L’epigrafe di Iulia Florentina

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« Iuliae Florentinae infan[t]i dulcissimae atq(ue) in-

nocentissimae, fideli factae, parens conlocavit

quae pridie nonas martias ante lucem pacana

nata Zoilo corr(ectore) p(rovinciae), mense octavo decimo et vices[i]-

ma secunda die completis fidelis facta, hora no-

ctis octava ultimum spiritum agens supervixit

horis quattuor ita ut consueta repeteret, ac de-

[f]uncta Hyblae hora die[i] prima septimum kal(endas)

octobres. […] Cuius corpus pro foribus martXP(orum) cua X

loculo suo per prosbiterum huma-

tu[m] e[st], IIII non(as) oct(o)br(es). »

(IT)« A Iulia Florentina, infante dolcissima e

innocentissima, divenuta fedele, il padre pose; lei,

il giorno prima delle none di marzo prima del far

del giorno, nata pagana, mentre Zoilos era correttore

della provincia, a 18 mesi e a 22 giorni compiuti

divenuta fedele, all’ora ottava della notte rendendo

l’ultimo sospiro, sopravvisse quattro ore sì da

ripetere gli atti consueti, e morì a Ibla la prima ora

del giorno, sette giorni prima delle calende di

ottobre. […] Il suo corpo [si trova]

davanti alle porte dei martiri dove nel proprio loculo

è stato inumato per mezzo del presbitero 4 giorni

prima delle none di ottobre[1]. »

Sicilia, ultimi decenni del III secolo d.C. La piccola Iulia Florentina, nativa di Ibla ( probabilmente, l’odierna Paternò, in provincia di Catania), è stata da poco battezzata quando muore, a poco più di 18 mesi, lasciando in famiglia un vuoto doloroso, reso ancor più disperato dal ricordo della sua dolcezza e della sua innocenza. Per darle una sepoltura degna di lei, il padre la porta a Catania e la fa inumare nel cimitero del Martyrium, dedicato al culto dei martiri, nel quale riposano le spoglie dei grandi martiri catanesi Agata ed Euplio e, con loro, altri cristiani passati attraverso il “battesimo” del martirio.

Questa epigrafe funeraria, rinvenuta a Catania nel 1730 e attualmente conservata al Museo del Louvre, rappresenta un documento  fondamentale per lo studio delle prime comunità cristiane in Sicilia. Il ritrovamento è avvenuto nella zona tra le odierne Via Androne e via Dottor Consoli. Qui, sotto la pavimentazione stradale, ci sono ancora numerosi resti di tombe e di due basiliche paleocristiane: la prima è una trichora, ovvero una basilichetta triabsidata,  databile al IV secolo, mentre la seconda, molto più grande e abbellita da splendidi mosaici, risalirebbe al VI secolo. All’epoca, quest’area si trovava al di fuori del centro cittadino (localizzato fra l’attuale piazza Duomo e Piazza Dante) ed era quindi nella posizione ideale per stabilirvi una necropoli. L’iscrizione, che indica davanti alle porte dei martiri il sepolcro della piccola, fa chiaramente comprendere che proprio in questa necropoli abbiano trovato il loro primo luogo di sepoltura e di culto i santi patroni Agata ed Euplio, morti rispettivamente nel 251 e nel 304 d.C. In questo stesso cimitero, gli scavi hanno portato alla luce le tombe di altri martiri meno conosciuti: è il caso di Theodule, una ragazza vissuta ai tempi delle grandi persecuzioni e il cui epitaffio ne lascia chiaramente intendere il martirio quale causa della morte.

Ma, al di là dei suo valore storico, l’epigrafe di Iulia Florentina è preziosa perchè ci mostra un frammento di quotidianità, di usanze e di affetti familiari che, anche se appartenenti ad un mondo ormai molto diverso dal nostro, rivela come immutabili alcuni tratti della sensibilità umana: l’amore per la figlioletta, la disperazione per la sua prematura scomparsa, il bisogno di credere in una sopravvivenza dopo la morte; ma soprattutto l’attenzione, scrupolosa e amorevole, nella scelta del luogo di inumazione, quasi che sapere la propria bambina “in buone mani”, accanto agli adorati martiri, potesse in qualche modo lenire il dolore della sua perdita.

Donatella Pezzino

Immagine e testo latino/italiano da Wikipedia

Fonti:

  • Giovanni Rizza, Un martyrium paleocristiano di Catania e il sepolcro di Iulia Florentina, Catania, Centro di Studi sull’antico cristianesimo, Università di Catania, 1964.
  • Francesca Trapani, il complesso cristiano extra moenia di via Dottor Consoli a Catania in Archivio Storico per la Sicilia Orientale, Fasc.I-III, Anno XCV, Catania, Società di Storia Patria per la Sicilia Orientale, Ente Morale Istituto Universitario, 1999, pp.77-124.
  • Irma Bitto, Catania Paleocristiana: L’epitaffio di Theodule, in AA.VV., Catania Antica. Atti del convegno della S.I.S.A.C.(Catania 23-24 maggio 1992), Roma, Istituti Editoriali e Poligrafici Internazionali, 1996, pp.279-292.
  • Antonio Tempio, Agata Cristiana e martire nella Catania romana, Catania, Giuseppe Maimone Editore, 2003.
  • Carmelo Ciccia, il mito d’Ibla nella letteratura e nell’arte, Cosenza, Pellegrini Editore, 1998.
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Non offendere la Patria di Agata

800px-Catania_-_Finestra_barocca_-_Foto_Giovanni_Dall'Orto,_gennaio_2006

La sigla N.O.P.A.Q.V.I.E., che sovrasta uno dei portali laterali del duomo di Catania, è legata al ricordo di un evento salvifico particolarmente importante nella storia della città.

Nel 1231 l’imperatore Federico II di Sveva, tornato in Sicilia dopo una lunga assenza dovuta ad una campagna militare, trovò molte città siciliane ribelli al suo dominio. La rivolta, capeggiata da Martino Bellomo, mirava all’indipendenza delle comunità locali per istituire il modello autonomistico comunale. Per soffocare il movimento, Federico decise di punire con violenza le città più riottose, fra cui spiccavano Siracusa, Centuripe e Catania.

Nei riguardi di Catania, Federico volle una punizione esemplare: condannò a morte tutti gli abitanti, compresi le donne e i bambini. Non appena appresa la sentenza, i catanesi chiesero ed ottenero di poter assistere alla loro ultima messa in cattedrale, alla quale decise di presenziare anche il sovrano.

Durante la funzione, però, accadde un fatto straordinario: appena Federico aprì il suo libro di preghiere trovò in tutte le pagine la sigla N.O.P.A.Q.V.I.E. che un monaco benedettino tradusse in “Noli offendere Patriam Agathae quia ultrix iniuriarum est” ovvero “Non offendere la Patria di Agata perchè è vendicatrice delle ingiurie.” Molto impressionato dall’accaduto il sovrano revocò la sua decisione e risparmiò i catanesi.

Donatella Pezzino

Fonte: http://www.wikipedia.it

Foto: Giovanni Dall’Orto

S.Agata V.M.

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« Tu che splendi in Paradiso,
coronata di vittoria,

Oh Sant’Agata la gloria,
per noi prega, prega di lassù »

Sant’Agata nacque nel 236 D.C. in Sicilia: non si sa ancora con certezza se a Palermo oppure a Catania. Si sa per certo ch’ella morì a Catania: e, dal momento che per i martiri il giorno più significativo è sempre il “dies natalis”, ovvero il giorno della morte, la tradizione ha dato maggiormente risalto a quest’ultimo, e ai luoghi catanesi del suo martirio. A Catania esiste, in ogni caso, un sito che viene da secoli indicato come la “casa di S.Agata”: si trova sotto l’ex monastero di S.Placido, oggi Palazzo della Cultura, nei pressi del Duomo. Sembra che la famiglia di Agata fosse molto agiata: i genitori, Rao e Apolla, possedevano nell’isola molte proprietà.  E’ quindi possibile che si spostassero di frequente, e che avessero case e terreni sia a Palermo che a Catania.

A quei tempi, la Sicilia era governata dal proconsole Quinziano, un uomo vizioso, avido e corrotto. Un giorno Quinziano vide Agata e rimase colpito dalla sua bellezza: chiese informazioni su di lei e gli venne riferito che era una fanciulla particolarmente virtuosa, oltre che di stirpe nobile e ricca. Il malvagio proconsole, che le fonti antiche ritraggono come “servo del diavolo” e nemico del Signore ( così è descritto nell’opera del monaco normanno Aelfric di Einsham, risalente al X secolo) s’invaghì di lei e desiderò ardentemente averla per . La fece condurre al suo cospetto e, vedendola ferma nei suoi propositi, l’affidò ad una meretrice di nome Afrodisia perchè, insieme alle sue nove figlie impudiche, riuscisse a corromperle l’animo.

La donna tentò in tutti i modi, ora com minacce, ora con  lusinghe: ma Agata fu irremovibile. ” Le vostre parole sono simili al vento” le disse Agata” perchè mai potranno far vacillare il mio saldo pensiero, che è fondato stabilmente.” Visto che tutto era inutile, Afrodisia andò da Quinziano e gli disse: ” Le pietre si potrebbero ammorbidire e il duro ferro farsi simile al piombo, prima che la fede potesse essere estinta dal petto di Agata.” Quinziano allora si adirò e volle parlare con Agata personalmente.

Interrogatala, Quinziano si rese subito conto che Afrodisia aveva ragione. In più, la fanciulla non aveva alcun timore, neanche di fronte alla prospettiva del carcere o della condanna a morte. Quinziano le intimò di sacrificare agli dei, ma ella si rifiutò. Inizialmente, il proconsole si limitò a farla incarcerare; vedendo che Agata non aveva nessuna intenzione di rinnegare Cristo e di darsi a lui, decretò per lei la condanna a morte e la consegnò al boia, facendo duramente infierire sul suo corpo. Prima la fece frustare, poi le fece strappare i seni con le tenaglie; poi, sanguinante com’era, la fece ributtare in carcere. L’indomani fece una scoperta incredibile: Agata appariva perfettamente risanata dalle terribili ferite del giorno prima. Nottetempo, infatti, San Pietro e un angelo le erano apparsi in cella e l’avevano guarita. Incredulo e furibondo, Quinziano la fece rotolare nuda sui cocci ardenti, sotto gli occhi disperati ed impotenti della popolazione. Alla fine la giovinetta, stremata, rese l’anima a Dio. Era il 5 febbraio del 251.

Subito un violento terremoto scosse la città, distruggendo il palazzo di Quinziano; lo stesso proconsole morì qualche giorno dopo, dilaniato dal suo cavallo mentre si recava a confiscare le proprietà di Agata.

Mentre i catanesi celebravano le esequie della ragazza dopo aver ottenuto il suo corpo dalle autorità, un angelo si presentò a deporre una piccola targa nella sua bara: c’era scritto “mente santa, spontanea, onore a Dio e liberazione della patria”. Da allora Agata divenne la patrona della città ed il suo culto raggiunse molte parti del mondo.

La festa più importante in suo onore si svolge il 5 febbraio di ogni anno a Catania, dove ogni angolo racconta la sua storia; anche le sue reliquie si trovano qui, conservate splendidamente nella cattedrale a lei dedicata.

Donatella Pezzino