del tuo dolor
Mi struggo invano — mi trema il cor!
Beata l’aura — dei tuoi sospiri,
Beato il raggio — cui sempre aspiri!
Quel vergin fiore — beato appieno
Che dolcemente — ti langue in seno,
Che mentre estatico — sorridi e pensi
Ti manda l’alito — dei brevi incensi,
E fra i tuoi baci — si curva e muor…
Beata l’aura — beato il fior!
Tu sei pur misero?… — Potessi almeno
L’anima affranta — versarti in seno,
Svelarti i gemiti — l’ansie, gli affanni,
Chiamarti l’angelo — de’ miei prim’anni!…
Ahi! ma quel povero — fiore appassito
Di caste lacrime — oggi è nutrito…
Nel petto lasso — lo serbo ancor,
Ultimo premio — del nostro amor!

*

A…

Chi… chi mi nega il sovrumano incanto
Onde ignota mi struggo, e m’innamoro?
È mia quest’arte, e me l’ha data il pianto,
Nè può comprarla ogni mondan tesoro.
Ma tu venduto alla malia dell’oro,
Ogni alto affetto ogni alto gaudio infranto,
Non sai che donna può levarsi al canto,
E ornar la fronte per sudato alloro!
Non sai che Amor favella al mio pensiero;
E sì l’alma sublima e sì la schiara,
Che i cieli abbraccia e l’universo intero!
Io ti compiango, ti perdono… e oblio —
È misero, non reo, chi non impara
Ch’arte è natura, e che natura è Dio.

*

Mariannina Coffa Caruso nacque a Noto ( SR ) il 30 settembre 1841.
Il padre, stimato avvocato, fu un patriota attivo nelle rivoluzioni del 1848 e 1860: da lui, Mariannina mutuò quel profondo e acceso “amor di patria” di cui sono pervasi tanti suoi componimenti. Inoltre, fu proprio lui a incoraggiare, per primo, le straordinarie doti della sua “bambina prodigio”, conducendola fin dalla più tenera età nei salotti e nelle accademie: qui, Mariannina improvvisava versi estemporanei fra lo stupore e l’ammirazione generale, dando prova di un talento precoce e di una sensibilità non comune. A soli 17 anni, faceva già parte di diverse accademie prestigiose, come quelle degli Zelanti di Catania e dei Trasformati di Noto.

Educata dapprima in collegio e poi sotto la guida di un precettore, apprese versificazione e francese. Per contenere il suo temperamento passionale, il padre le scelse come precettore un canonico, così da indirizzarla verso temi di carattere religioso: tuttavia, la sua scrittura resistette a qualsiasi tentativo di controllo, e restò di forte impronta romantica.

Ancora giovanissima, la poetessa si innamoro’, ricambiata, del suo maestro di pianoforte, il venticinquenne Ascenso Maceri. I genitori, però, le avevano trovato il classico “buon partito” in Giorgio Morana, un ricco proprietario terriero di Ragusa. Ascenso le propose di fuggire insieme: nonostante l’amore profondo che provava, Mariannina non ebbe la forza di lottare contro il volere dei genitori e si piegò al matrimonio di convenienza. Ascenso non glielo perdonerà mai.

Dopo le nozze (1860), la Coffa Caruso si trasferì a Ragusa, dove condusse un’esistenza triste e opprimente. Il marito era spesso assente da casa a causa dei suoi numerosi impegni politici (era il sindaco della città); in più, Mariannina doveva sopportare l’ostilità del suocero, un uomo gretto e pieno di pregiudizi che la criticava aspramente, ritenendo la cultura – e soprattutto la scrittura – un’attività scandalosa, assolutamente non adatta ad una donna perbene. Per evitare discussioni, l’autrice era costretta a leggere e a comporre nottetempo, di nascosto.

Mariannina era fragile e delicata non solo nell’animo, ma anche nel corpo: le gravidanze, la conduzione della casa, la continua pressione psicologica a cui era sottoposta e il dolore per la morte di una figlia finirono per indebolirla, intaccando pesantemente la sua salute. A ciò si aggiunse la ripresa dei contatti con Ascenso, con il quale tenne per un certo periodo una fitta corrispondenza. Questo evento avrebbe dovuto rappresentare un conforto alla sua vita tormentata; invece, le diede nuove amarezze, perché l’amato non perdeva occasione per recriminare sul passato. Mariannina tentò anche di incontrarlo, in segreto, a Ragusa: ma lui non si presentò, ponendo fine a qualsiasi possibilità di riappacificazione.

Dopo questa delusione, Mariannina si gettò a capofitto nella sua “doppia vita” di madre di famiglia e poetessa. Si iscrisse a diverse accademie e collaborò con riviste letterarie di tutta Italia; intrattenne rapporti epistolari e di amicizia con artisti e letterati (Mario Rapisardi, Giuseppe Macherione, Lionardo Vigo, solo per citarne alcuni). I suoi ideali romantici e patriottici, uniti alla crescente insofferenza verso una società ipocrita che sminuiva l’intelletto, i valori dello spirito e soprattutto le capacità della donna, la avvicinarono ad alcune logge massoniche. L’amicizia con il medico omeopata Giuseppe Migneco la iniziò allo spiritismo e al sonnambulismo, pratiche con le quali sperava di curare i mali del fisico e della psiche.

Col passare del tempo, la sua poesia inasprì i toni di denuncia verso le convenzioni sociali del suo tempo, alle quali venivano quotidianamente sacrificati gli affetti più sacri. Negli ultimi anni, l’infelicità e i rimpianti la portarono a nutrire un sordo rancore contro i genitori e i parenti, per averle impedito di vivere liberamente la sua vita e per la spietata insensibilità manifestata in tante occasioni. La sua decisione di lasciare il marito aggiunse nuovi motivi di attrito e di rancore: preoccupati per lo scandalo, infatti, i familiari le voltarono le spalle, abbandonandola al suo destino durante la malattia che doveva portarla alla morte. Mariannina si spense a Noto il 6 gennaio del 1878, a soli 36 anni.

Apprezzata dai suoi contemporanei che la chiamarono con ammirazione “Capinera di Noto” e “Saffo netina”, la Coffa Caruso è stata rivalutata ulteriormente negli ultimi anni, grazie a una più ampia diffusione delle sue opere e agli studi che le sono stati dedicati. I suoi versi, tecnicamente raffinati e al tempo stesso ricchi di una passione vibrante, hanno delineato intorno alla sua figura un’aura di “maledettismo” che contrappone alla Mariannina giovane, romantica e ingenuamente animata da un caldo afflato patriottico la Mariannina rabbiosa, sofferta e disillusa che emerge soprattutto nelle opere più mature. Una voce che si ribella, quasi con violenza, all’aridità sentimentale e intellettuale della buona società borghese del periodo post-unitario e soprattutto alle regole assurde imposte alle donne, costrette in un ruolo che spesso le soffoca e le mortifica.

Donatella Pezzino

Fonti:

– AA. VV., Antologia poetica siciliana del secolo XIX a cura di Francesco Guardione Palermo 1885
– Nuovi canti, di Mariannina Coffa Caruso da Noto, Noto, Stamperia Spagnoli 1859
– Nuovi canti, di Mariannina Coffa in Morana da Noto, Torino, Stamperia dell’Unione Tipografica Editrice 1863.

 

da “Alba e Tramonto” di Riccardo Mitchell

Tu Musa alcuna non avrai che questa:

e quando il Sol dechina, e il giorno muore,

dirai che in mezzo alle sventure resta

almeno il core.

Grande tu l’ama; e per la secca fronda

una parola ancor serba, un saluto;

chè agli occhi del Cantor luce feconda

ha il fior caduto.

 

Riccardo Mitchell  (Messina, 1815 – 1888)

Letterato e patriota, di padre irlandese, fu insigne intellettuale e professore di estetica e letteratura e poi, dal 1865 al 1876, rettore dell’Università di Messina. Prese parte attiva ai moti del 1848; dopo l’Unità Italiana gli fu conferita la Medaglia Commemorativa dell’Unità d’Italia. Membro dell’Accademia Peloritana dei Pericolanti, fu una delle voci più interessanti del Romanticismo siciliano. Tra le sue opere maggiori, oltre a diverse traduzioni di Esiodo ed altri autori greci, si annoverano le sillogi poetiche “Ore poetiche” (1842) e “Canto e luce” (1872).

*

Donatella Pezzino (Fonte: Wikipedia)

La poesia è tratta dall’antologia “Poeti siciliani del secolo XIX” a cura di Francesco Guardione, Palermo-Torino, Ed. Carlo Clausen, 1892.

Immagine: Autunno, di Michele Catti  (Palermo, 1855 – 1914),olio su tela, 1905-1910, Collezione Galleria d’Arte Moderna (Palermo). Foto di BellEpoque – Opera propria, CC BY-SA 4.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=61298145

Liriche di Giuseppina Turrisi Colonna

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Giuseppina Turrisi Colonna ( 1822-1848), figlia del Barone di Buonvicino Marco Turrisi e della nobildonna Rosalia Colonna Romano, crebbe in un ambiente familiare culturalmente stimolante e ricevette un’educazione accurata che si unì alla sua spiccata sensibilità personale verso gli ideali romantici di patria e libertà. Le liriche che seguono sono tratte dalla raccolta che la poetessa pubblicò per l’editore Le Monnier di Firenze nel 1846.

***

A Rosalia Colonna Nei Turrisi Baronessa di Buonvicino

Me solo amor consiglia,

Me sol conforta amore;

Dei carmi d’ una figlia

Quale offerta più nobile

Più degna è del tuo core?

Oh se l’affetto vero,

Le immagini leggiadre

M’infiammano il pensiero,

È tuo l’ onor, la trepida

Gioia, diletta Madre!

Sai chi dell’ estro il foco

Mi desta, chi m’ inspira?

Per te, pel natio loco,

Per l’amor dei magnanimi

Sudo a temprar la lira.

Che vai, se tanto zelo

Strugge l’etate acerba?

Io sol vivere anelo

Per poco, e te fra l’itale

Madri lasciar superba.

***

Ultimo canto di Lord Byron

È ver; posarsi ormai dovrebbe il core,

S’è mal gradito, nè più gli altri infiamma;

Pur, non amato, serberò d’amore

Viva la fiamma!

De’ miei verd’ anni ecco fornito il corso;

Non ha più fiori amor, non ha più frutto;

Deh che mi resta? col fatal rimorso

Lagrime e lutto !

Come vulcano solitario splende

Nell’ alma il foco, e mi consuma, e spira;

Non altra fiamma che l’ estrema incende

Funerea pira!

Ogni cresciuto, ogni crudel tormento,

Ogni speranza, ogni gelosa pena,

D’amor la forza più non reca, il sento,

Ch’ aspra catena.

Oh men leggiadra è qui la mente e l’ alma !

Dei molli affetti vincerò la possa,

Avrò, lo spero, degli Eroi la palma,

0 nobil fossa.

Oh Grecia! oh gloria! d’ ogni tema ignudo

Dell’ armi ascolto, delle trombe il suono;

Come Spartano sul difeso scudo,

Libero sono.

Desta, o mio spirto, — che la Grecia è desta! —

Desta il tuo foco, la virtù che langue!

Forte mi scuoti: a versar corro in questa

Impresa il sangue!

Vinci ogni affetto risorgente, indegno

0 fredda etate ! — se per te si sprezza

Il riso, il pianto, il simulato sdegno

Della bellezza.

Oh perchè vivi, se caduto piangi

Il fior degli anni? qui novelli onori

Frutta la morte — fra le achee falangi

Combatti e muori.

Facil si trova, e fia per te del forte

Bello il sepolcro — intorno guata e scegli;

Nè dal riposo d’ onorata morte

Fia chi ti svegli.

***

Alla sorella

Quel di, che contemplal lieta e dolente

L’onesta immago del Toscan Maestro,

Che a me sì pueril d’ anni e di mente

Lo stile invigorì, gli affetti, e l’estro;

I’ benedissi la virtù crescente

Del tuo pennello generoso e destro;

Senza pianto, gridai, senza contrasto

Sien le tue glorie: ad ogni danno io basto.

 

Ma da quel dì quanto sudasti, e quanto

Nella mano crescesti e nell’ ingegno;

Tutto è nell’ arte de’ tuoi dì l’ incanto,

E della fantasia popoli il regno:

A te scrivendo giorno e notte accanto,

Ogni effigie che pingi, ogni più degno

Pensier tolgo alle fiamme, chè non mai

Di te, dell’opre tue paga sarai.

 

Questi cari pensier tutti raccolti

In bel volume fra i miei versi mira;

Molti li lodan, li vagheggian molti,

Ma sol l’ anima mia se n’empie, e spira.

Un’eterea sembianza, un di quei volti

Che sol d’ aver sognato il cor sospira,

Qui trova il cor. Più del soave

Albani Celesti pingerai gli aspetti umani.

 

Deh pennelleggia pur su queste carte

Le vittorie d’Italia e di Triquetra;

È la Patria dì noi la miglior parte,

E lo sa chi per lei vivere impetra:

Pari nel foco, nei pensier, nell’ arte,

In pari uso volgiam colori e cetra:

Tu di te stessa, o Cara; io degna sia

Del mio Maestro e della Patria mia.

***

Le rimembranze

E del viaggio fatlcoso anch’ io

Trascorrer veggio il sedicesimo anno,

E sento come fugge ogni desio

Nella misera valle, ed ogni inganno:

Quanti pietosi, ahimè, del viver mio

Conforto vero, abbandonata m’hanno;

Quanti che meco semplici fanciulli

Sorridean nelle fole e nei trastulli.

 

Con che dolcezza candide, serene

Di quei primi anni mi rivivon l’ore,

Che s’ adornavan come liete scene,

Come un bel sogno, come un dì d’ amore!

Di cari eventi, di memorie piene

Ritornano dolcissime nel core;

E quei tanti discesi negli avelli

Ritraggon vivi e favellanti e belli ! —

 

Tempo felice ! a piè dell’ amorosa

Antica fante m’ assidea le sere,

E commossa intendeva e lagrimosa

Nelle fole dolenti e lusinghiere,

E ripeteva, come santa cosa,

Quei cari nomi nelle mie preghiere;

Ed oh con che pietà serbava in petto

I casi d’ una pia , d’ un giovinetto !

 

Caramente serrando nelle braccia

L’immagine talor d’una fanciulla,

La baciava per gli occhi e per la faccia,

E dì fregi adornavale la culla.

Tempo felice! d’aurei sogni in traccia

Nulla pur sogno che t’uguagli, nulla

Di quei ludi fu mai, di quella niente

Più soave, più caro, e più innocente!

 

Poichè d’ altri piacer, poichè d’ altr’ opra

La verissima brama s’accendea,

Sopra le carte meditando, e sopra

I miei pensier, le notti producea:

E di qual nei bei rischi il senno adopra,

Quella trepida speme in cor sorgea,

E viva in ogni loco, in tutte l’ore

Nel suo segreto la nutriva il core.

Ed un colloquio di che amor, di quale

Ritentami pietà! — Pallido il raggio

Della Luna piovea, le tacite ale

Scotea ricca dei fior l’ aura di maggio;

E sciogliean lamentando oltre il viale

Gli usignoletti il flebile linguaggio,

Allor che mesta una dolcezza move

Dal ciel , dai fonti , e dall’ erbette nove.

 

Meco seduta una gentil donzella,

Perchè, diceva, nei severi studi

Perdi il sorriso dell’ età novella,

Perchè vogliosa ti travagli e sudi?

Qual si legge sai tu, qual si favella:

Cessa le cure faticose e rudi,

E meglio godi ricreduta, oh meglio

Ai passeggi, ai teatri, ed allo speglio! —

 

Io di rincontro: il sai; dai teneri anni

Arcanamente dentro il cor profondo

Un amaro provai senso d’affanni,

Un tedio lungo, un diffidar del mondo.

Nè della giovinezza i dolci inganni

Mi suadono il vivere giocondo;

Ma nelle veglie della fida stanza

Mi lusinga soltanto una speranza.

 

Ed Ella: statti, chè per me non sono

Di così dure tempre; alle amorose

Letizie io credo: A te l’allór; tel dono

Se invaghita ne sei; dammi le rose. —

A quei detti fidenti, all’abbandono

Ahi troppo avverso l’ avvenir rispose,

E al primo voto, al primo dì d’ amore

Si recise degli anni il più bel fiore. —

 

Misera! e dalla lagrimata bara

Un nome non avrai nei dì novelli,

Chè sol dell’opre faticose, o cara,

Nei volumi si vive oltre gli avelli:

Pel dolce capo tuo, per ogni amara

Rimembranza che al cor di te favelli,

Io giuro meditar nei giorni mesti,

Perchè un vestigio, un’ombra di me resti.

***

Alle donne siciliane

No, benchè il tempo muta

La fortuna dei regni e delle genti ,

Non han foglia perduta

Le tue belle corone, o Patria mia!

I sensi e le parole

Vivon di quanti meditar nascosi

Negli ozj generosi;

Vivono ancor gli altissimi portenti

Dei campioni vetusti,

Primieri nei cimenti,

Fra lance, e spade, e riversati busti

Deh sì lieto per noi rifulga il sole;

Deh, come il cor desia,

In noi l’ardire dei Sicani Eroi,

L’antica tempra si rifonda in noi!

Se la benigna etade

I petti nostri al paragon non chiama

Dell’ ira e delle spade,

Oh ne’ caldi pensier, nell’ opre oneste

Si riconforti l’ alma !

Assai più giova di tenzoni e d’ armi

La bell’arte dei carmi,

Che il sorriso di pace e gli ozj brama ,

E ne lusinga e regge

A magnanima fama,

D’ ogni affetto maestra e d’ ogni legge.

Vile chi sdegna la sudata palma!

Saprà, nelle funeste

Cure invilito, nei piacer bugiardi,

Come il rossor, se pur l’infiamma, è tardi.

E da quest’ almo suolo

Arditamente d’ animosa donna

Aprivan gl’ inni il volo.

Oh quel vanto perchè più non s’ agogna

Da libero pensiero?

Perchè l’ umili cure e l’ ozio indegno

Tolgon foco all’ ingegno

Se qui, di senno e di virtù colonna,

Qui preparava Nina,

Disdegnando la gonna,

Al divino Alighier l’ arpa divina?

Deh, mel credete, eh’ io favello il vero,

Il celarsi è vergogna.

Sorgete, o care, e nella patria stanza

Per voi torni l’ ardire e la speranza.

Giovinezza non dura

Sulle gote vermiglie e sul bel crine

Per letizie o per cura,

E tutti spegne dell’ etate il gelo

Quanti florian diletti,

Finchè si scavi all’ ultima percossa

Un obbliata fossa.

Deh men crudeli di quaggiù le spine

Il bell’ oprar ne renda,

Ben nate cittadine,

E del loco natio l’ amor v’ accenda.

Più sicure dovizie agli intelletti

Non piovono dal cielo;

Nè soave lusinga o dolce incanto

È qui verace, ove sol dura il pianto.

Sicilia in noi riscossa

Rintegrerà l’ indomito ardimento,

Le leggi sue, la possa.

Ahi ! smisurato divampava lntorno

Il morbo furibondo,

E le rapia l’ alme più calde, i primi

Esemplari sublimi.

Senz’irà, senza onor, senza cimenti

Un popol si moria.

Derelitto, sgomento,

Per le case dolenti e per la via !

Quanti del sogno ebe più ride al mondo

Eran sul primo giorno

Quando s’ affanna irrequieto il core

Nei dolci voti e nel desio d’ onore !

0 sfortunati nostri,

Su voi commosso qual fratel più sente

Deplorando si prostri ;

Guati la croce, e le glebe, e le pietre

Su pel funereo loco,

E d’uguale virtù, d’uguale affetto

Arda il commosso petto. —

Pel suol che vi nutria sì dolcemente,

E in che durano pure

Quanti amati lasciaste alle sventure,

Voi lassù, redivivi Angeli, invoco:

Le divine faretre

Suonin sugli empi, e alle natie contrade

Torni dei prischi Eroi, torni l’ etade.

***

L’addio di Lord Byron all’Italia

Alfin partia. Chi del crudel momento

Può narrar le memorie ed il dolore,

E ciò che disse ai monti, all’acque, al vento
Di quella terra ove lasciava il core?
Oh come quel dolcissimo lamento
Fu travolto per ira o per livore!
Qual menzognero addio sulle divine
Labbra pose un Francese, un Lamartine?

Taci! L’italo amor del mio Britanno,

Gl’itali sensi, oh male, oh mal comprendi:
Non all’Italia no; ma frutteranno
Onta infame a te stesso i vilipendi.
Italia morta? e innanzi a te non stanno
Ancor vivi, temuti, ancor tremendi
Ugo, Alfieri, Canova’ e presso a questi
Sì magnanimi Eroi, dinne, che resti? —

Quella terra, quel ciel che l’innamora,
Pien di mille pensier, di mille affetti,
Giorgio saluta dalla mesta prora
Coi sospiri, coll’anima, coi detti:
Chi non sogna di te? chi non t’adora,
O bella Patria d’ animosi petti,
Bella Patria dell’arti! il viver mio
Tu che allegrar potesti, Italia, addio.

Italia! Italia! com’è dolce il suono
Della celeste armonica favella!
Nel ciel, nelle odorate aure, nel dono
D’ ogni cosa gentil, come sei bella !
Di foco è l’alma dei gagliardi, sono
Di foco gli occhi d’ ogni tua donzella;
E da quegli occhi, da quell’alme anch’io
Se il bel foco ritrassi, Italia, addio.

Ahi ! per le sette cime e per le valli

Dei famosi che avean la terra doma,
Più non s’urtan guerrieri, armi, cavalli,
Più non suona il trionfo Italia e Roma;
Nè più s’avventa ai minacciosi Galli,
Sanguinoso gli artigli, irto la chioma,
Il gran Leon di Marco, e steso e muto
Anco abborre l’Eroe che l’ ha venduto.

Venduto! ahi rabbia! qual vergogna è questa,
Qual crudo patto, quale iniquo orgoglio !
L’italo sangue avrai sulla tua testa
O snaturato nell’ infame scoglio.
Tu le piaghe sanar d’Italia mesta,
Tu rialzar dovevi il Campidoglio,
Tu di Cammillo erede, il brando e il senno
Vendesti ai figli che scendean di Brenno.

Fioria d’ogni virtù, d’ogni divina
Arte di pace questo suol fioria,
E il tuo brando recò fatal ruina,
E libertà peggior di tirannia.
Oh bugiardi Licurghi! oh Cisalpina,
Oh congrega di ladri, oh peste ria!
Fu per l’italo suol, fu crudo inganno
Se Marengo vincesti e l’ Alemanno.

Com’ aquila fra i nembi, o come lampo
Terribil passa, egli passò l’invitto;
E copre mesto, solitario campo
Il terror dell’ Italia e dell’ Egitto.
Io, benché tutto alla memoria avvampo
Di tanto Eroe, di sì fatal conflitto,
Io fremo, e dico: se vittoria il guida,
La comprò col delitto il parricida !

Oh perdona all’ ingrato! oh alfin riposa
Dopo tanto dolor, tanto contrasto,
E a più bei studi intenta, o Generosa,
Spregia l’armi crudeli e spregia il fasto:
Teco, Madre d’Eroi, teco avrò posa
Io che a soffrir la vita, ohimè ! non basto.
Ritornerò più grande; il cener mio
Qui dormirà compianto: Italia, addio.

Deh posa, posa: troppo dolce e santo
È d’una pace desiata il raggio;
Ma pace bella d’ogni nobil vanto,
Non ozio d’infingarde alme retaggio.
Divina Italia! con che amaro pianto
Vado altrove a cercar lodi al coraggio;
Pur Grecia sogno, e mi vi chiama un Dio…
Addio, Patria mia vera, Italia addio.

***

All’Angelo mio

Oh di te nulla è più soave, oh nulla

Di te più ride nella mente mia!

Tu mi baciasti nella rosea culla,

Mi bacerai nell’ ultima agonia:

Tu spiravi alla tenera fanciulla

Pensier celesti, amabile armonia:

Tu meco in ogni tempo; ma nell’ ore

Più solitarie più ti sente il core.

 

Quaggiù non ti vedrò: quell’immortale

Beltà sol degna è d’ ammirarsi in cielo;

Ma il soffio leggerissimo dell’ ale

M’ agita, mentre io parlo, il crine e il velo.

Amar dunque tu puoi cosa mortale,

Tu puoi vegliarmi con fraterno zelo?

O mio fedel Cherubo, o mio verace

Consolator nei rischi e nella pace.

 

Quando è il pensier più mesto e in sè raccolto,

Al mio pianto risponde un suon di pianto;

Sento una man che m’ accarezza il volto,

Sento una voce che m’ invita al canto:

È la tua man, la tua voce che ascolto,

Sei tu che piangi all’ infelice accanto ;

Più degli eterei balli, o giovinetto,

Ami i nostri colloquj, il nostro affetto.

 

E tu invisibil nella valle amara

Mi seguirai, misterioso amico:

Oh mi rendi, se il puoi, la vita cara,

La vita che paventa il cor pudico.

O almen di rose infiorami la bara,

Fa che in terra non lasci alcun nemico,

Dammi il bacio di morte: il volto mesto

Io sul tuo collo piego, e in Ciel mi desto.

***