Dieci poesie di Sibilla Aleramo

Ritmo

Ritrovata adolescenza,
gioia del colore,
occhi verdi di sole sul greto,
scheggiato turchese immenso de l’onde,
biondezza di cirri e di rupi,
rosea gioia di tetti,
colore, ritmo,
come una bianconera rondine
l’anima ti solca.

*

Son tanto brava

Son tanto brava lungo il giorno.
Comprendo, accetto, non piango.
Quasi imparo ad aver orgoglio quasi fossi un uomo.
Ma, al primo brivido di viola in cielo
ogni diurno sostegno dispare.
Tu mi sospiri lontano: «Sera, sera dolce e mia!»
Sembrami d’aver fra le dita la stanchezza di tutta la terra.
Non son più che sguardo, sguardo sperduto, e vene.

*

Nuda nel sole

Nuda nel sole
per te che dipingi sto immobile,
il seno soltanto ritmando
la vita gagliarda del cuore.
Come un cielo soave d’aurora
è per te questa mia forma lucente,
un prato un’acqua una solitaria fiorita di petali,
tralci di vigna in festività.
E adori, e fervente le dolci dita
su la tela conduci.
Nuda nel sole ed immobile,
frammento di natura,
ti miro orante ed oprante.
Da te invasa da te riassorbita,
sei tu che mi divinizzi
o la mia divinità è che ti crea,
artista, arte, spirito?
Tacitamente il seno respira.

*
Charità notturna

Chiarità notturna, volo d’ore bianche, disteso cielo,
tendo la mia mano che vi stringe, e v’offro, v’offro.
Ci veda qualcuno. Non me, ma sola la mia mano che vi tiene,
ore fruscianti, grande sereno, spiaggia d’astri.

*

Brucio la mia vita

S’io mi muovo, s’io mi sollevo,
tutto svanisce, tutto s’aggela.
Ma s’io resto così distesa,
gli occhi chiusi, le labbra aureolate di brace,
l’ardore della mia palma sul battito della mia gola,
io brucio la mia vita, brucio la mia vita,
il mio sangue si consuma nelle mie vene,
io sento che si consuma
solo nel ricordo d’un altro sangue,
d’una voluttà data e provata,
dell’amore lontano
che forse non ritroverò.

*

Morte, m’hai sentita?

Morte, m’hai sentita?
Nella notte ti ho invocata,
piangendo
e fors’anche ridendo
per sedurti t’ho chiamata,
ultima luce,
speranza di due braccia accoglienti,
un nome ancora da invocare,
morte, madre, sorella, amata,
una che mi prenda, una che mi voglia….
Ed eri lontana.
Bianca e bella s’io ti pensavo su altri reclina,
s’io t’imaginavo intenta a baciar altri,
altri certo non più di me dolenti,
oppur creature felici,
morte, m’hai sentita s’anche non sei accorsa?
Nessuno certo t’implorava quanto me,
o cara quanto fu cara la vita,
e tu chi sceglievi in vece mia?
Ma forse,
forse da lontano hai trasalito….
E ora non ti chiamo più.
Stormi mi ventano dietro la fronte,
aliante mondo inespresso del mio pensiero,
parole che furono visioni e ch’io ancora non dissi,
amore che tutti comprende i ruinati amori
e li risolleva….
Verità della mia vita,
incompiuta missione che nell’alba mi riappare,
ch’era il miracolo,
ed io forse l’ho tradita….
E forse, o morte, non venuta al mio richiamo delirante
mi raggiungerai nel fervore del ripreso canto,
troncherai nella mia gola il canto,
un giorno chiaro….
Ch’io mi rammenti allora,
ch’io mi rammenti
come eri bella,
come eri bella questa notte,
morte, su le fronti che invece di me baciavi.

*

Da Assisi

Sul colle una sta,
sola,
dinanzi a questo, nodo silente del mondo.
Vento scende verde d’argento.
Ode respiro d’assenti acque.
Cantici cari dissennati ascolta,
di sorrisi sorgivi, di baci ariosi,
volatili delizie,
e le tiene, quasi creature in grappolo,
sola ne lo svariar de le luci,
fra le braccia o tra l’ali,
rondine e sorella,
che nulla si sperda di nessuna primavera.

*

In quest’alba

In quest’alba,
ricche le vene di melodia e dolenti,
che tutti aduno e mesco i desideri eterni,
uno,
d’una rosa bianca sul cespo,
solo m’avanza incontro al giorno,
e il giorno è di gennaio,
oh giardino che non vedrò!

*

Anche quest’ore

Passeran quest’ore di spasimo
come passarono le mille di gioia.
O fiore che avrei voluto soltanto baciare,
o petto dolce dove imploravo festosamente la morte,
ma quest’ore che vivo di strazio
son più generose ancora
dell’altre gridanti felicità.
Mi tendo a te che ho colpito,
da lontano mi tendo
più pulsante di quando ridevamo nudi nel sole,
la fronte più affocata, insaziata.
Dono d’angoscia gemente
che pur anche si dissolverà,
lungo di febbre ansito verso la tua pena….
Tutti i miei capelli per addormirti da lungi!

*

Una risata

Una risata.
Forse un giorno
la sentirò prorompermi dalla gola:
giorno di gran sole,
risata sopra il mondo,
e poi
due braccia
che mi sollevino ansante
verso la prima stella della sera.

*

Sibilla Aleramo (pseudonimo di Rina Faccio) nacque ad Alessandria il 14 agosto 1876. Trascorse un’adolescenza molto triste a causa della malattia mentale della madre; ancora giovanissima, fu costretta ad un matrimonio “riparatore” con un collega di lavoro che l’aveva violentata. La nascita del figlio Walter (1895) sembrò portare un soffio di gioia nella sua infelice vita coniugale; tuttavia, non bastò a riempire i vuoti della sua esistenza. Dopo un tentativo di suicidio, Rina cominciò a cimentarsi nella scrittura, nella quale trovò, oltre alla sua vocazione, anche il riscatto dall’esistenza gretta e stereotipata a cui le convenzioni sociali l’avevano sempre costretta.

Su varie riviste – come Gazzetta letteraria, L’Indipendente, Vita modernaVita internazionale – pubblicò soprattutto articoli di argomento femminista e socialista: questo suo impegno la portò ad avvicinarsi a Giorgina Craufurd Saffi, con la quale tenne una fitta corrispondenza. Punti nodali del suo impegno per l’emancipazione femminile furono la lotta contro la prostituzione e la campagna per il diritto di voto alle donne; si attivò, in tal senso, per promuovere manifestazioni, sezioni di movimenti femminili ed altre iniziative. Diresse inoltre il settimanale milanese L’Italia femminile, nel quale tenne una rubrica di discussione con le lettrici e ricercò la collaborazione di intellettuali progressisti come Giovanni Cena, Maria Montessori, Ada Negri e Matilde Serao; nello stesso periodo conobbe Anna Kuliscioff e Filippo Turati.

Nel 1901 le tensioni familiari, ormai divenute insostenibili, la spinsero ad abbandonare il marito e il figlio. L’anno successivo si trasferì a Roma, dove si legò sentimentalmente a Giovanni Cena e cominciò a collaborare con la Nuova Antologia. Nel 1906 diede alle stampe il suo romanzo autobiografico Una donna, nel quale descrisse minutamente il suo difficile percorso di vita dall’infanzia fino alla rottura del matrimonio. L’opera mirava ad affermare il diritto di tutte le donne ad una vita libera e consapevole, contro le costrizioni e le umiliazioni imposte dall’ideologia del sacrificio, uno dei valori-cardine della società borghese dell’epoca. In quell’occasione, fu proprio Cena a suggerirle lo pseudonimo Sibilla Aleramo, che sarebbe poi diventato il suo nome nell’arte e nella vita.

Il successo del libro concise con un profondo cambiamento nell’autrice, che rivide progressivamente le sue posizioni sul femminismo. Più che sulla parità fra i sessi, infatti, il suo impegno si concentrò da quel momento in poi sulla rivendicazione e sull’espressione della diversità femminile.

Dopo la fine della relazione con Cena, Sibilla cominciò a condurre una vita errabonda e bohémien; si avvicinò al Movimento Futurista, nonché ad altre avanguardie artistiche e letterarie. Destarono scandalo le sue numerose relazioni amorose; una delle più complesse, quella con Dino Campana, incontrato durante la prima guerra mondiale. Indipendente e anticonformista, Sibilla sfidò non solo la società perbenista del tempo, ma anche molti ambienti intellettuali, che la tennero in dispregio per i suoi costumi sessuali eccessivamente disinvolti.

Nel 1936 sembrò trovare un punto di riferimento stabile in un giovane studente, a cui restò legata per un decennio. Nel secondo dopoguerra, si iscrisse al Partito Comunista Italiano e svolse un’intensa attività politica e sociale, collaborando, fra l’altro, all’Unità e alla rivista Noi donne. Morì a Roma il 13 gennaio del 1960, dopo una lunga malattia.

Sibilla Aleramo ci ha lasciato una ricca produzione letteraria tra romanzi, liriche, collaborazioni giornalistiche e diari. Tra gli scritti di maggior spicco, oltre al già citato Una donna, i romanzi Il passaggio (1919) e Il Frustino (1932), le raccolte poetiche Momenti (1921), Selva d’Amore (1947) e Luci della mia sera (1956). La sua figura di donna e di artista ha impresso solchi profondi nella cultura e nella memoria: lo testimoniano non solo le tante strade intitolate a suo nome in tutto il territorio italiano, ma anche l’interesse che la sua vicenda ha saputo ispirare a critici, studiosi, scrittori e artisti. Grande, in particolare, è stata nei suoi riguardi l’attenzione del cinema italiano, attraverso le due pellicole Inganni (1985) e Un viaggio chiamato amore (2002).

Le dieci poesie proposte sono tratte da Momenti, prima opera in versi della Aleramo. L’anelito alla libertà vi si esprime in uno stile innovativo, essenziale e nondimeno elegante, che intreccia in modo singolare carnalità e lirismo: una poesia di immagini, tutta fuoco e immediatezza, nella quale elementi del tardo Romanticismo, del Decadentismo e della Scapigliatura  vengono rielaborati alla luce della nuova coscienza femminista e antiborghese. Vi si avverte la propensione dell’autrice nei confronti delle avanguardie letterarie, che l’eterogeneità dei temi e la rottura con gli schemi tradizionali della metrica e del verso rendevano congeniali alla sua sensibilità nervosa e al suo anticonformismo.

Donatella Pezzino

Fonti:

– http://www.italialibri.net
– Wikipedia
– Sibilla Aleramo, Momenti, Firenze, Bemporad & figlio, 1921.

Dieci poesie di Lina Cattermole (Contessa Lara)

Di notte

Luna, un tuo raggio bianco
Ricama, argenteo filo, il mio giaciglio,
Dove inquieto volgesi
Di dolore in dolore il corpo stanco
E cerca sogni il ciglio.

Un buio folto e nero
Ingombra il resto de la stanza: ed io
Qui medito e fantastico
Su questo fil di luce e quel mistero;
Luna, è il costume mio.

D’ogni cosa le forme
La notte avvolge, in terra, in ciel, ne’l core;
E se un raggio ne illumina
Non bacia che le coltri ove si dorme,
Dove s’ama e si muore.

*

Impressione

Nella sala da pranzo ampia e fiorita
D’antichi arazzi, il sol s’indugia un poco
In una lista d’oro scolorita,
Mentre scoppietta nel camin il fuoco.
E’ un tramonto d’inverno. Ecco la vita.
Ecco quale vorrei che a poco a poco
Mi fuggisse dagli occhi, scolorita;
Mentre in una quiete ampia e fiorita
Gli ultimi sprazzi ancòr mandasse il fuoco.

*

Desiderio

O povere mie carte, e resterete
Con secchi fiori e ciocche di capelli,
Rinchiuse entro uno stipo, in fra segrete
Ricordanze de’ miei giorni più belli!

Non è per voi di gloria avida sete
Il duol che fa che in pianto io vi favelli,
Io che sol chiedo a l’arte intime e liete
Larve onde il ver per poco si cancelli.

Ma egli è il desio d’una manaccia bianca
Che vi scompigli un dì, ne la parola
Cercando questa offesa anima stanca:

La man che chiude gli occhi e che consola
Quando la vita ne la madre manca.
Voi, carte, ingiallirete, io morrò sola.

*

Alba

Apro i vetri e respiro. Appar l’aurora
Tremolando de’ monti in su la cresta;
Cupo è il verde de i boschi, e non ancora
De’l sole a’l bacio la natura è desta.

Fu lunga e tetra la mia notte, ed ora
Che l’alba sorge vaporosa e mesta,
Co’l tedio che in me vive e mi divora,
Chiedo qual nuova lotta il dì m’appresta.

Ahi, non gioie d’amor né sogni d’arte
Che m’assentano l’estasi o l’oblio,
Che m’infiammino il sangue od il pensiero!

Ma quando il sol da i nostri occhi si parte,
Verrò pace chiamando, angelo mio,
Là dove dormi tu ne’l cimitero.

*

Sgomberatura

Tutto è sossopra. Ritta in su la porta,
A mano a man che un mobile si cava,
Se qualche intima storia in sé celava
Io la ritesso, ne’ miei sogni assorta.

Un ricordo d’amor là si trasporta,
Qui è la poltrona de la mia dolce ava;
E addio, casetta quieta ov’ei m’amava,
Addio, povera stanza ov’ella è morta!

Poco vale per me che il nuovo tetto
Dove a posarmi andrò, rondine stanca,
Sia profumato, elegante, gentile.

Piangerò sempre, ovunque avrò ricetto,
Que’ neri occhioni, quella testa bianca,
E il mio nido di questo ultimo aprile.

*

In strada ferrata

Spinto da un invisibile titano
Il treno fugge. In vorticosa danza
Gli sfilano da i lati, in mezzo a’l grano,
Alberi di fantastica sembianza,

Merlate mura in aspro asil montano,
Ville, nidi d’amori e d’eleganza,
E a tratto a tratto per l’immenso piano
Ruderi d’acquedotti in lontananza.

Fugge; e tanta con sé gente trascina
Estranea, varia, arsa da febbri ignote.
Io guardo con invidia una cascina

Bianca, tra un folto pergolato, bassa:
Co’ polli e i bimbi che neppur riscote
Quella chimera che sbuffando passa.

*

Mattino

Già sento ne le case dirimpetto
I bimbi prepararsi per le scuole,
Poi l’ortolano: cavoli e viole
Rauco bociar co’l solito carretto.

Qui dentro, fra le tende di merletto,
Fa capolino, ancor bianchiccio, il sole,
E l’ombra annienta ov’eran sogni e fole
Con la sua luce cruda. Io sono in letto,

Stesa e immota così, che da la porta
Se alcun guardasse ne la stanza mia,
Mi crederebbe irrigidita e morta.

Ahi, morta, no. Ma mentre ascolto intorno
Questa usual monotona armonia,
Tardo alcun poco ad affrontare il giorno.

*

Vendita

Ieri a quell’Asta pubblica, fra tante
Cose belle che m’hanno innamorata,
Specchi, merletti, arazzi, uccelli e piante,
Ho scelto una poltrona ricamata.

Apparteneva a una donna elegante,
Che la trapunse con la man di fata:
Angelo malinconico e baccante
Che a vent’anni a la fossa hanno portata.

Ora il mobile è qui, strano contrasto!
Fra le pareti ov’io sogno e lavoro,
Avanzo d’un disperso ibrido fasto;

Qui che mi parla in delicato senso
Di quella morta da i capelli d’oro,
Cui sola, forse, con tristezza io penso.

*

La parola della nonna

Dolce e lento è il suo dire. Ella s’illude
Di riveder mia madre in altra sfera,
E come l’angel che la via ne schiude
La morte attende, e ne la morte spera.

Un culto suo che il fanatismo esclude,
Intatto serba in questa tarda sera;
E affronta ancor le sue lotte più crude
Con un segno di croce e una preghiera.

Me il dubbio accerchia; ma la guardo, e parmi
Sentir da lungi un organo di chiesa
Poetiche leggende a susurrarmi.

Tanto che de i filosofi la scuola
De’l freddo vero a la conquista intesa,
Tutta darei per una sua parola.

*

Gioielli

Se talvolta, pensosa, ad uno ad uno
Tolgo da’l vecchio scrigno i miei gioielli,
Vedo che sono troppo ricchi e belli
Né si addicono a questo abito bruno.

E ricordando il tempo in che ciascuno
Mi brillava su’l petto o fra i capelli,
Sogno una bimba che mi rinnovelli:
E tutti in questo i desidèri aduno.

Sogno una dolce bionda a cui le storie
Dir de’ vent’anni ed il femmineo vanto
D’illeggiadrirsi e riportar vittorie.

Sogno! Ma invece, a’l Monte od a l’Incanto
Saran vendute, povere memorie,
Per comprarmi due zolle in camposanto.

*

Eva Giovanna Antonietta Cattermole, conosciuta come Evelina o Lina Cattermole e ancor più con lo pseudonimo di Contessa Lara, nacque a Firenze il 26 ottobre del 1849. Il padre Guglielmo, professore d’inglese, era scozzese; la madre Elisa Sandusch, affermata pianista, era russa. Il singolare connubio di due temperamenti tanto diversi e il clima culturale che si respirava in casa Cattermole (oltre alla madre, diversi componenti della famiglia furono musicisti e compositori) diedero al carattere di Evelina una sensibilità singolare che, unita ad un’indole spontanea e passionale, la portò spesso ad agire in modo incauto e nel totale sprezzo delle convenzioni sociali.

D’altra parte, per gli stessi motivi, l’ambiente domestico era anche molto ricco di stimoli culturali: ciò fece emergere nella giovanissima Evelina doti di apprendimento non comuni ed ella, fin da bambina, fu molto precoce nell’imparare diverse discipline, dalla musica alle lingue straniere. Studiò a Parigi, all’Istituto Sacre Coeur. Ebbe una maestra di italiano illustre: Marianna Giarrè Billi, nota poetessa fiorentina amica di Pietro Giannone, Aleardo Aleardi, Niccolò Tommaseo e Giosuè Carducci.

L’esordio da poetessa – come raccontò la stessa autrice – avvenne con alcuni versi scritti per accompagnare un mazzo di fiori per la madre. Seguì, nel 1867, una prima raccolta intitolata Canti e ghirlande, pubblicata con l’editore Cellini di Firenze: nelle poesie, tutte occasionali e di maniera, i toni ingenui dovuti all’immaturità artistica si associavano ad una pedissequa dipendenza dai moduli espressivi del Prati e dell’Aleardi. L’opera, a parte alcune stroncature, passò quindi quasi inosservata.

Bella, colta e raffinata, la poetessa cominciò a condurre vita mondana e salottiera, frequentando i circoli letterari più in vista di Firenze. Proprio in uno di questi salotti, tenuto dalla nobildonna Laura Mancini Oliva, Evelina conobbe il giovane tenente dei bersaglieri Francesco Eugenio Mancini, che sposò nel 1871. Dopo un breve periodo trascorso a Roma e a Napoli, la coppia si trasferì a Milano. Qui, le frequentazioni culturali di Evelina si intensificarono: assidua presenza nel salotto dei Maffei, seguiva anche i circoli della Scapigliatura, intrattenendo rapporti di stima e di amicizia con vari letterati del calibro di Arrigo Boito ed Emilio Praga; teneva anche un salotto tutto suo. La sua bellezza attirava ammiratori e corteggiatori; l’unico che le dedicava scarsa attenzione era proprio il marito, più interessato alle donne di teatro e al gioco d’azzardo.

Dall’infelicità coniugale all’infedeltà il passo fu breve: Lina si legò ad un giovane veneziano, Giuseppe Bennati Baylon, del quale divenne l’amante. Scoperto l’ adulterio, Mancini, come voleva il costume dell’epoca, sfidò Baylon a duello, e lo uccise (1875). Chiese poi la separazione e cacciò la moglie di casa. Evelina, travolta dallo scandalo, dovette abbandonare Milano; perfino la sua famiglia d’origine, non perdonandole il suo errore, le chiuse la porta in faccia. Tuttavia, non sapendo dove andare, l’autrice tornò ugualmente a Firenze, dove visse per qualche tempo in ristrettezze economiche, abitando prima in camera ammobiliata e poi in casa di sua nonna.

Molto provata, visse per alcuni mesi completamente isolata; poi, piano piano, tornò in società, incoraggiata anche da un miglioramento delle sue relazioni familiari. Conobbe Mario Rapisardi, con il quale intrattenne una relazione molto chiacchierata. Che i due fossero amanti è sostenuto da diverse voci vicine al poeta; sembrerebbe inoltre confermato da questa lettera che lui le inviò nell’ottobre del 1876:

Carolina cambia cambia….

L’ho sentita or ora, proprio al momento che finisco di leggere la vostra lettera. E’ strano! Mi pare impossibile che voi non siate qui. C’è tanto di, voi in questo benedetto paese! A ogni svolto di cantonata dico fra me: ora incontrerò la mia Linuccia! Ci son tante che vestono come voi. Ma che! nessuna, nessuna vi somiglia. E questo mi piace. Se ci fosse una donna che osasse somigliarvi anche poco, anche da lontano, io vi vorrei meno bene.
Stamane verso le sei, Milano era tutta avvolta nella nebbia. Il Duomo era meraviglioso; le sue fantastiche guglie si confondevano col cielo. Quante volte l’avrete vedute così e vi sarà parso di volare, di volare, malinconica Peri, sostenuta dalle ale di un angelo o dell’amore, e d’immergervi nella infinita voluttà della luce, e sparire in un raggio di sole! Io vi ho dinanzi a questo eterno conquistatore dell’anima che si chiama l’Amore. Ho inclinato la fronte dinanzi a lui, e ho ripetuto piangendo il suo nome.

Ma in un’altra lettera, datata 1885, il vate catanese mette così fine alla relazione:

Oh dignitosa coscienza e netta! Se mi avessi scritto “Imbastisco il mio millesimo amore e sono a’ comandi del tal dei tali” ti disprezzerei meno. Addio.

La fine della storia col Rapisardi coincise con l’arrivo del successo: Evelina attirò l’attenzione del mondo letterario del tempo, sia per la fama della sua bellezza che per l’interesse suscitato dalla sua scrittura. Tra il 1884 e il 1895 collaborò con diverse riviste, fra cui il Fanfulla della Domenica, Il Fieramosca, il Corriere del Mattino, il Fracassa, l’Illustrazione italiana dei Fratelli Treves; compose e pubblicò un gran numero di opere, dalle raccolte di liriche Nuovi Versi e E ancora Versi ai vari racconti e romanzi destinati ad incontrare un grande favore di pubblico (Così èL’innamorataNovelle di NataleIl romanzo della bambolaStorie d’amore e di dolore). Alle soddisfazioni professionali, purtroppo, non fece riscontro una vita privata felice: costantemente bisognosa d’amore e desiderosa di formare una famiglia, la scrittrice sperimentò una delusione dietro l’altra. Unica eccezione, il legame con Giovanni Alfredo Cesareo, vissuto da Evelina come un matrimonio vero e proprio, ma destinato a non durare. La relazione si interruppe nel 1894 lasciando la donna stanca e svuotata.

L’anno successivo, la Cattermole si legò a Giuseppe Pierantoni, pittore povero e di scarso talento, che si rivelò ben presto l’errore più grave della sua vita: l’uomo, infatti, voleva solo sfruttarla economicamente per condurre una vita comoda senza lavorare. Accortasi delle sue intenzioni, Evelina tentò quindi di troncare la relazione ma lui, non accettando di essere lasciato, prese a perseguitarla; alla fine, le sparò all’addome. La morte fu lenta e atroce: Evelina agonizzò per molte ore, anche perché i soccorsi non furono immediati. Era il 30 novembre del 1896. L’ assassino, dopo un lungo processo, fu condannato a 11 anni e 8 mesi di reclusione. Dopo la sua morte, la figura della Contessa Lara fu ammantata dall’aura di tragedia e di scandalo che le sue vicende avevano lasciato nell’immaginario collettivo e che gli editori seppero abilmente sfruttare: ciò si ripercosse negativamente sulla fama dei suoi scritti, considerati per molto tempo come opere di serie B.

Eppure, l’atmosfera di malinconico languore che pervade i suoi versi e le sue narrazioni, resa in uno stile che ha la finezza di una cesellatura, ha in sé un’armonia semplice, calda e genuina capace di incantare anche il lettore di oggi. Elegante, ma allo stesso tempo mai ampollosa o pretenziosa, la scrittura di Contessa Lara merita assolutamente una riscoperta.

Ciò è vero soprattutto per la sua poesia, tutta intessuta di echi tardoromantici e sensibile alle nuove istanze della Scapigliatura, nonchè personalissimo scrigno di affetti familiari, di care voci perdute, di piccoli e grandi drammi quotidiani nei quali il protagonista è sempre lui: il cuore di Evelina, tormentato e affamato di dolcezza, alla ricerca continua di una pace che sembra possibile solo nell’oblio.

Donatella Pezzino

Fonti:
– Wikipedia
– Wikisource
– Contessa Lara, Versi, Sommaruga, Roma, 1883